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Full text of "Studi e ricerche intorno ai nostri romanzieri e romanzi del Settecento, coll'aggiunta di una bibliografia dei romanzi editi in Italia in quel secolo"

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GIAMBATTISTA MARCHESI 



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STUDI E RICERCHE ■^•^ -^ ' 



INTORNO AI NOSTRI 




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COLL'AGGIUNTA DI UNA 

BIBLIOGRAPIA DEI ROMANZI EDITI IN ITALIA 

IK qUKT^ SECOLO 




BERGAMO 

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI (JRAKICHE 
1903 



TKE NEW YORK 

PUBLIC LiBRARY 

340921 

A9TM, L£MOX ANP 

Ti-MN Fon N0ATi«M8. 

1906 










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INDICE DEI CAPITOLI. 



Cap. I. — Romanzi inglesi e francesi in Italia. — Traduzioni 

e traduttori pag. 9 

Cap. II. — I romanzi dell*abate Chiari ...*.... » 47 

Cap* III. — Di Antonio Piazza romanziere > 137 

Cap. IV. — Altri romanzi erotici — Vincenzo Rota, G. B. 
Verci, Giuseppe Maria Foppa. — Romanzetti allego- 
rici : Il naufragio felice allo scoglio del disinganno — 
La reazione contro i romanzi erotici — La loro pa- 
rodia: Le memorie del Signor Tommasino — Romanzi 

religiosi > 203 

Cap. V. — Romanzi satirici, morali, filosofici: / Viaggi di 
Enrico Wanton dell'ab. Sceriman ; // Mondo morale di 
G. Gozzi; due romanzi del Casanova; L^ Abaritle del 
Pindemonte. — Romanzi didattici: Il Telemaco in Italia 
e II monte di Areica del Micheletti ; li Platone in Italia 

del Coco » 224 

Cap. VI. — Alessandro Verri ed Ugo Foscolo .... » 274 
Cap. VII. — 1) Le polemiche intorno al romanzo in Fran- 
cia e in Italia. Che hanno detto del nostro romanzo 
del secolo XVIII gli storici della letteratura — 2) Con- 
siderazioni generali. Diffusione dei romanzi in Italia. 
Loro diversi e successivi caratteri nella forma e nella 
sostanza. L'ambiente corrotto ch'essi riflettono. Dal 

Chiari al Manzoni > 323 

Appendice I. — Un romanzo satirico del settecento . . » 343 
Appendice II. — Saggio di una bibliografia dei romanzi ita- 
liani (originali e tradotti) del secolo XVIII. 

§ I. — Romanzi > 369 

§ II. — Collezioni e raccolte di romanzi ...... » 423 



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b 



ROMANZI INGLESI E FRANCESI IN ITALIA— TRADU- 
ZIONI E TRADUTTORI. 



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Nel declinare del secolo decimottavo, Carlo Denina, 
dettando quel suo Discorso sopra le vicende della Lette- 
ratura, dove abbondano osservazioni e considerazioni 
storiche e filosofiche di mente ampia ed acuta, giunto 
a parlar del romanzo, notò: « I Romanzi che occupano 
una si notabil parte delle biblioteche e de' gabinetti, 
sono da cinquant'anni in qua, di gusto inglese : Robinson^ 
Cleveland, Clarissa bandirono non pur VAstrea ma la 
Principessa di Clèves, Pochi sono i libri di questa classe 
che non siano tradotti dall' inglese o non spirino genio 
inglese. Quelli stessi della inimitabile Riccoboni hanno 
per fondamento i costumi, i viaggi, i titoli, i nomi in- 
glesi. Due parole di Ramsay scritte a Voltaire ci danno 
a credere che fino il tanto lodato Telemaco sarebbe ora 
anche più letto, se l'autore l'avesse scritto in Inghil- 
terra. > (') 

Uno storico più superficiale sarebbe stato indotto 



(t) Cito dairedizione di Vanezia, 1788 - T. II, pag. 239. 



— 12 — 

a pensare che il romanzo d' allora spirasse genio fran- 
cese ; come appunto era opinione volgare ; che, mas- 
sime in quello scorcio estremo del secolo filosofo, troppo 
eran le orecchie intronate dal nome di Francia. E, come 
ci si era dimenticati che gl'inglesi già prima del Diderot 
e del D'Alambert avevano composto un' Enciclopedia, 
e diffusi principii nuovi di scienza e dati esempi di li- 
bertà civile e politica, cosi troppo anche ci sì era già 
dimenticati che i primi grandi maestri del romanzo e- 
rano stati in quel secolo gl'inglesi. Carlo Denina vide 
rettamente. 

È noto che la massima parte della letteratura e 
della sapienza d'Albione, giunse a noi pel tramite fran- 
cese. Non che siano mancati in quella seconda metà del 
settecento, tra i molti ammiratori entusiasti della civiltà 
di quella nazione, chi ne studiò la lingua e seppe anche 
da essa non senza garbo tradurre; (^) ma la lingua in- 
glese non fu, né poteva essere molto diffusa in Italia; 
e in quell'ardente sete di romanzi, e in quel bisogno di 
rapida ed incessante produzione romanzesca, riusciva 
naturalmente più agevole ricorrere a romanzi francesi 
di assai più facile lettura, fossero essi tradotti o originali, 
e quelli volgere in italiano. 

Comunque, V Inghilterra per quanto indirettamente, 
fece anche in Italia risorgere la moda del romanzo, 
e ne informò il gusto. In quel secolo, la letteratura 
inglese per la prima volta dilagò per l'Europa, ed 
esercitò su tutte le altre letterature efficacia grandis- 
sima. Poco fa, il Brunetière, tracciando le linee fon- 
damentali di una futura storia letteraria europea, ^^) av- 



(i) Per le molte traduzioni di opere inglesi, veggasi, oltre il Denina citato, il Mo- 
schini : Della UH. veneziana del secolo KYIII^ Venezia, 1806, II, 286-96. Ma libri anche 
in inglese erano letti ; e nei cataloghi dei librai del tempo, libri inglesi abbondano. 

(2) Revue des Deux Mondes, 15 Settembre 7900, pgg. 344-48. 



- 13 — 

vertiva che il futuro storico non potrà non rilevare il 
successivo prevalere dell'efficacia di una nazione sul- 
l'altra in dati momenti storici, non solo, ma anche, e 
specialmente, per mezzo di taluni componimenti: prima 
l'Italia, poi la Spagna, poi la Francia, poi l'Inghilterra. 
L'importanza mondiale della letteratura inglese cominciò 
appunto a mezzo il settecento, e ciò che la rivelò al 
mondo e quasi alla stessa Inghilterra, fu appunto il 
romanzo. Fu necessaria la fama dello Swift, del De Foe, 
del Richardson, del Fielding, per far volgere gli occhi 
dell'intera Europa da quella parte, per eccitare alla 
imitazione di tutti i generi di prosa e di poesia allora 
in uso presso gl'inglesi, per far ricordare Bacone stesso 
e Shakspeare ed Edoardo Spenser. 

Converrà pertanto a chi voglia prendere in esame 
i nostri romanzieri del settecento, osservare un po' quali 
romanzi stranieri si lessero in Italia — inglesi e fran- 
cesi — , e come ci vennero, e quale fu la fama e il ca- 
rattere loro, e quali e quante le traduzioni. Un pelago : 
che, in quella enorme produzione romanzesca che in 
Italia per tutto il secolo non ebbe mai dignità e com- 
postezza d'arte, immenso è l'arruffio e la confusione. E 
in generale una produzione irregolare, scomposta, di 
carattere popolare, di gusto grossolano; opera di tra- 
duttori acciabattatori ed affamati, di tipografi che carez- 
zando la folla, miravano al lucro: traduzioni e raffazzo- 
namenti e riduzioni senza cura composte; e prima romanzi 
francesi, poi inglesi che si credettero francesi, poi fran- 
cesi che si spacciarono per inglesi, e storie inglesi scritte 
a Parigi, e romanzi francesi traduzione d'inglesi; e tutti 
qui diffusi a casaccio e a vanvera, con mutato il titolo, 
senza nome d'autore e di traduttore, o, peggio, attribuiti 
a chi l'autore non era. Un pelago; ma occorre pur che 
si affronti, se si vuol trarre in salvo quelle poche e fragili 



— 14 — 

navicelle italiane che hanno ormai inghiottite i marosi. 
Tra Richardson e Prévost, tra Fielding e Marivaux chi 
scorge più dalla riva il povero Abate Chiarì e Antonio 
Piazza? 

Da quando Giovanni Biondi, Gian Francesco Lo- 
redano e molti altri minori avevano cessato di scrivere 
romanzi eroici galanti, figli diretti di quelli del Gom- 
berville, del La Calprenède e della Scudéry, era parso 
che il romanzo non dovesse essere più coltivato in 
Italia.^') A mezzo il seicento, esso era fiorito largamente, 
ed aveva raggiunto fama anche presso i francesi che ce 
n'erano stati maestri. Tradotto ad esempio e imitato al 
di là dell'Alpi il Colloandro di Gian Ambrogio Marini ; 
tradotta la Stratonica dell'Assarino, e proclamata < une 
des plus belles et des plus parfaites pièces de notre 
siècle >. (^) Ma poi le storie inverosimili e strane di quegli 
eroici zerbini eran venute a noia; Gregorio Leti, An- 
tonio Santa Croce, Vincenzo Nolfi le avevano aspra- 
mente giudicate e parodiate. Si erano ad esse contrap- 
posti romanzi storici e romanzi morali imitanti quelli 
del Camus; ma anch'essi erano presto caduti in dimen- 
ticanza. Sicché il primo quarantennio del secolo che 
successe a quello che, non so se a ragione, fu detto 
< il secolo de' romanzi >, non produsse quasi romanzo 
alcuno. Il gusto, la moda s'eran mutati in Italia. 

Altri componimenti di amena lettura vennero allora 
a piacere: le lettere critiche, le lettere filosofiche, le 
dissertazioni, i saggi. Il nuovo secolo che doveva esser 
chiamato filosofo parve mettersi a pensare e ad osser- 
vare, giovine ancora. E ciò primamente per impulso 



(i) ALBERTA22I, Romanzi e romanzieri del cinquecento e seicento, Bologna, Zani- 
chelli, iSgi, pag. 150 e seg. 

(2) Prefaz. alla Straionice^ Paris, Courbè, 164T. 



- 15 — 

dello spirito filosofico e scientifico inglese, e di quel 
movimento letterario noto col nome di essaysm. Dopo 
il Tatler (1709) dello Steele e il famosissimo Spectator 
{1711-12) dell'Addison, giornali e saggi trionfalmente si 
diffusero oltre i confini dell'Inghilterra, e vennero ovun- 
que di moda. Erano brevi scritti di pubblicazione perio- 
dica, articoli vivaci, dissertazioni, discorsi riboccanti d'u- 
morismo, nei quali era sbocconcellata la scienza, eran 
descritti costumi, paesi e popoli di nuovo scoperti o vi- 
sitati, era esposto, ridotto all'intelligenza di tutti qualche 
sistema, qualche massima, qualche legge di astronomia, 
di metafisica, di morale, eran esposte osservazioni argute, 
descritte scene della vita quotidiana e narrate novelle; 
scritti insomma vari, dilettevoli ed utili — satire, medi- 
tazioni religiose, considerazioni filosofiche — tutti aventi 
lo scopo di diffondere la cultura, di abbattere pregiu- 
dizi, ed educare. E insieme coi saggi venner di moda 
le lettere^ — auspici Maria Montagne (1690-1762) e ì\ 
Conte di Chesterfield (1694-1773): lettere filosofiche, 
morali e descrittive. 

Cosi, dopo i francesi, anche noi ci mettemmo a 
coltivare questi nuovi componimenti letterari. Appunto 
in una lettera del 1749, <*> l'Abate Chiari constatava: 
< Il gusto corrente del secolo portatissimo per i libri, 
è per la Raccolta di Lettere Ogni genere di compo- 
nimento sorti in tutte le città certo periodo di tempo in 
cui una specie usurpossi di sovranità sopra gli altri e la 
fece da predominante. Piacevano una volta estrema- 
mente i Dialoghi, e, per accordarsi all'uso, se ne valse 
Salomone medesimo. La sorte dei Dialoghi hanno corsa, 
gran tempo dopo, i Romanzi; e, per andare a seconda 



(i) Lettere scelte di varie materie piacevoli^ critiche ed erudite y scritte ad una' 
Dama di qualità dell'Abate Chiari^ bresciano, Venezia, Fasinello, 1749, Voi. II. 



— 16 — 

della corrente, sudarono 
in siffatte bamboccerie 
de' più colti ingegni del 
mondo. Al gusto dei Ro- 
manzi prevalse, non ha 
molto, quello delle Dis- 
sertazioni; ed alle Dis- 
sertazioni sottentrate 
sono ultimamente le 
Lettere. » Soprattutto le 
lettere della Montagne, 
della geniale inglese che 
visse più di vent' anni 
a Venezia, e lo Spec- 
tator di quell'ardente in- 
namorato d'Italia, che 
fu l'Addison, dovettero 
piacere; quelle, tutte 
sprizzanti arguzie e in- 
fiorate d'aneddoti salaci 
e notizie curiose ; que- 
sto, un capolavoro, una 
serie di scene, bozzetti, quadri, novelle or delicate, or 
piccanti, o commoventi, o liete, ed unite tra loro da un 
filo sottile, si da costituire una continuata narrazione, 
quasi un romanzo: e prelude infatti al romanzo di costumi. 
Questi libri e giornali, un po' pettegoli e frivoli del 
resto come l'età, eran letti a Venezia, nelle tradu2fioni 
francesi, e in inglese anche da taluni. Nel '52 correva 
a Venezia la traduzione francese dello Spectator^ pub- 
blicata ad Amsterdam ; nello stesso anno apparve in 
italiano una Spettatrice, (') E nel '61 usci V Osservatore 




Frontispizio. 



(t) Venezia, Pasinelli. 



- 17 - 

di Gaspare Gozzi, il più bel frutto che questo genere 
letterario abbia dato in Italia. (^) 



Ma già pochi anni dopo la pubblicazione dello 
Spectator^ oltre la Manica, era risorto il romanzo a 
nuova vita. 

Tra il '26 e il '27 Gioanata Swift pubblicò i suoi 
Viaggi di Giilliver; i quali con tale entusiasmo furono 
accolti, che la prima edizione della prima parte dicesi 
tutta si esaurisse in una settimana. Il romanzo fu subito 
nel '27 tradotto in francese dall'abate Desfontaines; e, 
due anni dopo, la tradu- 
zione francese veniva 
voltata in italiano, a Ve- 
nezia, da un tal Francesco 
Manzoni. ^'> È, com'è noto, 
un romanzo gaio, umori- 
stico, paradossale. Esso 
inaugura la serie infinita 
delle narrazioni di viaggi 
fantastici in imaginarie 
contrade: la terra di Lil- 
liput diventa per esso im- 
mortale. E con esso co- 
mincia il romanzo satirico, 
scettico, apostata, che 
mette capo al Voltaire. 



(i) V. G. Zanella, // Gozzi e VAd- 
dison iu Paralleli Letterari; e P. Tre- 
VES, L^ Osservatore di G, Gozzi ne'' suoi 
rapporti con lo Spectator di G, Addisou 
in Ateneo Veneto^ II e sg. 

(2) Per le indicazioni bibliografiche 
precise, avverto qui, una volta per sem- 
pre, che rimando alla Bibliografia che 
sta in fondo al volume. 




Gli amici rivali, storia inglese, Venezia, 
Pavini, 1770. 



- 18 — 

Perciò in Francia e in Italia, pervase da scetticismo, 
andò a ruba; e il Desfontaines a Parigi lo fece seguire 
da un Noiivean Gnlliver (1730), che pure fu subito tra- 
dotto a Venezia. 

E tornò cosi a rifiorire la moda del romanzo. 

Quantunque letto e notissimo per le moltissime tra- 
duzioni francesi, tardò fino al '57 a trovare un tradut- 
tore italiano il Robinson Crusoè (1719) di Daniele De Foe, 
che pure era apparso a Londra qualche anno prima del 
Gnlliver, Ma il romanzo del De Foe, è essenziamente 
inglese, è il poema del carattere, dell'energia, della vo- 
lontà, della pazienza umana, è romanzo religioso, è il 
libro degli ingenui e dei forti, non degli sfiduciati e dei 
deboli. 11 Rousseau fa che il suo Emilio lo prediliga, e 
-ch'esso anzi costituisca per molti anni tutta la sua bi- 
blioteca. Nell'arcadica vita italiana della prima metà del 
settecento, forse non fu compreso nella sua essenza; 
piacque a ogni modo come romanzo d'avventura, e da 
quel tempo il Robinson fu e sarà sempre libro caro ai 
fanciulli e al popolo. 

Nel '40, la Pamela del Richardson oscurò la fama 
dei romanzi d'avventura, e, trascinando per altra via il 
gusto del pubblico, suscitò nuovi entusiasmi. Nella storia 
del romanzo, il Richardson fu un grande innovatore. Lo 
studio degli affetti, l'analisi dei sentimenti, gli affanni del 
•cuore, i contrasti delle passioni, per opera sua diventano 
la prima volta elementi del romanzo. Alle storie di fatti 
avventurosi, succedono storie semplici di anime dolorose. 
D'ora innanzi, più che suscitare nei lettori la curiosità 
e la meraviglia, si vorrà suscitare la commozione. Chi 
non conosce la storia di Pamela, della fanciulla ideale 
che sa resistere alle prave tentazioni e seduzioni, e riesce 
al trionfo della virtù ? Si ricordi il titolo col quale il ro- 
manzo apparve la prima volta : e Pamela, o la virtù rir 



19 — 



compensata, séguito di lettere famigliari, scritte da ima 
bella giovinetta a' suoi genitori, e pubblicate al fine di 
coltivare i principj della Virtù e della Religione nella 
mente dei giovani dei due sessi; opera la quale ha un 
fondamento di verità, e mentre intrattiene piacevolmente lo 




Le avventure di UllOj cagnuolo bolognese, Venezia, Zatta, 1760. 

spirito con gran copia d* incidenti curiosi e lagrimevoli, 
è interamente purgata da tutte quelle imagini^ le quali^ in 
troppi scritti composti per il semplice divertimento^ ten- 
dono ad infiammare il cuore anziché ad istruirlo >. Il 
titolo inchiude un intero programma ; superflui sono i co- 
mentì. Pamela fu nel '42 tradotta in francese dal Prévost, 
e nella veste francese ampiamente si diffuse. In Italia 



— 20 — 

divenne popolare. Una prima traduzione stampò il Bet- 
tinelli a Venezia nel '44, alla quale molte altre segui- 
rono. Pullularono poi le imitazioni: le Nuove Pamele, le 
Antipamele; e il popolo delirò nei teatri, quando vide 
per opera del Goldoni e del Chiari, riprodotte sulla 
scena le vicende lagrimose di Pamela nubile e di Pa- 
mela m^aritata. 

A taluno questa nuova specie di romanzo erotico, 
che, pur essendo rivolto a fine morale, metteva troppo 
a nudo e pingeva a colori troppo vivaci le arti e le se- 
duzioni del vizio e del piacere, parve un pericolo per 
la gioventù; e si gridò allo scandalo. Il romanzo fu proi- 
bito dalla chiesa. A Milano, narra Pietro Verri, <") i re- 
visori erano < ignorantissimi e ostinatissimi > a tal punto 
che, volendo egli nel '55 pubblicare un' Epistola in versi 
indirizzata al Goldoni, non gli fu permesso, perchè in 
essa nominava Pamela. Egli a sfogarsi che nell'epistola 
non accennava al romanzo inglese ma alla comedia del 
Goldoni; che un nome, un solo nome, non poteva per 
se stesso essere proibito; ma i revisori duri, cocciuti; 
e P epistola, o poemetto, egli dovette pubblicare a Ve- 
nezia, (^^ dove maggiore spirava libertà. 

Ma, con tutte le proibizioni, non solo Pamela fu 
letta, ma pur gli altri romanzi del Richardson. La History 
of Clarissa Harlow (1747-48) tradotta dal Prévost nel '51, 
e il Sir Charles Grandison (1753) pure volto in francese 
dal Prévost tra il '55 e il '56, furono presto noti in Italia, 
e tradotti. Clarissa divenne popolare quanto Pamela e 
simbolo d'eroìna; ricercati e ammirati nei salotti i bei 
rami coi quali Elisabetta ChalUou illustrò nel '95 le 



(i) In una lettera ad Alessandro, Milano 15 ottobre 1762. — v. Lettere e scritti inediti 
di P. e A, Verri, Milano, 1879, I, 160. I 

(a) È « Z>i vera Comedia » al Chiarissimo Sig. Avv. Carlo Goldoni. — Poemetto 
in versi martelliani di Midonte Priamideo -— Venezia, Pittori, 1755. 



— 21 — 

principali scene del romanzo; e questo e quelli non dis- 
cari anche al Parini, che, in un sonetto, cantando una 
Licori, auguravasi che l'età sua vedesse < risorta in 
lei la sua Clarice >. ^') Col Richardson, oltre che nuovi 
caratteri sostanziali, una nuova forma assunse il romanzo : 
la epistolare, che restò usitatissima per tutto il secolo. 

Anche il Fielding, pur egli per mezzo de' francesi, 
fu presto noto al di qua delle Alpi. Le avventure di Giu- 
seppe Andrews, uscite a Londra nel '43, già tradotte in 
Italia nel '50 ; la Storia di Tom Jones nel '58, V Amelia 
nelP 82 ; e le traduzioni francesi e italiane, molteplici. 
l^'Andrcfvs è parodia della Pamela : racconto degli a- 
mori avventurosi di un lacchè e di una serva ; romanzo 
alquanto scomposto nella tela, più d'ambiente che d'in- 
treccio, e d'ambiente popolare, qua e là triviale. Amelia 
è la glorificazione della buona sposa, della dolce mas- 
saia e della vita coniugale. Ma il capolavoro del Fiel- 
ding è il Tom Jones^ vasto romanzo, dove lo studio dei 
caratteri è profondo e la pittura della vita sociale ha 
vivezze nuove. Come Clarissa fu il primo dei romanzi 
patetici, Tom Jones. hi il primo de' romanzi di costume. 

Quegli invece che col Richardson e il Fielding co- 
stituisce il triumvirato de' tre massimi romanzieri in- 
glesi del settecento, Tobia SmoUet, pur essendo morto 
a Livorno nel 1771, fu poco noto in Italia. Si è ch'egli, 
per la sua comicità, pel suo umorismo, pel suo linguaggio 
tutto pieno d'idiotismi, per le sue continue allusioni a 
persone contemporanee, a circostanze locali, a fatti 
storici, non potè essere compreso che in patria. Anche 
in Francia, dove pure nel '60 furon tradotte le Avven- 
ture di Rodrigo Random, non lasciò traccia. Egli è un 



(i) Soneiii inecUii rari del Parini editi da R. Barbiera in Nuova Aniologia i6 Ot- 
tobre 189S, pag. 625, 



— 22 - 

po' Cervantes e un po' Le Sage; e presso di noi questo 
genere di romanzo tra il satirico ed il grottesco ebbe 
pochi cultori. 

Noto invece Samuele Johnson, amico del nostro 
Baretti. Questi ne tradusse in francese il Rasselas, 
Prince of Ahyssinia, apparso nel '59 ; ma la sua tradu- 
zione rimase inedita ; ^'^ e a noi giunse invece quella di 
Mad. Bellot, della quale probabilmente si servi nel '64 
il fiorentino Cosimo Mei, per volgere il romanzo in ita- 
liano. E un romanzo filosofico, e perciò fu molto atto, 
con vedremo, a soddisfare il gusto e la moda del 
tempo, un romanzo a tesi, che vuol dimostrare la va- 
nità dei desideri umani ; nel quale un principe selvaggio 
con una sorella, una principessa e un poeta, vanno 
vagando pel mondo per trovare quella forma di vita 
civile e quelle istituzioni che possano dare la piena fe- 
licità, e prendono in esame tutti gli stati, da' più bar- 
bari ai più civili, tutte le umane condizioni, dalle più 
umili alle più alte, e s' intrattengono in lunghe, intermi- 
nabili discussioni filosofiche, finché tornano, sfiduciati, 
al patrio nido che avevano lasciato. Romanzo stucche- 
vole ; ma piacque al secolo filosofo, e fu modello di tante 
copie e imitazioni peggiori. 

Quando, nel 1765, Lorenzo Sterne fu in Italia, egli 
era già famoso pel suo Tristram Shandy (1759-60). È 
noto che, passando per Milano, egli andò a visitare,, 
tra gli altri, il Passeroni, cui pare non disdegnasse di- 
chiarare che qualche ispirazione al suo romanzo gli era 
stata suggerita dalla prima parte del Cicerone già apparsa 
nel '55. <*) Che veramente molta efficacia sullo Sterne 
abbiano esercitata i lunghi canti del buon abate, è da 



(i) V. Piccioni, Ricerche sul Bar etti, Livorno, 1899, pag. 468-69, in nota. 
(2) V. Cicerone, C. XVI I, 122. 



- 23 — 

dubitare; il poema e il romanzo sono simili per l'anda-^ 
tura disordinata e scomposta, per la mancanza di unità, 
per le continue digressioni, per l'arguzia bonaria ; ma 
lo Sterne lascia di gran lunga addietro l'abate, per la 
pittura de' caratteri, la profondità delle osservazioni, 
l'inesauribile vena di comico e di fantastico, tinta molta 
spesso di un colore sentimentale. L'inglese fu ad ogni 
modo grande amatore d'Italia, e, dopo avere ammirata 
e visitata questa terra, compose nel '67 quel suo fa- 
moso Viaggio sentimentale che, subito ammirato e diffuso, 
fu tradotto, prima che dal Foscolo nel 1813, due altre- 
volte in italiano, nel 1/92 e nel 1812. (') 

Con Oliviero Goldsmith (1728-1774), curioso tipo di 
scapigliato che nella sua vita avventurosa povera e 
randagia, fu anche studente di medicina a Pavia, il 
romanzo si solleva a grande altezza morale. Il suo Vi- 
cario di Wakefleld (1766) fu scritto a ispirare la bontà, 
la rassegnazione nelle umane sventure, la fiducia in Dio. 
Commosse e fu letto. Ma in italiano non fu tradotto che 
nel 1809. 

Anche più tardi giunse a noi la fama del Ma- 
ckenzie, del Walpole, della Radcliffe, del Godwin che 
preludono a Walter Scott e nuovi atteggiamenti e ca- 
ratteri e intendimenti diedero al romanzo. Si entra con 
essi in un altro e più noto periodo della storia di questo 
componimento, che trascende i limiti entro i quali vuole 
contenersi il presente studio. 



(i) Ricordo qui un brano di una lettera di A. Verri al fratello, da'ata da Parigi il' 
I di Marzo 1767. " Montieur Starne mi ha detto che sta facendo il Viaggio Seniimen- 
tale d'Italia. Mi disse che molti lo pregano continuamente di farlo, e che a questo, 
prima di aver scrìtto una sua parola, avrà unite per associazione mille ghinee. Non ha 
scritto memorie vi^giando l'Italia» ma lo comporrà a suo capriccio ; vuole contare molte 
avventare successegli a Milano, cioè le vuol fabbricare di pianta. Kou mi stupisco delle 
mille ghinee. „ (v. Lettere ecc. di A. e P. Verri raccolte dal Cusani, Milano, 1879, 
I, 186.) La traduzione del Foscolo, cominciata a Calats nel 1804, fu finita a Firenze ner< 
primi mesi del 18x3. Sulla storia di questa traduzione e i giudizi datine dai contempora- 
nei, V. Wincholii, Vita di U, Foscolo, Voi. II, § XX HI, p. 173 e sg.e§ XXV, pg. 231 e sg. 



— 24 — 

Questi principali romanzi e romanzieri inglesi eser- 
citarono, come si vedrà, grande influenza sul romanzo 
nostro del settecento. Ma con essi molti altri minori 
furon noti e letti tra noi. Di Francia copiose giungevano 
le traduzioni che con grande entusiasmo, dietro l'esempio 
del Prévost, compirono il Saint- Ange, PEidous, il Rieu, 




il Bouschaud, il Toussaint, M.^^« Rome e cento altri più 
o meno ignoti scrittori. E i libri che meglio erano ac- 
colti, dal francese voltavansi in italiano. Chi voglia co- 
noscerne alcuni di nome, vegga la Bibliografia annessa 
a questo volume. Sono, i più, romanzi popolari, storie 
-d'amori avventurosi o di viaggi fantastici. D' avventurieri 



- 25 - 

inglesi, d^orfanelle inglesi, d^ onorali inglesi fu piena l'I- 
talia. Notevoli pure alcuni romanzi umoristici e satirici, 
come quelle Avvenlure di Lillo cagnuolo bolognese che pub- 
blicaronsi a Venezia nel '60, traduzione, probabilmente 
compiuta da Gaspare Gozzi, di una History of Pompey 
(1751) di Francesco Coventry, già tradotta in francese 



.js^_ f'C:^^^ 



■~^ 




Frontispizio. 

(1752) da Vincenzo Toussaint: romanzo ch'è argutissima 
satira della società e specie della nobiltà inglese; forse 
non ignoto al Parini. (*> Notevoli anche taluni romanzi 
umoristici fantastici, come quello attribuito a un tal Fass- 
down, che fu tradotto in francese nel '68, col nome di 
Ijord Impromptu^ e in Italia, una volta col titolo origi- 



.(i) r. Appendice I di questo ▼olume. 



— 26 - 

nario di Magia biacca, un' altra volta con quello di Rt- 
cardo Oberton, 

Nella edizione che di questo romanzo diede il Bas^ 
saglìa di Venezia nel 1785, trovasi unita un' argutissima 
lettera che si finge inviata da Parigi da terto abate 
Perruqne-blonde bibliotecario di Mnre TotMme4ète al tra- 
duttore italiano. Vi si parla della sguaiatezza delle donne 
francesi (e intendiamo anche italiane), le quali non a- 
mano più la vita casalinga e modesta, ma la galante; 
filosofeggiano, leggono L' analisi della bellezza del signor 
Hogarth, si circondano di amanti e cicisbei, bevono the 
e liquori, giocano, svengono, e soffrono spesso, perch'è 
di moda, quel male che in Inghilterra chiamano spleen^ in 
Francia les vapeurs, in Italia ipocondria. Ma soprattutto- 
leggono romanzi, piccoli romanzi. < E giacché è tale 
il gusto dominante d'oggidì, adattiamovici > dice l'abate, 
< e non attendiamo che a comporre o tradurre romanzi 
ed altre operette simili a quelle da voi tradotte. » Perchè 
ormai dall'Inghilterra è venuta la moda del piccolo, del 
minuscolo : esigue le pietanze in piccoli piatti, attillati 
gli abiti, piccolissimi i cappelli, anguste le stanze delle 
case, brevi i passi nel camminare ; e perciò anche frot- 
tole, bagatelle, frascherie, libricciuoli da nulla. 11 < gusto 
inglese > è diffuso in Europa, ed è moda introdurre nel 
nel discorso parole e frasi di quella lingua. In Italia,, 
anche più che altrove ; e l'abate cita a proposito un 
poemetto^') dell'abate Giorgietti veneziano, nel quale il 
poeta, descrivendo una regata, a mostrare la velocità 
delle barche usa di questa similitudine : 

< SI rapidi volar pe' salsi flutti 
Vedresti e si veloci i picciol legni, 
Com' anglico destriere al corso usato 
Là per lo piano uguale di New-Market; > 



(i) Le regate di Venezia, Venezia, Graziosi, 1780. 



- 27 



il quale piano di New-Market è, per chi non lo sappia, 
il luogo dove tenevansi le più celebrate corse di cavalli! 



Se tale fama godettero i romanzi inglesi in Italia, 
è facile immaginar de' francesi, che direttamente giun- 
gevano e potevano con grande facilità essere letti e 
tradotti. La Francia parve anzi la sola e insuperabile 
creatrice di questi libri. Tutti i romanzieri ch'essa ebbe 
in quel secolo, e non solo i maggiori, ma pur anche i 
più volgari e spregevoli, varcaron le Alpi. 

Prima il Le Sage, che, pur attingendo a fonti spa- 
gnole, seppe far opera che parve originale, dando l'im- 
pronta francese del suo ingegno a romanzi che ritraggon 
la vita francese. Il Diàble boitenx (1707) già trodotto 
nel 1714 da Nicola Felletti, e tradotto nel '21 anche 
quel Diàble Bossn che Carlo Bruslè scrisse imitando il 
Le Sage ; e col Diavolo zoppo e col gobbo anche un 
Diavolo storico. Ma anche più noto il Gii Blas^ di cui il 
canonico Giulio Monti di Bologna ci diede una tradu- 
zione nel '28, ripubblicata poi ben sette volte sino al 
1803, coll'aggiunta di una Storia di un figlio di Gii Blas. 
Tradotte anche le Avventure di Stefanello Gonzalez, Per 
ciò il romanzo d' avventura, di costumi, derivante dal 
picaresco, trovò cultori parecchi. 

Ma assai maggior importanza nella storia del romanzo 
ha il Marivaux. Con lui esso diventa più verisimile ed 
umano. Il Pharsamon^ che usci nel '32 quantunque 



i 



— 28 — 

composto nel 1712, è un lungo e poco notevole romanzo 
d'avventure, e risente dell'imitazione del Le Sage; ma 
quelli che seguirono, specialmente La vie de Marianne 
(1728) e il Paysan Parvenu (1735-36), eccellono per 
nuovi e grandi pregi. Se non sono capolavori di ro- 
manzi, sono ottimi saggi di osservazione psicologica. 
Marivaux scende nel cuore umano un poco più a fondo 
del Le Sage, ci presenta personaggi più veri, e li sceglie 
non più nella società aristocratica nobilesca, ma nel- 
l'ambiente dell'umile borghesia. Marianna è una povera 
orfanella allevata e protetta da un vecchio e ricco signore; 
e Jakob, il Paysan Parvenu^ non è che un giovine servi- 
tore; ma l'una e l'altro colla fortezza del loro carattere 
e colla loro virtù riescono ad elevare la loro condizione 
sociale. Marianna precede Pamela. Ma il romanziere 
francese ha il difetto d' ingolfare e sepellire il tema 
principale del racconto, in mezzo a infiniti episodi e a 
digressioni d'ogni specie. Egli divaga troppo. Talune 
figure secondarie sono meglio tratteggiate delle princi- 
pali, sicché queste paion fantasmi pallidi in mezzo a 
folla vivente. Egli è arguto e acuto, ma troppo ciar- 
liero; a leggerlo non si può reggere a lungo. Curioso 
scrittore, sbrigliato, senza freno d' arte, senza ordine 
ed armonia nella composizione, senza compostezza nello 
stile, vivace, spiritoso, imaginoso, licenzioso ; ma pur 
piacevole co' suoi difetti. I quali anche furono imitati e 
si chiamarono marivatidages, « Qui dit marivaudage >, 
osserva il Saint-Beuve, < dit plus ou moins badinage à 
froid, espièglerie compassée et prolongée, petillement 
redoublé et prétentieux, enfìn une sorte de pédantisme 
sémillant et joli ».^0 Notiamo questi caratteri singolari del 
Marivaux, perchè li ritroveremo riflessi nei romanzi del 



1 



(i) Causeries du Lundi, Pari», 1854, IX, J03. 



- 29 - 

Chiari. Il romanzo nostro del settecento sorse sotto gli 
auspici del Marivaux. Giovinetto ancora, Carlo Gozzi, 
per esercitarsi nella lingua francese, traduceva il Farsa- 
fnone ; e, senza ch'ei lo sapesse e permettesse, il suo 
manoscritto, capitato nelle mani di uno stampatore di 
Venezia, fu nel '50 dato alle stampe. Il Gozzi riconobbe 
poi la traduzione, e e si vergognò d'averla fatta malis- 
simo >; ^') ma il romanzo piacque a ogni modo. Poco dopo, 
apparvero tradotti La vita di Marianna e // contadino in- 
civilito, e, con questo, le sue imitazioni: La row/aJma m- 
civilita del De Mouhy, // Contadino gentiluomo del Catalde 
(1750), La nuova contadina incivilita del De la Bataille 
(1753), Il Soldato ingentilito del Maurillon (1758). 

L'abate Prévost ha soprattutto il grande merito di 
averci fatto conoscere ed ammirare il romanzo inglese. 
Vissuto a Londra lunghi anni, egli rivelò all'Europa il 
Richardson, traducendone la Pamela (1742), la Clarissa 
(1751), il Grandison (1755-56); e, prima ancora di queste 
traduzioni, colle Mémoires d'im homme de qnalifé (1728-31) 
e col giornale Pour et Contre, egli aveva contribuito ef- 
ficacemente a diffondere il gusto inglese. Grande im- 
pulso per ciò ebbe per opera sua il romanzo verso la 
perfezione. Il Prévost è veramente il primo dei grandi 
romanzieri di Francia. Fu da noi subito gustato e am- 
mirato. Tra il *45 e il '90 i suoi roman:ii furono quasi 
tutti voltati in italiano: ben quattro volte le Memorie di 
un uomo di qualità^ il settimo volume delle quali, che 
contiene la famosa storia di Manon Lescaiit, fu anche 
trodotto a parte nel 1756, già riconoscendosene il grande 
valore. Per ignoranza, od a scopo di lucro, perfino si 
attribuirono al Prévost romanzi di altri, come fece l'a- 



(i) Ciò racconta egli stesso nelle Memorie inuiili, Venezia, 1797, I, 29. 



- 30 — 

bate Marco Fo&sandoni che, pubblicando nel '68 a Ve- 
nezia 1' Uomo ossia memorie ed avvenlnre del conte di 
Senneval, le spacciò come « scritte dal celebre autore 
del Filosofo Inglese >, mentre invece sono di un tal 
Paolo Barret. Ma che dire di questo famosissimo Prévost, 
di questo inesauribile creatore d'immagini, di personaggi, 
d'avvenimenti, d'intrecci? Leggete i sette volumi delle 
Memorie d'un t^mo di qualità e gli otto del Filosofo 
inglese, e vi troverete descritti non solo alcuni tipi^ al- 
cune famiglie, alcuni ordini sociali, ma tutta la società. 
Già il Marivaux aveva rotto ogni confine al romanzo: 
il Prévost sembra quasi anche più libero e scapigliato. 
La ragione del successo di tutti questi romanzieri, in 
gran parte sta appunto qui, in questa novità loro: essi, 
come in Inghilterra il Richardson, si staccano comple- 
tamente dalla tradizione classica, dalla compostezza 
del romanzo greco-latino, dal tipo che era perdurato 
sino a quasi tutto il seicento. Hanno una visione nuova 
dell'arte, ma, come chi primo s'inoltra in una terra 
inesplorata, procedono incerti, vaghi, tortuosi, barcol- 
lanti, si perdono in boscaglie sterminate, salgono poi 
colli e monti e toccano cime fulgide meravigliose, per 
poi di nuovo smarrirsi. Cosi il Prévost: Le tele de' suoi 
romanzi sono sterminate, i personaggi infiniti ; la Francia 
e l'Inghilterra non bastano più alle creature della sua 
fantasia, fa loro traversare gli oceani più lontani, e 
le trasporta dall' Europa all'Africa, all'Asia, alle Ame- 
riche, e dà loro per patria la terra intera. Tutta la umana 
società egli abbraccia ed osserva, in quanto essa ha di 
buono e di malvagio, nei sentimenti e nelle passioni. Nelle 
passioni specialmente : il tipo di De Grieux è nuovo 
nella storia del romanzo. C è un' ardenza giovanile che 
serpeggia in quelle sue pagine; vi scorgerete qua e 
là il sorriso dello scettico, ma più spesso un ampio e 



— ai — 

caldo cuore d'artista. Perciò egli ccoaimuove^ sa toccare 
i più delicati sentimenti, fa piangere. ' 

Ma sono nei suoi romanzi germi buoni e eattivi, 
esempi di arte pura e vera, ed esempi di arte ibrida e 
falsa. Vicino al sentimentale, troverete l'osservatore filo- 
aoio. La filosofia comincia pur troppo a far capolino nel 
romanzo e vi s'infiltra; e non solo osservazioni e aforismi 
e sentenze, ma prediche morali e disegni di società u- 
mane perfette e d'istituzioni ideali, abbondano ne' ro- 
manzi del Prévost. Cohivate e sviluppate quanto in 
«ssi vi ha di sentimentale, e arriverete al romanticismo 
del Rousseau 5 svolgete la parte filosofica, e arriverete 
al romanzo del Montesquieu e del Voltaire. Prévost 
prelude un po' all'uno ed alleai tro. 

L'ItaKa continuò cosi ad essere dominata dal gusto 
francese. D'oltr'Alpe venivano incessanti, innumerevoli 
i romanzi. Grandi e mediocri leggevansi tutti; non solo 
i capolavori, ma anche tutti quelli che, come avviene 
di solito, tengono dietro ai capolavori. Così, dopo VUomo 
di qualità del Prévost, tradotte le Memorie di una Dama 
di qualità dell'abate Lambert (1753), e le Memorie di 
una Figlia di qualità di M. de la Place (1754). 

Poi il romanzo filosofico poco a poco venne a 
prevalere. 

Della fama ch'ebbe il Telemaco (1699) in Italia, 
avrò occasione di parlare altrove: fu immensa; come 
immensa fu ^efficacia che esercitò sul romanzo francese 
questo poema c:he può considerarsi il prototipo del ro- 
manzo filosofico, morale e didattico. Fu tradotto in 
italiano più volte, come furono tradotti più volte da 
Annibale Antonini (1753) e da Roberto Pappafava (1781) 
/ viaggi di Ciro del Ramsay (1728), che del Telemaco 
sono una delle più notevoli derivazioni. 



— 32 — 

Ma il vero romanzo filosofico non venne propria- 
mente di moda the dopo le Lettres persanes (1720) del 
Montesquieu. I francesi ci restituirono, con esso, per 
così dire, ridotto a perfezione, un genere di romanzo che 
un italiano aveva già loro dato ; poiché, com'è noto, ^'> 
il romanzo del Montesquieu fu modellato suWEspion Ture 
di un genovese vissuto lungo tempo a Parigi, Gian 
Paolo Marana : libro che usci e fu noto in francese nel 
1686, ma che due anni prima era apparso in italiano 
col nome di Esploratore tttrcoA^^ Qui un tale vien dal- 
l'Oriente e, viaggiando per l'Europa, osserva e studia 
i costumi, le istituzioni, la vita dei cosi detti popoli ci- 
vili e ne dà ragguaglio a' suoi lontani connazionali. La 
medesima invenzione si appropriò il Montesquieu: Ima- 
ginò due persiani visitanti la Francia, fece scrivere loro 
lunghissime lettere, e di esse costituì il romanzo. Ro- 
manzo? Ognun vede quanto siamo lontani da un rac- 
conto d' invenzione che susciti commozione e diletto. 
Qui non si fa che osservare, criticare, ragionare; ogni 
lettera è una discussione politica o religiosa, è una sa- 
tira dei costumi del tempo; e la filosofia finisce col- 
l'uccidere il romanzo. Il romanzo filosofico è un con- 
trosenso, come fu assurda la poesia filosofica e scien- 
tifica del settecento ; il romanzo filosofico arrestò lo 
svolgimento del vero romanzo iniziato dal Prévost. 
Ma così voleva il secolo filosofo. Bisognava pure non 
solo lacrimare sulle pagine del Richardson o del Ma- 
rivaux, ma pensare e soprattutto demolire e abbattere 
i pregiudizi, le false istituzioni, le inique eredità dei 
secoli passati. Il romanzo del settecento fu come la so- 



(i) V. ToLDO — Dell* € EspìoH > di G. P, Marana e delle sue attinenze con le 
« Lettres persanes » del Montesquieu in Giornale storico della Letterata italiana^ 
XXIX, 46.79. 

(2) Paris, Barbio, 1684. 



i — 33 — 

cietà del settecento, un po' vecchia e un po' fanciulla^ 
riflessiva e impulsiva, filosofa e sentimentale, pietosa e 
ribelle; pianse ed uccise. 

Dopo quello del Marana, molti Espions furono com- 
posti: Ricordo un Espion ture à Frane fori (1741), un Es- 
pion ehinois en Europe (1745) del Gondar, un Espion 
ou Histoire du faux baron de Manbert (1759) del Saint- 
Flour, un Espion anglais (1775-85), un Espion dévalisé 
del Mirabeau (1782); ed altri uscirono nel secolo scorso. 
I In Italia, di libri apparsi nel settecento che serbino lo- 

; stesso titolo e richiamino alla fonte comune, non co- 

nosco che uno Spione italiano, ossia corrispondenza ar- 
gìda e famigliare fra il marchese di Licciocara e il 
Conte Rifiela^ tutti e due viaggiatori incogniti per le di- 
I verse corti d'Europa (1782),^') che, secondo indicano- 

i gli anagrammi, sarebbe stato composto dal marchese 

1 Caracciolo e dal conte Alfieri; ma anche lo Spione i- 

taliano non è che una raccolta di lettere che trattano 
strettamente di questioni politiche e religiose, e non si 
I può in alcun modo ascrivere ai romanzi. In Italia le 

I Lettere persiane ispirarono più scienziati che romanzieri. 

i Profonda impressione esse fecero sull'animo giovanile 

I di Cesare Beccaria, il quale da quella lettura fu prima- 

I mente trascinato nel turbine della filosofia francese, e 

attinse certi principj fondamentali intorno all'origine 
j della società e ai difetti della legislazione penale. Ma 

anche in qualche romanzo italiano ci sarà dato imbat- 
terci più volte in qualche straniero barbaro o semibar- 
baro che viaggia l'Europa, osservando e criticando i 
• nostri costumi. Il motivo venne di moda. Lette e tra- 
dotte da noi furono anche le Lettere di una Peruviana 
\ della Graffigny (1754) e le Lettere di Aza Peruviano del 



(i) In Europa, T. 2. 



- 34 — 

De La Marche Curmont (1764), imitazioni del Montes.- 
-quieu. Dal romanzo della signora Graffigny, il nostro 
Goldoni sapeva anzi trarre l'argomento di una sua co- 
media, La Peruviana^ nello stesso anno (1755) che traeva 
^argomento di un^altra comedia, La bella selvaggia^ dai 
Voyages del Prevosti *> 

Entusiasmo vivissimo suscitarono naturalmente i 
racconti e i romanzi del Voltaire (1746-1775). E chi 
potè sottrarsi alle seduzioni di quello spirito indiavo- 
lato ? Egli per mezzo secolo in Europa fu un Dio. 
Sommo agitatore d'idee, odiava il romanzo lacrimoso; e 
appunto pensando al Richardson, ei defini il romanzo 
una < production d'un esprit faible écrivant avec faci-» 
lite des choses indignes d'étre lues par des esprits sé' 
rieux >. E per gli spiriti seri ne volle scrivere lui di 
romanzi; e scrisse tutti quei componimenti ove non sai 
se ammirare di più la fantasia o l' arguzia o la satira, 
la sostanza o la forma. Nel suo genere egli rimase solo 
e insuperato. Ogni suo racconto è uno scoppiettio di 
scintille; pare un razzo ed è un incendio, pare uno 
scherzo ed è una battaglia. A Milano, a Venezia, ogni 
sua nuova produzione era attesa con ansia. ('^ Il Cafi'. 
dido, per citare solo la principale, fu subito tradotto 
nel '59, e poi altre volte, e persino tradotto in ottava 
rima, e suggerì, non so a chi, un' Anticandido A^^ Dal 
Voltaire specialmente derivò quello spirito rivoluzionario 
e soprattutto anticristiano che, più o meno latente, ser- 



(i) Ciò dichiara egli stesso nelle Mèmoires^ Parto II, Gap. XXX. Il Goldoni trasse 
pure l'arsomento della Védova spiritosa da una delle Novelle morali del Marmontel 
{Lo scrupolo)', e quello della tragedia Enrico di Sicilia da una novella del Gii Bhis; (v. 
a proposito, A. Bellonì» Intorno a una tragedia del Goldoni nella Raccolta di studi de^ 
dicati al D* Ancona. Pisa, 1901, pag. 77-84.) 

(a) V. Lettere di A. e P, Verri citate, ITI, p. 74. 

(3) O V Amico della verità^ Conosco solo la 3" edizione ch'è del 1781, Venezia, Sa- 



- 35 - 

peggio anche nei nostri romanzi. Era, del resto, lo 
spìrito del tempo. 

Artisticamente migliori ad ogni modo le arguzie ir- 
religiose del Voltaire che le noiose tirate morali del 
Marmontel. Il Bélisair e gVIncas^ censurati dalla Sor- 
bona e condannati dal Parlamento, fecero al tempo loro 
un grande rumore, e j>arvero superiori allo stesso Te- 
hmaca; ma ora ci sembrano ben misere cose. Quel 
povero generale cicco di Bisanzio che in lunghe ccwi- 
versa^ioni insegna al figlio di Giustiniano la filosofia 
morale del secolo XVIII, quasi ci muove a riso. Mi- 
gliori le Novelle morali^ che il nostro Graspare Gfozzi 
tradusse nel 1778; dove almeno è qualche invenzione 
geniale; se non che, appaiano quasi tutte inverosimili 
per la eccessiva rapidità dello svolgimento. Ma ciò 
che più ci spiace oggi è quel moralizzare senza fonda- 
menti sicuri di morale. Sono superficiali e leggeri que- 
sti filosofi; le loro teorie sono tutte transazioni ai sen- 
timenti e ai pregiudizi del secolo ; vogliono conciliare 
l'amor del bene con l'amor del piacere, sono convenzio- 
nali. < Mai verità alte > osserva il Tommaseo, giudi- 
cando appunto le novelle del Marmontel, ("^ e mai ve- 
rità alte e chiare, ma mezze verità quasi paurose tra 
bontà ed ateismo, tra generosità ed utilitarismo, tra ve- 
rità e sdolcinature eleganti i. 

Anche il Rousseau nel suo romanzo è un filosofo. 
E il suo atteggiarsi frequente a moralista predicatore, 
come non va più a genio a noi, tardi lettori, pare spia- 
cesse anche a taluni suoi contemporanei ; ad Alessandro 
Verri, per esempio, che nel '68 scriveva al fratello : (*^ 
€ Mi sdegno leggendo la prefazione di Rousseau alla 



(i) V. Dizionario estetico, Milano, 1853, I, pag. 234, 
(s) Lettere cit. IH, 54. Lettera da Roma, 5 marzo 1768. 



— 36 — 

Notwelle Hélotse che comincia : — Il faut des spectacles 
dans les grandes villes et des romans aux peuples cor- 
rompus — Ecco dunque ch'egli s'intuona riforma- 
tore di popoli, ed asserisce che ì popoli sono corrotti, 
senza costumi, e depravati, come segue poi a vedersi 
nella prefazione, nella quale è in collera colle nazioni, 
poi cogli uomini di mondo, poi cogli accademici, ecc. 
Dopo tutto ciò, mi ha sorpreso il vedere che si tratti, 
in questo romanzo, d'un giovane maestro a cui è con- 
fidata l'onestà d'una figlia, e che finisce...; e tutto fatto 
seguendo le voci della natura, i destini del cielo, i più 
puri sentimenti; ed insomma il caso è colorito colle 
tinte più seducenti della virtù. E se sia virtuosa a me 
non pare. Io vorrei una mansueta filosofia, anche contro 
li errori ed il vizio; e vorrei che la sua forza stesse 
nella verità e non nell'entusiasmo >. La critica è giusta. 
Anche Giulia è una sentimentale malata, senza ingenuo 
candore di fanciulla; ragiona troppo su' suoi sentimenti, 
troppo li analizza, e al povero professore Saint-Preux osa 
per la prima accennare a seduzioni e peccati d'amore e 
scrivere cose ch'egli non scrive. Quella scolaretta è un po' 
isterica. Il che vuol dire che il genio di Gian Giacomo 
è anch'esso figlio del suo tempo. Ma pur tanti pregi 
ha la Nuova Eloisa ed è tale opera d'arte, che l'anno in 
cui apparve, il 1761, segna veramente una data memo- 
rabile nella storia del romanzo. La Nuova Eloisa è uno 
de' più famosi capolavori che la Francia abbia dato 
all'Europa nel secolo XVIII. Per essa passò dall'Inghil- 
terra alla Francia il primato in questo genere letterario; 
per essa il romanzo venne definitivamente ad acquistare 
in Europa il primo posto su tutti gli altri generi lette- 
rari, posto che tutt' ora conserva, quale componimento 
il più adatto a descrivere tutta la nostra vita intima e 
sociale. Rousseau si ricollega al Prévost e al Richardson. 



- 3r - 

Quanto di vero e dì umano questi due avevano intro- 
dotto nel romanzo, egli ha ereditato. Dell'inglese, oltre 
che rimettere in uso la forma epistolare, egli imita la sem- 
plicità delia narrazione ; del francese continua l'ardore 
della passione, lo studio della vita borghese e la critica 
dei costumi. Anch' egli è un filosofo, ma non solo ab- 
batte e distrugge; costruisce anche un intero sistema di 
filosofia morale e sociale. Anch' egli esamina, critica e 
descrive la società da altri descritta ; ma egli allarga 
Tosservazione, spinge oltre lo sguardo, studia non solo gli 
uomini ma anche le cose, e per primo mostra di sentire 
il materiale mondo esteriore, descrive il paesaggio^ anima 
i boschi e i monti, svela i vincoli arcani che legano 
l'anima nostra colla natura. 

L'ardore col quale dovette essere letta anche in 
Italia la Nuova Eloisa è facile imaginare. (*) Le giovani 
donne studiarono su quelle lettere la lingua francese e 
l'arte d'amare; i versi del Petrarca, del Tasso e del 
Metastasio che i due amanti citano sovente, ad esse 
erano già famigliari. Tutte ritrovarono un po' ritratta 
l'anima loro in quella della povera Giulia. E colla Nuova 
Eloisa anche furono letti del Rousseau e tradotti e di- 
scussi ("> V Emilio e alcune novelle. (3) 

Insieme con tutti questi romanzi dei principali au- 



(i) Un esempio : Ales. Verri in una lettera al fratello, da Roma il 5 sattembre del 
1767, desctivendo ed esaltando le bellezze e le doti della marchesa Boccapadule di cui 
era innamorato, tra l'altro, < ella è colta » scrive, € ha vivissima e leggiadra imagina- 
zione; parla ottimamente francese come non ne ho sentite altre mai : i suoi libri favoriti 
sono Racine e la NouvelU Héloì'se che ha divorato con tiasporto da un capo all'altro. > 
v. Letiere cit, IT, 294. 

(2) Ricordo: Osservazioni sopra un'opera intiiolata VEmilio^ ovvero dell* Educa' 
zione di J, J. Rousseau — Venezia, Graziosi, 1765, 

(3) V. Bibliografia. 

L'allievo della natura attribuito a J, % Rousseau^ in addietro cittadino di Ginevra^ 
dalla francese nell* italiana favella fedelmente tradotto da Polite Eudemone (Frane. 
Scacemi). Laida [Venezia] xy/o, non è opera del Rousseau ma di tal Guibert de Beau- 
rieu (v. Melzi, Ann. e Pseud.) 



-as- 
tori che veramente segnarono qualche nuova impronta 
nella storia di questo componimento, quanti altri romanzi 
francesi di minore o di nessun pregio furon tradotti in 
Italia per tutto il settecento ! Troppo lungo sarebbe l'e- 
lenco, a volerli tutti annoverare. Ricordo de' meno ignoti 
La storia d'Ippolito di Mad. D'Aulnoy, uscita nel '21, 
tradotta nel '35, la Nuova Marianna dell'Abate Lambert 
uscita nel '40 e tradotta nel '52, il Matrimonio per forza 
di Mad. de Tencin (1754), iM&rza Nadir àiéì La Morlier 
(1752), La sventurata Castelli del D'OrvUle (1770), la Ce- 
lianna di Mad. Benoist (1771), la Nuova Ernestina del 
La Rochelle (1778), la Gèlide di Mad.^« De la Motte 
(1778) e le Memorie di Ginlia del Dacier (1788): romanzi 
lagrimosi, derivazioni della Nuova Eloisa, che sembrano 
tutti scritti a difesa dei diritti del cuore, a mostrare 
e l'imperioso bisogno delle anime tenere >,^^) il bisogno 
d'amare; poi ancora vecchi romanzi d'avventura, come 
le Memorie del marchese d'Astorgo del La Foix (1778), 
le Avventure d'una Dama e d'un Abbate del RebouUet 
(1782), VAvventuriere olandese dell'Heinsius (1768); poi 
romanzi satirici, grassocci o sconciamente licenziosi 
come quelV Avventuriere francese del Le Suire che Ga- 
spare Gozzi tradusse (1750), come una Nuova Luna di 
cui ignoro l'autore, tradotta nel 1770, e V Ingrata moglie 
del Fontanelle tradotta nel 72. 

Grande fama godè tra i minori Maria Giovanna 
Riccoboni, francese di nascita ma sposa ad un italiano, 
Antonio Francesco Riccoboni valente comico e comme- 
diografo, figlio di quei due valentissimi comici nostri 
che andaron famosi coi nomi di Lelio e di Flaminia. 
Per ciò un po' nostra fu ritenuta anche la scrittrice, che 
cominciò a comporre romanzi solo a 43 anni, nel '56, 



(i) Sono parole della Celianna^ Venezia, 1771, p. 15. 



— 39 — 

«ma giunse in tempo a pubblicarne otta, tra Tentusiastica. 
ammirazione dei «contemporanei. 

Le Lettere di Milady Giulietta Catesby sono vera- 
mente graziose. Tutte le lotte, le sofferenze segrete di 
una infelice sposa che, abbandonata dal marito infedele,. 
a lui poi per ^mo-re si ricongiunge, somo in esse de- 
scritte con delicatezza e verità. Vi ha ingegno in 
questa scrittrice, e un acuto spirito d'osservazione, vi- 
vezza, arguzia, brìo. Le Lettere M GiuliMa, apparse a 
Parigi nel '59, tradusse prima il Conte Bortolo Fietta a. 
Venezia nel '78 e poi altri nell'85, rmlPSò, nell'SS. 

Le Lettere ài Elisabetta Sofia M Vallière furon pure 
tradotte più volte (1785-88); e neir85 anche la Storia di 
Miss Jenny ; càie poi nel '91 a Parigi il vecchio Carlo 
Goldoni tornò a tradurre, non so se per bisogno o per 
ispasso. — • La Riccoboni fini come il nostro comme- 
diografo, anch'essa nello squallore della miseria, dopo 
che la rivolu2àone a lei pure tolse quell' annuo sussidia 
che il governò regio le aveva decretato. — La tradu- 
zione del Golflorii fu pubblicata a Venezia solo nel '93,. 
con una Ietterai 'dedicatoria a un ignoto abate, ^'^ dove 
< l'avvocato Carlo > dice che la Storia di Miss Jenny 
« suscitò i suffisagi dell'erudito Cavaliere il Sig. Antonio 
Bollani patrizio veneto; fece piangere l'Egregio Signor 
Lorenzo Vignola segretario regio di questa veneta at- 
tuale ambasciata in Francia, e soavemente penetrò e 
commosse i cuori di tutti quelli che s'interessarono alle 
peripezie della Eroina del libro >. Chiama e sublime » 
il romanzo, ma dichiara di averlo < ristretto e ridotto ^^ 

— Curiosa libertà che allora si prendevano i traduttori! 

— e Ho creduto aumentare il piacere della lettura ap- 
prossimando con un poco più di rapidità, i fatti, le ima- 



(x) La lettera è datata da Parigi, 20 marzo 1791, 



L 



— 40 — 

gini, le riflessioni, ed ho creduto far cosa grata alla 
mia nazione, presentandole una catastrofe degna della 
femmina virtuosa che dopo aver fatto tremare il lettore 
trovasi in grado di consolarlo >. 

La Storia di Miss Jenny è infatti nel testo francese 
•enormemente lunga e noiosa, ben diversa dagli altri 




U Ingrata moglie (traduzione dal francese), Venezia, Bassaglia, 1772. 

«empiici e geniali romanzi della Riccoboni; e il vecchio 
avvocato Carlo, quantunque da pochi anni lontano dalia 
patria, sapeva forse il nostro gusto, poco favorevole o- 
ramai, nel '91, alle lunghe narrazioni d'una volta. 



Ora eran venute di moda, e più si gustavano, le 
rapide storie d'amore, i romanzetti brevi quasi come 



— 41 — 

novelle, intensi, bollenti di passione, tetri come tragedie. 
Nell'ultimo trentennio del secolo XVIII, l'autore predi- 
letto agli italiani, o almeno il più popolare, non fu Gian 
Giacomo, fu un suo seguace ormai dimenticato, l'abate 
Baculard d'Arnaud (1718-1805). La produzione sua è as- 
sai copiosa, dalle famose Prove del sentimento alla Batilde, 




\Z/7 »f»n itSP«W^>« ifrieu^A*r^ rt^^ affina. 



Lucìa e Melania di D'Arnaud (1768), Firenze, stamp. granducale, 1815. 



alla Clary^ alla Bazile^ -dìV Eustasia, al Basilio, Più di 
venti suoi romanzetti dalla Francia si diffusero in Italia, 
ripetutamente tradotti, illustrati, annotati, quasi sempre 
in piccoli e graziosi volumi in sedicesimo, che paiono fatti 
apposta per accompagnar, senza incomodo, le dame e i 
cavalieri, nelle passeggiate romantiche per gli ombrosi 
viali dei giardini all'inglese. 



- 42 - 

Il D'Arnaud inaugurò un nuovo genere, Vaneddoto, 
qualcosa, come ho detto, che sta tra il romanzo e la 
la novella, una narrazione breve di un caso da romanzo, 
una storia semplice e commovente. Egli si compiacque 
di trattar quasi sempre, in ogni suo racconto, una tesi 
morale — in questo, figlio del Rousseau — : mogli tra- 
dite che per bisogno d'amare tradiscono, fanciulle ob- 
bligate dai genitori a sposare colui che non amano, a- 
manti costretti a viver lontano l'una dall'altro, divorzi, 
duelli tra rivali, lente morti per struggimento d'amore: 
ecco i temi preferiti. Anch' egli è un po' filosofo. Un 
editore di Torino, pubblicando nel 1780 un romanzetto 
intitolato Arsan e Giulia^^'^ nella prefazione, dopo aver 
avvertito che un po' eran caduti in disuso i romanzi 
del Fielding, del Richardson, del Prévost e del Mari- 
vaux, notava: e I più recenti scrittori, prendendo di 
mira un pregiudizio o un vizio particolare che si pro- 
pongono di correggere o di mettere in orrore, ovvero 
una particolare virtù di cui voglion fare invogliare i 
loro lettori, vi tesson sopra la loro favola, la quale può 
essere riguardata come un' utilissima lezione di morale, 
che diletta, istruisce e può notabilmente migliorare il 
costume. Tale strada in cui s' è reso immortale l'abate 
D'Arnaud, è stata battuta dall'autore del presente ro- 
manzo. > 

Cosi il D'Arnaud soddisfaceva al gusto filosofico 
di quegli anni, e nello stesso tempo, colla scelta de' suoi 
temi commoventi e pietosi riusciva a soddisfare il gran 
bisogno che pare avesse l'età sua, di sospirare e di pian- 
gere. Ogni sua pagina è un sospiro: un secentista di- 
rebbe che suo inchiostro furon le lagrime. In quegli anni, 
i romanzi chiamavansl e opere di sentimento > ; e quanti 



(i) V. la Bibliografia. 



— 43 — 

contenevano e ohi! > < ohimè! > e o cielo! >. Le ipo- 
condriache lettrici li leggevano tenendo vicina una botti- 
glietta d'acqua di Melissa, L'ozio e i piaceri avean reso 
neurastenico il secolo. Neil' 89, un tal Giovanni Pisani 
da Cento pubblicava a Venezia ''^ un curioso libercolo 
satirico intitolalo Le convulsioni delle signore di hello 
spirito^ dove, fingendosi medico, studia le cause di 
molti mali che soffrivan le dame del tempo suo; e narra 
d'aver a questo scopo sezionato il cervello e il cuore 
di qualche morta. Ebbene, in una cellula del cervello di 
una di esse, che aveva trovato? Aveva trovato « tre 
novelle di Monsieur D'Arnaud francese, tratte dal suo libro 
che ha per titolo Prove del sentimento! >. Quanta effi- 
cacia questo francese abbia esercitato sopra un nostro 
romanziere — il Piazza — , vedremo. 

Il Florian invece, quantunque tradotto, non ebbe 
seguaci. Il Numa volse Antonio Baglioni in prosa ita- 
liana nell'87, e il Padre lucchese Cristoforo Bocella 
in versi nel '92. Nello stesso anno furono tradotte la 
Galatea e VEstella. Ma romanzi pastorali in Italia per 
tutto il settecento non ce ne furono, forse perchè già ne 
avevamo del secolo precedente, e di pastorellerie l'Ar- 
cadia ci aveva sazi. Il prete Le Brun lamentava che 
tra quelle pecore del Florian non ci fosse mai qualche 
lupo, e la stessa Maria Antonietta diceva: « Quand je 
lis Numa^ il me semble que je mange de la soupe au 
lait ». Figurarsi che dovevano sembrare quei romanzi 
agli uomini della rivoluzione! Ma piacquero ai preti, ai 
frati, ai pedagoghi, agli educatori dei giovani. 

E dal secolo morente, fatto più morigerato e tran- 
quillo, fu letto pure, insieme col Florian, il Barthélemy 



(i) Presso il Graziosi. 



— 44 — 

e Bernardin de Saint-Pierre. Il romanzo pastorale, il pe- 
dagogico e l'idilliaco furono naturale e necessaria reazione 
al filosofismo corrotto, al verismo e al naturalismo: cosi 
talvolta ritorna alla fede e rimpiange la semplice vita 
dell'infanzia innocente, chi ha consumato gli anni tra i 
vani tormenti del pensiero e le folli orgie del piacere. 



III. 



Riguardo ai traduttori, alcuno già ho menzionato; 
ma furon moltissimi, quasi tutti peraltro di nessun pregio, 
ignorantissimi non solo della lingua da cui traducevano, 
ma pure dell' italiana. Favini, Sartorio, Filati, Loschi, 
Fietta, Fossati, Fossandoni, Bocella, Gambogi, Pappa- 
fava, Pezzi, Antonini son nomi oramai del tutto ignoti : 
scribacchiatori, acciabattatori volgari, senza grammatica. 
Alcune traduzioni pessime. Ma gli stampatori non cura- 
ravansi di ricorrere a letterati di qualche dignità, purché 
desser fuori romanzi e romanzi a prezzo vile. Il tra- 
duttore della Celianna (Venezia, Zorzi, 1771) non si 
peritava di dichiararsi nella prefazione, digiuno affatto 
di ogni letteratura. < Se la traduzione è imperfetta > 
candidamente avvertiva, e se la lingua è più lombarda 
che tosca non istupiscano i lettori. Uno eh' è nato, alle- 
vato e cresciuto nell'oscurità, non può troppo distin- 
guersi. > E nella traduzione usava le forme verbali ri- 
sponde, scrive, tosse ! I 

Chi non sapeva comporre opere originali, traduceva; 



— 45 — 

per guadagno o per ambizione. Le traduzioni dedicate 
sempre a questo o a quel nobile o ricco protettore; 
spesso a donne, e anche a tutto il bel sesso. Galanti 
anche i traduttori; e spesso le lettere dedicatorie sem- 
bran dichiarazioni d'amore. Neil' 86 un barbaro ignoto, 
data rozza veste italiana alla Catesby della Riccoboni, 
il libercolo dedica A quel Sesso gentile \ la cui beltà 
gradita \ Sempre sarà del mondo anima e vita; e poi, 
dopo aver detto in una lunga lettera, ch'egli ha tra- 
dotto il romanzo per le donne, che sole lo possono com- 
prendere e gustare, e confessato ch'egli è, di età giova- 
nile, che, « oltrepassato il terzo, non arriva pur anco al 
quarto lustro », ed augurato amore a sé ed alle sue let- 
trici, si dichiara « del Bel Sesso Umilissimo adoratore » ! 

Molti romanzi tradusse il Chiari; alcuni Antonio 
Piazza* Non ignoto quel canonico Giulio Monti di Bo- 
logna che tradusse il Gii Blas; <*) il quale romanzo nel 
1870 ritradusse poi un altro letterato non oscuro, Qui- 
rico Viviani. (*> Il Romanzo comico, i Viaggi di Gulliver^ 
i Viaggi di Ciro tradusse un tal Francesco Manzoni, 
veneziano, cui piacque talvolta nascondersi sotto lo 
pseudonimo di Zanino Marsecco. 

Ma tra l'umile schiera de' traduttori, s'incontra pure 
qualche nome noto e caro: Già ho ricordato il Goldoni, 
Carlo Gozzi, e Gaspare Gozzi. Quest'ultimo, il migliore, 
che, anche quando il bisogno lo costrinse a dare affret- 
tatamente veste italiana a qualche libro inglese o fran- 
cese o greco, cercò di far opera men che potesse in- 
degna di quell'arte che onestamente coltivava. La ver- 
sione degli Amori di Dafne e Cloe condusse con garbo ; 
Le Novelle morali e il Belisario del Marmontel, ch'egli 



(i) V. Fahtuzzi, Scrittori Bolognési^ VI, 95. 
(3) V. Biografie del Tipaldo, li, 189 e scg. 



L 



— 45 — 

voltò in italiano, non ci appaion tradotti con quella 
lingua infranciosata che altri usarono. Nelle Donne mi- 
litari^ dove si narra la scoperta di un' isola ignorata in 
mezzo all' oceano e abitata dai discendenti di antichi 
francesi là naufragati nel secolo XIV, avendo l'autore 
francese fatto parlare i presenti abitatori coU'antica 
lingua dei loro padri, il Gozzi pure, traducendo, ebbe 
cura di farli parlare colla lingua e lo stile del nostro 
trecento. 

Ma troppi libri egli dovette tradcrfì-e. Scriveva in 
fretta, povero Conte, facendosi aiutare talvolta dalla 
moglie, dagli amici e, persino, dicesi, dalla fantesca. ^> 
Lo pagavano 6 lire il foglio ! E gli stampatori esige- 
vano le traduzioni in si breve tempo, ch'egli ne re- 
stava umiliato e temeva sempre « di qualche scan- 
dalo >, e non voleva che quelle rozze pagine fossero 
pubblicate col suo nomeJ") 

Tali i traduttori. 



(0 V. MosCHiNi, Letterata veneziana^ II, 293. 

'.a questo proposito le lettere a F. Seghezzi (Vicinale, 19 novembre I740« a a 
! 1741, 28 ottobre 1741) in Opere di G. Gozzi, Venezia, Moliaazi, 1815, XV, pgg. 



(2) V 

■dicembre 

J 16, 317, 354.' 



II. 



l ROMANZI DELL'ABATE CHIARI. (0 



(i) Questo stadio fa già pubblicato a parte in un opuscolo, Bergamo, lat. it. d*Arti 



che, 1900. Qui si ripubblica qua e là mutato e corretto. 



L_ 



j^^fi^O^O^O^l^O^)^)^^ 



Come il Chiari, avverso da prima ai romanzi, s* in- 
dusse POI A COMPORNE. — II SECOLO FILOSOFO. 

1753 — < La Filosofessa italiana > — L'abate 
filosofo. 



Chi ha il merito d'aver fatto rifiorire il romanzo 
in Italia nel secolo XVIII, è, non v'ha dubbio, l'abate 
Chiari. Che scarso valore abbia la sua produzione, 
vedremo ; ma devesi tributare a questo fecondissimo 
scribacchiatore che Carlo Gozzi chiamò e uomo feno- 
meno >, lode d'aver tentato di gareggiar coi francesi e 
di dare all'Italia romanzi originali. 

Nel 1749, egli stesso era ben lontano dal pensare 
che si sarebbe dato a coltivare quel genere di compo- 
nimento letterario. Il suo ingegno agile e bizzarro pareva 
non avesse ancora trovata la sua via; né era sì grande e si 
forte da saperla trovare o aprire da sé; ma assetato di 
gloria ed ambizioso, egli stava sulle vedette, studiando 
il gusto del pubblico, deciso a buttarsi a capo fitto nel- 
l'onda popolare, non appena il popolo gli avesse mani- 



— 50 - 

festato i suoi appetiti, le sue tendenze letterarie. In quel- 
lo stesso anno, in una delle sue Lettere ad una Dama di 
qualità <') scriveva una Difesa della Storia contro i Ro- 
manzi^ mostrandosi persino scortese verso la signora 
che pare gli avesse mandato in dono qualcuno di que' 
libercoli di amena lettura : e Tenetevi, madama, i vostri 




regali, perchè, se non avete che Romanzi da mandarmi, 
vi parlo fuori dei denti, io non so cosa farne. Voglio 
bene che mi teniate per ozioso e poltrone quale d'es- 
sere mi glorio ; ma a segno tale da perdere inutilmente 
il tempo, leggendo simili frascherie, oh qui è dove 
smarrisco la tramontana, e vi dico: Signora, no! > E 



(i) Lettere scelie di varie materie piacevoli^ critiche ed erudite scritte ad una 
Dama di qualità dall' Ab. Pietro Chiari bresciano, Venezia, appresso Angelo Pasi- 
nello, 1749, Voi. II. Altra ediz., Venezia, Bartolomeo Rosselli, 1751. 



-si- 
gili parole di fuoco contro a quei libri male pensati, 
male scritti, corruttori pestilenziali. E in un'altra lettera 
alla stessa dama che lo aveva spronato a scrivere qualche 
piacevole narrazione, rispondeva che non si aspettasse 
romanzi di sorta, perchè, quantunque egli viaggiasse 
continuamente, pure non gli erano ancora occorse av- 
venture degne d'esser narrate, come quelle di Don 
Chisciotte e del Capitano Gulliver. Ma più, perchè ? 
Perchè < il gusto corrente del secolo » non era pei 
Romanzi, ma per le Dissertazioni, le Lettere e i Saggi 
all'uso inglese, < Gran cosa invero > soggiungeva, « che 
oggidì lo studio eziandio soggetto vada a quella tirannia 
della moda cui soggette sono le vesti >. 

Per vero e' non aveva torto; poiché, come già si 
è visto, la fiumana de' romanzi tardò alquanto a dila- 
gare di Francia; e, nel primo quarantennio del secolo, 
pochi romanzi furono letti da noi, e pochissimi com- 
posti. Nel '48 il Chiari aveva speso qualche tempo a 
tradurre o raffazzonare una di quelle ch'ei chiamava 
allora « bamboccerie », U Ussaro italiano^ cioè avventure 
amorose e militari del Conte N, N., un romanzacelo che 
stampò il Pasinelli di Venezia ; ma poi, s'era messo ad 
altre composizioni, persuaso che l'età dei romanzi fosse 
chiusa per sempre. (') 

Nel tempo al quale ci riferiamo, egli era sulla qua- 
rantina. Nato a Brescia nel 1711,^^^ aveva condotto sino 
allora vita alquanto vagabonda. Spirito irrequieto, avea 
prima voluto seguire la carriera dell'armi; poi si era 



(() Della medesima opiaiona si mostra l'autore di un articoletto apparso nelle JVo- 
velU della repubblica letteraria del aa novembre 1748. 

(2) É questa la data precisa, confermata, come dirò poi, dall'atto di nascita. L'U- 
goni, il Moschini, il Lombardi, il Tomm iseo e gli altri pochi che scrissero o toccarono 
del Chiari, la lasciarono incarta. Il Concari nel suo Settecento (Milano, A'allardi, 1900) 
erroneamente segnò il 1720. — Chi finora diede i più ampi cenni della vita del Chiarì 
è il Tommaseo {Biografie del Tipaldo, VII, 218) ; il quale di lui commediografo trattò 
pare a lungo nello scritto P, Chiari^ la letteratura e la moralità del suo tempo. 



- 52 — 

dato alle lettere e, ritiratosi in campagna, si era im- 
merso nei libri. « Indifferente con tutte >, lasciò scritto 
di sé medesimo, « nodrii soltanto qualche amoretto pla- 
tonico, prima colle Muse, poi colla Storia, e colla Filo- 
sofia ultimamente, avendo per la medesima consumate 
in amorosi carteggi qualche risma di carta ». — E di 
cosa non scrisse l'abate Chiari? — Stanco della solitu- 
dine, era tornato in città e vissuto qualche tempo tra i 
Gesuiti; poi, uscitone, non sappiamo come, aveva, nel 
'36 e nel '37, insegnato lettere a Modena. Ma un bel 
giorno di qui l'avean visto partire, forse per un amo* 
retto che lo < aveva ricompensato coli' unghie e coi 
denti »; e allora, proponendosi di non amar più nes- 
suna, era passato a Parma, avea dimorato qualche tempo 
in Imola, e, dopo varie soste in questa o quella città 
di Toscana, si era spinto sino a Napoli. Notizie più 
diffuse ed esatte della sua vita, ei non lasciò; altri \ 

potrà cercare. Sappiamo solo che, intorno al '45, egli 
si ridusse a Venezia e vi rimase quasi tutta la vita. 

Venezia era stata forse il sogno della sua giovinezza. 
Qui lo trasse la fama che la città godeva, di colta, di 
lieta, di ricca. La sua città natale era sotto dominio ve- 
neto, devota a S. Marco. Nel '37, a Modena, egli potè 
conoscere il Goldoni, là recatosi, già in fama di buon 
commediografo, a presentare la moglie ai parenti, e ad 
ossequiare il Duca ; e l'abate, acceso di emulazione, già 
fin d'allora potè ripromettersi di sfidarlo sui teatri di 
Venezia. Chi sa ? Comunque, noi lo troviamo, a mezzo 
il secolo, nella « cara città >, nella e degnevole metro- 
poli d'Italia >, (') e quivi continuare la già cominciata 
serie delle sue innumerevoli e svariate pubblicazioni, 
spinto da smania di eccellere e, più fórse, da povertà. 



(i) Za Turca in cimento^ II, 46. 






/ 



- 53 - 

Giusto in quel torno, egli descriveva se stesso, come 
dotato di < un temperamento misto d'acqua e di zolfo, 
d'olio e di aceto, di melone e di zucca >; < di sincerità 
soverchia, inopportuna fiducia e troppo buon cuore > ; 
« debole pel sesso donnesco...; come Pròteo mutabile...; 
ora mite, ora pungente...; sempre mordace e satirico; 
d' un' attività intraprendente, e, nelle intraprese sue, di- 
ligente, frettoloso, efficace. > 

Ora, quest'uomo troppo frettoloso era stato nel giu- 
dicar del romanzo. Che questo genere di componimento 
non era morto; ma, solo intorpiditosi alquanto, doveva 
presto rifiorire e spandersi rigogliosamente con rinno- 
novato nutrimento e vesti nuove. Egli che vivea della 
vita del giorno, intento a soddisfare a bisogni e a ten- 
denze letterarie del momento, non potè prevederne la 
prossima risurrezione. 

Ma noi abbiamo già visto corne, poco a poco, le tra- 
duzioni del De Foe, dello Switf, del Marivaux e del 
Prévost si diffusero in Italia. Il pubblico fu conquistato 
e vinto da questi scrittori. A mezzo il secolo, il gusto 
si era già mutato ; non si chiedevano, non si aspetta- 
vano che romanzi. 

Cosi si schiuse un nuovo orizzonte al nostro abate. 
Egli subito intui le esigenze del tempo; capi che, solo scri- 
vendo romanzi, si sarebbe facilmente conquistata quella 
fama di cui andava in cerca. Bisognava mettersi all'o- 
pera. E qui subito ei die prova di avvedutezza grande, 
nello scegliere i mezzi migliori a riscuotere il plauso. 
Quale il tema del suo primo romanzo ? 

Quand' egli si accinse a pensarlo e a scriverlo, 
nel '52, già tutti in Italia — pur non ancora giunto al 
meriggio il sole di Voltaire — si eran messi a filoso- 
fare. Anche le parole hanno una storia ; e « Filosofia > 



L 



1 



— 54 — 

aveva in quel tempo significazione più vasta e più vaga 
di quella che oggi non abbia. Significava tutto quello 
spirito innovatore che distruggeva vecchie teorie, vecchi 
sistemi, e toccava la pratica della vita; tutte quelle idee 
nuove ed ardite che si agitavano nelle fantasie e nelle 
menti rideste ormai ad una vita meno fiacca e servile 
della passata. < Filosofia > era sulla bocca di tutti. O- 
gni più insulsa novità era cosa da filosofo. Filosofo era 
chiamato il gazzettiere che metteva in satira qualche 
vizio del tempo, e colui che insegnava l'arte di vivere 
egoisticamente felice; filosofo colui che derideva i dogmi 
della religione cattolica^ come colui che condannava 
l'uso dei tacchi troppo alti delle signore ; filosofo chi 
proclamava doversi educare e istruire le plebi, come 
chi scriveva un articolo sull'anima delle bestie, o sulla 
maggiore o minore convenienza di dar la mancia ai 
camerieri dei caffè. Anche le donne si eran messe a 
filosofare, cercando farsi più colte, o almeno parere. 
Nel '52 usci per esse a Venezia, una specie di codice 
filosofico chiamato // filosofismo delle belle. Riuscivan 
stucchevoli, pare; e già nel '41 Mattia Doria acerba- 
mente in uno scrìtto, del vezzo nuovo le riprovava (^^ ; 
ma i cicisbei e i zerbini le sopportavano; e ad esse forse 
piaceva metterli cosi a dura prova. Perciò anche le ci- 
tate Lettere scelte di varie materie piacevoli critiche ed 
erudite^ scritte ad una Dama di qimlità, avevano incon- 
trato sommo favore: lettere invero piacevoli, dove il 
Chiari diffonde tutta la sua genialità di scrittore spiri- 
toso, arguto, facile, di pensatore libero, di rivoluzionario 



(i) Doria, Lettere e ragionamenii vari, Perugia, 1741, p. 46. Cfr. pure G. B. Ce- 
rini, P. M, Doria filosofo e pedagogista. Asti, i8<)9, e // Cicisbeismo ritratto da P. M. 
Doria^ in Giorn. stor. della letter, italiana, XXIV, 462. Le donne filosofe furono 
messe in satira dal Baretti nel poemetto La fisica^ dal Bendi nelle Conversazioni ^ dal 
Conte Ottavio Girolamini nel Tempio della follia^ e da altri (v. a questo proposito 
Bertana, U Arcadia nella scienza, Parma, Battei, 1890, e specialmente il Gap. I, pgg. 
15-20. 



— 55 — 

audace. Vi fa osservazioni sagge sulla donna, sull'edu- 
cazione, sull'igiene, sulla superstizione, sul giuoco del 
lotto, e via via su cento altri svariati ssimi argomenti, 
spesso mostrando anche non comune cultura ed erudi- 
zione, e senza annoiare. Non tutto ciò che scrive, come 
di solito, è farina del suo sacco ; ma egli era plagiario 
e raffazzonatore espertissimo ; e le Lettere ebbero in tre 
anni tre edizioni. Nel 1753 il Goldoni pensò di met- 
tere sulla scena codesta società filosofica, e scrisse II 
filosofo inglese^ la cui origine cosi narra nelle sue Me- 
ffiorie:^^^ < Aveva allora grande spaccio in Italia la 
traduzione dello Spettatore inglese^^^^ foglio periodico 
che vedevasi fra le mani di tutti. Le donne, che in quel 
tempo a Venezia non leggevano molto, presero gusto 
per questa lettura e cominciarono a divenire filosofesse. 
In quanto a me, era incantato nel vedere le mie com- 
patriotte ammettere l'istruzione e la critica alla lor toa- 
letta, e composi la comedia.... ». Infine la filosofia era 
a poco a poco penetrata nel romanzo. Al Richardson, 
come già abbiamo visto, era piaciuto intrecciare la 
narrazione dei casi avventurosi di Clarissa, di Pamela, 
di Grandison, con lunghe interminabili e spesso stucche- 
voli considerazioni e prediche morali. Il Prévost aveva 
pur egli un po' contratto quel vizio; il Montesquieu a- 
veva addirittura creato il romanzo filosofico, colle fa- 
mose Lettres persanes (1721), le quali furon tosto seguite 
dalle Lettres péruviennes di Mad."*^ De Graffigny e da 
altre imitazioni. Poi, nel '46, il Voltaire aveva già co- 
minciato la serie dei suoi Contes et Romans. Il romanzo 
filosofico, abbiamo anche osservato, è la negazione del 
romanzo ; e Montesquieu e Voltaire arrestarono l'opera 



(i) Parte II, § XXI. 

(2) Lo Speciaior dcll'Addison. 



— 36 — 

del Prévost; ma, una volta preso Taire, si contìnuo a 
precipitar per la china, e ad offuscare il sole dell'arte 
colle nebbie della filosofia. Gl'Italiani poi esagerarono, 
come spesso, i difetti degli altri, e Qu'on laisse faìre 
les Italiens; ils iront à bride abattue! > scriveva il Vol- 
taire ad un amico. (») 




Lettere scelte del Chiari. Venezia, Rosselli, 1750. 



Ho accennato alla commedia del Goldoni, Il filosofo 
ingleseJ'^ Nello stesso carnevale del '53, il Chiari, già 

(lì V. E. BouvY, Voltaire et V Italie, Paris, 189S, Chap. Vili, e la lunga e notdvole 
recensione che del libro scrìsse il Bertana nel Giorn. storico della letier. italianat XXXIII, 
403 e sg. 

(2) L'azione e l'argomento di es^a non ha nessuna attinenza col romanzo del Prévost, 
Le philoiophe anglais, ou histoire de M. Cleveland (1751-39), che fu tradotto in italiano 
nel 1780 a Venezia. 



- 57 - 

suo competitore, a quella contrappose un'altra commedia, 
Il filosofo veneziano; ma, non soddisfatto, per ingraziarsi 
maggiormente le dame, s' accinse subito ad opera più 
vasta e grandiosa, ad un poderoso romanzo, del quale 
protagonista sarebbe stata una donna. Non era ancora 
spirato l'anno, che il Pasinello pubblicava in tre tomi 
La filosofessa italiana. 

Il romanzo ha forma di autobiografia, come, ve- 
dremo, hanno tutti i romanzi posteriori del Chiari, e 
come voleva la moda. 

La Marchesa N. N., giunta ormai alla fine della 
sua vita avventurosa, scrive le sue memorie, e ci narra 
i più meravigliosi casi che si possano immaginare. Ci 
narra che, appena ebbe lume d'intelligenza, si trovò 
in un monastero d'Avignone, senza sapere chi in quel 
luogo l'avesse tratta, né chi fossero i genitori. La chia- 
mavano Madamigella d'Orville. Passarono parecchi anni, 
finché un giorno, essendo malata e moribonda una sua 
compagna, entrò nel monastero il fratello dì lei, il gio- 
vine Conte di Terme, pel quale improvvisamente e 
pazzamente ella si accese d'amore. Pochi giorni dopo, 
il Conte parte, e la d'Orville, saputo che i genitori la 
volevano far monaca, si decide a seguirlo; riesce con 
inganni a travestirsi da uomo, e fugge dal convento. 
Non ritrova subito l'amante; non importa; ella ne andrà 
in cerca, sacrificandogli la vita intera. La sostanza del 
romanzo consiste appunto in tutte le avventure che 
incontrala d'Orville la quale va in traccia dell'amante, 
sotto vesti mascoline, spacciandosi per un conte Ric- 
ciard. 

Eccola a Lione. Quivi stringe amicizia con un 
certo Sig. D'Arcorre, dal quale si fa donare un cavallo 
e una carrozza; e si avvia verso Parigi. Nel viaggio, 

5 



1 



— 58 — 

mille casi avventurosi accadono, che per brevità non 
dico; quel che importa si è che conosce un Duca, il 
quale prende a volerle bene, e, condottala seco a Parigi, 
la ospita in casa sua e la introduce nella corte di Fon- 
tablò, (cosi scrive l'abate il francese). Praticando la 
società di quei signori, la nostra ragazza, che tiene 
sempre l'abito e il nome del conte Ricciard, viene 
a scoprire che la moglie del Duca tiene segreti rap- 
porti amorosi con un Principe , ed a sua volta il 
Duca ama una certa Dama Cafardo; non solo, ma, per 
uno scambio di lettere, viene a dubitare d'essere nien- 
temeno che la figlia del Duca e della Cafardo, la 
quale, donna scostumata, leggera, e druda del Duca, fa 
V occhiolino proprio a lei, al bel contino Ricciard. Ma 
poco dopo, il Contino, diventato manifestamente troppo 
edotto da quei segreti intrighi, viene all'improvviso 
fatto imprigionare dal Principe che teme non isveli la 
colpa della Duchessa. Resta in prigione non poco, 
finché la Duchessa gli procura la libertà; ma indovinate 
a che scopo! affinchè egli vada a rintracciare una fan- 
ciulla fuggita da qualche tempo da un monastero di A- 
vignone. In tal modo Ricciard è ormai indotta a cre- 
dere di essere certamente figlia del Duca. Ma di quale 
madre? 

Parte da Parigi e viene in Italia, sperando di tro- 
vare a Milano il Conte di Terme che le è stato detto 
trovarsi là coli' esercito. Nuovo viaggio avventuroso, e- 
pisodi d'ogni genere, amori, duelli, ferimenti ecc. Ma a 
Milano il Conte di Terme non c'è più; trova invece 
amici nuovi, e incontra tanti fortunati casi, in grazia 

dei quali essa è creata capo dell'armata francese! 

Così, Generale o Generalessa che dir si voglia, guida 
eserciti, conduce la vita del campo, prende parte alla 
battaglia di Parma contro gli Austriaci, passa per Bo- 



— 59 — 

logna, Brescia, Verona, Venezia, si spinge fino a Roma, 
risale l'Italia e muove di nuovo alla volta di Parigi. Ap- 
pena giunta, viene a sapere che il Conte di Terme tro- 
vasi là prigioniero. Subito riesce a penetrare nel car- 
cere e a liberarlo. Quale gioia! E la gioia si accresce, 
allorché, per nuove strane vicende, improvvisamente 
scopre di essere figlia non già del duca e della Ca- 
fardo, si bene della duchessa e del principe. Ricono- 
sciuti finalmente ì genitori, si stabiliscono le nozze. Ma 
ahimè! esse incontrano impedimenti di ogni sorta. Prima 
il Conte, per uno scatto d'ira innanzi al re, di nuovo è 
fatto prigione per qualche tempo; poi la duchessa madre 
si ammala di parto; poi voci calunniose vengono a tur- 
bare la pace degli amanti. Ricciard è al colmo della 
disperazione, vuole ritirarsi dal mondo e chiudersi in 
un monastero ; ma alla fine, sventate le calunnie, dopo 
un terzo imprigionamento del Conte, e dopo un aborto 
della duchessa, i giovani si sposano e partono per Lione. 
Non finiscono qui la storia e i guai della nostra roman- 
zatrice che finalmente ha deposto gli abiti maschili. Il 
marito è perseguitato da nemici, ed a stento riesce a 
scampare da un veleno segretamente propinatogli ; poi a 
Napoli, dopo pochi anni di pace e di felicità, ammala 
e muore. La contessa rimane vedova con due figliuoli. 
Giovane ancora e bella, è subito circondata da vagheg- 
giatori, tra i quali il marchese di Tivoli che di lei for- 
temente s'innamora. Ella non vuole rompere fede al ce- 
nere di suo marito, e fugge a Parigi presso la madre. 
Ma il marchese la segue, e la vedova fedele abbandona di 
nuovo Parigi. Una notte, in viaggio, è assalita da bri- 
ganti; ma improvvisamente è salvata; da chi? dal mar- 
chese che, pazzo d'amore, le sta dietro a ogni passo. 
Ma ella non cede ancora; offre al marchese per moglie, 
la figlia sua Rosalia, e di nuovp- fugge ad Amsterdam, 



L 



1 



— 60 — 

poi a Londra. Qui si trattiene alcuni anni, finché giunge 
notizia che a Parigi il figlio suo è morto e sua figlia si 
è maritata. Credendo ch'essa si sia sposata al marchese, 
torna in Francia, ma a Calais trova l'amante suo am- 
malato e non ammogliato. Finalmente si muove a pietà 
di lui, e, dietro incitamento di amici e parenti, s'induce 
a sposarlo. 

Tale è la trama del romanzo ; ma il mio breve 
riassunto non può darne un'idea adeguata, tanti e tanto 
intricati sono gl'intrecci in quella v^asta narrazione di 
ben mille pagine, tanti sono gli episodi che nel princi- 
pale racconto sono inseriti, tanti sono i personaggi che 
vi agiscono. Il romanzo anzi acquista unità da tutta una 
serie numerosa di personaggi secondari che appaiono, 
scompaiono per varie vicende, e riappaiono ancora ; e 
quel po' di buono ch'esso contiene, sono pitture vive 
di tipi e macchiette che il Chiari, provvisto di non co- 
mune senso comico, sa immaginare e disegnare con fi- 
nezza e verità. Tra esse mi piace ricordare un abate 
che Ricciard incontra, quando è a capo dell'esercito 
francese, a Bologna, e che poi le è amico fedele per 
tutta la vita ; poiché mi pare di ravvisare in esso l'im- 
magine dello stesso Chiari. A un certo punto, codesto 
abate si scaglia contro il vezzo italiano di leggere i ro- 
manzi tradotti e tenere in non cale gli originali, sol 
perchè le traduzioni costano poco, E altrove è descritto 
quale « persona degna veramente della nostra stima, 
per la sua nascita, per la sua condizione e per le sue 
qualità >, e si dice che < aveva servito in corte d'un 
principe in qualità di suo segretario; ma si era licen- 
ziato qualche tempo avanti, perchè credeva di non po- 
tervi più stare senza suo decoro » : dove forse si allude 
alla Corte di Modena. 



— 61 — 

I protagonisti invece sono figure pallide e scolorite; 
insulsa poi sopra tutti, e spesso grottesca la Marchesa. 
Certamente, per giudicare di codesti romanzi d'avven- 
tura, bisogna tener conto del tempo in cui fiorirono. 
Essi non ci piacciono più, perchè il gusto letterario è 




Le donne militari (trad. dal francese), Venezia, Occhi, 1764. 

mutato; ma anche — non bisogna dimenticarlo, — perchè 
si son mutate le condizioni, i modi, le abitudini della vita 
reale, che, come nei romanzi d'oggi, anche nei romanzi 
d'una volta doveva pur offrire spesso allo scrittore i 
colori, l'ambiente, l'occasione e spesso anche il soggetto 



L 



— 62 - 

del racconto. A noi per esempio, pare una figura strana 
e impossibile quella educanda di un monastero, che si 
veste da uomo, e si spaccia ed è creduta per molti anni 
il Conte Ricciard, ed innamora donne ed è creata capo 
dell'esercito francese. Ma allora l'imaginosa invenzione 
non doveva urtare il senso estetico e direi quasi il senso 
comune, tanto quanto oggi urta a noi. Vestirsi da uomo 
e vivere qualche tempo sotto le spoglie di un imberbe 
ed elegante cavaliere, era già stato costume non raro 
tra le dame del secolo XVII ; ('^ ed anche meno inusi- 
tato fu in quel settecento più effeminato e svenevole 
del secolo precedente. In quel tempo nel quale ai nobili 
incipriati e leziosi non mancava che metter la gonna, ci 
furono — e pare strano — donne che cinser la spada, 
pugnarono in battaglia e ressero stati. Una Signora 
D'Eon per lunghi anni si spacciò per uomo e fu cava- 
liere dell'ordine reale e militare di S. Luigi, capitano 
dei Dragoni, aiutante di campo del maresciallo Conte 
di Broglie, e fu scoperta femmina nel 1777-^^^ Una tal 
Caterina Virzani romana, per otto anni vesti abito da 
uomo, in qualità di servitore. ^3) Non meravigliamoci a- 
dunque più di quanto si convenga, se il nostro abate 
Madamigella d'Orville fece combattere sui campi di 
Modena. Con tutto ciò, bisogna convenire che il Chiari 
non conosce il freno dell'arte, e, una volta preso l'aire, 



(i) V. Giulio Padovani, Due amazzoni del sec, XVI f^ Bologna, Zanichelli, 1895. 
— E. CkRE, Les femmes soldati^ Paris, 1896. — G. B. Marchesi, Per la storia della 
novella Hai atta del Sec. XVII^ Roma, Loescher, 1897, p. 51. 

(2) La vita avveaturosa di questa donna narrò sa documenti il Sig. De La Fortalle, 
in un opuscolo francese, il quale fu tradotto in italiano, a Firenze e a Venezia più 
volte tra il 1777 e li 1779. 11 Casanova la conobbe di persona, e più volte ne parla 
nelle sue Mémoires (lì, 345 ; VI, 356 ; VII, 44). Documenti sulla realtà della Deoa 
legjfonsi anche nel Vaglio, antologia della letter. periodica^ Anno I, N. 48, 1836, che il 
desunse dal Cabinet de lecttire. 

(3) V. « Breve istoria della vita di Caterina Virzani Romana che per otto anni 
vestì abiti da uomo in qualità di servitore ; la quale, douo vari casi, essendo infine re- 
stata uccisa, fu trovata pulcella nella sezione del suo cadavere >, Siena, 1744- Autore del- 
l'opuscolo è Giovanni Bianchi riminese, professore di anatomia. Del fatto e dell'opuscolo 
si discorre in un articolo delle Novelle letterarie del Lanzi, T. V, pag. 693. 



— 63 - 

va e va colla sua sbrigliata fantasia a inventare intrecci 
ed episodi e casi meravigliosi, senza fine. Essi, presi o- 
gnuno per se, potrebbero essere anche verosimili. Ma 
qui sta il suo difetto : non si contenta del poco, e intorno 
ad un personaggio accumula fatti avventurosi non di una, 
ma di cento vite : difetto del resto comune a quasi tutti 
i romanzatori del sei e del settecento, non escluso, in 
qualche libro, lo stesso Prévost. Figli tutti alla fine, e 
discendenti di quei poeti romanzeschi de' secoli prece- 
denti che avevan cantato le gesta dei cavalieri medie- 
vali; tardi nepoti del fantasioso, dell'inesauribile cantore 
d'Orlando. Sono mutati gli abiti e un poco i sentimenti; 
all'elmo chiomato si è sostituita la parrucca; agli arditi 
e forti cavalieri dal valido braccio sono successi i cosi 
detti e spiriti forti >; ma in fondo si ripete la medesima 
vicenda di avventure, fughe, rapimenti, travestimenti, 
prigionie, burrasche, duelli, battaglie. 

E la filosofia? In verità, se il romanzo avesse un 
altro titolo, quasi quasi neppure ci accorgeremmo che 
la Marchesa N. N. sia diversa dalle eroine degli altri 
romanzi del tempo; tanto poco il Chiari la fa filosofare. 
Fuggita dal convento, a Lione essa compera due libri, 
uno francese. La filosofia per le donne^ Y altro inglese. 
L'arte di hen pensare^ i quali ella scrive che < in pochi 
giorni le insegnarono a vivere >; vivere filosoficamente, 
s'intende; che poi non consisteva in altro che consi- 
derare le cose del mondo con serenità e con un poco 

; di scetticismo, cercare di conoscere a fondo gli uomini, 

' fra sempre uso di furberia e di scaltrezza, essere un 

po' corrivi riguardo al cuore ed alla coscienza. Perciò 

i il bel contino Ricciard si mette a leggere le gazzette ed 

a frequentare i caffè, perchè < a colui che sa filosofare 

I alcun poco sulle azioni degli uomini, una bottega di 



- 64 — 

caffè, è una continua comedia ». A Parigi legge il Ro- 
manzo comico dello Scarron. Una sera, durante una 
festa da ballo, sostiene una lunga disputa sul teatro, ne 
biasima « la buffoneria e il mal costume >, e si augura 
che un po' di filosofia informi il teatro e la vita : « Se 
tutto il mondo fosse filosofo > dice, < non sarebbe un 
abisso di pianto, ma a farlo tutto filosofo, non basta 
convertire in iscuola di filosofia il teatro ». Divenuta 
sposa, nel quieto soggiorno di Napoli, ella continua le 
sue considerazioni, e fa più frequenti le sue letture ; 
poi, mortole il marito, la filosofia per lei diventa « Pu- 
nico studio cui vìvoìge lo spirito per metterlo in istato 
di tranquillità, col renderlo indifferente a tutte le cose 
del mondo, senza neppur eccettuarne la morte », studia 
ciutori antichi e moderni, si dedica all' educazione dei 
figliuoli, passa lunghe ore in filosofiche conversazioni 
coll'amico abate, e scrive le sue memorie. E appunta 
l'abate che le strappa di mano il primo volume di esse, 
e, lei renitente, le fa pubblicare sotto il titolo di Filo- 
sofessa italiana. Ella rimane lusingata dal titolo, e ce 
lo spiega : « Quando si dice filosofo, pensano la mag- 
gior parte, che si dica qualche cosa di stravagante e 
di superiore all'umana natura. La filosofia ben intesa, 
non è altro che un amore del vero, di cui è capace 
ognuno, quando voglia ben usare della umana ragione. 
Ogni donna ragionevole nelle sue operazioni può dirsi 
un filosofo ». Questa, — se pure la marchesa opera 
ragionevolmente — è Tunica giustificazione del titolo 
del romanzo ; perchè, oltre a quei pochi accenni alla 
filosofia che ho testé ricordato, non v' è altro nelle 
mille pagine della narrazione, che faccia, come ho detto, 
distinguere la marchesa dalle più comuni eroine. 

Perchè adunque il Chiari volle dare al suo romanzo 
quel nome ? Per lusingare i compratori del libro, in quel 



— b5 — 

tempo in cui la filosofia era di moda ; ed anche forse, 
con un leggiero intendimento satirico. Egli, lo scrittore 
di commedie, mi ha un poco l'aria di canzonare: Il pub- 
blico vuole cibarsi di filosofia, ed egli, sapiente e facile 
cuoco di libri, gliene somministra in abbondanza ; ma 
ride, ma ride. A un certo punto del romanzo, accen- 




da Ballerina onorata del Chiari, Venezia, Pasineìli, 1757. 



nando alle donne filosofe, scriv^e : « Ve ne ha una tra noi 
che si è meritata quel titolo da scherzo; e le durerà fin 
che vive a forza di farsi ridicola. Per aver materia da 
scrivere, va a caccia di avventure; e per trovare delle 
avventure, va sempre a caccia di amanti ». All'abate 
è sfuggita una confessione. Oh, chi mai sarà stata la 
bella filosofa veneziana? E altrove egli fa dire alla 



— 66 — 

Marchesa: « Ripensando che l'ingegnoso romanzo del 
Don Chisciotte era una critica arguta ma misteriosa di 
tutti gli eroi romanzeschi, non meno che di tutti gli 
altri libri di questo genere, mi venne in idea di scri- 
vere le mie avventure sullo stesso modello: Una femina, 
o compagna, o sorella di Don Chisciotte, che contraf- 
facesse ne' suoi avvenimenti quanto si leggeva accaduto 
ad altre donne di cui at)biamo le memorie scritte da 
loro medesime, mi pareva un oggetto assai buono e ri- 
dicolo per un libro di passatempo, in cui, registrando 
le avventure mie, poteva modestamente censurare le 
altrui ». Nelle quali parole è espressa idea per vero 
genialissima e grandiosa. Ma l'abate non ebbe ingegno 
e coraggio di attuarla, o, meglio, non gli fu a ciò favo- 
revole il tempo. Egli credeva morto per sempre il ro- 
manzo, ed esso invece allora appunto rifioriva; credeva 
far opera satirica, e invece fu preso sul serio; egli stesso, 
dopo aver cominciato scherzando, fini col dare al ro- 
manzo, atteggiamento di seria narrazione; forse pensò 
che quello dovesse essere l'ultimo, e invece ne scrisse 
ancora quaranta. Cosi vollero i suoi lettori. 

Comunque, il Chiari non poteva con maggior suc- 
cesso iniziare la carriera sua di romanziere ; che Le 
avventure della Marchesa A\ AL ebbero ben nove edizioni 
e procurarono grande fama all'autore. Ch' egli avesse 
saputo con molto accorgimento conoscere e secondare 
i desideri, i gusti del tempo, è prova il gran numero 
di romanzi, che, dopo il suo, uscirono in Francia e in 
Italia, il protagonista de* quali è, o almeno nel titolo 
fu detto « filosofo ». Al Chiari forse il titolo fu sug- 
gerito dal Philosophe Anglais^ on Histoire de M. Cleveland^ 
il famoso romanzo o ciclo di romanzi, che il Prévost pub- 
blicò tra il 1731 e il '39 e che certamente fu noto presto 
a Venezia ; e forse egli ebbe notizia d' un Philosophe 



- 67 ~ 

Amonreux oti les Mémoires dti Comte de Mommejan del 
March, d' Argens, che usci nel ''ij a Parigi, e di un 
Giverier Philosophe che usci nel 1744. Ma, dopo il '53, 
molto più si accrebbe la schiera dei filosofi. Francesi: 
Les amans philosophes oh le triomphe de la raison di 
Mademoiselle B. (Paris, 1755), La philosophe malgré lui 
di M. Chamberland (Paris, 1760), La Pàisanne philosophe^ 
di Mad. de R. R. (Amsterdam, 1762), Les philosophes 
aventitriers, par M. T. (Paris, 1782), Le philosophe par^ 
venn del Le Suire (Londres, 1787). Tradotti in italiano: 
// Filosofo militare (Venezia^ 1760), Il filosofo viaggiatore 
(Venezia, 1771), Il Filosofo innamorato (Venezia, 1764), 
// Filosofo inglese del Prévost (Venezia, 1780), Le con- 
fessioni di una cortigiana divenuta filosofa (Venezia, 1787); 
italiano : // filosofo veneziano^ o sia la vita di Venanzio 
(Venezia, 1770).(') Devo anche aggiungere che, nel 1778, 
della Filosofessa italiana fu dato un riassunto in quella 
pubblicazione periodica che usciva a Parigi col nome di 
Bibliothèque des Romans^ <*) nella quale si ristampavano, 
o si traducevano o sunteggiavano i principali romanzi 
d' Europa, antichi e moderni. 

Nella Bibliothèque non furono risparmiate acerbe 
critiche al romanziere. < Ce titre >, vi si dice tra l'altro, 
« que M. l'Abbé Chiari s' est più à choisir, auroit pu 
sana doute indiquer un Roman très intéressant. Un 
Auteur, homme d' esprit et Philosophe, auroit pu y faire 
entrer des lecons importantes et propres à guider les 
jeunes personnes qui entrent dans le monde ; mais les 



(e) Sotto il nome di qaesto Ant. Bianchi gondoliere, passano altre opere: drammi, 
commedie, poemi (v. Melzi, Anon, e Pseud.^ I, 130I. Il P. Merati, nei Zibaldoni, crede 
autore di quelle opare il doge Pietro Grimani di cui il Bianchi era gondoliere. Altri ne 
crede autore il C. Jacopo Antonio Sanvitale. Anche l'Ab. G. Antonio Costantini, in una 
sua Lettera apologetica nega il Bianchi abbia scrìtto quanto a lui si attribuisce. Il Ci- 
cogna invece {fscriz. venete^ V, 203) ne lo ritiene veramente autore, pur ammettendo 
che ^cuni suoi colti amici, quali il prete A. Menessali, G. Zanetti e forse anche il padron 
suo, il Grimani, gli abbiano ritoccate e corrette le opere. 

(2) Volume del Novembre (p. 161-172). 



-- 68 — 

auteurs médiocres en Italie, comme en France, ont 
plutót trouvé un titre piquant et agréable, qu' ils n' ont 
fait les moyens de le remplir convenablement. M. l'Abbé 
Chiari était dans ce cas-là ». Ma il Chiari, se avesse 
introdotto nel suo romanzo « des lecons importantes 
et propres à guider les jeunes personnes qui entrent 
dans le monde », avrebbe forse compiuta opera anche 
peggiore di quella che fece. Per allora, mirò più che 
ad altro a dilettare ; più tardi poi, in altri scritti, egli 
volle atteggiarsi a vero filosofo, e sputò leggi e sentenze. 
Il Chiari filosofo : ci sarebbe da fare un altro studio 
speciale. <^) L'anno dopo la Filosofessa italiana^ cioè nel 
1754, ei diede alla luce L'uomo^ ovvero Lettere Filosofi- 
che^ ^*^ martellianando (è una parola del Baretti) la ma- 
teria che il Pope aveva trattato neìVEssay on Man. Poco 
dopo, volle dettare in quattro lunghe lettere. La filosofia 
per tutti, ^3) dandosi vanto di saper trattare in versi gli 
argomenti più gravi, e ragionando in martelliani sullV»^- 
tendere, sul giudicare, sul volere, suìV operar e l I più non 
lo pigliavan sul serio, e i nemici suoi — n'ebbe tanti, 
povero abate ! — non cessavano dal pungerlo terribil- 
mente. Quella lingua tagliente del Baretti chiamava l'i- 
mitatore del Pope « barattolo di assafetida che guasta 
e corrompe ogni delicata essenza che vi si mette den- 
tro ». (4) E nel '55, uno spirito mordace e burlone si 
prese il gusto di pubblicare una raccolta di Frammenti 
morali scientifici eruditi e poetici del Sig. Abbate Pietro 
Chiari, tratti dalle sue dodici epistole martelliane, ^5) dove 



! 



(i) A lui quale filosofo, accenna il Bertana in L^ Arcadia nella scienza^ Parma^ 
Battei, 1890, pagg. 167-68. 

(2) Venezia, Bettinelli; nel 1758 uscì una seconda edizione. 

(3) Venezia, Pasinelli, 1755 e '61. 

(4) Ftusia letieraria, N. XX. 

(5) Eliopoli, 1753. Autore dell* opuscolo fu Pietro Verri, aiutato in ciò da un tal 
G. Rinaldo Carli. 



— 69 — 

son messi in bella mostra tutti i pensieri peregrini e le 
gemme del nostro Bresciano, e con arte maligna sono 
accostati e messi a fronte concetti contradditori i ed op- 
posti ch'egli, troppo frettoloso scrittore, si lasciava uscir 
dalla penna, come questi due versi ad esempio : 

Filosofo vantandosi, si fa trattar da bestia 

{Ftlos, per iuih\ Lettera I, 432), 

Filosofo mi vanto, e la mia stella è questa 

[L^Uonto^ Lettera Dedicatoria); 

donde il compilatore traeva la conclusione sofistica : 
« Chi si vanta filosofo è una bestia >! Carlo Gozzi poi 
non cessò un istante dal tagliargli addosso i panni, da 
quel satirico ingegno ch'egli era. Di spirito conservatore, 
di nobile famiglia, assolutista per eccellenza, nemico e 
spregiatore della plebe, ^^) Carlo non poteva soffrire 
l'abate e tutti i filosofi novatori infranciosati tra i quali 
egli si era schierato. La prima cagione del lungo duello 
letterario che i due combatterono sul teatro, sta appunto 
qui, nella diversità dei principii. La sera del 19 gen- 
naio del 1765, i veneziani accolti nel teatro S. Angelo, 
poterono facilmente riconoscere l'abate filosofo in un 
grottesco personaggio delVAttgellin bel verde^ e ridere 
alle sue spalle. Chi avrebbe detto allora, che nel '72 
Carlo Gozzi si sarebbe indotto anche lui a scrivere una 
Principessa filosofa^ ^^^ un drammaccio dal soggetto dal 
titolo e dalla fattura tutta chiariana ? ! Tale miracolo 
compirono i belli occhi civettuoli della comica Ricci. Il 
Chiari si conservò invece spirito democratico e liberale 
e aperto ad ogni più ardita novità. 



(i) Cfr. Memorie inutili, P. I, C 34 — P. II, C. 47. 
(2) Fa rappresentata la seta dell' 8 di Ottobre. 



- 70 - 

Nel '62, pubblicò // secolo corrente^ dialoghi dì una 
dama col suo cavaliere, ^'^ che sono un inno entusiastico 
alla civiltà del suo tempo ed alle nuove idee politiche 
e sociali che venivan di Francia. Egli è per lo più leg- 
giero, parolaio, agitatore di fumo senza sostanza, è il 
superficiale conversatore dei salotti. Voltairiano, non 
capisce la grandezza della Divina Commedia (p. 43), e 
mostra dare ugual valore cosi alle nuove scoperte della 
chimica e dell'astronomia, come alla migliorata fabbri- 
cazione del cioccolatte ed alla perfezione toccatasi nella 
danza ; ma qua e là dà guizzi di luce : avverte serpeg- 
giare tra i giovani la tendenza al suicidio (I dolori del 
giovane Verter eran già apparsi da nove anni), e fiera- 
mente la combatte e la chiama pazzia (p. 135-60) ; bia- 
sima l'uso del troppo numeroso servidorame (p. 161); 
vuole che non si imprigionino più tra le fasce le gracili 
membra dei bambini (p. 173) ; lamenta l' ignoranza crassa 
dei maestri (p. 176); dubita se l'insegnamento del latino 
sia utile e necessario nelle scuole (p. 178); e via via 
altre idee espone nuove ed ardite. Soltanto nell' 84 pare 
avesse un momento di debolezza e di sconforto, e scrisse 
/ privilegi dell'ignoranza^ <^) chiamando felice solo colui 
che nulla sa, e rinnegando quasi tutto il suo passato di 
pensatore libero : Fatto psicologico non rado, e spiega- 
bile in chi ha già un piede nella tomba. Ma non diva- 
ghiamo più a lungo dal nostro soggetto, e torniamo al 
romanziere. 



(i) Venezia, presso Leonardo e Giammaria F.Ui Bassaglia. 
(2) Venezia, presso Leonardo e Giammaria F.lli Bassaglia. 



— 71 



II. 



1753-1755. — Una trilogia romanzesca di soggetto 

TEATRALE — La PITTURA DEI COSTUMI E LA SATIRA 
NEI ROMANZI DEL ChIARI La GUERRA MOSSA AL- 

l'abate — Suoi rapporti col Casanova. 



Dopo il successo della Filosofessa^ l'abate Chiari si 
diede tutt'uomo a scriver romanzi, e d'allora in poi, fino 
alla morte, non mancò di pubblicarne uno e spesso due 
per anno, con una facilità e fecondità meravigliosa. Nel 
'54 tradusse dal francese // matrimonio per forza di 
mad. De Tencin. E nello stesso anno compose La balle-* 
rina onorata e la Cantairlce per disgrazia^ i quali due 
romanzi insieme colla Commediante in fortuna^ pubbli- 
cato l'anno dopo, costituiscono direi quasi una trilogia 
di soggetto teatrale, in cui l'abate si compiacque dipin- 
gere i tre tipi di virtuose che facevan delirare il pub- 
blico delle platee o, come allor si diceva, dei parterres. 
Il Chiari, autore già di molte commedie, amico di co- 
mici, ballerini e cantanti, e frequentatore assiduo dei 
teatri, mostra ora di conoscere assai bene l' ambiente 
che descrive ; vi si trova come in sua casa. Si può as- 
serire, senza tema di errare, che di quanto narra e de- 
scrive molto trasse dal vero. 

Lo stampatore Pasinelli, pubblicando in due bei 
tomi la Ballerina^ senti il bisogno di manifestare tutto il 
suo fidente entusiasmo ai lettori. Il prezzo del romanzo 
era tenuissimo : « Accogliendosi dal pubblico simili libri 



L. 



con dell'aggradimento e con dell'impazienza, non credo 
che con si poca spesa, possa egli passare le ore oziose 
con più giovamento >. Poi soggiunge : e Era tempo che 
l'Italia nostra, aprisse finalmente gli occhi, per non men- 
dicare dagli stranieri delle opere che contribuiscono per 
si gran modo alla civil società, occupando utilmente gli 




La giuocatricè di lotto del Chiari, Venezia, Martini, 1810. 

oziosi, ed insegnando, alla gioventù specialmente, ad 
essere un po' più ragionevole. Perchè daremo agli ol- 
tramontani la gloria d' inventare, di filosofare, di scri- 
vere, quando già tutto questo V impararon da noi ? ed 
oggi pure, se lo volessimo, seco loro potremmo far da 
maestri ? Quanto a me, risparmiar ponno i librai, la fa- 
tica e la spesa di tante cattive traduzioni di Romanzi 



4 



- 73 - 

francesi, che la massima approvo dell'autore di questo, 
di stampare gli originali italiani, che, quando sieno scritti 
come si deve, saranno sempre più adatti a' nostri co- 
stumi, de' quali in opere somiglianti si desidera veder 
la pittura. Ne' suoi egli trasporta di fatto, quanto trova 
di buono e di meglio ne' romanzi francesi, e il volerli 
tradurre oggidì, non sarebbe che replicare sotto più 
torchi, e sotto titoli differenti la cosa medesima >. Nelle 
quali parole messe in bocca allo stampatore, c'è il pro- 
gramma artìstico ed il metodo di comporre del Chiari : 
abDlire le traduzioni de' romanzi francesi, dettare ro- 
manzi originali italiani e di ambiente italiano ; per rag- 
giungere lo scopo, servirsi del meglio che offrono i ro- 
manzi stranieri. Pare, ed è, contraddizione. Ma, dato il 
genere di romanzo allora *in uso, l'attingere ad altri que- 
sto o quello episodio, in mezzo ai cento casi avventurosi 
dei quali si esigeva fosse infarcito un romanzo, era cosa 
di nessun momento. Cercare perciò le fonti del Chiari, 
sarebbe, oltre che inutile, impossibile. 

Nella Ballerina onorata egli ha fatto progressi, e le 
sue qualità di romanzatore e di narratore meglio si ma- 
nifestano. Egli sa farsi leggere. Di stile facile, piace- 
volmente sentenzioso, ingegnoso sempre nel trovare i 
mezzi per tener vivo l'interesse, è facile immaginare 
come a' suoi tempi facesse fortuna. Qui, ad esempio, 
comincia: « Il mondo è un ingannatore delle sua mas- 
sime, perchè troppo è ingannato da' suoi pregiudizi. 
Egli si forma a suo modo l' idea dell'onore, quando l'o- 
nore c'è sempre dove e' è virtù > ; e, lanciato questo 
aforismo, via via lo svolge con alcune giustissime con- 
siderazioni sull'onore e sui pregiudizi comuni, le quali 
oggi, fatte da Max Nordau, sarebber dette verità nuove 
ed ardite. Una ballerina ! Una donna di teatro ! Oh è 
sinonimo di disonesta. Ma perchè ? Non vi può essere 



- 74 - 

egli qualche ballerina virtuosa ? E cosi il nostro abate 
introduce a parlare una Signora che già ha esercitato 
« quella professione cosi accreditata e fortunata nel 
mondo > ; e da essa i lettori apprenderanno direttamente 
la storia de' suoi casi. « Una ballerina che scrive le 
proprie avventure, e si mette in riga colle Marianne, 
^olle Giannette, colle Figlie di qualità, colle Pamele, 
co' Filosofi inglesi, colle Filosofesse italiane, egli è per 
vero dire un oggetto che allettar può la curiosità degli 
oziosi, non meno che delle persone di spirito >. Credo 
bene, che quello era il tempo in cui le ballerine Mada- 
migella Sallè e Madamigella Camargo, passavano trion- 
fando pei teatri d'Europa. Ancora pochi anni, e il bal- 
lerino Vestris, interrogato quali siano i più grandi uomini 
del suo tempo, risponderà : Fo, Voltaire e Federico II. 
Marianna adunque si trova, bambina, in un' umile 
casetta, presso la madre. Per vivere lavorano da sarta 
da mane a sera, cantando e cianciando, felici della loro 
onesta povertà. Ma un giorno capita nella loro stanzetta 
una ballerina, Rosalina, per commettere un abito. Di- 
scorrendo, e soffermandosi quel giorno e poi anche altre 
volte presso le due donne, naturalmente magnifica la 
sua professione, e, col lucicchio delle sue gemme pre- 
ziose, suscita un turbamento nell'animo della povera Ma- 
rianna, che si mette a fantasticare, a sognare e a non 
aver più pace. La madre che indovina i pensieri della 
figlia, ne la rimprovera, e sempre più amorosamente la 
sorveglia. Ma il lavoro viene a mancare, la miseria batte 
alla porta, e, allorché uno zio di Marianna le scrive in- 
vitandola a Roma, quale cameriera di una principessa, 
la madre, collo strazio nell' anima, s' induce a lasciarla 
partire. Appena giunta a Roma, ella va alla casa che le 
era stata indicata ; ma non trova lo zio. Trova invece 
un giovane signore che le annunzia che ne lo zio né la 



1 



- 75 - 

principessa sono a Roma, e intanto la conduce seco in 
un palazzo sontuoso, la dona di ricchi abiti e di gioielli. 
Chi è costui ? E il Duca di P., del quale lo zio di Ma- 
rianna è il maggiordomo. Per caso la lettera in cui Ma- 
rianna annunziava l'arrivo, è capitata nelle sue mani, 
ed egli, vagheggiando un'avventura amorosa, ha tramato 
P ingannò. Sùbito egli inizia la triste opera di seduzione; 
ma Marianna fieramente resiste ; e, di nascosto, fugge 
dal palazzo. E notte. Ella, che si è lasciata cadere da 
una finestra, si trova in un giardino. Gira qualche tempo 
all' impazzata, qua e là tra le tenebre, finche arriva ad 
un cancello, al di là del quale scorge un cocchio fermo 
sulla via. Poco dopo, voci festose si sentono venir dal 
palazzo. E finita una conversazione; due signore si avan- 
zano dal viale, aprono il cancello e fanno per salire 
sulla carrozza. Marianna allora si presenta loro, s' ingi- 
nocchia a' lor piedi, racconta brevemente i suoi casi, la 
sua fuga, e implora pietà. Le signore l' accolgono nella 
carrozza. Lungo il tragitto Marianna viene a scoprire 
che una delle signore èia moglie del duca seduttore! Ma 
la Duchessa l'accoglie in sua casa. Quivi Marianna ap- 
prende da una cameriera che la sua protettrice non è 
anch'essa che una ballerina. Madamigella Cilene, già 
traditrice di parecchi amanti, ed ora mantenuta del 
Duca. Perciò, vedendo che neppure quella è casa per 
lei, fugge di nuovo, ed esce da Roma. Dopo aver va- 
gato un pezzo per la campagna, trova presso un'osteria 
un cavallo e una « sedia », senza custodia. Vi monta 
sopra come fosse cosa sua (oh la ballerina onorata!), 
e spinge il cavallo a gran corsa. S'imbatte in un gio- 
vanetto mendico, il quale, interrogato, si palesa per 
certo Renato, napoletano, fuggito dalla casa sua, dopo 
aver derubato il padre, ma ora privo di danaro e pen- 
tito della sua colpa. Ecco fatto : « Sali sulla mia sedia » 



L 



1 



- 76 - 

gli dice Marianna, « e andiamo a Napoli ». Qui final- 
mente la giovine può soddisfare il suo tanto a lungo 
vagheggiato desiderio. Perchè il padre di Renato è 
maestro di ballo, ella e Renato studiano l'arte di Ter- 
sicore, e in breve l'apprendono a perfezione. Ed ecco 
Marianna sul palcoscenico, a Napoli, a Roma, a Firenze, 
a Milano, a Torino, a Parigi, in mezzo alle feste, ai 
trionfi, seguita quasi sempre da Renato che 1' ama, ma 
sempre pura, sempre onesta. Finalmente a Parigi trova 
un ricco Marchese che s' innamora di lei; sta per ispo- 
sarlo, quando scopre... che egli non è che suo fratello, 
e che ambedue sono figli naturali di un Duca. Ma- 
rianna sposa allora un Capitano ; si ritira dalle scene e 
vive felice. 

Come romanzo di costumi, questa Ballerina è no- 
tevole assai: poiché esso ci offre una viva pittura del 
teatro e dell'avventurosa vita delle danzatrici del secolo 
scorso. A che onori codeste donnette salivano ! Il po- 
polino per esse delirava, e le più nobili famiglie della 
città andavano a gara nell'offrir loro cocchio o portan- 
tina e pranzi sontuosi. Dovevan sempre in ogni luogo 
scegliersi quel che si chiamava un protettore^ il quale di 
solito era un vecchio signore cui strappa van quanti più 
doni potevano. E di doni venivano colmate abbondan- 
temente e variamente, da orologi a ripetizione, allora 
costosissimi, ad adriennes di seta, fino ad orinali d'ar- 
gento ! Per salvar le apparenze, ognuna conduceva seco 
una donna anziana che chiamavano la mamma. Ma sul 
palcoscenico permessa ogni sguaiataggine e licenza. Il 
mL'stiere lucrosissimo, si che i genitori avviavano i figli 
a tale arte per ispeculazione. Gli impresari, oltre alla rap- 
presentazione in teatro, chiedono, spesso esigono dalla 
ballerina l'amore. I corteggiatori decidono degli applausi 
e de' fischi, comprando a ciò la plebaglia delle logge. 



- 77 - 

E la gelosia degli amanti arriva a prezzolare chi fe- 
risca o deturpi con isfregio di pugnale il bel volto o il 
bel seno invidiato. Le ballerine italiane ricercatissime a 
Parigi, come le parigine in Italia. Vita sontuosa ; abiti 
sfarzosi ; conversazioni licenziose : In generale, quei co- 
stumi e quella vita che si svolge pressapoco anche 
intorno a certe dansenses d'oggidì ; ma allora più spu- 
doratamente forse manifesta. 

Del resto, Marianna è figura simile a tutte le altre 
eroine del Chiari. Onorata fino a un certo punto : offre 
la verginità del suo corpo allo sposo, ma 1' anima ha 
impura; ha abbandonato la madre, ha tradito lo zio, 
ha rubato denaro e un cavallo e una sedia ; è passata 
per vari amori né profondi né nobili; ha respirato per 
lungo tempo un'aria guasta da molta putredine. Ma 
anch'essa è filosofa, e legge // filosofismo delle belle; 
astuta, furbacchiona, senza cuore e senza coscienza, 
recita anch' essa una commedia in mezzo a quella so- 
cietà che della vita una commedia faceva. Perciò, in 
questo e negli altri romanzi, il Chiari, come altri scrit- 
tori del settecento, chiama molto spesso il mondo un 
teatro : « Questo nostro gran mondo è un Teatro, dove 
da mille e mille anni addietro mai non si cala il sipario, 
e si cangia scena ogni momento 3. 

Delle quattro parti nelle quali è diviso il romanzo, 
le tre ultime sono grossolana pittura d' ambiente e vi- 
cenda continua di avventure strane, e turbinoso pas- 
saggio di figure e figurine ; ma la prima ha qualche 
delicatezza di trattazione. Come Marianna a poco a 
poco è presa delle parole di Rosalina, è descritto con 
arte ; e poi piace la madre di Marianna, povera vecchia, 
laboriosa, austera, onesta, che piange la figlia quando la 
sa perduta, e, morente, rifiuta con isdegno V oro male 
guadagnato eh' essa le offre : uno dei pochi tipi, in tutti 



I 

L 



- 78 - 

i romanzi del Chiari, delle poche figure di donna ve- 
ramente buona. 

Nella Cantatrice per disgrazia^ al contrario che nella 
Ballerina^ il teatro offre scarsa materia al romanziere ; 
e il romanzo ha quel titolo solo per un episodio, solo 
perchè Giuseppina, la protagonista, per raggiungere l'a- 
mante lontano a Parigi, dotata essendo di bella voce, 
canta per qualche tempo sui teatri, onde guadagnare 
tanto denaro che basti pel viaggio. Il Chiari natural- 
mente non lascia sfuggir l'occasione per narrarci inganni 
di impresari, invidie, gelosie, amori e le solite peripezie 
e scene tutte proprie dell'ambiente teatrale ; ma tutto ciò 
non costituisce la parte principale, né lo scopo del ro- 
manzo. Il quale è d'avventura. 

Giustina, al par di Marianna, non conosce da bam- 
bina i suoi genitori. Fugge dalla casa di contadini dov'è 
ricoverata, e viene in città. Quivi il marchese di Brian- 
ville la seduce e poi improvvisamente l'abbandona. Di- 
venuta madre, si prefigge di rintracciare l'amante; sa- 
puto che è a Parigi, canta, come ho già detto, sui teatri, 
raccoglie denaro, parte, e lo ritrova. E, dopo molte e 
strane vicende, dopo essere stata corteggiata da altri, 
dopo avere per qualche tempo sofferto ingiustamente 
prigionia, dopo aver veduto il marchese fidanzato con 
un'altra e poi dalla fidanzata tradito, dopo aver rico- 
nosciuta la madre sua in una ricca signora di Parigi, dopo 
aver superato una grave malattia, riesce finalmente a 
sposarlo. 

Può darsi, come già notò il Tommaseo, (') che il 
Chiari si sia ispirato alla commedia del Destouches, La 



(f) Op. cit , pig. 279, n. 2 — V. pure 1' art. del Totnrna«oa 03! giornale Memorie 
per servire ali* istoria letteraria, Venezia, Tip. Valvasense, Agosto, 1854, p, 80. 



- 79 - 

force dii naturel^ che svolge un simile soggetto. Ma nel 
romanzo e' è molto di più. Esso piace per la ingegnosa 
concatenazione dei casi, pel ben immaginato intreccio 
di varie fila e per la pittura vivissima di personaggi 
secondari. — Vivissima, ad esempio, quella signora Mi- 
gnard, la simpatica Mignard, la protettrice di Giustina, 
vecchietta stravagante, originale, ma tutta cuore, e che a 
settant'anni ha il debole di credersi giovinetta ancora pia- 
cevole. — Ma soprattutto è notevole nel Chiari quella sua 
bonarietà ciarlona, quella fluidità e facilità grande di scri- 
vere, spesso trasandata troppo nella lingua, ma di stile 
piano e conveniente al carattere autobiografico de' suoi 
romanzi. Perciò quelle sue eroine, pare siano proprio 
esse che scrivono ; cominciano timide, pudibonde, giu- 
rano d'essere veritiere, chiedono scusa al lettore, ne in- 
vocano la pietà, lo commuovono, e cominciano cosi la 
narrazione, dopo essersene con tutti gli artifizi conqui- 
stato l'animo e il cuore. Io mi so ora immaginare qualche 
fanciulla veneziana, seduta presso a un verone, intenta 
alla lettura del romanzo, del bel volume del Pasinelli, 
fregiato di una fine incisione e rilegato cosi con una 
carta fiorata come quello che ora sta sul mio tavolo. 
Ella sospira, trattiene a stento due lacrimette, e tratto 
tratto alza gli occhi e guarda lontano, alla laguna, so- 
gnando tragiche e belle avventure d'amore. Poi su qual- 
che pagina si arresta pensosa, e colP unghia segna nel 
margine qualche memore solco. Sono le sentenze, sono 
i paradossi, sono le osservazioni or acute, or profonde, 
ora spiritose che il Chiari semina prodigalmente ad ogni 
passo, e ci arrestano e ci fanno sorridere o pensare. 
Ad esempio: « Non tutti in questo mondo possono farci 
del bene, ma tutti, chi più chi meno, possono farci del 
male ». — « La riputazione nostra è uno specchio, cui 
non accresce lustro neppure la luce del sole, ma gli 



— 80 — 

toglie lo splendore, lo appanna la polvere più minuta e 
insensibile che voli per l'aria. » — « Un uomo grande 
male in arnese ed oppresso dall'indigenza, è come un 
cavallo di buona razza, condannato a far girare un mu- 
lino ». E ancora : « Le passioni umane son come le 
bestie. Ubbidiscono perchè si accarezzano, ma quando 
sono irritate, incapaci diventano d' ogni riguardo ». — 
« Ci sono delle colpe che vanno quasi del pari col 
pentimento ». — < Se il mondo è vizioso, non bastano 
le colpe altrui per giustificare le nostre >. — « I libri 
dovrebbero essere uno specchio in cui veder dovremmo 
noi medesimi per correggere i nostri difetti, ma sono 
ordinariamente un quadro in cui non vediamo che quegli 
degli altri ». — « La bellezza è un fiore d' una sola 
stagione, che neppur gode il privilegio degli altri fiori, 
d'essere stimata in una stagione non sua ». E potrei di 
tali sentenze presentarvi un mazzo cospicuo. 

Se non che (e le osservazioni che vo facendo per 
questo o per quel romanzo, valgono per tutti), alla fine 
il buon abate viene a noia. Mentre nei primi capitoli, 
nella prima parte dei romanzi, in generale piace anche 
a noi tardi lettori, nelle parti che seguono diventa in- 
vece prolisso e sconnesso, si ripete, fa digressioni so- 
verchie, trae fastidiosamente troppo in lungo la catastrofe, 
la soluzione. Ciò deriva da una evidente smania ch'egli 
aveva di voler dare al pubblico opere sempre grandiose, 
in due, tre, quattro, fino ad otto tomi; poi, da una 
troppo rigida simmetria esteriore, formale, eh' egli vo- 
leva dare costantemente a' suoi romanzi. Ogni tomo è 
diviso in parti, e le parti sono suddivise in articoli (cosi 
egli soleva chiamare i capitoli) e quante parti e quanti 
articoli aveva il primo tomo, altrettanti dovevano avere gli 
altri. Perciò l'abate, scrivendo con tanta fretta che, 
credo, non dovesse aver tempo neppure di rileggere 



- 81 — 

quanto scriveva, e licenziando per la stampa i singoli 
articoli di mano in mano che li componeva, dopo un 
felice cominciamento, si trovò quasi sempre a dover 
stiracchiare, allungare e deturpare la narrazione, per 
raggiungere quella mole e quella simmetria che già dal 
primo tomo aveva iniziata e determinata. Strano artista! 
Ma il Chiarì giammai conobbe la dignità e il freno 
dell' arte. 

Pur con questo difetto e molti altri minori, la Canta- 
irice andò a ruba; ebbe in dodici anni sei edizioni (quanti 
romanzi oggi ne hanno altrettante?) e poi toccò quello 
che era considerato allora il massimo degli onori, cioè 
fu tradotta in francese, e per due volte. La prima tra- 
duzione usci a Parigi nel 1768 col nome di e Adrienne, 
Oli Ics aventures de la Marq, de N. N. >, opera postuma 
di un certo M. De Lagrange di Montpellier, autore di 
commedie e romanzi, traduttore anche di altri romanzi 
dal tedesco e dalP inglese, morto nell'ospedale della ca- 
rità a Parigi, nel 1767. La seconda, non so da chi com- 
piuta, USCI pure a Parigi, nel 1799, serbando il titolo 
italiano La cantatrice par infortune^ oh aventures de M. 
N. N. Oltre a ciò, nella Bibliothèque universelle des Ro- 
iuans (agosto, 1778) fu dato un riassunto del romanzo. 

Intanto l'abate Chiari si era già bene invescato in 
quella famosa guerriglia col Goldoni e con Carlo Gozzi, 
che, in certi momenti, prese proporzioni serie e grandi 
e divise in due campi l'intera popolazione di Venezia.^'^ 
Nel '54 già per la città circolavano componimenti sa- 
tirici in prosa e in versi contro questo e quell'autore 
di commedie. E fu per lunghi anni una lotta accanita 



(r) Tra i molti scritti riferentisi a questa contesa letteraria, vedi specialmente Tom* 
MASEO, op. cit., G. B. Magrini, C. Gozzi e le fiabe ^ Cremona, 1876 — Fero. Galanti, 
C. Goldoni e Venezia nel secolo XVIII, Padova, 1882 — G. Masi, Pref. alle Fiaba di 
C. Gozzi ^ Bologna, 1884. 



- 82 - 

e continua, nei teatri, e nelle piazze. In quelli si vide 
alla Pamela nubile del Goldoni contrapporsi la Pamela 
maritata del Chiari, all' Avventuriere onorato V Avventu- 
riere alla moda^ al Molière il Molière marito geloso^ e 

U A M O R E 
SENZA FORTUNA 

P k^\ ÌÌKHK PORTOGHESE 
Sottra t»ik L«t Mv&esf u A, 

PIBTRQ CHIARI^ 



:^ _!T^^^^f^^ rlriK^ '__^ 




«Sv£ii bla e i^-tt ti ft « if , 



Frontispizio. 



via via al Terenzio il Plauto^ al Filosofo inglese il i^//o- 
5o/o veneziano. Nelle piazze sbraitavano e si azzuffavano 
gli amici dell'uno e dell'altro, con articoli di giornali, 
foglietti volanti, poesie, opuscoli, applausi, fischi e ba- 
stonate. E chi soffiava nel fuoco era l'accademia de' 



L 



— 83 — 

Granelleschi, che si diceva istituita « per far germogliare 
nelle menti della gioventù l'idea dell'ottimo, > CO ma in 
realtà non fu che accolta di bontemponi che volevan ridere 
della zizzania che sapevano seminare. Quel capo ameno 
e quell'ingegno vivace di Carlo Gozzi ebbe il torto — 
in ciò e in altro inferiore a Gaspare — di mettere in 
un fascio Chiari e Goldoni, e di volgere i Granelleschi 
contro « l'andazzo epidemico goldoniano e chiarista > ; 
donde, negli altri più grande la guerra e la contusione. 
Le dame no, rimasero sempre fedeli all'abate; sicché 
un poeta anonimo le pungeva: 

e Le done per el più dal Chiari le legni va : 
Co le lo defendeva, guai chi ghe contradiva : 
Proprio le xe portade a star coi colarini 
e guai chi ghe tocase i so cari abatini >.{») 

Il Goldoni non scriveva romanzi, e il Chiari si, perciò 
delle dame egli era il compagno piacevole, il beniamino, 
non solo nel palchetto del teatro Sant'Angelo, ma anche 
in casa e nella villa, nelle lunghe ore della teletta, nei 
molli pomeriggi d'estate. 

Ed eccolo, infaticabile, al lavoro. 

Non era chiusa ancora la stagione di carnevale del 
1755, che nella stamperia del Pasinelli, posta in Mer- 
canzia alla Scienza, veniva posto in vendita un altro 
romanzo: La Comediante in fortuna. Di due tomi anche 
questo, e, come dichiara lo stesso autore nella lettera 
dedicatoria agli amici, e intrapreso e condotto dentro 
pochi giorni al suo fine ». Penna meravigliosamente fe- 
conda, come vedete, ma tale, egli soggiungeva, e perchè 
animata dall'approvazione benigna di tutta l'Italia che 
la vorrebbe instancabile >. Infatti, quasi contempora- 



(i) Gozzi, Memorie inutili. Parte I, C. XXXIII. 

(2) Cito da ViTT. MAT.AMAXNr, // Settecento a Venezia^ Torino, Roux, 1901. 



- 84 — 

neamente il romanzo veniva stampato anche dal Lan- 
ciani di Napoli. 

Chi ha letto le Memorie inutili di Carlo Gozzi, spe- 
cialmente quel capitolo nel quale si discorre < Dei co- 
mici e delle comiche delV Italia in generale^ riguardo alla 
professione^ riguardo al carattere ed al costume », l'altro 
in cui si fa una < Pittura della compagnia comica del 
Sacchi » e tutti quelli nei quali è narrata l'avventurosa 
storia degli amori della comica Ricci col vecchio Sacchi, 
con lui, Gozzi, e col Gratarol ; può avere una chiara 
idea dell'ambiente che il nostro Bresciano descrive in 
questo romanzo. Non istarò però io a ripetere, desu- 
mendole da esso, le notizie sul teatro che, per altri libri 
vecchi e nuovi, sono già note.^') Dirò solo che il Chiari 
è vivace pittore, perchè, scrivendo di Prime donne^ 
di Innamorati^ di Pantaloni^ di Arlecchini^ di Dottori^ e 
di Capocomici^ scrive certamente cose vedute e vissute. 

< L' Italia era piena di compagnie volanti, che, ricche 
d'un gran capitale di fame, e povere d' ogni abilità e 
d'ogni studio, abusavano della stolidezza del volgo per 
vivere lautamente, a spese degli altri ». Male ordinate; 
ogni comica voleva sostenere le prime parti. Pochissime 
le buone. Eppure sempre i teatri affollati. E gli impre- 
sari arricchivano. Cari i palchetti; ma alle platee si 
entrava per 5, al più 10 soldi. Più applaudito era chi 
più faceva lazzi ridicoli e parlava sguaiato ; donde più 
in onore le ballerine che le comiche. E quelle pagate 
50 zecchini per stagione; queste con ricompense minime, 

< indicibili >. Ma delle une e delle altre pessimo il con- 
cetto, nulla la stima. Il Chiari in questo e in altri ro- 
manzi le difende e tenta nobilitarle. 

Per voler essere breve, neppure vi riassumo le vi- 
ti) V. specialmente Tommaseo, op. cit. 



- 85 - 

cende della buona Rosaura che da ballerina dì corda 
si fa comica, ed a Napoli innamora di sé un giovine 
Conte, per forza distaccata dal quale, è tradita da un 
amico, che glielo fa creder morto, ma poi lo trova, e, 
tutta fidandosi in lui, entra in sua casa come cameriera, 
e ne è cacciata, e torna al teatro, finché il Conte fi- 
nalmente può farla sua sposa. La narrazione é ben 
condotta nel primo volume, a strascico e pizzico nel 
secondo, colla solita incipriatura filosofica, col solito tipo 
di eroina cosi detta onesta, colla solita turbinosa vicenda 
di casi verosimili ed inverosimili (perfino il sonnambu- 
lismo di Rosaura mette il Chiari a profitto), e colla con- 
sueta abbondanza dì macchiette vive. Ricordo la bigotta 
madre del Conte e il capocomico Marbele, intelligente 
e saggio riformatore del Teatro. Ma in Don Cirillo, ar- 
guto e buono, protettore di Rosaura e che in una com- 
media mette in satira i denigratori di lei, io credo che 
il Chiari abbia voluto ritrarre sé stesso ; e in quel pazzo 
pDeta di teatro che Rosaura incontra a Napoli, forse è 
da vedere Marcantonio Zorzi veneziano ; com' è certo 
che nel Sig. Vanesio l'abate ha voluto ritrarre il fami- 
gerato Casanova. 

Gian Giacomo Casanova si trovava infatti a Venezia 
in quell'anno ; e come ebbe a che fare col Chiari, narra 
egli stesso nelle sue Mémoires.^^^ Precedentemente egli 
aveva fatto conoscenza col sunnominato Zorzi « homme 
d'esprit et célèbre dans l'art d'écrire des couplets en 
langue vénitienne. Ambitionnant l' honneur de sacrifier 
à Thalie, Zorzi, qui aimait passionément le théàtre, fit 
une comédie que le public prit la liberté de siffler; mais 
s' étant mis en téte que sa pièce n'était tombée que par 
l'effet des cabales de l'abbé Chiari, poète du théàtre 



(i) Paris, Ganiier, III, 120 e seg. passim. 



L 



- 86 — 

Saint- Ange, il se déclara persécuteur et contempteur de 
toutes les pièces de cet abbé ». Casanova cercò intro- 
dursi in casa del patrizio Zorzi, perchè questi aveva 
una eccellente cuoca ed una bellissima moglie. E, da 
quello scaltro e corrottissimo uomo ch'egli era, vi riusci 
facilmente, lusingando l'ambizione del comediografo, in- 
ducendolo a pagar gente che andasse in teatro a fischiare 
senza misericordia ogni produzione del Chiari, dichia- 
randosi anche lui spregiatore del Chiari, e scrivendo per- 
sino contro l'abate parecchie satire in martelliani, che 
il Zorzi s'affrettava a far stampare e distribuire al pub- 
blico in piazza S. Marco. Oh certe grandi lotte artistiche! 
Cherchez la femme. Al nostro povero Bresciano per- 
tanto non parve vero poter dedicare una pagina del 
suo romanzo a quel bel tomo d' imbroglione e di millan- 
tatore. Bisogna convenire che, questa volta almeno, non 
aveva torto. E vale la pena che io qui riproduca il ri- 
tratto : ^') e C'era tra gli altri — è sempre Rosaura che 
narra — un certo Signor Vanesio di sconosciuta e, per 
quanto dicevasi, non legittima estrazione, ben fatto della 
persona, di colore olivastro, di affettate maniere e di 
franchezza indicibile, che pretendeva di farmi il cicisbeo^ 
ma non aveva il primo principio per essere amabile. Era 
costui uno de' fenomeni dell'atmosfera civile, che non si 
sa come splendano, voglio dire, come facciano a vivere 
e vivere signorilmente, non avendo ne terra al sole, ne 
impieghi, né abilità che loro diano quella onorevole sus- 
sistenza che si deve in essi argomentare dal loro vestito. 
Invasato costui dal fanatismo di cose oltramontane e stra- 
niere, non aveva in bocca che Londra e Parigi, quasi 
che fuori di quelle due illustri metropoli, non ci fosse 
più mondo. Di fatto, egli ci aveva dimorato qualche 



\ 



(i) Loggesi nell'Articolo V della 17 Parte del Romanzo, pag. 130-31. 



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- 87 ~ 

tempo, non so in quale figura, né con quanta fortuna. 
Londra e Parigi dovevan entrare in ogni discorso suo; 
Londra e Parigi eran la norma della sua vita, de' suoi 
abbigliamenti, de' suoi studi, che vale a dire, in una pa- 
rola, delle sue stolidezze. Sempre polito come un Nar- 
ciso, sempre pettoruto e gonfio come un pallone, sempre 
in moto come un mulino, si faceva un'occupazione con- 
tinua di cacciarsi dappertutto, di fare a tutte il galante 
e di adattarsi a tutte quelle circostanze favorevoli che 
gli fornivano qualche mezzo o di far denari o di far 
fortuna in amore. CoU'avaro faceva da alchimista, colle 
belle faceva da poeta, col grande faceva da politico, 
con tutti faceva di tutto, ma non per altro, a giudizio 
degli assennati, che per farsi ridicolo. Volubile come 
quell'aria di cui aveva pieno il cervello, nel breve giro 
di un giorno era amico giurato e nemico implacabile 

della persona medesima » Il ritratto, quantunque pal- 

liduccio, fu subito riconosciuto. E un giorno, proprio il 
25 aprile, il Murray, ministro d' Inghilterra a Venezia, 
< grand amateur de beau sexe, de Baccus, et de la bonne 
clière j, avendo a pranzo in sua casa il Casanova, fe- 
dele compagno di gioco e di orgie, lo avvisò del romanzo 
del Chiari.... « Me demanda si je connaissais un petit (!!) 
roman de l'abbé Chiari qui avait paru à la fin du car- 
naval. Lui ayant dit que non, il m'en fit présent, en 
m'assurant qu' il me ferait plaisir. Il avait raison. C'était 
une satire qui déchirait la coterie de M. Zorzi, dans 
laquelle le pauvre abbé m'avait départi un pauvre róle, 
Je ne Pai lu que quelque temps après; en attendant, je 
le mis dans ma poche >. <*) Nel luglio, crescendo il ru- 
more attorno al suo nome, il Casanova pare leggesse 
finalmente quella pagina e pensasse di vendicarsi del- 



(i) Mémoiresy III, 130. 



— 8S — 

l'abate, e Cet abbé Chiari >, scrive sempre nelle Mé- 
nioires^ con quel suo solito fare di dispregio, « ne valait 
pas mieux que la plupart de ses coafrères, ou méme 
valait encore moins. Je n'avais pas lieu d'étre content 
de lui, et je m'en étais expliqué de facon que M. l'abbé 
qui craignait la bastaunade, se tenait sur ses gardes >. 
Ma il Casanova ahimè ! non sospettava qual bufera gli 
si era addensata sul capo. 

Un bel giorno, « je repus une lettre anonyme dans la- 
quelle on me disait qu'au lieu de penser à faire chàtier 
l'abbé, je ferais beaucoup mieux de penser à moi méme, 
carj'étais menacé d'un malheur imminent >. ^^^ Cosa era 
avvenuto ? Era avvenuto che certo Condulmer, vecchio 
bigotto e libidinoso che pur faceva la corte alla signora 
Zorzi, e si era visto soppiantato dal Casanova, l'aveva 
giurata a morte contro di lui, anche perchè, avendo in 
appalto il teatro Sant'Angelo, dai fischi e dagli insuc- 
cessi che il Casanova aveva procurato alle comedie del 
Chiari, aveva risentito gran danno finanziario. Avendo 
egli pertanto avuto la fortuna di essere nominato Con- 
sigliere di Stato, voleva ora approfittare subito della sua 
condizione per vendicarsi del nemico, e, istigato dal Chiari, 
da Antonio Mocenigo e da altri, stava raccogliendo te- 
stimonianze per imbastire un atto di accusa contro il 
Casanova, quale eretico, quale fattucchiere e perturba- 
tore della pubblica quiete. 

Il Signor Vanesio venne infatti improvvisamente ar- 
restato il 25 luglio del 1755, e condotto ne' Piombi, dove 
rimase 15 mesi, fino a quella sua famosa fuga miraco- 
losa. (2^ Comico e tragico episodio della vita veneziana 
del 700, che svolgesi attorno a una pagina di romanzo, 
e pare un romanzo esso stesso. 



\ 



(i) Idem, ibidem, pag, 178. 

(2) Narrata nel libro III, C. XIX. 



- 89 — 



III. 



1755-60. — < La Giuocatrice di lotto > — « La 
BELLA Pellegrina > — Voltaire, Chiari e Gol- 
doni — « La Francese in Italia > e « L'Uomo 
d'un altro mondo » — Abbozzi di romanzi 
etico-sociali. 

Nello stesso armo che la Commediante in fortuna^ 
pubblicò il Chiari le Memorie del Barone di Trenck; 
l'anno appresso, nel '56, // Poeta; e nel carnevale del '57, 
la Storia di Luigi Mandrino celebre contrabbandiere ; 
de' quali romanzi, il primo traduzione di quella romanzesca 
autobiografia che il famoso barone avventuriere aveva 
poco prima pubblicata in tedesco e in francese; il se- 
condo forse in qualche parte originale ; il terzo pure 
traduzione; tutti lunghissimi e noiosi, e mal scritti. 

Nel Poeta^ pare che il Chiari accenni in qualche luogo 
alla sua fama, e forse nel protagonista volle ritrarre se 
stesso/') come in un tal Griffone avvocato, poeta e cri- 
tico pensò raffigurare il Goldoni. (^) 

Ma poiché baroni, poeti e contrabbandieri non 
gli avevano dato fortuna, il Chiari tornò subito alle 
donne, alle sue eroine predilette. Ed ecco la Giuocatrice 
di lotto, che fu veramente, come scrisse anche il Lom- 
bardi, « uno dei più ricercati e famosi romanzi del 
Chiari >.(3) 



(i) Cap. I, 223 — I^I» »7- 

(2) Cap. Ili, 19. 

(3) Storia della Ietterai, italiana del secolo X Vili ^ Modena, 1829, III, 4x4. 



1 

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— 90 — 

Oh che importava a lui, se il Goldoni, proprio in 
quei giorni, dipingeva e derideva il commediografo ri- 
vale, nascondendolo sotto la veste di Crlsologo, nei 
Malcontenliì II romanziere pigliava la rivincita e di 
nuovo conquistava il suo pubblico ; ed io non dubito 
che nel '57 più trasse guadagni lo stampatore Pasinelli 
dalla Giiiocatrice^ che TOcchi dalla prima traduzione ita- 
liana della Vita e avventure di Robinson CrusoèA^^ Chi 
sa come si sarebbe pavoneggiato 1' abate, se avesse po- 
tuto in quei giorni vedere la traduzione francese del 
suo romanzo, che usci dopo la sua morte, nel 1800, a 
Parigi! (»> 

Ma bisogna convenire che ancora una volta il Chiari 
seppe con mano felicissima scegliere il tema. 

Il Lotto! Narra il Goldoni nelle sue Memorie^ che 
trovò in uso questo giuoco a Genova nel '33, che giuoco 
egli pure, e vinse un ambo di cento doppie. ^3) In quella 
città infatti il giuoco fu primamente istituito. Il 5 aprile 
del '34 fu per la prima volta giocato a Venezia, ^4> su- 
scitando entusiasmi, si che lo stesso Goldoni narra di 
essere stato presente ad una grande luminaria in piazza 
S. Marco, pagata da un tale che al lotto aveva vinto 
una vistosissima somma. E da Venezia si diffuse rapi- 
damente P uso in tutta Italia e fuori, (s) Un certo Rota, 
bergamasco, che visitò Roma nel 1760, lasciò scritto, in 
una descrizione del suo viaggio inedita, della quale al- 
trove ho parlato, ^^^ che i Romani eran fanatici del lotto. 



1 



(x) II romanzo inglese, scritto nel 1719-20, era già noto del resto in Italia per le 
molte traduzioni francesi. 

(2) Col titolo Le Terne à la loierie — v. la Bibliografìa. 

(3) Mémoires, Chap. XXXIX. 

(4) Martixellt, Memorie storiche degli ultimi cinquantanni della Repubblica Ve- 
neta, Venezia, 1854, P- ^06. 

(5) In Austria ed in Francia fu introdotto intorno al '57 per opera d'italiani: i due 
fratelli Calzabigi livornesi e il Casanova (v. A. D'Ancoxa « Federico il Grande e glU- 
ialiani > in Nuova Antologia^ 16 Dicembre, 1901, 631-636). 

(6) G. B. Marchksi, Un viaggio da Bergamo a Roma nel iy6o, in Archivio per 
lo studio delle tradiz. popolari ^ XXI, 5. 



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91 



« Il quale genera anche la conversazione, perchè si uni- 
scono nelle case a combinare le cabale, li sogni, luna- 
zioni, e mille altre superstiziose osservanze, a segno tale 
che, nelli giorni vicini air estrazione, non sentesi altro, 
nelle contrade, nei circoli, che parlare di ponti e di 
giochi >. Il famoso avventuriere Gondar in quel suo libro 
su Naples (1768?) che l'abate Galliani chiamò « terrible 
et sanglant », si scagliò con un capitolo veramente terri- 
bile contro l'abominevole vizio del lotto, in cui i napo- 
letani abbrutivano. <') Insomma il gioco era diventato 
preferita ed emozionante letizia del popolo. Anche le 
dame di Venezia che al Ridotto passa van le notti feb- 
brili tra il faraone e il biribisso, tra la bassetta, il tur- 
chetto e l' àlbore imperiale, non disdegnavano ora di 
tentare la sorte col lotto. (*) Perciò ben grato dovette 
riuscir loro il leggere le avventure della giuocatrice Ma- 
damigella Tolot, pubblicate dal Chiari. 

Madamigella Tolot (notate che il nome è anagramma 
di lotto) narra i suoi casi colla consueta facile penna 
del nostro Bresciano : Rimasta orfana e sola, è accolta 
in casa di Madama Doralice, s' innamora del figlio di 
lei, Valerio, che segretamente la sposa, e dopo molte, 
moltissime peripezie, causate da fiera opposizione della 
suocera, riesce ad unirsi con lui felicemente ! Anche a 
me ora prende prurito di tutta narrare al mio lettore la 
trama del romanzo che (eccettuata V ultima parte, brut- 
tissima) ho letto non senza piacere ; dolendomi quasi 
che il volume ingiallito debba tornare presto nell'oblio. 
Ma una schematica esposizione non basterebbe a mo- 
strare le ingegnose trovate, le curiose sorprese, i com- 



(i) ÀDBMOLI.O, Un avventuriere francese {n Italia^ Bergamo, Arti Grafiche, 1891, 

(2) V. Calcolo sopra t giuochi della Basseiia e del Faraone^ aggiuntovi un Estratto 
diletterà sopra il giuoco pubblico di Venezia [dell* Ab. Giammaria Ortes], Venezia, Pa- 
squali, J757. — Un sonetto satirico &ul lotto scrisse il bresciano Iacopo Mocinì nel Gìok' 
naie poetico, Venezia, 1794, qiiad. IV, 138. 



L 



— 92 — 

plicati intrecci del romanzo. Dirò solo che il lotto è il 
deus ex machina di tutta l'azione, e le perdite e le vincite 
segnano le varie fasi di essa, e la sciolgono alla fine 
felicemente. Un' albergatrice. Sibilla, e due vecchi, Don 
Graziano e Don Astrolabio, sono fanatici cabalisti e 
maestri a Tolot d' interpretare i sogni e di trovare i nu- 
meri buoni. Scrivono libri, invocano spiriti, fanno esor- 
cismi, studiano il moto degli astri, e giocano, ^ocano, 
passando a vicenda dalla miseria alia ricchezza. 

E una satira tutto il romanzo ? Ha esso uno scopo 
morale ? Non mi pare. Esso finisce col trionfo del gioco, 
perchè una vincita fatta da Tolot, di 9000 ducati, è 
quella che le rida l'affetto del marito e della suocera. 
Don Astrolabio, il cabalista, è una saporita macchietta, 
m.i solo una creazione dello spirito comico del Chiari, 
non una caricatura voluta di vizioso. Egli si sforza di 
dimostrare l'armonia dell'universo, con mille ragiona- 
menti sbalorditivi, cerca le prove del suo sistema caba- 
listico < nelle Effemeridi più esatte del Manfredi e del 
Cassini e d'altri celebri matematici del sècolo >, fa mille 
segni sui suoi libracci, fa restare attoniti tutti i semplici 
che gli stanno d'intorno. — < ....Ciò detto. Don Astrolabio 
sputò e guardossi d' intorno, aspettando che noi gli fa- 
cessimo applauso. Grand' uomo ! ripigliò allora madama 
Sibilla, guardandomi in volto. Grand' uomo ! replicò Don 
Graziano, battendogli autorevolmente sopra una spalla ; 
e, grand'uomo! grand'uomo! soggiunsi io medesima, per 
far coro alle voci degli altri >. — La scenetta a noi fa 
ridere, ma nel romanzo no; tutti giocano. Si vede in- 
somma che il Chiari non voleva dispiacere alle sue let- 
trici, quelle alle quali egli stesso aveva, pur celiando, 
insegnato qualche cabala in una di quelle Lettere scelte 
pubblicate nel '50, che parla appunto del lotto : scettico 
del resto, riguardo a ciò, come il buon Goldoni che, nel- 



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— 93 — 

r84, nelle sue Mémoires^ là dove ricorda il lotto di Ge- 
nova, scriveva : « Cette loterie est devenue aujourd' hui 
presque universelle : je me mèle de tout, sans décider 
de rien ; et tàchant de voir le 3 choses du coté de l'opti- 
misme, il me paraìt que la loterie de Génes est un bon 
revenu pour le gouvernement, une occupation pour les 
désouvrés, et une espérance pour les malheureux. > Non 
si parli dunque di romanzo morale ; ma questo merito si 
dia al Chiari, di aver mostrato in questo suo libro una 
delle facce della società in cui visse, di avere intorno 
a un vizio o a un gioco a' suoi tempi comune, imagi- 
nata e svolta una narrazione. Dobbiam dire piuttosto 
che nella Giocatrice di lotto spunta il romanzo sociale ? 

Tolto qualche lampo di genialità, che tratto tratto 
rompe la monotonia delle sue narrazioni e dà l' illusione 
che lo scrittore stia per spiccare voli più alti e tentare 
vie nuove, il Chiari è pressapoco sempre il medesimo 
scrittore, dal suo primo all' ultimo romanzo. L' arte sua 
non segui quasi evoluzione alcuna. Qualche volta un 
tema pare lo animi un poco; gì' inspira qualche conce- 
zione originale, gli detta qualche pagin i bella ; ma su- 
bito subito egli ritorna ad abbandonarsi alla facile cor- 
rente che scende tranquilla e placida tra eguali rive. 
Scriveva per abitudine ; perseguire una ideale forma di 
arte non era af far suo. Pieghevole come un esile fiore, 
dall'odore volgaruccio, il suo ingegno diffuse ampia- 
mente l'olezzo, là dove il vento lo piegò; scrittore-mac- 
china, diede fuori romanzi e romanzi quasi tutti sullo 
stesso stampo, finché il suo pubblico lo fece andare, e 
finche i congegni si frustrarono pel lungo uso. 

Dopo la Giocatrice di lotto^ vedete, la Zingana (1758) 
è un romanzacelo dove il solito tipo di civetta narra le 
solite avventure nei due soliti volumi, fa all'amore come 



L 



1 



- 94 - 

tutte le altre, passa dall' Egitto alla Russia, alla Turchia, 
alla Cina, al Marocco, zingara, corsara, capo di eserciti, 
contessa, principessa, filosofa. Solo in una cosa si di- 
stingue dalle altre : non isposa il povero Conte Wilson 
che, fedele cane, 1' ha segui ti per mari e monti, sino 
agli ultimi confini della terra. Diavolo ! essa esclama : 
< C è forse l'obbligo di qualche legge che tutti gì' in- 
trecci o comici o tragici o storici abbiano da terminare 
con un matrimonio ? > 

Nel '58 il Chiari tradusse dal francese / giorni di 
divertimento di Madama Gomez^ Il soldato ingentilito del 
Maurillon, e la Storia di Tom Jones del Fielding di sulla 
traduzione francese del La Place. E l'anno dopo com- 
pose La bella Pellegrini. Questo differisce alquanto dagli 
altri romanzi nella forma esteriore, poiché è diviso, an- 
ziché in articoli^ in giornate^ fingendo la narratrice di 
narrare di giorno in giorno le sue avventure ad una 
principessa amica sua e protettrice. Il che dà occasione 
al Chiari di aprire variamente i capitoli, con accenni ai 
luoghi o al tempo in cui si finge avvenire la narrazione, 
e con qualche considerazione filosofica. 

Una mattina, ad esempio, la bella narratrice trova 
la principessa che sta e caricando una sua ripetizione 
d'oro di meraviglioso artifizio », e, avendo pure nel 
grembo un cagnolino, sta meditando sul cane e sull'oro- 
logio, e sulla differenza che passa tra l' uno e l' altro, 
tra i congegni della natura e quelli dell' arte ! Ma so- 
prattutto il Chiari si compiace di predicare contro le 
false convenzioni sociali, contro le menzogne della moda. 
E un giorno si scaglia contro le gramaglie e i pianti 
non sinceri, un altro, contro le vesti incomode; oppure 
contro l'uso de' nei, contro l' abuso delle visite, contro 
la costumanza del dormire di giorno, contro il ciocco- 



— 95 — 

latte, contro il tabacco che le signore fiutavano, persin 
contro < coloro che asseriscono che l'amore tolga V ap- 
petito ». No, egli sostiene, non è vero, anzi aguzza la 
fame! Oh quante menzogne, quante commedie in que- 
sta e gran scena del mondo », in questo « teatro del 
mondo > ! 

Eugenia, a dieci anni, si trova in un monastero, 
insieme con molte altre fanciulle, e non sa chi sieno i 
suoi genitori. E vivacissima, irrequieta, bizzarra, non 
può soffrire la clausura cui è costretta, ed aspira a li- 
bertà. Un giorno, presso al cancello del giardino, vede 
un vecchio mendico che le chiede 1' elemosina. Soffer- 
mandosi a parlare un poco con lei, da alcuni indizi egli 
è indotto a sospettare che Eugenia possa essere la figlia 
di un certo conte di Renolf che, sei anni addietro, a 
Pietroburgo, era caduto in disgrazia della corte, ed era 
stato esiliato in Siberia. Eugenia, conosciuto il dubbio 
del vecchio, vieppiù si accende del desiderio di uscire, 
e con lui trama una fuga. Il vecchio una notte penetra 
nel convento, pone nel letto di Eugenia una fanciulla 
a lei somigliantissima, e con Eugenia fugge. Viaggiano 
lungo tempo, fino ai confini della Polonia, e si fermano 
ad una casetta, posta in una landa deserta, solo abitata 
da una vecchia e da un servo, Loeb. Da costoro Eu- 
genia apprende più minutamente la storia de' suoi ge- 
nitori, specialmente di suo padre esiliato per false ac- 
cuse di invidiosi nemici. E rimane così presso i due 
vecchi che le si spacciano come zii. Dopo cinque anni, 
improvvisamente, una notte, la casetta è invasa da una 
schiera di soldati, dai quali i due vecchi sono legati e 
condotti via. La fanciulla, che nascondendosi si è sal- 
vata, rimasta sola, piange, si dispera ; ma poi, metten- 
dosi a visitare e a frugare ogni ripostiglio della casa, 
trova una porticina segreta, l'apre e si trova entro una 



L 



ì 



— 96 - 

spelonca illuminata da una lampada. In mezzo sta una 
figura di mago che subitamente batte il suolo con una 
bacchetta ; scoppia un tuono terribile, tutto pare che 
crolli ; la fanciulla sviene. Quando ritorna in sé, si trova 
vicina al vecchio servo di casa, che la conforta. Visi- 
tando allora l'antro meraviglioso, trova un manoscritto 
dal quale apprende che i due vecchi rapiti sano i suoi 
genitori, ritiratisi in quella casa per scampare alle per- 
secuzioni dei loro nemici; che l'antro non è che un 
congegno meccanico fabbricato dal padre per ìspaven- 
tare chi per caso avesse perlustrato la casa, ed avere 
C031 il tempo di provvedere alla fuga, per un angusto 
andito sotterraneo che da quella grotta conduceva al 
di là di una montagna. Quella notte, colti all' improv- 
viso, i genitori non erano riusciti a salvarsi. Eugenia 
stabilisce allora di andarne in traccia. Parte, ritrova la 
sua nutrice. Eugenia veste sé da pellegrina (donde il ti- 
tolo del romanzo), la nutrice da uomo ; e si avviano 
verso Mosca. 

Avvengono molteplici avventure di viaggio. In una 
osteria, da chi tentava sedurla Eugenia è salvata pei 
coraggio di un valoroso cavaliere ; del quale s'innamora. 
Mi ahimè! costui è un certo barone di Bellifeld, figlio 
di uno dei più acerrimi nemici del conte di Renolf^ 
padre di Eugenia. Ecco il contrasto che dà origine 
a tutto il romanzo. I due giovani si amano, ma non pos- 
sono sposarsi per l'odio antico che divide le due famiglie. 
Non basta. Una notte, in un altro albergo, essendo il 
barone partito, si presenta ad Eugenia un giovane che 
la copre d' improperi e d' insulti, .e 1' accusa d' averlo 
abbandonato. La nostra pellegrina lo fa allontanare. 
Ma poco dopo arriva una carrozza, dalla quale scende 
una giovinetta, e l' insultatore subito si calma, si ricom- 
pone, si rallegra e chiede scusa ad Eugenia, dichiaran- 



— 97 — 

dole di aver preso un equivoco. In che modo ? La nuova 
venuta è nientemeno che la fanciulla messa una volta 
dal vecchio mendico nel monastero, al posto di Eugenia ; 
è sempre stata creduta tale, ed ora è fuggita pur essa 
con un amante, e pur essa si fa chiamare contessina di 
Renolf. Ecco due contessine di Renolf, l' una vera e 
l'altra falsa, e l'una all'altra somigliantissime, e tutte e 
due in cerca dei loro genitori. Potete immaginare quanti 
equivoci d'ora innanzi avvengono per tale somiglianza 
ed omonimia. Cioè no, è difficile poterli immaginare, 
tanti e tanto vari essi sono ! Ma io non voglio ricor- 
darli, e mi accontento solo di farvi noto che, dopo dieci 
e più anni, Eugenia riesce a sposare il barone. 

Ho voluto accennare per altro al tema fondamen- 
tale del romanzo — l'amore contrastato di questi Giu- 
lietta e Romeo del settecento — perchè esso indubbia- 
mente fu suggerito al Chiari dalla commedia del Vol- 
taire, Le café ou V Ecossaise. La data poi del nostro 
romanzo (1759) riesce a fissare definitivamente quella del- 
l' introduzione in Italia dèlia commedia francese; data 
che gli studiosi del Goldoni — ultimo Achille Neri ^') — 
hanno creduto non poter essere anteriore al '61. I fatti 
stanno invece cosi : E vero che la commedia del Vol- 
taire fu per la prima volta rappresentata a Parigi nel- 
l'agosto del 1760, ma si è dimenticato che il Voltaire 
la pubblicò precedentemente a Parigi nei primi mesi 
del 1759, conxe una traduzione di una commedia inglese 
composta da un certo Hume. ^*) Evidentemente il libro 
francese dovette passare subito in Italia. Leggo anzi 
nel Teatro moderno applaudito^ (3) che nello stesso anno 
la commedia fu tradotta in italiano ; ma la traduzione 



(x) nella Rassegna Bibliografica della leiieraiura italiana, VII, 46. 
(«) T. Thédtre compiei de Vollatre^ Lausanne, 1772, T. VI, p. 248. 
(3) Venezia, 1799, T. XXXV, p. 76. 



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non mi è stato possibile trovare. Ad ogni modo, in fran- 
cese o in italiano, il componimento dovette venire a 
conoscenza del Chiari, il quale avendo già forse inco- 
minciato a scrivere Ì2L sua, Pellegrifuij v'introdusse subito 
il soggetto della commedia, facile com'egli era a insac- 
care ne' suoi romanzi quanto gli capitava tra mano. In 
pochi mesi, come di solito, il romanzo era compiuto, 
ed usciva nelP inverno del '59. Poco dopo, nel carno- 
vale del '60, la commedia cominciò a comparire sulle 
scene italiane. Una traduzione, che credo la prima, fatta 
da Gian Giacomo Casanova, fu recitata (non vedo che 
altri ne abbia fatto cenno) a Genova per cinque sere.^'^ 
Contemporaneamente Andrea Nemo mandava al Gol- 
doni un esemplare della commedia francese ; e questi si 
metteva subito a tradurla, modificandola per altro a 
modo suo, ed adattandola al gusto italiano. <*) Nell'au- 
tunno del '61, in tutti e tre i teatri di Venezia, la. Scoz- 
zese veniva rappresentata. Prima apparve un rifacimento 
del Chiari, del titolo stesso del romanzo, L i bella pel- 
legrina^ che, a detta del Chiari stesso, « piacque e per 
più sere riempi un teatro vastissimo >, ^3) e, a detta 
del Goldoni, (*) « si sorresse a stento per tre sere ». 
Poi al San Samuele si rappresentò la Scozzese^ letteral- 
mente tradotta, ma cadde. Finalmente si diede la Scoz- 
zese del Goldoni, che trionfò, (s) Non è qui il luogo di 
esaminare e raffrontare le tre commedie, delle quali la 
migliore è, a parer mio, quella del Chiari, Riguardo al 
romanzo, dirò che in esso non è che una pallida ombra 
della commedia voltairiana. Eccetto il contrasto causato 



(i) Mèmoires, Lib. V, Chap. V. 

(2) Goldoni, Memoriey Part. IT, Cap. XLIV. 

(3) Chiari, Commedie in versi, Venezia. Bettinelli, 1762, T. X, Prefaz. alla Bella 
Pellegrina. 

(4) Loc. cit. 

(5) V. pure Charles Rabany, C. Goldoni et le théàtre et la vie en Italie au 
XVII siècle, Paris, 1896, p. 162. 



— 99 — 

dall' inimicizia tra le due famiglie, tutto è nuovo, o al- 
meno diverso, nella Bella pellegrina^ nuovo il principio, 
nuova l'invenzione delle due Eugenie e dei mille equi- 
voci che ne derivano, nuova anche la soluzione, perchè 
là dove, nella commedia del Voltaire, l'amante di Lin- 
dane è quegli appunto che salva il padre della fanciulla 
e riaccosta cosi le due case prima del matrimonio, nel 
romanzo invece l' inimicizia perdura e non finisce che 
colla morte del padre di Eugenia, dopo la quale sol- 
tanto, il matrimonio è possibile. 

Nuova prova del come il nostro Bresciano sapeva 
da un piccolo seme far nascere una grande pianta fron- 
dosa e svolgere originalmente un tema dato da altri, o 
meglio, fondere ingegnosamente nel grande crogiuolo 
della sua fantasia innumerevoli motivi e scene chi sa da 
quanti e quali libri desunte ! 



Il nome del Chiari intanto correva sulle bocche di 
tutti, ed egli era diventato a Venezia il più popolare 
scrittore di romanzi che mai fosse stato. Il suo spirito, 
la sua arguzia, il suo sereno scetticismo, la sua franca 
bonarietà alla fin fine piacevano. Egli francamente di- 
chiarava: « Questo mondo parlatore ed incontentabile 
m'assegni una pensione annua di qualche migliaio di 
scudi, da mantenermi decorosamente nella mia condi- 
zione, e poi dia legge a suo senno, alla penna mia e 
al mio pensiero, che tenterò ancora l' impossibile a solo 
fine di accontentarlo. Finché io sono nella dura neces- 
sità di trar l'oro dalla sola miniera del mio calamaio, 
non deggio cercar quelle vene che più fruttano con 
minor fatica? I librai oggidì non vendono che romanzi, 
ed io non devo pertanto scrivere che soli romanzi, se 
scrivere voglio de' libri che siano venduti, e convertire 



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— 100 — 

in oro l'angusta miniera a me lasciata in retaggio dalle 
umane vicende ». 

Queste parole egli ardiva mettere in bocca ad un 
abate, nel romanzo, La Francese in Italia^ che usci poco 
dopo la Bella Pellegrini,^ nello stesso anno '59; e non 
v' ha dubbio eh' egli intendeva parlare di sé. Ma anche 
in questo romanzo, pur tra cose viete e farraginose, 
quante pagine piacevoli per vivezza e freschezza di 
narrazione e per arguzia di satira ! Nel primo tomo anzi, 
che si svolge semplice e senza intrecci, il Chiari si 
mostra pure delicato conoscitore di anime, e ci dà un 
saggio di romanzo psicologico. Come la protagonista, 
fanciulla fornita d'ingegno e di spirito al pari di tutte 
le altre figure chiariane, ma, a differenza delle altre, 
brutta di viso, orfana di madre, odiata dalla matrigna, a 
poco a poco si accende d'amore verso il povero Massimo, 
un agente di suo padre ; e come, dopo lunghe soffe- 
renze e contrasti, ella riesce ad essere amata, e come 
col giovane s' induce a fuggire di casa, mi pare vera- 
mente sia narrato con arte non comune ; sicché la prima 
parte della Francese in Italia direi una delle migliori 
cose del Chiari. Quando poi la povera francese, staccata 
per forza da Massimo, prende stanza a Milano, e, per 
vivere, si spaccia per una sarta e crestaia venuta da 
Parigi, allora la comicità e l'umorismo più pungente e 
birichino pervade più d'un capitolo della narrazione. La 
voce si diffonde rapidissima per tutta la città, come 
fosse arrivata una imperatrice ; e le dame mandano a 
prenderla in carrozza, corrono esse stesse alla sua 
casa ; per un nastro, anche per un consiglio, la pagano 
abbondantemente. La francese non sa nulla di mode, 
dà ad intendere quello che le frulla pel capo, ma le 
dame credono tutto, come se ella fosse un oracolo. 
Sarti, calzolai, parrucchieri, sono mandati a lei a chie- 



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dere informazioni sulle mode di Parigi. Ed ella in breve 
diventa la regina e l' arbitra di Milano. Non erano 
più in uso i profumi, ed ella di nuovo li introduce ; 
detta legge intorno ai belletti ; fa allungare le trecce 
alle signore, fa accorciare le code ai cavalieri. Usavano 
le gonne succinte aWeroica, ed ella le abolisce, introdu- 
cendo le vesti < alla Fonci > od « alla Pompadour ». 
Parigi ! Parigi ! Basta ch'ella pronunci quel nome, per 
volgere il mondo a suo talento. 

Parimenti, tutta una satira della civile società è 
L'uomo di un altro mondo^ che usci nel 1760. Il prota- 
gonista, nato in un' isola deserta e sconosciuta in mezzo 
all'Oceano, e perciò semplicemente e ingenuamente edu- 
cato, per varie vicende che sarebbe troppo lungo nar- 
rare, lascia l' isolotto, ed è costretto ad errare molti anni 
pel mondo, visitando tutte le nazioni d'Asia e d'Europa. 
In tal modo, ha occasione di conoscere gli usi ed i co- 
stumi dei COSI detti popoli civili, e tante brutture e fin- 
zioni e inganni gli è dato vedere, che. nauseato, torna, 
con un servo ed alcuni amici, nella sua isola deserta, 
dove ritrova una dama da lungo tempo amata e cercata, 
e fonda un piccolo stato ideale, dove le leggi e le azioni 
degli uomini sono conformi alla verità e alla virtù. 

L'invenzione del romanzo non è punto originale. 
Quell'isola di Utopia eh' è sempre stata l'artistico ri- 
fugio prediletto di tanti sognatori politici e romanzatori 
moralisti, potè essere suggerita al Chiari dai Voyages et 
aventures de Jacques Masse (1710), oppure dagli Effets 
surprenants de la sympathie (1712) del Marivaux, o, 
meglio ancora, dai Viaggi di Gulliver dello Swift, (^^ ro- 
manzi allora conosciutissimi. L' idea di mettere a con- 



(i) Un'isola dove si raccolgono alcuni italiani a condurre vita ideale è pure il teatro 
ove si svolge il lomanzo L'invistbile o stano alcune avventure galanti di Lord Samuel B., 
Venezia, Zorzi, 1767, che credo sia traduzione dal francese. 



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tatto del vecchio mondo civile e corrotto, un^uomo dai 
semplici costumi primitivi, che se ne meravigli e lo 
derida, è, come ognun vede, P idea fondamentale del 
famoso Esploratore turco di G. Paolo Marana (1684) e 
delle più famose Lettres persanes (1721) del Montes- 




L'amore senza fortuna del Chiari, Firenze, Colombani, 1765. 



quieu ; e facilmente si possono trovare nel romanzo 
del Chiari reminiscenze molteplici di scene lette nel 
Robinson Crusoè^ e di tutti quei pensieri filosofici che 
sono seminati in ogni pagina degli scritti del Voltaire. 
L' impasto di tutti questi vari elementi non è neppur fatto 



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— 103 — 

dal nostro Bresciano con molta arte; ma alcuni dettagli, 
alcuni particolari, alcune macchiette, egli sa presentare 
sempre in modo piacevole. Un ciarlatano, ad esempio, che 
« l'uomo d'un altro mondo > incontra a Mosca, è tipo co- 
mico curiosissimo ed indimenticabile. Anch'egli è imbe- 
vuto del più cinico scetticismo, dichiara che tutto è falso, 
e che solo la menzogna trionfa; propone persino al suo 
compagno di viaggio di condurlo in Cina, promettendogli 
di farlo stimare un Dio presso quei popoli ignoranti; gli 
svela l' ipocrisia dei bonzi e dei preti d'ogni religione ; gli 
mostra le ingiustizie sociali. Un giorno, alla fine d' un 
banchetto, si rivolge a' suoi invitati già brilli e disposti 
a dar prova che nel vino sta la verità, e parla loro : 
» Voi, Signor Capitano, che vedeste il fuoco di tante 
battaglie, avete veramente sfidato cosi spesso la morte 
per quella gloria immortale che si vuole esser 1' anima 
della militar professione ? No, amico mio, replicò Tuffi- 
ciale, non sarei andato alla guerra se non mi ci avesse 
trascinato la fame. Qui si rise sonoramente ; e fu do- 
mandato ad un altro : Voi che declamando nel foro an- 
date cotanto, lo fate veramente per zelo e difesa della 
giustizia che vuole a tutti il suo rigorosamente serbato ? 
No, rispose il Curiale, lo fo prima di tutto per accre- 
scere il mio, difendendo quello degli altri, e poco im- 
porta che ragioni non abbiano da difenderlo, purché 
ne abbiano da darmene la mia parte. Si tornò a ridere 
più forte di prima ; e replicando le tazze piene di vino, 
replicarono di mano in mano le curiose domande : se 
il negoziante credeva tali le merci sue e le sue misure, 
quali le spacciava con suo giuramento. Se il medico 
prolungate avrebbe per se medesimo quelle cure che 
per gP infermi più ricchi non mai finivano e per i po- 
veri non si cominciavano mai.... Se fosse insomma tutto 
amor della moglie quello d'uno sposo novello che cer- 



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— 104 - 

cata ne aveva prima di tutto una ricchissima dote; e 
se un vecchio ipocrita s'astenesse colà dove era priva- 
tamente, dal mangiare e dal bere e da tutte le altre 
dolcezze umane sulle quali faceva con gli altri pubbli- 
camente il pedante. Tutti risposero sullo stile dei primi, 
e dicevano purtroppo il vero, perchè non si oppose uno 
solo ; quando s'alzò sghignazzando il ciarlatano da tavola, 
-e a me si rivolse gridando : Tutti adunque impostori, tutti 
ciarlatani, fratelli miei, e al par di me compatibili, per- 
chè il nostro mondo ama perdutamente rimi>ostura; 
vien ella in trionfo posta da chi dovrebbe aborrirla ; e 
chi ad essa non si raccomanda, corre rischio evidente 
di perire nella miseria e d' essere inoltre villaneggiato 
da poltrone e da stolido, o per lo m«no da filosofo, che, 
nello stile del volgo ignorante, vale a dire ancora qual- 
checosa di peggio ». 

Il ciarlatano rappresenta nel romanzo l'uomo scettico 
« corrotto che, pur vedendo e biasimando il male, delle 
male arti si serve per farsi strada. E contrapposta a 
questo mondo in rovina è la piccola repubblica dell' isola 
solitaria, dove l'uomo vive la semplice vita della virtù, 
della giustizia e dell'amore. Tra le leggi del nuovo 
stato ideale, alcune sono puerili e ridicole, come quella 
che abolisce le campane e i tamburi come strumenti 
atti a stordire ; ma molte sono buone e sagge. Scribac- 
chiatore e raffazzonatore, il nostro abate ! Si potrebbe 
anche accusare, come si fece nella Bibliothèqne des Ro- 
ntans, (^) dove Uuomò d'un altro mondo fu riassunto, di 
non aver saputo < tirer de son sujet meilleur parti qu*il 
n'a fait »; ma sta ch'egli tentò, in questa sua opera, 
anche il romanzo filosofico morale. 



(i) Novembre, 1778,. pagg. 136-206, 



105 — 



IV. 



1760-62, — Le lettere critiche del Borga — e La 
Viaggiatrice > — Il Chiari a Brescia — « La 
Veneziana di spirito > e « La Donna che non 

SI TROVA ». 

Narra Gian Giacomo Casanova nelle sue famige- 
rate Memorie^ ^^^ che nel 1760, trovandosi a Livorno, 
s' imbattè in un commediante di nome Giacomo Passano, 
fanatico nemico del Chiari. Egli aveva scritto niente- 
meno che 300 sonetti contro l'abate, raccolti in un vo- 
lume intitolato La Chiareide di Ascanio Pogomos; ognuno 
dei quali finiva con un medesimo e sciocco e volgaris- 
simo insulto che io non ripeto. E andava gironzolando 
per le varie città, leggendo a quanti incontrava i suoi 
sonetti, e cercando invano un editore che gli stampasse 
l'opera, convinto ch'essa avrebbe fatto scoppiar di rabbia 
Tabate. Ma il Casanova, che pure del Chiari, dopo il 
brutto scherzo de' Piombi, < n'avoit pas trouvé l'occa- 
sion de se venger », ormai in tutt' altre faccende affac- 
cendato, non diede ascolto al pazzo poeta. 

L'aneddoto prova a che punto era arrivato il livore 
contro il povero e vanaglorioso Bresciano, il quale a Ve- 
nezia empiva del suo nome e case e teatri, riuscendo 
naturalmente odioso a più d'uno. Fu in special modo 
dopo L'uomo d'un altro mondo^ che le ire scoppiarono, 
ed una tempesta di libelli piovve sul capo di lui. Sopra 



(x) Mémoires, L. V, Ch. VII. 



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— 106 — 

tutto la sua fecondità miracolosa era invidiata. Si pensi 
che, in quel torno, oltre ai due ultimi romanzi che ho 
ricordati, pubblicò il primo volume di un* « opera morale 
piacevole, politica > su La felicità del matrimonio; e 
precisamente dall' aprile al luglio del '61, diede alle 
stampe due volumi di Commedie in versi^ il primo tomo 
delle Poesie liriche e le Riflessioni sopra il Genio e co- 
stami del secolo. Doveva essere una ossessione. 

Un tal Norberto Calmi, milanese, monaco girola- 
mino, in certe Lettere ('^ si scagliava allora contro di lui 
che aveva « meglio pensato alla propria che alla pub- 
blica utilità, nel volere con le sue fantastiche produzioni 
andar a seconda del pravo genio che dominava >, contro 
i romanzi del Mouhy e del Marivaux che venivano dalla 
Francia ad < infangare » T Italia, e che l'abate non si 
peritava di imitare : « Non si vergogna una nazione di 
avvilirsi a segno che divenga anche nelle inezie discepola 
di un'altra della quale fu maestra un tempo nel più 
sodo pensare ? >. 

E Carlo Gozzi che si atteggiava a difensore della pu- 
rezza della lingua e della moralità dell' arte, era — o 
fingeva di esaere — inorridito. Già nel '57 aveva scritto 
la Tartana^ satira che toccava, in parte, il Chiari. Più 
tardi, contro di lui commediografo e poeta, aveva lan- 
ciato / sudori d* Imeneo, Ora mosse di nuovo all'assalto, 
e scrisse i Fogli sopra alcime massime del < Genio e 
costumi del secolo di Pietro Chiari > e contro a' poeti 
Nugnez de* nostri tempi, (*) chiamando 1' abate e i suoi 
seguaci col nome di quel poeta avventuriere di Madrid, 
del quale leggonsi nel Gilblas le gesta curiose. Il Gozzi 
si rivolge all'abate, come ad amico, e mitemente e se- 



(i) Lettere di un vago italiano ad un suo amico ^ Milano, Agnelli, 1760-67, 
T. I, 23-24. 

(2) Venezia, 1761, appresso Paolo Colombani. 



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— 107 — 



renamente in versi e prosa gli parla: Ornai sei insof- 
fribile, o amico ; c'era un po' di buon gusto a Venezia 
e tu r hai guasto ; tu non rispetti più nulla, arte, lingua, 
persone; ti prego, ti scongiuro, lascia la mala via, scrivi 
meno e scrivi meglio, non insozzar tante carte, e so- 
j prattutto 

i 

< lascia i Romanzi, 

Amico Abate, o, come il Damasceno, (i) 

Sante favole inventa, argìn mettendo 

Alle fole lascive eh' oggìmai 

Troppo il mondo hanno guasto.... > 

Ma non era stoffa di S. Giovanni il nostro abate ! 

Nello stesso anno, dovettero giungere a Venezia 
anche due opuscoletti, due Lettere di un tale Anton 
Maria Borga, stampate a Rovereto, (*) pur esse in versi 
e in prosa, dettate contro il Chiari da risentimento per- 
sonale, avendo l'abate in una pubblica conversazione 
chiamato « aborti di poesia » alcune poesie di lui. Lin- 
guaccia terribile codesto Borga, che il Baretti chiamò 
< maldicente e adulatore insieme e bravaccio e vigliacco 
e dissoluto e matto > ! (3) 

La Lettera prima contiene uno sconcio sonetto, al- 



(x) Allude a S. Giovanni Damasceno che, per far fronte a' romanzi lascivi del suo 
tempo, scrisse il romanzetto religioso Storia dei santi Barlaam e Josaphai^ tradotto in 
italiano già dal secolo XVI, ritradotto nel 1734. 

(3) Sono intitolate : Lettera prima di Ani, Maria Borga a un frate ^ in Roveredo, 
a spese della Compagnia, X761, di pagfc. 44 — Lettera seconda di Ant. Maria Borga a 
unprete^ in Roveredo, a spese della Compagnia, 1761, di pagg. 52. 

(3) Baretti, Frusta letteraria. Art. 19. Codesto prete bizzarro meriterebbe uno 
stadio. Nacque a Rasa nel I^ocamese (Canton Ticino); fu prevosto a Lepreano Berga- 
masco ; visse a Milano qualche tempo, dove conobbe il Balestrieri, il Parini, il Villa. Di 
lai tocca il Lombardi, in Storia della lett, del sec, XVIII, HI. Fu accademico Ricover 
iato dì Padova, e pastore Archade. Scrisse: Alcuni versi piacevoli, Amsterdam, X760 — 
Madrigalone, Lucca, 1761 — Rime, Bergamo, 1743 — Amore schernito, poemetto, Ve- 
nezia, X761 — Le due lettere su ricordate, e forse altro. H Lami nelle Novelle letterarie, 
VI, 1745, dà conto dello Rime, Carlo Gozzi inviò a lui U capitolo : Ali* Ab, A. Borga 
Bergamasco, il quale invitò VA. a poetare di nuovo per lo Procurator Angelo Contarini, 
Spirito mordace, maligno, scrittore studiosamente lambiccato. Nel Bollettino ttorìco della 
Svizzera italiana (anno 1880) leggesi un articolo di A. Spinelli intomo alla giovinezza 
di lai (x722>54); ma lo studio, eh' io sappia, non fu continuato. Riguardo alle sue rela- 
zioni col Baretti, v. Piccxoni, Ricerche sul Baretti, Livorno, Giusti, 1899, pagg. 284-85 
in nota, e pag. 317. 



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cune ottave che vorrebbero berteggiare Tabate nascosto 
sotto l'anagramma di Richai Rotepi^ poi alcune pagine 
di insolenze, « Dirà ella forse » conchiude il Borga, 
« che non bisogna alzar la mano a tutte le mosche, 
che io fo male a tirarmi addosso taì brighe e la indi- 
gnazione di un uomo assai caro al popolo e che può 
malmenarmi nelle commedie e nei romanzi e in tante 
altre sue opere ». Ma a me non importa nulla e lo 
sfido ; « s' egli sa dire, io so cantare, e canterò si alto 
che il suo dire non sarà certamente udito. Chi è egli 
quel Reverendo, che ognuno debba tremare a udire il 
suo nome ?» I suoi romanzi sono « scuola di mal co- 
stume, e disonesti ». Nella Lettera seconda, il Chiari è 
chiamato coi più strani nomi: Apollineo Cuoco, Maestro 
Pocosale da Zuccavuota, oppure Giardiniere Febeo, Monsìi 
Piantafrasche da Campoduro, oppure Dottor Eliconio, Ser 
Pocosenno da Testabusa. Don Pietro è noto in tutto il 
mondo. « Ma in que' tanti suoi libri e libracci, v' è an- 
cora il valore intrinseco ? Mai si, Donno, si, concedo 
che il signor D. Pietro è un cervellone di dodici carati, 
concedo. Madie ! madiò ! che pappolate da pappolardi 
sono mai quei tanti suoi romanzi! Maneggia gli affetti 
con arte si tenera, gli accidenti, le sorprese, i colloqui 
sono così patetici, geniali, amorosi, fervidi e maliziosetti 
anzi che no^ che ponno chiamarsi benissimo erudite 
scuole per gl'innocenti fanciulli, deliziosissime conver- 
sazioni pei giovani fervidi, soavissimi cibi per gli uomini 
di buon gusto e vaneggiamenti dolcissimi, estasi, ratti e 
deliqui pei vecchi volonterosi ». Don Pietro a Venezia 
è adorato e può scrivere liberamente tutto quanto vuole; 
ma egli è un corruttore. E « scrive in lombardo,.... 
scrive senza scrupoli, a penna corrente,..,, non cerca, 
non curasi di piacere a pochi, ma sibbene al pubblico, 
perchè dal pubblico riscuote, oltre gli applausi, gli ev- 



- 109 — 

viva e il picchiar delle mani, assai pagnotta, assai vino 
e assai camangiare ». 

A tutte codeste paternali rispore T abate col pub- 
blicare un altro romanzo ; mostrando cosi in qual conto 
i critici teneva. Ancora una volta, francamente dichiarò 
in una lettera ai lettori : « La mia inclinazione ai Ro- 
manzi deriva dall' utilità che ci trovo, in un secolo in 
cui si vuole divertirsi leggendo con poca spesa, ed im- 
parare divertendosi con poca fatica ». 

Il romanzo è La viaggiatrice; e narra le avventure 
di una tale Emilia Baroni, siciliana, che è amata da un 
giovane il quale uccide in duello il padre di lei, lo fugge, 
e, dopo infinite prove di amore costante, mossa a com- 
. passione, lo sposa. Questa volta il Chiari usa una forma 
j nuova, la epistolare, immaginando che in una serie di 
lettere a lui indirizzate da Torino, da Parigi, da Genova, 
da Londra, da Vienna e da Milano, Emilia gli narri i 
suoi casi. La forma non infonde per vero vita nuova 
al racconto, il quale, eccetto brevi introduzioni alle let- 
tere, procede come tutti gli altri romanzi autobiografici ; 
ma essa offre, non foss'altro, l'occasione allo scrittore 
di parlare di sé e far le sue lodi. « Voi siete, (egli sì 
fa scrivere) nel bel cielo d' Italia una stella fissa di non 
mediocre grandezza ». Altrove : « So che da mane a 
sera voi menate la vita vostra inchiodato ad un tavolino 
e con alla mano la penna ». E altrove : « Son troppo 
ragionevole per non iscusare le vostre moltissime occu- 
pazioni, anzi arrivo a compiangere la miserabile condi- 
zione a cui tratto tratto vi riduce l'indiscretezza altrui, 
di farvi perdere il tempo vostro così inutilmente. Che 
poca convenienza è mai questa, di tormentarvi ogni 
settimana dell'anno, quasi aveste voi solo 1' appalto di 
tutte le vestizioni monacali, di tutte le nozze, di tutti 



_ 110 — 

gì' ingressi solenni e di tutti alfine i capricci del genere 
umano, perchè abbiate da sciorinare le canzoni e i so- 
netti ad ogni menoma istanza, come se fossero neces- 
sari tributi, e non costassero a voi che battere un piede 
per farli uscire dal vostro cervello ? Giacché sperabile 
non è, come voi dite, la menoma riconoscenza ; giacché 
vago non siete d'una gloria sì frivola; giacché non vi 
viene usata nemmeno la civile attenzione di donarvi una 
stampa delle vostre fatiche. Lasciate queste noiose in- 
combenze a chi sa farsele fruttare non poco, a forza di 
maneggi sottomano e d' intercessioni sforzate ; date ri- 
solutamente una negativa a chicchessia, o date delle 
buone parole a tutti, senza mantenerle a nessuno ». 
Brevi tocchi lumeggianti la vita intima e la coscienza 
dell'abate. 

Ma il romanzo é più farraginoso degli altri ; ecces- 
sivamente e troppo ingarbugliatamente strascicato per 
le lunghe ; sente dello sforzo, della fatica. Nella Biblio- 
thèqne des Romans^ (novembre, 1778) leggesi la stereo- 
tipata osservazione critica : « M. Tabbé auroit sùrement 
pu tirer un parti plus intéressant et plus philosophique 
de son tltre » — notate quel < philosophique », criterio 
artistico del tempo — . E si aggiunge : e mais il ne lui 
étoit pas possible de chargef de plus d' événements, 
d'incidents et de circonstances invraisemblables une aven- 
ture romanesque j. Vero. E però la Viaggiatrice h ^e^no 
di decadenza nella produzione del Chiari. Par quasi 
eh' eì prenda a gabbo critici e lettori. Autocritico, rico- 
nosce egli stesso la convenzionalità e la goffaggine de' 
suoi mezzucci romanzeschi atti a lusingare il volgo de' 
lettori; ma non sa farne a meno. Perciò, ad esempio, la 
protagonista, allorché intraprende la narrazione di un 
viaggio di mare, scrive sfrontatamente : < Sul mare però 
non mancan tempeste, ed in una storia d'avventure don- 



— ni — 

ne^che ci ha da essere la sua burrasca; altrimenti non 
avrebbero credito di belle e stravaganti >. E descrive 
una burrasca. Quella pallida parvenza di sincerità, che 
potevasi scorgere negli altri romanzi, qui è del tutto 
scomparsa. Queste sono pagine scritte per gioco. L'a- 
bate è giunto al colmo del cinismo ; e cinica e spesso 
ripugnante è questa Emila Baroni. E leggera, è scaltra, 
è antipatica, non ha cuore, non ama nessuno ; civetta 
con tutti, non è capace di un sentimento buono. L' idea 
del matrimonio la spaventa ; non può ammettere un af- 
fetto continuato, e scrive : « Qual donna che abbia nel 
tnondo delta vivacità e dello spirito, non conta almeno 
tre o quattro passioni gagliarde nella sua vita, oltre qual- 
che dozzina e qualche centinaia ancora d'amoretti passeg- 
geri volanti per suo trastullo ? > Le piacciono le av- 
venture ; e si domanda « se sia più felice al mondo chi 
non fa nulla, o chi può contare, siccome ella conta, tante 
e si strane vicende >. Dichiara di prender marito < sul 
gujto corrente, più per complimento che per amore,.... 
siccome fanno quasi tutte oggidì senza saperne il per- 
chè >; ma, sposa, non vuol fare <» ciò che fanno le donne 
tutte, che quando hanno preso marito, hanno fatto l'a- 
zione più illustre della loro vita », e si cerca un amante. 
E un mostriciattolo insomma. 

Che avvenne nella vita del Chiari dopo la pubbli- 
cazione della Viaggiatrice^ non sappiamo. L' ultimo ro- 
manzo probabilmente fece aumentare il numero de' suoi 
denigratori; e, d'altra parte, nel teatro la sua fortuna 
declinava. Ch'egli colle sue molte pubblicazioni avesse 
potuto raccogliere qualche danaro onde potersi ritirare 
a vita tranquilla, è probabile. 

Fatto è che, assunta la redazione della Gazzetta ve- 
neta il 7 febbraio del '61, l'abbandonò il 10 marzo del- 



^ 



— 112 — 

l'anno dopo ; e subito lo vediamo lasciare Venezia, e ri- 
fugiarsi nella sua città natale ; proprio nello stesso anno 
nel quale il Goldoni partiva per Parigi. I rivali lascia- 
vano il campo della gara ; e Venezia dovette certo sen- 
tire tristamente la partenza di quei due che avevano 
per tanti anni empita la città del loro nome. In quel- 
l'anno medesimo pubblicavasi a Venezia Uomicida irre- 
prensibile^ primo romanzo di un giovane, Antonio Piazza, 
il quale in breve riuscirà ad oscurare alquanto la fama 
dell'abate bresciano. 

Ma questi, anche nella città natale, non depose la 
penna ; il che prova che ormai lo scrivere era divenuto 
per lui un abito del quale non si sapeva spogliare ; e, 
se veramente egli si era arricchito, prova inoltre ch'ei non 
scrisse proprio soltanto per far danaro, come i più ne lo 
accusarono ed egli stesso ostentava. Nel '62 infatti, diede 
alla luce due nuovi romanzi : La Veneziana di spirito e 
La donna che non si trova. 

Il primo dedicò « alle Nobilissime e Rispettabilissime 
Dame di Brescia >, essendo esso « 1' opera prima d' un 
loro concittadino, dopo tante altre, scritta da lui tra le 
braccia della illustre sua patria ». Omaggio cavalleresco 
e gentile. 

E il romanzo è in ispecial modo scritto per le si- 
gnore, avendo 1' abate con esso cercato di « formare lo 
spirito d'una donna », di scrivere < una specie di filo- 
sofia per lo spìrito delle donne > . Donde un fare, in tutto 
il romanzo, didascalico e sentenzioso, e il nome di mas- 
sima dato a' suoi vari capitoli, perchè in ciascuno ap- 
punto, la protagonista narra i casi della sua vita e le 
arti della sua civetteria, volgendole a dimostrare questa 
o quella massima enunciata all' inizio di ogni capitolo. 
Ad esempio : « Lo spirito della donna dipende più dalla 
sua educazione che dalla natura > — < Il vero spirito 



l 



— 113 — 

non presume del bene e non si avvilisce nel male » — 
< Una donna di spirito sa profittare delle sue debolezze 
medesime > — e Meno spirito ha chi più crede d'a- 
verne > — e Lo spirito umano si raffina col para- 
gone » — « La bellezza e lo spirito rare volte si uni- 
scono nelle persone medesime » — e Gli spiriti più grandi 
sanno umiliarsi senza avvilirsi >, ecc., ecc. E di altre 
massime e precetti intorno al modo di fare all' amore, 
di divertirsi, di comportarsi in società, e intorno a tutte 
le frivole usanze del tempo, è infarcito tutto il romanzo. 
Nel quale, una gara generosa tra due amiche che amano 
il medesimo uomo ; il rimorso di un padre che crede di 
aver sacrificata la figlia, avendola obbligata a sposare 
un vecchio ; 1' amore contrastato di un giovane ; alcune 
pitture della società leggera e nobilesca, e alcuni tipi sin- 
golari son cose con arte graziosa descritte ed esposte, in 
mezzo a molto ciarpame e lungaggini e goffaggini e 
inverosimiglianze d'ogni specie. 

Pure dovette piacere. Ricordo d' aver trovato un 
giorno in uno scaffale dell'Ambrosiana di Milano, questo 
romanzo, manoscritto in nitidi caratteri calligrafici e 
legato in volume, chi sa come e donde là capitato. (^> 
Tanta era la passione pei romanzi che, quantunque ven- 
dibili a tenue prezzo, le donne avevano la pazienza di 
trascriverli. Anche il Casanova in certo passo delle sue 
Memorie^ (*^ narra di aver avuto in dono da una sua 
amante una copia del Filosofo militare^ da lei stessa 
manoscritta. 

Anche La donna che non si trova dovette piacere 
e godere qualche fama, se nel 1789 trovò un Monsieur 
Grainvìlle che la tradusse in francese. ^3) Vi sono note- 



(i) Porta la segnatura dì catalogo C. S. IV, 25, la data del 1765. 

(2) III, 190. 

(3) Col titolo: Aventures d*une sauva^e, écrites par elle-mème, traduites par J. B. 
Grainville, Turin et Paris, Le Roy, 3 voli., 1789. 



— 114 - 

voli i primi e gli ultimi capitoli che spirano una cotale 
patetica sentimentalità, nuova nel Chiari, derivata da 
qualche romanzo inglese, o, meglio forse, dal Rousseau, 
del quale Tanno prima si era pubblicata La nuova Eloisa. 
Nei primi, Quivira, fanciulla nata da una tribù selvaggia 
dell'America settentrionale, narra Tamor suo col giovane 
Deling, e la fuga e le nozze loro nella immensità delle 
foreste vergini, la loro semplice vita primitiva, il loro 
errare nelle lande e nei boschi non tocchi ancora da piede 
umano, e l'affetto per una capra e un cane che, soli 
amici, li accompagnano, e le silenziose notti lunari, e 5 
solenni e misteriosi spettacoli della natura. Negli ultimi 
articoli narra la fine pietosa di una Lucilla che lenta- 
mente si spegne pel dolore d'avere, inconsapevole, spo- 
sato lo spo3o deiramica. Finalmente s' incontra un pai* 
pito, una lagrima, una parola buona, e, a leggere quelle 
pagine, dopo trecento altre che narrano le solite avven- 
ture di amori e di viaggi, ci si allarga il cuore, come 
uscissimo a respirare un po' d'aria sana. Finalmente. E 
il romanzo umano. 

L'abate senti forse nel volto la carezza di quell'aura 
nuova che spirava d'oltre Alpi, ma non ne senti la forza 
innovatrice. Oramai era troppo tardi. Egli era vissuto 
in un'altra vita. L'arte sua stava per rovinare. E non 
se ne accorse. 



J 



— 115 — 



1763-85. — Le frustate del BaRetti e « La Mar- 
fisa BIZZARRA > DI CarLO GozZI — GlI ULTIMI 

romanzi — La morte del Chiari — La sua fama 
— Il stro valore. 

Nel 1763 pubblicò il Chiari U amore senza fortuna, 
ossia memorie d^una donna portoghese scritte da lei me- 
desima^ romanzaccio abborracciato in due tomi, che non 
merita menzione. Un altro romanzo, V Americana ra- 
minga^ cioè memorie di donna Ines di Quebrada, scritte 
da lei medesima^ pure stampato a Venezia in quell'anno, 
il Melzi, nel suo Dizionario delle opere anonime e psen- 
donime^ attribuisce, non so con qual fondamento, al 
Chiari. A me non fu possibile rintracciarlo. 

Comunque, la stella dell'abate fatalmente declinava ; 
ed anche nella città natale egli non trovò quella pace 
gloriosa che si era aspettata. A Brescia anzi trovò nemici 
che prepararono nascostamente alla sua fama un nuovo 
e fierissimo colpo. 

Negli ultimi mesi del '63 si era appunto incomin- 
ciata a pubblicare a Venezia la formidabile Frusta del 
Baf etti, suscitando essa quel rumore e quell' entusiasmo 
che tutti sanno. Parecchi letterati, gì' invidiosi soprat- 
tutto e quelli che avevan sete di qualche piccola o 
grande vendetta, si erano subito data la briga di scri- 
vere lettere a Scannabue, lodandolo, esaltandolo, spro- 
nandolo a persistere nella sua impresa, e denunciandogli 
le pecche di questo o quello scrittore meritevole, secondo 



— 116 — 

loro, d'esser frustato. Tra questi, Giambattista Chiara- 
monti, bresciano (1731-96), colto e bravo uomo del resto, 
venuto col Baretti in qualche dimestichezza epistolare^ 
e da lui invitato ad esporgli liberamente le sue opinioni 
intorno a opere letterarie, pare gli scrivesse male del 
Chiari. Ci rimane infatti una risposta del critico pie- 
montese al bresciano, datata da Venezia il 26 novembre 
1763, la quale comincia: « Bravo. Cosi mi piacete. 
Quello che dite del Chiari è vangelo. Cosi avrebbe 
detto anche il mio buon Tanzi che, se vi voleva bene, 
doveva essere perchè gli parlavate come avete ora par- 
lato a me ». ^'^ Fatto è che, poco dopo, nel fascicolo 
XVII della Frusta^ il temuto giudice pronunciò la con- 
danna sul capo dell'abate. 

Prendendo occasione dalla commedia del Goldoni, 
Pamela fanciulla^ lamenta la mancanza nella letteratura 
italiana di libri buoni, atti ad educare, istruire, e nel 
tempo stesso dilettare una donna, e riferisce una lunga 
lettera che egli stesso finge aver scritta pochi giorni 
prima ad una signorina di Milano, che gli aveva chiesto 
consiglio intorno ai libri da leggere. In essa brevemente 
passa in rassegna i libri ascetici e gli storici, i libri di 
mitologia e di poesia, le novelle ; e soggiunge : « Dei 
romanzi non ne abbiamo un solo da cui tu possa im- 
parar cosa buona, si riguardo al parlare, che riguardo 
al pensare. I primi tempi della nostra lingua non hanno 
quasi prodotto romanzo alcuno, se ne trai il Gnerrin 
MeschlitOy I Reali di Francia e qualche altra tale scem- 
piatissima filastrocca. Il secolo passato abbondò di ro- 
manzi, la più parte eroici, ma tutti scritti con tanta 
ineleganza d'affetti e con tanta falsità di costumi, che 
gli è impossibile trovare una più matta specie di libri 



1 



(i; V. Piccioni, Studi e ricerche intorno al Barettiy Livorno, Gitisti, 1899, p. 353. 



r 



- 117 — 

nel mondo. Il nostro secolo poi non ha prodotto alcun 
romanziere, eh' io sappia, trattone 1' abate Chiari ; ma 
avverti bene, vita mia, a non leggere alcuno dei ro- 
manzi dell'abate Chiari, perchè cose più bislacche, più 
abiette, più fuor di natura, non è possibile trovare in 
tutta Europa, non che in Italia. Lascia che i nostri ser- 




\P^u "che cerco, io non mi trovo . \ 
L'uomo d^un altro mondo del Chiarì, Venezia, Battifoco, 176«. 



vitori di livrea, e che le plebee nostre donnicciuole sì 
godano i romanzi dell'abate Chiari che pel volgo più 
spregievole li ha scritti ; ma tu che sei fanciulla nobile 
di mente come di schiatta, non hai da leggerne alcuno 
mai, come neppure alcun' altra cosa scritta dall'abate 
Chiari ». Giudizio tremendo, come vedete, e massima- 



— 118 — 

mente grave pel nostro abate, poiché unito con un am- 
monimento alle donne, per le quali appunto egli scri- 
veva. 

Ma egli, come stordito dal colpo, tace e si arresta 
per un anno ; e poi subito, nel '65, riprende nuovamente 
la sua via. Ecco U amante incognita^ nella prefazione 
della quale, « m' è tornata la voglia di scrivere dei ro- 
manzi », scrive a' suoi lettori, < per far piacere a chi da 
me ne desidera, e per dar materia a chi n' ha dispetto, 
di dirne male ». 

Ma la sua vena è ormai esausta, le sue fonti fran- 
cesi e inglesi sono oramai inaridite, la sua fantasia non 
dà un guizzo di luce. Ripresenta la solita eroina anti- 
patica, ripete le solite cose, torna a descrivere un'isola 
solitaria dove si vive la vita felice, poi -aggiunge stram- 
berie a stramberie, e ormai, più che tipi comici e ori- 
ginali, ci presenta tipi di mentecatti. 

A U amante incognita ecco seguire, nel 1766, La 
moglie senza marito^ romanzo bizzarro, e più di qua- 
lunque altro del Chiari licenzioso e scollacciato ; nel '67 
le traduzioni della Serietà vinta e del Merlotto spennac- 
chiato; nel '69 la La moglie ammazzata dal marito che 
il Graziosi diede alla luce a Venezia, senza nome d'au- 
tore, ma il Vinaccia nel '73 ristampò a Napoli, come 
del Chiari : composizione per altro evidentemente non 
originale, ma traduzione dal francese ; nel '70 // soldato 
francese^ pure traduzione o rifacimento ; e nel '71 La 
vedova di quattro mariti. 

Qui una baronessa narra all' abate, come essa fu 
« marito (!), moglie, contadina, artigiana, dama, princi- 
pessa », e come, viaggiando per l'Europa, l'Africa, l'Asia, 
amò successivamente quattro persone. E l'abate si mo- 
stra lieto di pubblicare anche queste memorie. Sempre 
eguale all'uomo, allo scrittore di venti anni prima, nel- 



— 119 — 

l'ultimo capo scrive di sé : « Io non ho, madonna, la 
vanità di essere altrui d' esempio, ma quella ho soltanto 
d'aver studiato il mondo per imparare a vivere da esso 
quanto meglio il permetton le mie circostanze. Se mi 
praticaste mille anni, voi non mi vedreste mai né ricco, 
né povero, né ozioso, né affaticato, né allegro, né me- 
lanconico, né parlatore, né taciturno, né dissipato, né 
solitario, né amico di tutti, né di tutti schiavo e ritroso. 
Quasi il mondo tutto fosse per me un pieno teatro con- 
tinuamente aperto alle mie riflessioni, di questo io mi 
contento per apprendere e divertirmi guardandone gli 
attori, osservandone le vicende, rilevandone i caratteri, 
esaminandone i pregiudizi e schivandone i pericoli, senza 
darmi maggior pensiero che d'essere utile, come deggio, 
alla società, senza pregiudicare a me stesso. Perché 
poi, madama, l'essere immobile sopra una sola scena del 
mondo annoia del pari chi ci sta e chi ne vede, io co- 
stumo di cangiar tratto tratto paese, e vi consiglierei 
di farlo voi stessa, per essere di quando in quando, 
dovunque si va e dovunque si torna, cosa nuova a certa 
maniera, e per conseguenza più cara ». Dal che credo 
possa dedursi fra l'altro che il Chiari non sempre ri- 
mase a Brescia in questi anni. Forse alternò la sua di- 
mora fra la città natale e Venezia cui troppi ricordi lo 
dovevano ancora legare. 

A Venezia vivissima era ancora la sua memoria ; 
per quei teatri egli aveva continuato a scrivere commedie 
fin circa al '66 ; non era ancora del tutto spenta l'eco 
della sua lunga lotta coi Granelleschi ; i suoi romanzi 
correvano ancora nelle mani di tutti, ed erano avida- 
mente letti. Perciò a Carlo Gozzi non parve ora inop- 
portuno compiere e dare finalmente alle stampe quel 
suo poema, del quale 10 canti aveva già composto nel 



— 120 — 

'61, e già aveva fatto conoscere manoscritti ai veneziani, 
suscitando le più gustose risa di scherno verso chi era 
colpito dalla sua fierissima satira. E cosi La Marfisa biz- 
zarra^ compiuta colPaggiunta di due nuovi canti, uscì 
dalla stamperia del Colombani nel 1772. 

Il poema è una grande satira contro tutta la so- 
cietà di quel tempo, contro la mollezza dei costumi, 
contro la mania d' imitare la Francia, contro l' Illumini- 
smo, la nuova filosofia rivoluzionaria, ma soprattutto contro 
la letteratura corrotta ed i romanzi del Chiari. (^> 

Il Gozzi finge di narrare le gesta di paladini di 
Carlo Magno ; ma i paladini non sono che i zerbi- 
notti incipriati del tempo suo, e due di essi. Marco e 
Matteo del Pian di San Michele, rappresentano ap- 
punto il Chiari e — strano connubio del poeta che non 
seppe discernere il bene dal male — il Goldoni. (*> Mar- 
fisa, l'eroina, una zitellona attempata, isterica, imbevuta 
delle nuove massime filosofiche, smaniosa di avventure 
romanzesche e di amanti, rappresenta la giovine di quei 
giorni, frutto della nuova educazione e della società 
pervertita. Lo spirito arguto del Go^zi diffonde per 
tutto il poema un'onda di comicità e di umorismo di 
buona lega, che ne fa piacevolissima la lettura. Sic- 
ché converrà tralasciar per un poco di seguire la enorme 
e ormai stucchevole produzione romanzesca del Chiari, 
per riposare e allietarci alquanto, rileggendo ciò che di 
lui scrisse il poeta satirico. 

Nel I Canto si racconta come Carlo Magno e i 
paladini, datisi alla lettura dei nuovi libri, abbandonino 



^i) Alcune Annotazioni al poema, scrìtte dallo stesso Gozzi, per chiarire alcane 
allusioni oscure, rimaste lungo tempo inedite, pubblicò G. B. Magrini, in I tempi, lavila 
e gli scritti di C. Gozzi, Benevento, 1883, Appendice ^ pa??. «75-276. 

(2) Anche nelle Tre melarance il Gozzi aveva messo in satira i due comme- 
diografi; il Goldoni sotto la veste del Mago Celio, il Chiari sotto quella della Fata 
Morgana. 



— 121 — 

le armi e le nobili imprese e pensino a condurre vita 
più comoda e oziosa. 

I romanzieri dall'eroiche imprese, 
Dalle battaglie e da^ sublimi amori, 
Più non si nominavan nel paese, 
Perchè i moderni eran usciti fuori, 
Co' fatti de' Baron, delle Marchese, 
Che mille volte si tenean migliori, 
Per certe grazie e casi più alla mano 
E ancor più confacenti al corpo umano. 

Leggevan qui, siccome entro le mura 
Delle vergini sacre ivan gli amanti. 
Come fuggian da quelle alla ventura 
Le donzelle ivi poste, andando erranti, 
E vestite come uomo, alla sicura 
Dormian co' maschi, del fatto ignoranti, 
E il lor imbroglio al terminar dei mesi. 
Ed altri casi all'uso de' Francesi. 

(I, 14-15). 

I romanzi e le commedie diluviavano. 

Marco e Matteo dal Pian di S. Michele, 
Che della guerra un tempo eran vissuti, 
Avevan fatto parecchie querele 
Di quella pace, ch'eran divenuti 
Poveri e al verde come le candele. 
Ma finalmente anch'essi stavan muti, 
E s'eran dati alla poetic'arte, 
Per guadagnarsi il vitto in qualche parte. 

Poiché a Parigi allora era l'andazzo 
Di Commedie di Critiche e Romanzi, 
E 11 popol n'era ghiotto, anzi pur pazzo. 
Purché fo«8er riforme .a quelle di anzi, 
Marco in su' fogli venia pavonazzo, 
Matteo fuor del scrittoio non creder stanzi ; 
Sicché ogni mese uscian dai torchi al varco, 
Due tomi, un di Matteo, l'altro di Marco. 

(I, 53-54)- 



L 



- 122 - 

Ma ecco entrare in scena Marfisa, bizzarra, strana, 
bisbetica, tinta di letteratura e di filosofia. — Sembra 
annunziare la Delfina di Madama di Stàel. — Ma vedete 
se non è un'eroina del Chiari. 

Non istà mai cheta un'ora. 

Fuorché, quando i romanzi son novelli 
Legge con attenzione ed assapora. 
Ghiera associata alla stampa di quelli, 
Tal che sempre il cervello più svapora. 
Que* fatti che leggea le parean belli. 
Ed era partigiana imbestialita 
Della nuova dottrina fuor uscita. 

Or vorrebb' esser stata Ballerina, 
Or Cantatrice divenir vorria. 
Or Commediante, ed ora Contadina, 
Or Zingana e pel mondo fuggir via, 
Per donar argomento alla Dottrina 
Che fiorire in quel tempo si vedia^ 
E lasciar la memoria assai famosa 
Di sé, per qualche libro alla franciosa. 

E cogli amanti — che n'aveva cento — 

Sopra i romanzi va sottilizzando, 

E discorrendo e lodando il talento 

Di Marco e di Matteo di quando in quando. 

Gli amanti d'essa avevano spavento, 

E cercan contentarla ragionando, 

E sol fra loro facevan schermaglia, 

Perch'eran molti bracchi ad una quaglia. 

(n, 20-23). 

Tra i paladini eccelle un tal Filinoro di Guascogna, 
in cui è raffigurato il giovine vanesio del settecento, 
presso a poco il « giovin signore » del Parini, ma, per 
giunta, povero spiantato e pien di debiti. Costretto a 
fuggire dal suo paese, si avvia verso Parigi in cerca 
di avventure, e, per tentar la fortuna, si fa seguire da 



1 



r 



— 123 — 



un grande codazzo di servidorame, si spaccia per gran 
signore, si fa prestare danaro da quanti incontra, inganna 
tutti gli osti presso i quali si ferma. Intanto (C. HI), 
a Parigi, Marfisa si fidanza col cavaliere Terigi, eh' è 
un altro stupendo e ridicolo tipo. Si tengono in sua casa 
grandi feste che il poeta descrive, avendo cosi agio di 
mettere in burla le mode del tempo (C. IV), i giuochi, 
le conversazioni. In una di queste appunto avviene una 
disputa tra Dodone e Ruggero. Dodone inveisce contro 
Marco e Matteo 



Che van guastando tutte le persone 
Con le lor stampe di mala influenza, 
E d'un costume contro la ragione. 
Non vedi tu la lor trista semenza. 
Ormai salita in tal riputazione, 
Che sino ne' collegi i frati pazzi 
Lascian che sia lo studio dei ragazzi ? 

£ imparano da quella uno stil grosso 
O veramente uno stil da bombarda, 
Metaforacce e qualche paradosso, 
O versi grossi e frasi alla lombarda. 



I fanciulli imparano a tradire le madri, a beffeg- 
giare i genitori, a mentire, a condur vita lasciva. 



Vannoti a sangue quelle Principesse, 

Che sono incinte pria che siano spose, 

E si maritan poi per interesse. 

Co' Duchi che non san di queste cose ? 

Poi vanno a partorir Filosofesse 

A Roma, e fan le faccende nascose. 

Acciò il marito non veda la prole, 

E si battezzi un tristo, s'ei si duole ? 






— 124 — 

Ti piaceran le donzelle d'onore 
Di quella Principessa della Corte, 
Non mica vaghe di far all'amore. 
Ma ingravidate senz'aver consorte? 
Mille garbugli infami di scrittore 
Che tutto guarda colle luci torte, 
E ad ogni mal facilita la via. 
Dicendo: Insegno la filosofia. 

Le filosofe sue bello è vedere 

Colme di passioni e debolezze. 

Tradir le Dame e i Duchi e per dovere 

Far le ruffiane ed altre gentilezze, 

E far le spie di dietro le portiere, 

Co' birri a lato, accnò si raccapezze 

Un che fu ladro un tempo, e in tal maniera 

Dire: Egli è quello e mandarlo in galera. 



Ma ecco (C. V) Filinoro arriva a Parigi Marfisa, 
appena lo vede, se ne innamora perdutamente. Terigi 
si dispera ; indice una gran festa in sua casa per se- 
durre e avvincere a sé la donna amata, cogli splendori 
delle sue ricchezze ; ma Marfisa v' interviene accompa- 
gnata da Filinoro. Trovandosi vacante (C. VI) la carica 
di Custode del sigillo della Corona, Marfisa si adopera 
affinchè ad essa sia eletto l'amante suo, e, durante la con- 
versazione, con tutte le più lusinghiere arti dì femmina, lo 
raccomanda ai grandi della corte. Ma alcuni vorrebbero 
eletto invece Angelino di Bellanda. Nasce una fiera con- 
tesa tra i due partiti, finché viene eletto Angelino 
(C. VII). Marfisa con altri vezzi e intrighi, riesce in 
compenso a far nominare Filinoro, Cavaliere di camera 
del Re Carlo. Terigi, accecato dalla geloùa, lo sfida 
a duello, ma quegli con un pretesto ricusa di battersi 
(C. Vili). Perciò, e per la morte di Gano di Maganza, 
suo protettore, Filinoro, insultato e berteggiato, è ce • 



— 125 — 

Stretto ad abbandonare Parigi. Marfisa, pazza dal do- 
lore, si ritira in un convento. Vivissima è la pittura che 
il poeta fa del monastero (C. IX). Le monache corrotte 
fanno all'amore, studiano filosofia, leggono romanzi, par- 
teggiano per Marco o per Matteo. 

In questo tempo Marco aveva fatte, 
Per sbalordire gl'inesperti putti, 
Alcune pistolone in versi, matte, 
E le appellò: Filosofia per tttUÙ 
Ripiene di sentenze molto stratte, 
Che punto non recavano costrutti, 
Perocch' eUe diceano e disdicevano 
Senza sistema, e poco s* intendevano. 

(C. IX, 59). 

E Matteo in questo tempo stava pubblicando le sue 
opere in 51 tomo. Filinoro (C. X), fingendosi malato e 
bigotto, ripara in un convento, dove mangia e beve 
alle spalle dei frati. Marfisa intanto è presa dal prurito 
di nuove avventure romanzesche. 

— Correa pel monastero una pazzia: 
Che si tenean per moral lavoro 
L'opre e i romanzi del poeta Marco, 
Ed ogni tavolin n'era già carco. — 

Cerca in tutti i romanzi un modo di fuga, e final- 
mente nella Bella Pellegrina trova indicato l'espediente 
di mettere al suo posto una giovane simile a sé di volto 
e di figura. Manda 1' ancella Ipalca a cercare per ogni 
terra una seconda Marfisa, ma Ipalca non la trova. 
Presto le soccorre un altro romanzo del Chiari : 



< Nella Filosofessa iialiana 

Un altro modo ho letto di fuggire. 



L 



— 126 — 

Di notte tempo questa settimana, 
Potrete al muro del giardin venire; 
Una scala portatile, alla piana, 
Appoggerete e dovrete salire. 
Quando siete in sul mur, tirate suso 
La scala, e a me la calerete giuso >. 

Cosi fanno, e riescono ad uscire dal convento ; 
rubano una borsa di danaro a Bradamante, si vestono 
da uomo, e fuggono. 

E la Filosofessa fu imitata 

Sino a un peluzzo, alla fuga ordinata. 

La notizia si diffonde subito per tutta la Francia ; 
e i paladini corrono a rintracciare Marfisa. Questa fugge 
in Ispagna (C. XI). Mentre si trova a Saragozza, un 
giorno, arriva un ciarlatano con grande séguito, e con 
una ballerina. Chi è ? È Filinoro. 

No, che non v*è ne' romanzi del Chiari 
Sorpresa a quella di Marfisa eguale. 

Alla sera, in teatro, Marfisa, vestita da uomo, in- 
contra Filinoro in compagnia della ballerina, e lo schiaf- 
feggia. Il paladino fugge, ma, raggiunto, e scopertesi le 
sue truffe, è condannato a morte (C. XII). Marfisa am- 
mala, e, invecchiando, si mette a fare la bacchettona. 

Neppure la pubblicazione di questa satira fece de- 
sistere il Chiari dal suo abituale, quasi meccanico la- 
voro. Egli voleva morire colla penna in mano, fedele 
somministratore al volgo di quella rozza ed informe arte 
che lo dilettava. E scrisse fino alla tomba, aggiungendo 
romanzi a romanzi. 



1 



- 127 — 

Non bisogna peraltro credere che tutto quanto si 
pubblicò col suo nome, gli appartenga veramente. Or- 
mai egli era divenuto il romanzatore più famoso d'Italia, 
e bastava che un libro gli fosse attribuito perchè an- 
dasse a ruba. Sicché parecchi editori, valendosi della 
cieca fede del popolino, stamparono come del Chiari, 
romanzi di altri. Se ciò non potè avvenire a Venezia 
dove gli autori eran noti, avvenne più lontano, a Na- 
poli specialmente, dove un certo Vinaccia, a scopo di 
lucro, si mise a stampare a sue spese parecchi romanzi 
italiani e stranieri, tutto spacciando per composizioni del 
Chiari. Il fatto pare strano, ma, dato il carattere popo- 
lare di quella produzione romanzesca, e data la diffi- 
coltà e lentezza delle comunicazioni letterarie e com- 
merciali d'allora, si spiega. Per la stessa ragione, quando 
U Chiari non era ancora salito in tanta fama, e apprez- 
zatissimi e ricercatissimi erano invece i romanzi francesi, 
nel 1755, due anni dopo che la Filosofessa italiana era 
stata pubblicata a Venezia, era uscita a Napoli dalla 
stamperia del Pellecchia una edizione dello stesso ro- 
manzo col titolo la Filosofante italiana^ nella Prefazione 
della quale l'editore dichiarava che l'opera gli era giunta 
allora allora da Parigi, da autore francese ! ! 

Ora, nel ^7i^ il Vinaccia pubblicò a Napoli, col nome 
del Chiari, la Storia del Conte (TArpes e V Amico tradito^ 
nel '74 l' Impresario in rovina e La pazza per amore^ 
nel '76 Vlnnocente perseguitato^ che son tutti invece ro- 
manzetti di Antonio Piazza. In mezzo a siffatte frodi, 
ognuno vede come sia difficile una bibliografia chia- 
riana. 

Sembra veramente del nostroabditeV Isola della for- 
tuna, che apparve nel 1774 — l'anno nel quale il Goethe 
pubblicava / dolori del giovine Werther — , romanzo 
nel quale un'altra volta si descrivono isole ignote in 



L 



- 128 — 

mezzo all'Oceano, abitate da strana gente avente stra- 
nissimi costumi. C'è ad esempio l' isola dell' Ignoranza, 
dove le strade e le case sono costrutte di libri, e i lo- 
candieri danno a mangiare sonetti e canzoni, e i cal- 
zolai sono professori dell'università. C'è l'isola della 
Bellezza^ ove tutti sono sarti, parrucchieri e mercanti di 
mode, tutti belli, profumati, imbellettati, incipriati. C è 
l'isola àéìV Impostura^ gli abitanti della quale hanno i 
colli torti e sono taciturni. In queste isole sono gettati 
da una burrasca alcuni europei, i quali vi si trattengono 
perecchi anni, in mezzo alle più curiose avventure d'a- 
more, finché una nave, passando per caso dì là, li ri- 
conduce in patria. 

Segui Lo specchio degli amanti (1776), « traduzione 
dal francese »; poi. Le due gemelle {1777\ dove è tutto 
il Chiari della peggior maniera, che, a far dispetto al 
Gozzi, più che mai parla di donne gravide, di donne 
partorienti e di aborti. 

Una Bella Tartana (Venezia 1778), che non conosco^ 
in un catalogo di un libraio bergamasco del settecento 
è attribuita al nostro abate ; e La fantasima che pub- 
blicò nello stesso anno il Franchi di Genova, reca nel 
frontespizio : « Aneddoti castìgliani di una dama di qua- 
lità, scritti da lei medesima e pubblicati dall'abate Pietro 
Chiari ». 

Curiosa anche questa Fantasima^ e d'invenzione 
geniale, perchè la protagonista, protetta ed amata da 
una ricca marchesa, e divenutane ereditiera, per isfug- 
gire ai legittimi eredi, prima è costretta ad atterrirli 
presentando loro di notte terribili immagini di spettri; 
e poi, riparatasi a Londra, si fa credere morta, e, per in- 
finite e varie circostanze, deve riapparire in abito di sol- 
dato, di contadina, di paggio, o altro, a parenti, ad amici, 
ad amanti, a rivali, ricordando loro l'attuazione di vecchie 



— 129 — 

promesse, minacciando, impedendo matrimoni e duelli,, 
incutendo spavento in tutti, finché, riconosciutasi figlia 
della vecchia marchesa, riesce a sposare un giovane 
che amava. E un tema più che di romanzo verosimile, 
di farsa volgare ; ma l' invenzione non manca di genia- 
lità, e il romanzo — che ha pure qualche pagina viva, 
come una scena di toilette nella prima parte — si po- 
trebbe leggere con qualche diletto ; se non fosse, come 
tutti gli altri, eccessivamente lungo, arruffato, spropor- 
zionato. 

Che dire poi della Cinese in Europa che usci Tanno 
dopo, il più noioso, il più ingarbugliato, il più inverosi- 
mile, il più stupido dei romanzi del Chiari ? Nel '52 la 
Sposa Persiaìm del Goldoni aveva innamorato il pub- 
blico veneziano dei costumi orientali, e subito il nostro 
abate aveva fatto rappresentare nel teatro S. Angelo 
La schiava chinese e Le sorelle chinesi^ commedie, co- 
ni' egli le chiamava, « di colore mandarino ». E sulla 
scena, code e codini, Bonzi, Gran Lama, Bramani e Sul- 
tani erano stati allora accolti « con strepitosa acco- 
glienza ». (') Poi si eran tradotte dal francese Le mera- 
vigliose avventure del mandarino Fitm-koam e le Lettere 
di due inandarini, E forse ora P abate sperò di rinno- 
vare col romanzo « mandarino » i trionfi delle com- 
medie, e intessè e svolse in quell' ambiente orientale 
le solite scene. Ma chi potè reggere a quella lettura ? 

Ormai la fantasia del vecchio settantenne vaneg- 
giava, e innanzi ad essa non passavano che i vecchi 
fantasmi, in una ridda scompigliati e vertiginosa. Tra 
P 80 e P 81 pubblicò nella stessa Brescia certi Trat- 
tenimenti dello spirito umano, sopra le cose del mondo^ 
passate, presenti e possibili ad avvenire^ in 12 volumetti,. 



(i) V. Chiaxi, Commedie in versiy Venezia, Bettinelli, 1762, Voi. X, prefazione alla 
Schiava Chinese. 



— 130 - 

il quinto e il sesto dei quali sono occupati da due brevi 
romanzi, // Serraglio e La Corsara francese^ introdotti 
in quella specie di enciclopedia, perchè l'autore, « dopo 
aver premessa in quattro interi volumi un' idea generale 
astronomica, geografica, storica, filosofica e critica del 
nostro globo celeste e terracqueo, che vale a dire del- 
l'immenso teatro degli uomini aperto dalla natura », 
volle descriverne « particolarmente le scene, gli attori 
e gli avvenimenti più considerabili almeno e più capaci 
d'illuminare e di divertire chiunque se ne ritrova spet- 
tatore insieme e spettacolo dal suo nascimento ». E tra 
l'uno romanzo e Taltro è narrata la storia d' Italia dalla 
fondazione di Roma alla fine del secolo XIII. Scrisse 
ancora nell' 83 Le pazzie fortunate in amore^ storia di una 
Fiorina, pazza civettuola, intrecciata con quella di cento 
donne che partoriscono di sette o di nove mesi. E neU 
1' 85, già da lungo tempo infermo, con un piede nella 
tomba, dettò ancora una Storia della virtuosa portoghese 
e la traduzione di una novella francese della Contessa 
di Rosemberg, // trionfo dei gondolieri, (') L'ultima sua 
fatica forse fu intorno a questo scritto di argomento 
veneziano : e la stanca penna cadde, mentre il sereno 
abate rivolgeva l'ultimo pensiero alla piazza di S. Marco 
e alla dolce laguna. 

Mori a Brescia il 31 agosto del 1785. E nei registri 
parrocchiali della chiesa dei SS. Nazaro e Celso, il 
decesso è notato cosi : Perillnstris et admodum Reve- 
rendiis D. Petrus Chiari, quatuor et sepluaginta annos 
natus, longa infermitate comsampttis, ecclesiasticis sacra- 
mentis mnnitus, exuit hominem, einsqiie corpus hac in 



(i) Uscì nel 17^6. la una edizione napoletana è detta tradazione del Chiari; ma 
in una veneziana si dice compiuta da L. A. T., cioè Ludovico Antonio Teschi, ^Gamba 
Biblioteca Venf.zianà). Non ho pDtuto confrontare le due traduzioni — v. Bibliografia. 



J 



— 131 — 

ecclesia jacet humatum ». (') Ma nessuna pietra ricorda 
più il luogo della sua sepoltura, né forse lo ricordò mai, 
neanche prima del 1791, anno nel quale fu rifatto il pa- 
vimento della chiesa. Altrimenti il P. Gussago, ch'è di 
solito si diligente nel riportare le iscrizioni mortuarie 
dettate intorno a coloro ai quali accenna ne' suoi scritti, 
e che le sue memorie istoriche già raccoglieva in Bre- 
scia nel '91, avrebbe riferito Tepigrafe, là dove scrisse 
del Chiari. (^) 

Della sua vita intima, ,e come passasse gli ultimi 
anni, non si ha quasi notizia alcuna. Egli, scrittore delle 
memorie romanzesche di tante persone, non si curò di 
dettare le sue. Ne ebbe l'intenzione; e nel 1/62, ri- 
pubblicando La donna di spirilo^ in un luogo della pre- 
fazione scrisse : « Una storia delle vicende mie teatrali 
senza dubbio a' posteri nostri parrebbe un romanzo. 
Chi volesse mettersi a scriverla, ne troverebbe appresso 
di me un'abbondante materia ; ma io per ora non ho 
tempo di compilarla e, se l'avessi ancora, forse ci pen- 
serei, per non offendere alcuno, dovunque mi facesse 
duopo di difendere le cose mie e di giudicare me 
stesso ». — Cosi, desideroso di vivere in pace con 
tutti, secondo la sua filosofia, non attuò il desiderio. 
Più pauroso che vanitoso. 

Ebbe infinito numero di nemici, i quali — come 
altri al Goldoni — gli rinfacciarono la povertà, e V ac- 
cusarono — quasi fosse colpa — di scrivere per il pane. 
Nella più volte citata Bibliothèque des Romans^ (3) leggesi 



(i) La data della morte come quella della nascita molti diedero errata. Il Lombardi 
{Storia della leUeratura italiana nel secolo XVIII, Modeua, 1829, III, 415), segnò il 
179*; fl Meschini (Della letteratura veneziana del secolo XVIII, Venezia, 1806, 1, 95), 
il 1788. H Tommaseo (op. cit. 315) scrive: < Mori circa il 1785 ». Esatto V. Peroni in 
Biblioteca Bresciana^ Brescia, 1816, pg. 287; ed A. Valentini in / musicisti bresciani e il 
Teatro Grande, Brescia, 1894, pg. 40. Ma T. Concari, nel Settecento, Milano, Vallardi, 
*^99> pg. 109, segnò ancora il 1788. 

(2) in Vita di Lodovico Ricci, Chiari, 1824, pg. 182, n. i. 

(3) Volume del novembre, 1778, pg. 157 e sg. 



— 132 — 

un cenno biografico di lui, ove alle solite poche notizie 
e accuse, altre false si aggiungono. Vi si dice che, uscito 
dalla Compagnia di Gesù, egli si diede a scrivere di 

Letteratura e di Metafisica, senza fortuna. « C est 

sans doute ce qui le determina à entrer dans la carrière 
du théàtre, et à composer des Romans ; il a fait ce 




// secolo corrente del Chiari, Venezia, Bassaglia, 1783. 



métier pendant près de vingt ans, avec une ardeur 
proportionnée au besoìn extréme qu' il avoit de se 
procurer quelques ressources ». Cominciò col fare il 
traduttore; poi, non riuscendo che a deturpare quanto tra- 
duceva, si diede a comporre romanzi originali, « mieux 



— 133 — 

dans cet état que dans l'autre ». Tuttavia i suoi romanzi 
non meritano né d' essere tradotti ne d' essere riassunti. 
< Enfin > si soggiunge, « il y a quelques années que 
ce fécond auteur a cesse de travailler ; il faut lui rendre 
justice : dès qu' il a pu se passer de produire, il est de- 
venu sterile. Un onde avec qui il étoit brouillé depuis 
longtemps, est mort, laissant hérltière d' un bien très- 
considérable une soeur de P Abbé ; et celle-ci, étant morte 
■elle-méme, fort peu de temps après, l'Abbé s'esttrouvé 
très-riche. Gomme il n' a point d'obligation de sa fortune 
à ses talents, il n' est engagé, ni par reconnaìssance ni 
par intérét à les cultiver, et il les a abandonnés abso- 
lument ». 

Se la storiella della eredità sia vera, ignoro. Comun- 
-que, povero o ricco, noi abbiamo già veduto che nel 1778 
l'abate ancora scriveva, e continuò a scrivere incessan- 
temente, infaticabilmente, fino alla morte. 

Quanto a' suoi romanzi, nessuno finora li fece og- 
getto di studio particolare ; e i giudizi sommari che se 
ne diedero, derivano tutti da quello più noto del Ba- 
retti. 

Degli storici più recenti del Settecento, inesatto 
nelle notizie e troppo acre nel giudicare, è il Concari ; (^) 
più equo il Landau. (*) Tra i più vecchi critici, giusta- 
mente scrisse l'anonimo autore ^3) del primo articolo in- 
serito nella Gazzetta urbana vetieta del 26 gennaio 1788. 
« Con tutti i suoi difetti, al Chiari non si può contra- 
stare il vanto d'aver dirozzato una quantità di persone 
d'ambidue i sessi, d'aver ispirato un qualche genio per le 
lettere al popK)lo, e una certa smania di scrivere, d'imi- 



(i) Id. ibidan. 
<a) Gesipktckie der iMiemsehen IHHeralur in XVIII Jahrhundert^ Berlin, 1899, 



(3^ dÌv 



essere Antonio Piazza, cbe fu direttore della Gazzetta dal 1788 al 1796. 



- 134 — 

tare, di verseggiare, che, se non altro, trasse alcuni dal 
lezzo dell' ignoranza in cui sarebbero rimasti sepolti, e 
addestrò degli altri quasi insensibilmente a divenir au- 
tori. Se quegli indiscreti critici che l'hanno villanamente 
sprezzato, non avessero chiusi gli occhi sugli effetti pro- 
dotti dalle sue composizioni nella popolare moltitudine, 
sarebbero stati meno severi nel biasimare i romanzi e 
le commedie e tant'altre operette che uscirono dalla sua 
penna con esito felicissimo e che stampate furono e ri- 
stampate in tante città d'Italia, e recarono un utile con-^ 
siderabile agli impresari, agli stampatori, a' librai ». 

Non bisogna infatti dimenticare la fama di cui eglE 
godette. Per mezzo secolo fu certamente uno dei più 
popolari autori d'Italia. Tutti i suoi romanzi ebbero 
più edizioni, alcuni fino a una diecina. Tre furono tra- 
dotti in francese, uno dei quali due volte ; non piccolo- 
onore in quel secolo nel quale di Francia dilagavano 
i romanzi per tutto il mondo. (') Andrea Rubbi nel T. 
LUI del Parnaso italiano^ accennando al Chiari, scri- 
veva nel 1791 : « Ha fatto molti romanzi che vanno in 
disuso >. Ma nel '97 Carlo Gozzi, non sospetto di be- 
nevolenza pel Chiari, constatava ^^^ che i suoi romanzi si 
vedevan ancora e sulle tavolette delle signore, sopra a' 
scrittoi dei signori, sui banchi dei bottegai e degli artisti,, 
tra le mani de' passeggiatori, nelle pubbliche e private 
scuole, nei collegi e persino nei monasteri >. E ancora. 
nel 1819 il Molinari di Venezia poteva tentar di stam- 
pare una Collezione completa dei romanzi del Chiari^ <3) 



(z) Del Chiari fa tradotta in francese anche una Dmertatìon hhtorique et ariisiique- 
sur le Théàire iialien moderne,,^ par E. B. D., Paris, Moria, 1783. 

(2) Memorie inutilt\ Venezia, 1797, I, 226. 

(^) Venezia, 1819. Nella prefazione il Molinari rileva e acerbamente biasima che nella. 
Bibltoihèque universelle de Romans (collezione periodica di Z2 volumi che il Graleazzi 
di Milano pubblicò nel 1790), non sia stato ristampato neppure un romanzo del Chiari. 
Vuole colla sua Collezione supplire alla mancanza, e onorare l'ingegno italiano. L'im» 
presa per altro non fu compiuta. Era troppo tardi. Videro la luce solo La bella pellet 
grina e La francese in Italia, 



J 



— 135 — 

chiamandolo < delizia delle anime sensibili e l'unico che 
avesse avuto in Italia Pabilità di formarsi un pubblica 
aspettatore delle invenzioni sue ». 

Ebbe, come artista, difetti gravissimi. Ne aveva l'in- 
gegno, non la coscienza; donde quello scrivere affret- 
tato, quel disprezzo della critica, quel ridere degli altri 
e di sé. Smanioso di popolarità, assecondò i gusti della 
folla e scrisse a vanvera, centinaia di volumi, traducendo, 
rubacchiando, raffazzonando, senza ritegno ; — uso del 
resto comunissimo in quei tempi, tra i romanzatori non 
solo d' Italia ma di fuori, e spiegabile e compatibile in 
parte, data l' indole del romanzo d'avventura. — E na- 
turalmente trascurò sempre la lingua, talvolta la sintassi. 

Niuno pensi che parlando con qualche ampiezza di 
lui, qui abbia cercato difenderlo o riabilitarlo. Ho voluta 
solo prendere direttamente in esame V opera sua che 
troppi giudicarono senza conoscere, darne le ragioni,, 
mostrarne il valore storico. 

E nella storia del romanzo italiano mi pare che il 
Chiari debba esser tenuto in qualche considerazione. 
Egli, pur dietro l'efficacia francese, ha il merito d'aver 
fatto rinascere quel componimento che da mezzo secola 
era ormai caduto in disuso. 

I suoi romanzi sono, in generale, erotici, d'avven- 
tura, ma talvolta contengono qualche vivace pittura di 
costumi, hanno qualche tinta satirica, rappresentano scene 
di vita verosimili ed umane e, a sua stessa confessione, (') 
ritrassero dal vero qualche immagine di persona. 

Grande agitatore d'idee, spirito liberale, il Chiari, 



(i) V. Commediante in fortuna^ II, 134, Le satire del Casanova e del Zorzi ne sono 
nna prova. Carlo Gozzi in una drìle citate Annotazioni alla Mar/isa bizzarra (v. Ma- 
grini, / tempi f la vita e gli scritti ài C. G.^ Benevento, 1883, pg. 290), lasciò scritto: 
< Il Chiari, se aveva collera con alcuno, si svelava ne' saoi romanzi, mettendo in quelli 
i tuQÌ avversazi in aspetto ridicolo o abborribile, a misura del di lui cruccio, e con una. 
trivialità plebea, sfogando persino la sua bile, a fargli perire per le mani del carnefice >. 
Nelle quali parole é^\ resto c'è esagerazione. 



— 136 — 

un po' per seguire il vezzo del tempo, un po' forse per 
naturale amore di novità democratiche derivato in lui, 
plebeo, dalla nascita, abbracciò i principii della nuova filo- 
sofia; le massime degl'Illuministi e degli Enciclopedisti, 
introdusse nei romanzi ; e die qualche abbozzo di romanzo 
morale, sociale, filosofico. Ai nobili conservatori e corrotti 
del tempo suo, dovea spiacere; e, come si suole, l'accu- 
sarono d'immoralità. Ma più che senso morale, a lui mancò 
la decenza e il pudore. Le sue vergini eroine fuggono, 
viaggiano, convivono con uomini e parlano di aborti, ma 
dalle seduzioni che le circondauo si difendono con ogni 
scaltrezza, con ogni viltà, con ogni frode : mostri d' im- 
pudicizia e di sfrontatezza per voler essere pure. 

Mancano ancora nel suo romanzo, o appena s'in- 
travedono, i caratteri di quello di poi : rievocazione di 
un ambiente storico, sentimento della natura, studio j»o- 
fondo di un'anima. Anche degli avvenimenti del suo 
tempo non seppe trarre profitto. Accenna in qualche 
romanzo al terremoto di Lisbona, alla battaglia di Parma, 
alle guerre fra il Turco e l'Austria, ma di passata. Pa- 
rimenti non si sofferma mai a descrivere un luogo ed 
un'ora, egli che tanta gente fa muovere randagia pel 
mondo, nelle tenebre e nella luce. Tutto prova e tocca 
e sfiora, ma subito vola via, leggero e frivolo. Filosofo 
si vantava chiamarsi, ma non ne ebbe la serietà e la 
profondità. E scettico, è comico anche nel romanzo, e 
si compiace descrivere tipi originali e strani; non il 
dramma di un'anima sola, ma il riso schernitore di una 
intera società che rappresenta una commedia nel teatro 
della vita. La vita stanca, vana e lietamente corrotta di 
Venezia moribonda. Non amori forti ; di patria neppure 
il nome; non passioni, non isdegni, non inni di speranza, 
non pianti di disperazione. In tutti i romanzi del Chiari, 
neppure un suicidio. Jacopo Ortis si uccide. 



J 



DI ANTONIO PIAZZA ROMANZIERE 






)f^^^^^f^f^^f^^f^)^^f^f^)f^)f^}f^^^ 



1742-67 — Il romanziere esordiente — Il disce- 
polo DEL Chiari — « L' Italiano fortunato » 
— Troppi romanzi e cattivi. 

Se, in quel rumoroso innovamento del teatro comico 
a Venezia, il nome dell' abate Chiari non fosse rimasto 
legato a quello del Goldoni e di Carlo Gozzi, insieme 
collo scrittor di commedie sarebbe forse caduto nell' o- 
blio per sempre anche il romanziere. Se giustamente, 
si è visto. Ma tutta la produzione romanzesca del set- 
tecento andò dispersa e perduta. 

Così, di un altro infaticato narratore che fu emulo 
del Chiari e godè molta fama, deliziando de' suoi rac- 
conti i contemporanei oziosi, ninno fece menzione mai. 
Dico di Antonio Piazza. Del quale, studiando le vicende 
del nostro romanzo nel settecento, occorre qui ridestar 
la memoria. Qui subito, quantunque e' sia morto nel 
1825, poiché visse vita lunghissima, e i romanzi scrisse 
fra il 1762 e il '90. 

La notizia più ampia, anzi l'unica che di sua vita 
intera conosciamo, leggesi nella Gazzetta privilegiata di 



L. 



— 140 — 

Venezia del 30 marzo, 1' anno di sua morte. E di quel 
necrologio ecco, sfrondata, la sostanza : 

« Col 17 del corrente marzo, alle 9 pomeridiane, 
cessò di essere tra i viventi un uomo che ha tutto il 
diritto al seguente necrologico articolo.... Le dimestiche 
qualità del defunto, come padre e marito, i suoi orto- 
dossi principj, le sue virtù, i suoi talenti, le doti del 
cuore, una estesa dottrina...., nella lingua della Senna 
peritissimo, esimio Gazzettiere : tutti questi meriti vo- 
gliono che questo foglio nota renda questa sventura 

Il nome di Antonio Piazza, celebre assai, lo sarebbe 
stato di gran lunga di più (particolarmente nel maneg- 
giare il Socco), se l'animo suo superare avesse potuto 
la crudele barriera che a' cultori d'esso oppone sempre 
costante la truppa dei comici.... La riforma del Goldoni 
egli la sentiva come lo stesso suo autore. La reputazione 
teatrale del Piazza sarà sempre immortale.... Buoni non 
meno erano i suoi romanzi. Chi non conosce / deliri 
delle anime amanti e U Ebrea? Le sole ristampe che 
si vollero da tutta Italia sono l'elogio maggiore di ogni 
altro.... Nella carriera teatrale egli è succeduto ai Gozzi 
e ad altri celebri, scrivendo contemporaneo agli Alber- 
gati, ai Pindemonti, ai Pepoli, da' quali stimavasi senza 
misura, e al loro crocchio sempre il volevano. Sostenne 
con illustre merito la sua veneta Gazzetta urbana^ pel 
non interrotto corso d'anni 11, nel centro pur anco di 
fatalissime e crudelissime circostanze. Vittorioso e co- 
stante in tale lavoro, contro mille sventure, circondato 
da invidie sempre e terribili, la Gazzetta del Piazza ebbe 
perfino oltre a 2000 associati.... Crudelissimo destino 
pose fine a questo suo inarrivabile lavoro, segnando 
fors' anco l'epoca più fatale della vita dell' autore, che 
venne scritta da lui stesso, con l'energia di Plutarco. 
La possiede il ben noto ed egregio Sig. Giuseppe, suo 



J 



— 141 — 

figlio, erede delle paterne virtù ed uomo che non ne- 
gherà al pubblico la soddisfazione di vederla stampata. 
Frattanto abbiamo la piena compiacenza d'annunciare 
che col mezzo di questo foglio sarà pubblicato l'elenco 
delle opere dell'erudito defunto.... >. 

L'artìcolo, pur nella sua forma apologetica e colla 
indeterminatezza delle sue notizie ed allusioni, rimane 
il documento più notevole che alla vita intera del Piazza 
si riferisca. Che l'autobiografia e l'elenco delle opere 
non mi fu possibile rintracciare. Questo, quantunque 
promesso, nella Gazzetta non apparve ; e quella non fu 
mai data alle stampe dal figlio, che pure, come vedremo, 
pubblicò del padre altre opere : perdita deplorabile, 
perchè l'autobiografia di uomo di non comune ingegno 
e vissuto in mezzo ad avvenimenti grandi e che prese 
parte attivissima alle vicende letterarie e politiche di 
più che sessant'anni, ci sarebbe stata senza dubbio pe- 
culiare documento di storia. Alle deficienze dell'esile 
articolo sovverrò con quelle altre notizie biografiche che 
altronde ho potuto desumere. Ma, come già pel Chiari, 
di lui più che la vita e tutte l'altre opere, qui si voglion 
studiare i romanzi. 

Nel 1762, quando già i romanzi inglesi e francesi 
avevano invaso l'Italia, e il Chiari, già infama, pubbli- 
cava il suo quattordicesimo, La vinhiana di spirito^ An- 
tonio Piazza, ventenne, si avventurò la prima volta nel- 
l'arringo letterario; e, come accade nell'esordire a' gio- 
vani che volgonsi al genere di componimento più in 
voga, cominciò con un romanzo : Domicida irreprensibile, 

11 novellino scrittore si presenta peritoso ai lettori. 
Ed A' signori assocciati (sic), affinchè più equamente lo 
giudichino, scrive: 

e Sappiate, rispettabili signori, che in quattro lustri 



142 — 




'JtafiìtA:, e ì-j^aaiwtta ài Otti a* eivxt " 

L'omicida irreprensibile di A. Piazza, 
Venezia, De Castro, 1767. 



d' età da me non ha molto 
compiuti, non fui alla scuola 
che per breve tempo ne' pue- 
rili anni miei, ove non altro 
apparai (sic) che a leggere 
ed a scrivere ; e se mancò 
nel meglio il pascolo all'in- 
fantile intelletto mio, io, piuc- 
chè all'altrui trascuraggine, 
di ciò ne attribuisco la colpa 
alla sorte. Colla mancanza 
del Precettore, non mancò 
già in me la natia vaghezza 
studiosa che, crescendo viep- 
più col crescere degli anni 
miei, deplorar mi faceva la 
costituzione mia, e dolorosa 
rendevamì la rimembranza 
del tempo mio più prezioso inutilmente passato, se pure 
posso dire inutilmente, quando le mie più belle ore 
diurne e parecchie fiate le notturne eziandio, io le spesi 
nella coltura dello spirito, e per molti anni tutti i miei 
divertimenti, tutti i passatempi miei e tutte le mie de- 
lizie non ad altro si riducevano che ad una perenne 
lettura, la quale, spesse volte, per mancanza di fonda- 
mentale principio, rendevasi intempestiva ed inoperosa. 
Se da un genere di dolce vita mi traviar'ono per qualche 
tempo le passioni umane a cui tutti siamo soggetti e 
dalle quali anche l'onorata avidità mia di sapere rimase 
un tempo soggiogata ed illanguidita, seppe la Provvi- 
denza divina ricondurmi nel negletto sentiero e farmi 
riamare le occupazioni studiose. 

< Annoiato e sprezzante d'ogni mondiale frustatorio 
piacere, non altro fo da un anno addietro che stillarmi 



143 — 



l' intelletto su' Vocabolari, sulle Storie e sopra mille 
altri volumi precettivi.... Nel corso di quest' anno, io 
scrissi, oltre d'aver letto tanto, tante poetiche compo- 
sizioni che, se fossero meritevoli di vedere la luce del 
mondo, potrebbero compilare (sic) due grossi volumi; e 
non ad altro fine di cimentare l' immaginante mia fan- 
tasia e di leggerlo privatamente ad alcuni amici miei, 
io composi il Romanzo presente. Sebbene la plaudente 
approvazione d' un fedelissimo amico mio, inveterato 
nell'esperienza di libri somiglianti, dovesse insegnarmi 
ad insuperbire, ingenuamente io protesto che la sola im- 
maginazione di pubblicarlo mi faceva spavento.... > 

La citazione omai troppo lunga, conviene troncare ; 
ma l' ingenua pagina bene dipinge il letterato esordiente : 
Pessimo scrittore ; non antipatico. Una sventura gli 
ha fatto troncare gli studi 
nella fiorente puerizia, ma 
egli è animato da fede e 
speranza; senza precettore, 
legge, scrive, nutre e ad- 
destra l'ingegno; ingenuo, 
ai lettori confessa le colpe 
di giovinezza ; modesto, 
chiede consiglio agli amici, 
e per uno, illustre, egli nutre 
una grande ammirazione: 
il Chiari. Che al Chiari 
egli accenna nell'ultimo pe- 
riodo citato. Più innanzi 
infatti soggiunge: < L'in- 
venzione, l' intreccio e la 

. j 11 .• Cki/kJelime ha.ffutle,iiut J'jmJhttOi if ZxL? 

tessitura delle presenti av- i^èvmidaa'Vffmtrndib>if_^pmtiiariciicù^^ 
venture, riconoscono la loro 

, . j „ . /• L'amico tradito di A. Piazza, Ve- 

origine dalla sola mia fan- nezia, i769. 




L 



— 144 — 

tasia, né sono una imitazione dell'altrui fatiche, che sa- 
rebbe incomportabile, quanto comportabile io stimo P imi* 
tazione dello stile che mi do l' onore di seguire, glorio- 
samente adoperato da quel celebre poeta di cui ne farà 
menzione il Cap. I di questo Tomo >. Se mai quest'opera 
andrà nelle sue mani, « accolga egli dall'animo mio devoto 
sincere dimostrazioni di gratitudine, e si accerti che, ovun- 
que mi guidi il destino e sino a tanto che avrò vita, sempre^ 
a dispetto altrui, compìacerommi di promulgare quel ri- 
spettoso amore e quella stima eh' io presi di lui sin da quel 
punto in cui cominciai ad esercitare lo spirito mio sulle 
dolci, alettatrici ed erudite produzioni della sua celebre 
penna >. E nel Capo I del Romanzo, che ad imitazione del 
Chiari, ha forma autobiografica, sotto le vesti del pro- 
tagonista, dichiara esplicitamente: < Nella distribuzione di 
quest'opera mia, mi servirono di norma i Romanzi del 
celebre autore della Filosofessa italiana^ dividendola ia 
Parti e suddividendola in Capitoli col loro argomento in 
fronte, come disposti sono i suddetti. Felici anche nella 
loro infelicità medesima gli avvenimenti miei, se l'onore 
avessero d'essere scritti dalla melliflua penna dell'autore 
suddetto, che, a dispetto e castigo de' malevoli nemici 
suoi, è nel comporre instancabile. Io mi sono da cinque 
o sei anni addietro esercitato frequentemente ad istu- 
diare l'opera sua, ed essendo io, per dono del Cielo, ar- 
ricchito di una memoria felicissima, anche senz' accor- 
germi impressi mi rimasero nella stessa, non solo alcuni 
tratti di penna, ma dei capitoli interi delle sue commedie 
eziandio, talché impossibil mi sembra di poter non in- 
serire involontariamente in questa opera mia, delle sen- 
tenze, delle frasi e forse ancora de' periodi scritti da lui ». 
Il che fa rimpiangere che giovine d'ingegno ri- 
ponesse in si poco eccellente e degno modello lo studio; 
ma è riprova dell'ammirazione e della fama di cui il 



— 145 — 

Chiari godette a Venezia, e del fascino eh' egli potè 
esercitare sui giovani. Ei diventò caposcuola ed ebbe 
imitatori. De' quali il Piazza è il meno oscuro, il più fe- 
condo e il più fedele. L' ammirazione che a vent' anni 
professò pel maestro, professò, riconoscente, tutta la vita. 
E ancora nel 1 788, quando assunse la redazione della Gaz- 
zetta urbana veneta^ come si è visto, il primo articolo 
letterario ch'egli vi scrisse, fu un omaggio reverente alla 
memoria del Chiari, già morto da tre anni. 

Ma che povera cosa quell' Omicida irreprensibile ! 
La lingua, la sintassi vi stanno a disagio. L' invenzione, 
l' intreccio, i mezzucci puerili. Pensate : un avventuriere 
scapestrato ma non malvagio, il quale, senz' averne mai 
l'intenzione, per mero caso, diventa omicida cinque o sei 
volte! E aggiungete che alla fine egli scopre d'aver 
ucciso padre e madre alla fanciulla che ama ; e con tutto 
ciò, i due innamorati si sposano! 

Il primo tomo del romanzo uscì nel dicembre del '62, 
e alcuni mesi decorsero prima che il secondo seguisse. 
Pare che nel frattempo gravi critiche si muovessero 
all'autore, perchè egli stesso vi accenna nelle prime pa- 
gine del secondo tomo. Ma egli, un po', fiducioso, s' il- 
ludeva ch'esse fossero e suggerite dall' ignoranza e dal- 
rinvidia >, un po', modesto, si scusava coll'addurre l'ine- 
sperienza giovanile. Anzi, chiudendo il romanzo, ripeteva 
ch'egli stesso era e conoscitore della insufficienza sua », 
che, del resto, egli non < faceva professione di lettere > 
e che insomma fosse perdonato. E perdoniamogli noi 
pure. 

Certo di molta buona volontà era fornito, se nel- 
l'ultima pagina del primo romanzo annunziava : « Pochi 
giorni sono che ultimai la composizione d'un mio se- 
condo romanzo, il di cui titolo è V Italiano fortunato^ 
che forse con più ragione dell' Omicida irreprensibile 



L 



— 146 — 

desidera di mostrarsi al pubblico. Quest'onore egli l'avrà 
quanto prima ; e ne gradiscan 1' avviso gli amici e Pa- 
droni miei ». 

L' Italiano fortunato segna qualche progresso. An- 
cora vi si scorge l'imitazione del Chiari: i due tomi, la sim- 
metrica divisione degli articoli, le introduzioni^ filosofiche, 
la forma autobiografica ; ma i tomi sono brevi, gli ar- 
ticoli pochi ; e le introduzioni meno vuote denotano qual- 
che finezza d'osservazione e più soda coltura. Di questa 
v' è anzi inutile sfoggio, con tante citazioni di Orazio, 
Giovenale, Cicerone e Seneca ! E insomma il pulcino ha 
messo l'ali II Chiari che già si era ritirato nel patrio 
nido bresciano, stordito alquanto per la recente frustata 
del Baretti, in quell'inverno del '64 non mandò à Ve- 
nezia il solito romanzo ; e se, come dicono, era ambizioso, 
il nuovo componimento di questo suo scolaretto dovette 
parergli una seconda e peggiore frustata. 

L' Italiano fortunato fu veramente fortunato ; ebbe 
tre, quattro edizioni ; quell' inverno restò, fra i nei e la 
cipria, su tutte le tolette delle dame. E il nome dell'au- 
tore corse sulle bocche di tutti. Non era vero dunque 
che r Italia fosse ingrata verso gV ingegni ; ma il Piazza 
pensava certo al povero Goldoni e al suo povero abate 
lontano, quando nelle prime pagine del romanzo (^) in- 
veiva contro la patria : « Quanti ripetono soventi fiate 
che il tuo ingrato terreno per chi l' inaffia d'onorato 
sudore, non sa essere fertile che d'ortiche e di spine! > 

Anche il protagonista del nuovo romanzo è tipo 
singolare : Figlio d' ignoti genitori, fugge dalla casa di 
un contadino che lo ha allevato, viene in città, a Ge- 
nova, dove trova una protettrice ; ma da Genova, per 



(i) pag. 9 dell'ediz. Gatti, 179;. 



— 147 — 

inganno tesogli, passa ad Amsterdam, dove s'innamora. 
Accusato ingiustamente, è deportato in Siberia ; e dalla 
Siberia viene a Venezia, dove scopre i genitori e sposa 
una giovine ricca e bella. E fortunato, fortunato sempre, 
e in ciò appunto consiste la sua singolarità, eh' egli 
rasenta infiniti pericoli e si trova sull'orlo di precipizi, ma 
sempre per varie circostanze ne è salvo, e dalle condi- 
zioni più squallide passa via via alle più liete e felici. 

La lingua è più corretta; la forma in generale ap- 
pare anzi studiata e lambiccata, con fiori secentistici 
che denotan lo sforzo di chi vuol forbire ad ogni costo 
la penna. Belle alcune pagine dove con accento vero 
-di nostalgia è lodata la vita campestre. (') 

Ma peccato poi che il Piazza, ebbro del successo, 
s^ inducesse a pensare come il Bresciano : più la quan- 
tità giovare che la qualità degli scritti. Anch' egli, come 
il Chiari, volle avere vanto di facile fecondità. Ed ecco 
Bubito nel '65, L'amante disgraziato (*) e la Turca in ci- 
"mento. Volle pagare il suo tributo alla moda volgare, e fu 
volgare. Nella Tnrca^ tutto il materiale, tutti gli stru- 
menti chiariani : mezze lune, serragli, scimitarre, divani; 
e l'eroina che < non ha più tormentosa passione che 
quella di non poter cangiar sesso >, e i viaggi avven- 
turosi da Costantinopoli alla Zelanda e da Lilla a Zante, 
a Venezia, a Milano; travestimenti, donne che combat- 
tono, vìncite al lotto e nozze felici. Ve di tutto. Pa- 
sticcio orribile. 

Cosi il nostro veneziano, continuò a rasentare la 
terra. L'incognito^ ovvero il figlio de* suoi costumi, (1767), 
è pur esso un raffazzonamento di nessun valore : storia 



<i) T. I, pg. 41, ediz. cit. 

(2) Falsamente da altri attribuito al Chiari ; che la prefazione della seconda edi- 
zione, Pasìnelli, X770, firmata dallo stessD Piazza^ non ammette aljun dubbio intorno 
all'autore. Devo dire, per essare esatto, che l'anao della prima edizione, mi è incerto. 



— 148 - 

d' infinite avventure incontrate da un tale che vuol rin- 
tracciare ì genitori, ma non li trova, e per ciò rimane 
un incognito. Elementi vecchi; persino la tante volte già 
da noi incontrata isola deserta in mezzo all'oceano, abi- 
tata da un uomo solo. Ma lo stampatore Salvioni pub- 
blicò tutte queste avventure come « recate dalla fran- 
cese air italiana favella »; e la marca francese pare gio- 
vasse ottimamente allo smercio. Tre edizioni anche di 
questo romanzacelo, — e pare impossibile — , fino al '94, 
quando il Gatti lo pubblicò tra le cose originali del Piafeza. 



II. 



1768-70 — Il Piazza si scosta dalla imitazione del 
Chiari — e L' Ebrea > ed < I Zingani > — La 

SATIRA della NOBILTÀ — RIBELLIONE E CONTRI- 
ZIONE. 

A poco a poco, pur in quello scomposto e af- 
frettato scribacchiare, l' ingegno si affinò e parve mirare 
più alto. 

Nel '68, due altri romanzi : U innocente persegiUtatOy 
del quale, pur dal titolo può immaginarsi la trama ; e 
La Storia del conte d'Arpes^ tipo del generoso e perfetto 
cavaliere. L'uno e l'altro, in quella baraonda della pro- 
prietà letteraria dei romanzi del settecento, furono, più 
tardi, in varie edizioni, specie napoletane, attribuiti al 
Chiari ; ^') ma che siano del Piazza non v' ha dubbio, 
perchè sotto il suo nome furono editi nelle prime edizioni 



(i) V. la Biòliog-ra/ìa. 



- 149 - 

del Salvioni, e un d'essi fece parte, nel '94, della Rac- 
colta dei romanzi del Piazza^ iniziata dal Gatti. Poi, non 
foss'altro, ciò sarebbe provato dalla loro struttura più 
agile, dal loro disegno più semplice di quello dei ro- 
manzi del Chiari. 

Poiché qui sta il pregio del Piazza,qui — passi 
la parola — la sua riforma. Egli volle semplificare 
il prolisso e intricato romanzo d'avventura ; parve com- 
prendere che bisognava raccostare il romanzo alla realtà 
della vita, che troppo cumulo di casi avventurosi non 
è verisimile, che intreccio troppo ingarbugliato viene 
a noia, che più che sbozzare cento macchiette originali^ 
meglio è finire qualche ritratto, approfondire qualche 
studio di anime. Dovette sentire certamente l' influenza 
de* nuovi romanzi inglesi, francesi, specie del D'Ar. 
naud, i cui brevi romanzetti sentimentali e passionali in 
quegli anni cominciavano a tradursi in Italia. La Storia 
del conte d'Arpes sta tutta racchiusa in un breve vo- 
lume, e V Innocente perseguitato ha quasi le proporzioni 
dì una novella. 

Dei molti romanzi pubblicati a Venezia nel 1769, 
quattro furono, presto o tardi, attribuiti ad Antonio Piazza: 
// merlotto spennacchiato^ U amico tradito, U Ebrea ed 
/ Zingani. Ma il primo, quantunque in un catalogo dello 
stampatore Bassaglia del 1784 sia chiamato romanzo del 
Piazza, pure, come in altre edizioni gli si riconosce e 
come ne ha i caratteri, credo senza dubbio sia fattura 
del Chiari. Il secondo, edito nel '69 senza nome d'au- 
tore, quantunque nel '7i attribuito al Chiari in una edi- 
zione napoletana del Vinaccia, inclino ad ammettere 
possa essere del Piazza, perchè la seconda edizione ve- 
neziana del Bassaglia (1782) porta il suo nome e l'av- 
vertenza che il romanzo fu dall' autore « migliorato e 



— 150 — 

corretto >. Ed anche risente dell* ingenuità bonaria del 
Piazza, che ne è protagonista un tipo d'amico esagera, 
tamente pietoso e troppe volte disposto a perdonare a 
farabutti e traditori impenitenti. 

UEbrea ed / Zhtgani sono indubbiamente del nostro 
autore ; e migliori. UEbrea segue nella traccia la vec« 




Frontispizio. 



chia maniera dei romanzi d'avventura : è la storia d'una 
Giuditta, israelita, che fugge da casa, viaggia per l'I- 
talia, la Polonia, la Russia, ha molti amori, uccide 
chi tenta possederla, incendia una casa per vendetta, 
si sposa, resta vedova, le vien rapito un figlio, torna a 
maritarsi, si fa cristiana, uccide il figlio senza ricono- 



— 151 — 

scerlo, ecc., ecc. Ma tutti questi casi narrati in un 
centinaio di pagine, ci annoiano meno che nelle stem- 
perature del Chiari. Anche più notevole — e per ciò 
forse il romanzo andò a ruba — è la novità dell'am- 
biente in cui è svolta l'azione e unacotal libertà di sen- 
timenti e larghezza d' idee che l'autore mostra nelle sue 




Frontispizio. 

pagine e gli fanno onore. Siamo in mezzo agli ebrei^ 
sentiamo discorrere di rabbini, di ghetti, di riti ebraici,^ 
e spesso leggiamo persino qualche parola o frase e- 
braica. 

Il padre di Giuditta è rappresentato come il tipo 
tradizionale dell'ebreo, avaro, spilorcio, ricco, schifoso. 



L 



— 152 - 

Ma la figura della figlia è, con intenzione evidente, 
messa in buona luce dall'autore. È sempre una di quelle 
eroine che quel secolo amava, strane per noi, equivoche 
ed antipatiche ; ma ad ogni modo il Piazza ne ha vo- 
luto fare un'eroina di valore e di virtù. Ancora : T au - 
tore coraggiosamente non si perita di dedicare il suo 
romanzo a un' ebrea. Nella lettera dedicatoria « alla 
Signora Benedetta Clara Bonjìl > dichiara eh' egli non 
ha avuto scrupolo di presentare < nella gran scena del 
mondo un' Ebrea che può insegnar col suo esempio cosa 
sia vero amore e vera onestà >. E gli par naturale che 
quella storia sia a lei dedicata. < Incapace di grosso- 
lani pregiudizi del volgo, quale mi vanto, e ammiratore 
del vero merito dovunque io lo trovi, sentir non posso 
rimorso alcuno della presente mia scelta ; e contro qua- 
lunque accusa di certi scrupolosi Ignoranti, al tribunale 
io m'appello delle persone sagge e discrete >. E per- 
sone sagge e discrete vi saranno state per certo nel 
1769, le quali avranno stimato moralmente gli ebrei 
alla stregua degli altri uomini ; ma i più non dovevano 
nutrire idee si liberali, se, ancora in quegli anni, gli 
ebrei, obbligati a portare il cappello giallo, eran segnati 
a dito e schivati, e ancora nel '98 nei teatri di Venezia, 
durante la rappresentazione di alcune commedie dove si 
accennava a quella forte razza perseguitata, si gridava : 
morte agli ebrei ! (^) Donde maggiore il merito del Piazza. 



I 



(i) V. M. Pag LICCI Borozzi, Del Teatro gìa::obìno e ani/giacobino in Italia, Milano, 
Pirola, 1887, pag. 20. Intorno all'Ebreo nella nostra letteratura, ignoro «iano stati fatti 
studi speciali. Quanto ai romanzi del settecento, ricordo un' Esule ebrea (Venezia, Sal- 
vioni, 1770) che credo peraltro sia — • mutato il tìtolo — una nuova edizione àeW Ebrea 
del Piazza. Un altro romanzo intitolato II Rabbino ho visto citato in un catalogo del 1782. 
Nel 1778 fu pubblicato dalla Nuova stamperia Biasion di Venezia 1' Ebreo, ossia viag-gi 
ni avventure dWsacco\ e l'editore nel darne l'annuncio scriveva, accennanc)o alla fama del 
romanzo del Piazza: « Essendosi resa celebre xxxi'Bbrea, era vergogna che non la pareg- 
giasse un Ebreo ». Veggasi Cu. Dejob, Le .lui f da is la coni ed ie au XVHI siede ^ Paris, 
Durlacher, 1899, dove si accenna aache ad alcune commedie i. aliane nelle quali appaie 
il tipo dell'ebreo, come La famiglia dell antiquario (A. l, se. 3) e la Putta onorata (A. 
Ili, se. I, 2) del Goldoni. In generale, nella letteratura italiana, l'ebreo appare sempre 
foggiato secondo il tipo tradizionale del ricco avaro: immagine ancora viva nella mente 
del popolino; più oggetto di scherno, che di abominio e maledizione. 






r 



— 153 — 

Ma uno de' 8uoi migliori romanzi sono / Zingant\ 
Opera fresca e geniale ; colla sua bizzarria birichina e 
spesso Hcenztosa^ pare <xmces8Ìone dell' ornai celebre e 
misurato scrittore ventisettenne alla giovinezza ardente 
che fuggiva. C è la scurrilità dei nostri novellieri, in 
questo romanzo, e la civetteria francese e l'avventurosa 
ribalderia de' picari spagnuoli. 

In un bosco del monte Vergine, in quel di Napoli, 
nasce Corradino Anello, discendente da Masaniello. A 
sedici anni mortigli i genitori, rimane solo al mondo, e 
conduce vita avventurosa pei boschi : forte, sanguinario, 
d'ingegno vivacissimo e scaltro. Il Padre generale del 
Convento, riconosciutane l'agile mente, lo accoglie presso 
di sé, per istruirlo. Ma al convento Corradino commette 
le più strane pazzie : uccide tutti i cani e i gatti che 
trova, attacca briga coi frati, sale sul campanile e suona 
le campane di piena notte, si spaccia per sonnambulo; 
una sera penetra dal pulpito nella chiesa e accende tutte 
le torcie preparate per una prossima festa e poi corre 
pel convento gridando al miracolo; un'altra volta si na- 
sconde tra i sepolcri della cripta, e con istrepiti e voci 
incute spavento ai visitatori ; insomma è la disperazione 
dei poveri monaci, finché, per un atroce scherzo che 
quasi cagiona la morte a una persona, é imprigionato. 

Dopo un anno di carcere, s'avvia verso Benevento. 
Strada facendo, incontra un frate con un giovanetto ; 
sospetta che questi sia una fanciulla ; si accompagna loro, 
e induce con molte lusinghe la presunta fanciulla a fug- 
gire con lui. Presto si accorge che s'è ingannato. Non 
monta; si vestono da Zingani, lui da uomo e l'altro 
(che sì chiama Celino) da donna. Ed eccoli in viaggio : 
prima a Napoli, dove prof essan negromanzia, poi a Roma, 
dove, per meglio godere gli spassi della città, prendon 



— 154 — 

veste d'abati e fanno una solenne burla a un ebreo. Com- 
messe molte truffe, sì allontanano anche da quella città 
e si avviano verso Firenze, dove entrano con vesti nuo- 
vamente mutate, facendosi credere un signore e una 
signora in viaggio. Ospitati da un conte ricchissimo, la 
signora Celino stringe amicizia colla bella figliuola del- 
l'ospite, Enrichetta, finche le dimostra di essere uomo e 
se ne innamora. Ma Corradino con un inganno strappa 
da quella casa l'amico innamorato, e, rapito un buon 
gruzzolo di denari, una notte lo induce a fuggire in una 
barca. Giungono alle foci dell'Arno e di là passano a 
Livorno ed a Genova. Qui rubano in mille modi altro 
danaro, e non contenti di menar vita doviziosa, si met- 
tono a spacciarsi per nobili. Eccoli, diventati marchesi 
Tremari, a Milano e a Torino, in mezzo a ogni sfarzo, 
con quattro lacchè, un segretario francese, cavalli e 
carrozze. Celino continua sempre a sostener la parte 
di donna ; i giovani < lasciano il cuore nel suo volto 
vezzoso >, ma egli pensa sempre alla tradita Enrichetta. 
A Torino, entrano in casa di un maresciallo, dove 
giorno e notte si gioca e non si parla che di parolij 
di doppie pari^ di sette a levare^ di punti in marca^ di 
dobletti e terzetti. Altro inganno ingegnoso tendono 
al maresciallo innamorato della marchesa. Finalmente, 
passati a Parigi, Celino è scambiato per la giovine 
Enrichetta, la quale aveva abbandonata la casa paterna 
per rintracciare l'amante traditore, ed è preso e con- 
dotto in un monastero a Compiègne. Corradino, fatto 
lui pure prigione, uccide i custodi e fugge e ritorna 
alla vita zingaresca. Capitato a Compiègne, si reca 
al monastero, fa credere d' aver il potere di trasfor- 
mare le donne in uomini, e alle monache acclamanti 
al miracolo, mostra Celino fatto uomo ! ! Così anche il 
compagno è liberato. S'avviano insieme verso la Ger- 



— 155 — 



mania, ma in un bosco della Lorena, una bufera li coglie: 
Corradino cade fulminato ; Celino si pente delle colpe 



commesse, e si fa romito. 



Più che il tutto, possono piacere alcuni particolari. 
La massima parte degli episodi sono narrati con grande 
vivezza ; taluni sembrano novelle boccaccesche ; ad esem- 




LEbrea di A. Piazza, Venezia, 1769. 

pio, la burla nel convento, del Capo I, quella fatta al- 
l'ebreo romano del IV, quella al maresciallo del XIII, e 
quella alle monache degli ultimi due Capi, costituiscono 
narrazioncelle saporite e garbate. Il romanzo è qua e là 
licenzioso; ma l'autore ad ogni passo più lubrico s'af- 
fretta a scrivere a pie di pagina, note come questa: 



1 



— 156 — 

e Sentimenti da giovane scapestrato e degni veramente 
dell'obbrobrio del mondo >. E ciò bastava a contentare 
i Riformatori dello studio di Padova, che concedevano 
l' imprimatur. 

Ma più il romanzo è notevole perchè dipinge e 
mette in satira costumi del tempo. Nel Capo IX, quando 
Corradino propone a Celino di farsi credere nobili, questi 
esita e 1' altro, ridendo : « Senti >, gli dice, < quanto 
poco ci vuole a parere persone nobili >; e nel Capo se- 
guente gli dà opportuni ammaestramenti. Ascoltate. 
Parla Corradino : 



< Bisogna adattarsi alle leggi della gran moda, a costo di can- 
giare ogni giorno. Tempo già fu che cerchiate Dame come le botti, 
parevano tante Didoni in iscena, e nel giro vastissimo del loro padi- 
glione ambulante sostenevano una merceria di ricchissimo drappo 
ed ingombravano nel loro passaggio le vie più larghe e spaziose. 
Abolita queir incomoda usanza, serpeggia adesso di dietro quanto 
loro stava innanzi e a' lati, ed è più quello che trascinano e serve 
a scopare la casa e la strada, di quello che basta a lor per coprirsi. 
Dunque un abitino tagliato all'ultimo gusto con la sua gran codaccia 
lunga tre braccia... E alla larga chi sta di dietro, se correr rischio 
non vuole d'aver dell'asino giù per la testa 1 Molto tempo non è 
passato dacché certe acconciature di capo alte e piramidali stavano 
relegate su polverosi ritratti dello scorso secolo, ed erano oggetti 
di derisione e censura. Ora è tornato anche di quelle la voga. Dun- 
que, raccomandarsi al ferro ed al fuoco perchè torreggi in testa una 
chioma da gareggiar col turbante dell' imperatore del Marocco. S'usa 
la manica corta ? Bene I braccio scoperto, e si mostri, se non basta 
il gomito, una parte ancor della spalla. S'usano cuffioni di smisurata 
grandezza ? Bene I ordinarne uno subito con due alacce lavorate sul 
modello di quelle d'un'oca, onde poter andare a vela, se trovasi fa- 
vorevole il vento. S'usano i pendenti lunghissimi? Bene I portarli e 
lasciare che dondolando percuotino e ripercuotino il collo. Gaiette, 
nastri, fiorellini artefatti e quant'altro lavorasi nell'arsenale della va- 
nità femminile, tutto tutto adattarsi, e mostrar dal capo alle piante 
una varietà dì colori simile a quella che apparisce nella spiegata 
coda d'un superbo pavone. Lo so. Celino mio, che il sacrifizio 



J 



— 157 - 

tre o quattr'ore alla tavoletta, le torture d* un pettine, il tormento 
di un ferro infocato, il martirio d'un busto, il raggruppo dei piedi 
per farli stare in piccolissime scarpe e la diligenza che devi usare 
per ammaestrare la cameriera nell* architettura de* nei, ti faranno 
maledire talvolta la vanità e la tua finzione. Ma pensa che patimenti 
sono questi necessari perchè tu possa fare al mondo una bonissima 
figura, e vederti adorato come una divinità. Che piacere, sentirsi al 
volto un incenso d'amorosi sospiri, vedersi corteggiar a gara da ca- 
valieri e da principi, felicitarli con un solo guardo e ridere interna- 
mente di tutti I ma perciò non bastano la ricchezza dell'abito, la 
bizzarrìa della moda, l'esattezza dell*attilatura; ci vuole questo di più; 
e ascoltami bene : 

€ La moda non restringe i precetti suoi alla sola foggia di ve- 
stire e adornarsi, ma inoltre prescrive delle nuove regole per lo 
stile donnesco, per il portamento, per il passo e per l'arte di farsi 
intendere a cenni. La nostra lingua comparire non osa nella sua 
purità naturale, nelle moderne conversazioni, se non si mescola colla 
francese. È vero che basta sapere quattro parole, per comparire una 
dama di spirito e cacciarle per tutto ci vadano: Oui monsieur,,.., 
Adieu, man cher Ami,,,, Comment vous portez-vous ?.,. Excusez-moi,.., 
Qu'avez vous de nouveau?.... Quelle heure estati?,,,, Point du tout„„ 

tna fot Cela est vrai,„„ uvee votre pertnission,.,,, Votre servante,..., 

Vous vous moquez de mot,,,,, Mon aimàble enfant,,,, Moiiié de mot- 
méme.,,. Ecco il dizionario francese delle femmine nobili che può 
servire a te pure, per salutare, per congedarti, per interrogare, per 
affermare, per fare all'amore e per infranciosare ogni periodo ita- 
liano. Quanto poi alla pronunzia, ci vuole l'attenzione di parlare co' 
deati chiusi, onde ogni parola esca come per la trafila, e sia cosi 
sottile sottile che non possa intendersi se non in grandissima vici- 
nanza. Per evitare il suono aspro della R, bisogna fingere d' aver 
mozza la lingua, e sottoporre a' cangiamenti della moda sino le stesse 
lettere dell'alfabeto. 

< Riguardo al portamento ed al passo, a' osservi ciò che fanno 
l'altre per bene imitarle. Vanno saltellando come un ronzino sulle 
mosse ? portano le braccia cascanti, incrocicchiate sull'umbelico ? 
girano e rigirano il capo per veder tutti in faccia e cercar materia 
di critica e biasimo ? usano, nelle riverenze, d'abbassarsi perpendi- 
colarmente, d' impicciolirsi, d'annichilirsi ? Bene, in nome del cielo, 
copia e poi copia. 

€ Ma veniam all'arte dei cenni, che questo è il punto di mag- 
g >re importanza. Veramente la medesima esser comune dovrebbe 



— 158 — 

a' muti, a* bambini, a* ballerini soltanto, perocché questi esprimer 
denno le azioni senza parlare e quelli parlar non ponno e son co- 
stretti a far intendere i loro bisogni co* gesti. Ma siccome le donne 
volgari tengono in un moto perpetuo la lingua e a guisa delle cicale 
sogliono stridere finch' hanno vita e fiato, cosi le nobili per distin- 
guere da loro, toccano 1* altro estremo, di parlare co* moti. Certi 
movimenti della testa, degli occhi, delle ciglia, delle gambe, de* piedi, 
delle braccia, delle mani, compongono in loro un Diaonario compiuto 
che tutte a meraviglia esprìme le umane passioni. Una spinta di 
fianco a chi s* incontra passando, vuol dire : Voglio la strada tutta 
per me. Un torcimento di capo, in faccia a qualcuno, significa : Ba 
te non voglio saluti. Il rannicchiarsi nelle spalle alcun poco al sentire 
taluno che parla per il bene, si è lo stesso che dirgli: Tu pesti in 
un mortajo d'acqua. La cupidigia di guardare e riguardare un beU*a- 
bito, cos*a'tro dice se non: Oh ne avessi anch'io uno di simile! Il 
nascondersi col ventaglio qualche parte del volto, vuol significare: 
Guardatemi che son bella. Il morderne le estremità superiori o per- 
cuotersi con esso la palma : Sono in collera coW amante. L'esaminarlo 
con attenzione: Questa brigata m'annoja, E il lasciarlo cader di mano: 
Voglio che tutti s'incomodino. Lo sbadigliare al fianco d*un cicisbeo 
sconsolato vuol dire : Tu non mi piaci. Il guardar taluno con un ri- 
solino grazioso, significa: C'è da sperare, E il giocar seco di piede 
allo scuro: Sono tua senza dubbio. Aggiungendo a questa muta elo- 
quenza, un apparente disgusto di tutti gli umani piaceri, una noncu- 
ranza e dispregio verso il marito, una tenerezza amorosa per quìeilche 
augelletto o qualche cagnuolo, e una freddissima indifferenza per i 
parenti, una cura esattissima per certe bagattelluzze da nulla e una 
negligenza totale per le cose di somma importanza ; chi mai. Celino 
mio, potrà dubitare della tua finzione ? 

< Quanto a me, ci vuole minor studio e fatica per farmi cre- 
dere tuo marito e lasciare in ogni paese qualche marca della mia 
finta grandezza. Un abito guarnito d*oro lucente ; servitori in livrea 
dinanzi e di dietro; una truppa di buffoni, d'adulatori, di mezzani, 
di parassiti che corteggiandomi stieno attentamente guardando tutto 
quello eh* io faccio, per imitarmi nel passo, nel gèsto e fino nel riso 
o nel pianto; una certa compostezza affettata; uno stile tronco da 
oracolo, varranno a farmi sostenere la gran finzione. Ogni quattro 
parole, giurare da cavaliere d*onore; ogni menomo disgusto che dato 
mi fosse, minacciare di far rompere le braccia, di far accoppare, 
e.... insomma lascia fare a me, che se non ci riesco, mio danno. Se 
verrà a visitarmi un mezzano, una cantatrice, una ballerina, terr 



- 159 — 

ordine la servitù di lasciare ch'entrino nelle mie stanze, senza farmi 
fare in pria l'ambasciata. Ma se verrà una persona di merito, un 
uomo di lettere, dovrà passare un'ora almeno d' anticamera, prima 
d'essere ammesso all'onore della mia presenza. Se vorrà dedicarmi 
qualche sua opera, ne accetterò, l'offerta, con una certa renitenza 
che vorrà parere modestia e sarà vanità. Somministrandogli qualche , 
scritto apocrifo e qualche disegno ideale, gli darò un'ampia materia 




Coti Lsttfuta eJhvticjito. J^ 
Frontispizio. 



per farmi un bel panegirico e per imprimere nel frontespizio del libro 
lo stemma della mia sognata famiglia, fregiato d'allori, di trofei, di 
corone e di scettri. Gii farò in molte guise sperare un regalo ma- 
gnìfico, acciocché faccia legare le copie a me destinate, in finissima 
pelle adornata di dorati disegni. Se mai non saranno bastanti li tomi 
recatimi, a soddisfare la curiosità de' miei adulatori, gliene ordinerò 
degli altri, e; poi, per pagamento e regalo, gli farò bere un caffè o. 



— 160 — 

una cioccolatta. A forza di fingere di non essere in casa, di man- 
dargli a dire che sono occupato, lo stancherò a segno che non più 
verrà a rompermi il capo, e perderà ogni speranza. Se avrò mai a 
scrivere quattro righe, userò un carattere gotico, colle lettere ora 
gigantesche, ora nane ; e farò che le linee hircce di rette nano carré 
e trasversali, perchè una lettera sembri una carta geografica. Man- 
derò via i supplichevoli, consolati da un vedremo, da un potete tor- 
nare, da un parlerò, che in buon linguaggio politico sinonimi sono 
del nulla. Grandioso nelle mance, prodigo con qualche teatrale bel- 
lezza ; ma poi, piantare una partita da non saldarsi giammai ; e se 
non si può sulle stampe, almeno vivere eterni su' libri manoscritti 
de* mercanti. Che te ne pare, Celino ? 



Decisamente, col suo difendere gli ebrei, col suo . 
mettere in burletta i costumi de' nobili, col suo procla- 
marsi ad ogni occasione spoglio de' vecchi pregiudizi, 
e per giunta, colle sue narrazioni scollacciate, il nostro 
Piazza si era incamminato nella via della perdizione. 
Chi ne lo trasse ? Chi gli richiese, dopo 1' ultima colpa, 
l'atto di contrizione ? Non sappiamo. Ma, subito dopo, 
nei primi mesi del 1770, agli Zingani ex fece seguire un 
altro romanzetto : // Romito^ ossia il colpevole ravveduto 
— Romanzo religioso ! Immaginò che a Celino per caso 
fossero capitati tra mani gli Zingani e che, avendovi 
lette parecchie inesattezze, egli stesso, pentito delle sue 
colpe, avesse pensato a scrivere la storia di sua vita, 
dopo la morte di Corradino. Cosi il Romito si collega 
agli Zingani^ anzi ne è séguito e insieme contrapposto 
ed ammenda. Qui tutto è pietà e contrizione ; il vecchio 
diavolo fatto anacoreta va in cerca della madre abban- 
donata, soffre infinite pene per colpe sue ed altrui, e 
dalla Provvidenza è guidato ad imbattersi con quella 
Enrichetta che aveva sedotta e che ora, morente per le 
sofferenze e gli stenti in un umile tugurio, gli affida il 
figlio frutto dei loro amori. Ma il romanzo, rimpinzato 



— 161 



di troppo, non si può leggere senza noia. La moralità 
fu ancora una volta salva, ^*^ ma più bello il peccato. 



III. 



1770-73 — La trilogia di Giulietta — La vita 

VENEZIANA E LA LOTTA FRA IL ChIARI E IL GOL- 
DONI DESCRITTE IN UN ROMANZO — II PlAZZA A 

Bergamo — Lascia le orme del Chiari e im- 
prende VIA nuova — < L'amor tra l' armi » — 
Il romanzo passionale. 

Furono anni di grande attività questi del Piazza. 
Poco dopo / Zingani^ nel '70, die in luce La virtuosa, ovvero 
la cantatrìce fiamminga^ imitazione della Ballerina ono- 
rata del Chiari, ma romanzo povero d'osservazioni nuove 
intorno al teatro. (*> Seguì // nobile imaginario (1771) 
e poi forse // pazzo in convalescenza^ che nel Nobile è 
preannunziato, ma non potei ritrovare. Sorvolo su questi 
e mi soffermo su di una trilogia costituita di tre roman- 
zetti : U impresario in rovina^ Giulietta e La pazza per 
amore. Eccone in poche parole la trama : 

L'Impresario in rovina. — Patagiro Cucomagià, 
greco, ricco, avaro, vanitoso e libertino, ha da qualche 
anno posto sua sede in una città dell'Italia — puta 



(i) U Gatti, pubblicando nel 1783 una nuova edizione degli Zingant\ scriveva ailet> 
tori: < Pare che l'autore... abbia inteso di dare al pubblico un risarcimento de' modi 
troppo liberi con cui lo scrisse, facendo ad esso immediatamente succedere il Romito che 
ne forma la continuazione, offre la seconda parte spirante innocenza, sentimento e 
viitade ». 

(2) Notevole solo un passo del Cap. IX dove si accenna alla grande fama che go- 
derono a Venezia il Chiari e il Goldoni, ai due partiti in cui la città fu divisa, alle aspre 
lotte letterarie alle quali parteciparono « anche i legnaiuoli e i fabbriferrai » e le con- 
seguenti f guerre civili nelle famiglie >. 



L 



— 162 — 

caso Venezia — e, per una serie di fortunati eventi, è 
stato eletto Governatore (Presidente o Direttore diremmo 
noi) di un Conservatorio, cioè a dire Ospedale o Casa 
di ricovero, ove si accoglievano i figli abbandonati, anzi 
le figlie soltanto. ('^ D'una di queste ricoverate, Giulia, 
giovinetta bella e vezzosa, s'innamora il vecchio Pata- 
giro. E la giovinetta, già furba e scaltra quant'altre mai 
(bellissimo e arguto un dibattito tra lei e le compagne 
sulla sincerità degli amori), finge di corrispondergli sensi 
d'amore. Si fa donare una tabacchiera, un orologio a 
ripetizione, un anello, un ritratto, e fa perdere il capo a 
quello stupido vecchio, in modo che la cosa diventa 
palese, ne sorge uno scandalo, e Patagiro è sospeso 
dall' impiego. Giulietta non vuol lasciarsi sfuggire la 
preda, e con un'astuzia che sarebbe troppo lungo nar- 
rare, riesce un giorno ad uscire dal Conservatorio ed 
a raggiungere il vecchio. Eccoli tutti e due in viaggio, 
a Milano, a Torino, a Parigi. Giulietta ha bella voce, 
si mette a studiare canto, canta, vuol salire sul teatro. 
E il vecchio fatuo che pensa ? Pensa di far l' impresario. 
Comincia la sua rovina. Non pratico, si affida cieca- 
mente a questo e a quello ; tutti lo imbrogliano. Com- 
medianti cani ; poeti peggio ; musici peggio ancora. E 
il teatro è vuoto. Si appoggia ai nobili, ma questi pre- 
tendono mezzo pxrterre gratuito, e applaudire chi vo- 
gliono; si appoggia alla plebe, e nessuno paga. Chi 
vuole un ballerino e chi un altro : contese tumultuose 
durante la rappresentazione, poesie satiriche, fischi, ba- 
stonate. In breve, Patagiro consuma ogni suo avere. 



(x) Famosi nel settjcento i Consrrvatorii di Venesia, ne* quali p'ù centinaia di ra- 
gazze venivano allevate e istruite nell'arte del canto. Erano usate ne' concerti, negli ora- 
tori!. Uscendo, ricevevano dote, ma a patto non salissero sul teatro; dove invece quasi 
tutte finivano, (v. Lo Spione italiano (1782) Lettera II). Nel settecento, quattro erano i 
Coaservatorii a Venezia, quello dei Mendicanti, VOspedaletto, quello degli Incurabili e 
quello della Pietà, l'ultimo dei quali solo rimase, (v. ampia notizie su di essi e sulla mu- 
sica che vi si insegnava, in Memorie storiche della vita di Giuseppe Poppa, Venezia, 1840). 



— 163 — 

Per giunta si affida da ultimo a un giovinastro presunto 
principe, che lo implica in intrighi e truffe d'ogni specie 
e gli rapisce Giulietta; finché un giorno insieme con lui 
è imprigionato. Egli muore nel carcere. Giulietta si sgrava 
di una bimba. 

Giulietta — In principio di questa seconda parte 
della trilogia, l'infelice cantante è sola, a Parigi, abbando- 
nata da tutti, povera, colla piccola figlia. Spinta da fame, 
vende i gioielli che ha. Ma la fortuna non l'abbandona; 
e un giorno, vendendo essa a un certo marchese Gotrou 
la sua ripetizione, questi s'informa de' suoi casi, si 
muove a pietà, si mette a proteggerla ed aiutarla. Il 
marchese è un vecchio signore, amante delle donne, ma 
onesto e cortese cavaliere ; ha una moglie che non si 
prende cura alcuna di lui (« oh benedetta Parigi > — 
esclama il Piazza — « dove i maritaggi non producono 
gelosie ! »), ma ha figli e figlie che vedono assai di mal 
occhio questi per quanto platonici amoretti del genitore ; e 
gli stanno attorno e tanto lo molestano che un giorno il 
povero vecchio, stanco e sfiduciato, si uccide. Morendo, 
egli lascia a Giulietta una lettera commendatizia colla 
quale la prega di presentarsi a Londra ad un suo amico 
Milord Downer che le sarà largo d'aiuto. Giulietta la- 
scia presto Parigi, corre a Londra e trova Downer che 
le offre tutta la sua protezione. Nella lettera commen- 
datizia il Marchese ha presentato la giovine com^ sua 
figlia naturale abbandonata da uno sciagurato marito; e 
Milord come tale la rispetta e con ogni delicatezza le 
porge soccorsi materiali. Una notte egli è assalito da 
un malandrino, derubato e ferito. L' assalitore è preso 
dai servi, ma il buon Milord gli perdona ed ordina sia 
rilasciato in libertà. Pel quale atto generoso, la moglie 
del ladro si presenta a Giulietta, creduta moglie di Mi- 
lord, per ringraziarla della clemenza del marito. Com- 



— 164 — 

binazioni del caso ! In quella povera donna piangente. 
Giulietta riconosce Eugenia, una sua vecchia compagna 
del Conservatorio! L'amicizia si riannoda; dopo pochi 
giorni Giulia va alla casa dell'amica e, — altra meravi- 
gliosa sorpresa! — scopre in Riccardo, marito di lei, nien- 
temeno che il suo seduttore, il finto principe, il padre 
della sua bambina. Amor omnia vidi, e Giulia ancora 
si accende d'amore per quel farabutto e ancora a luì 
si abbandona. L'amica, tradita, si affretta a far cacciare 
da Londra gli adulteri ; i quali, raccomandati da una 
lettera dell' infinitamente buono Downer, trovano ospi- 
talità in Iscozia presso un Conte Smacletton ; ma l' im- 
penitente Riccardo riesce a fare un' altra vittima, a se- 
durre cioè la giovinetta figlia di un certo Grantson, e 
fugge con essa. Povera Giulietta ancora tradita e abban- 
donata! Piange, si dispera, lascia il maledetto castello 
ospitale, e colla sua piccina si allontana nella foresta. 
Dove va ? Ella vuol rintracciare il vile Riccardo. 

La pazza per amore — Qui le avventure già 
strane s' intrecciano, si complicano. Giulia va in traccia 
di Riccardo, e Smacletton va in traccia di Giulia. Ma 
questa, appena abbandonato il castello, perde il lume 
della ragione. Trova Riccardo e rinsavisce ; Riccardo 
muore, e di nuovo essa diventa pazza. Va randagia pel 
mondo, ritorna a Londra, rivede Downer, rivede Eu- 
genia, torna in Italia, a Venezia — quante peripezie! 
Pare di nuovo a poco a poco rinsavita ; ma ecco Eugenia 
le scrive da Vienna che Riccardo non è morto ! Come 
mai ? Corre a Vienna. Eugenia è caduta in un equivoco ! 
E Giulietta torna ad impazzire. Condotta in un mani- 
comio, vi si lascia morire di fame. 

Anche in questa trilogia è abborracciamento di pue- 
rile e di grottesco. La pazzia della protagonista è forse 
il solo motivo nuovo tra tutta la materia raccogliticcia; 



— 165 — 

ma neppure da esso l'autore ha saputo trarre alcun 
profitto a meglio descrivere una passione amorosa o co- 
prire di un velo di pietà una volgare e sciocca pecca- 
trice: quell'Orlando furioso in gonnella ci muove a riso. 
E per ' colmo, dopo la narrazione di cento amorazzi 
scollacciati, l'autore cerca volgere tutto a fine morale, 
e chiude la trilogia con una lunga predica alle fanciulle, 
dimostrando che il vero amore è soltanto l'amor co- 
niugale ! 

Arte grossolana; o nessuna. Ma anche questi tre 
romanzetti ho ricordati perchè inchiudono pagine utili 
a studiare l'autore e il suo tempo. 

L'autore stesso, nella lettera dedicatoria àoiV Impre- 
sario in rovina < A madamigella Giovanna Baccelli^ ini- 
ziabile virtuosa di ballo >, dichiara che « gli episodi 
dell'imaginato soggetto contengono delle storiche verità >. 
Purtroppo scoprire le allusioni personali, a tanta distanza 
<ii tempo e coi rapidi e fugaci tocchi descrittivi che usa 
il Piazza, è ora impossibile. Ma quelle vicende del po- 
vero impresario possiamo ben credere si riferiscano a 
fatti reali e imaginare da ciò con quale curiosità saranno 
state lette. 

Nel medesimo romanzo l'autore, avendo avuto oc- 
casione di giudicare benevolmente qualche greco o 
qualche ebreo, francamente scrive ch'egli < vantasi re- 
ligiosamente spregiudicato », che < non distingue il Greco 
dal Turco, dall' Ebreo e dall'Armeno », e che < è un 
grossolano errore di piccolissime teste affatto vuote di 
buon senso, e soltanto di pensieri falsi ripiene, quello 
d'esaminare prima dell'uomo la sua religione, e di sup- 
porre che non ci possa essere né virtude, ne onore in 
quelli che credono diversamente da noi, per averli a 
considerare gente d'un altro mondo quasi diviso dal 
nostro e disdegnare la socievole loro amicizia. » Il che 



— 166 — 

si accorda con quanto egli aveva dichiarato pubblicando 
UEbrea, 

Nella Pazza per amore^ Giulietta, quando torna a 
Venezia, assiste alla festa dell'Ascensione, e l'autore,, 
tutto veneziano come tutti i veneziani, con infinita com- 
piacenza s'intrattiene a descriverla. <'> E poi Giulietta. 
— cioè l'autore — si mette a filosofare e ci fa passare 
dinanzi agli occhi una turba cosmopolita di Francesi, 
Moscoviti, Inglesi, Polacchi, che passeggiano nel lision^ 
o nella piazzetta, e i nobili, e le maschere che nascon- 
dono miseria e fame, gl'innamorati che si baciano e i 
coniugi che guardano il cielo, i bottegai arricchiti, una 
crestaia di Parigi che si spaccia per Contessa, un poeta 
che < pipando manda in fumo la propria vita » e un. 
filosofo ubriaco. « La filosofia nuotava nel vino. » 

Nell'articolo VII, si parla degli spedali. Fosca pit- 
tura: nei letti soffici offerti dalla carità pubblica, dor- 
mono i direttori e gl'inservienti ; gli ammalati, su luridi 
sacconi. Cosi distribuiti sono pure i buoni ed i cattivi 
cibi. Gli amministratori — o noi emuli delle virtù del 
padri ! — mangiano e rubano. « Gli ospitali sono i mo- 
numenti più sacri della pietà e della grandezza dei 
Principi ; ma l'amministrazione delle loro rendite è quasi 
sempre contraria alla mira del pubblico zelo >. Infermi 
trascurati e altri sacrificati alle esperienze dei chirurghi. 
Vecchi sofferenti, dai guardiani trattati come bestie. 
Bimbi ai quali non si dà nutrimento sufficiente. Fanciulle 
abbandonate. Ma peggio gli spedali dei pazzi: oh! e let- 
ticelli di paglia muffata e di schiavine inzuppate di 
muscose sozzure ; stanzini oscuri come prigioni e fetidi 

come l'arche; nudità, squallidezza, morbi, pidocchi. 

Uno incatenato come una fiera ; un altro rinchiuso come 



(i) Articolo VI. 



[ 



— 167 - 

pazzo, solo per vendetta privata. Medici ignoranti, ar- 
bitrii, corruzione ». 

Ma notizie che anche più ci interessano, perchè 
riguardano la storia letteraria, troviamo nella Giulietta* 
Negli articoli VI e VII, il romanzo è quasi interrotto ; 
e, contro ogni economia e armonia artistica, l'autore 
lungamente si sofferma a parlare delle condizioni del 
teatro italiano in generale, e specialmente dei teatri 
di Venezia. Egli fa che nel castello scozzese in cui 
Giulietta si è rifugiata, tra lei e l'ospite suo, Smacletton, 
avvengano alcune conversazioni. Smacletton è da poco 
tornato da un viaggio in Italia, dove ha soggiornato per 
qualche tempo a Venezia, e racconta quanto ha veduto. 
Per bocca sua parla il nostro Piazza, ci dà notizie pre- 
ziose ed esprime giudizi che mi sembrano non indegni 
d'essere per la storia ricordati. 

Sentite prima come dipinge i Veneziani : (^> 



< Ho veduto una gran parte di questo mondo, e sostengo 

che la Patria vostra soltanto presenta lo spettacolo della povertà in 
allegrezza, e del potere senza fasto. Io m'incantava osservando, nel 
rigore maggior dell'inverno, una Truppa di sfaccendati cenciosi co' 
piedi scalzi, senza camicia, senza berretto, con un farsetto logoro e 
lacero, che ingiuriavano la stagione, cantando, ballando e scher- 
zando tra loro nelle più bizzarre maniere. Coloro dormivano la notte 
in istrada sopra il nudo terreno? non mangiavano mai cibo alcuno 
sostanzievole, ma quattro soldi di vino bastava a tenerli contenti e 
ridestare la vivacità del loro naturale. Conobbi degli artefici che 
guadagnavano tre lire al giorno e avevan da mantenere una nume- 
rosa Famiglia ; de' Cittadini rovinati o dalle disgrazie o da' vizi ; 
della gente, insomma, che si trovava in lagrimevoli circostanze, ma 
l'ilarità le brillava sempre nel volto, la facondia aggiravate il labbro 
e non lasciavasi mai funestare dalla vera melanconia. Fui onorato 
dell'amicizia d'alcuni Personaggi ch'occupavano gli impieghi supremi 



(i) Articolo VI. 



— 168 — 

del loro Governo ammirabile. Ricciii, potenti, applauditi, nobilissimi 
e investisti dell'autorità più temuta, li vedevo camminare soli, schiet- 
tamente vestiti e trattare con famigliarità sempre nobile i loro Sud- 
diti, e a non distinguersi neir apparenza in cosa alcuna da essi. Ecco 
la povertà in allegrezza, e il potere senza fasto che v'accennai >. 



Passa poi a parlar del teatro. Ecco la famosa con- 
tesa tra il Gozzi, il Chiari e il Goldoni. Ai nomi di 
PolissenOy di Egerindo e di Conte Tartana si sostituiscano 
i nomi del Goldoni, del Chiari e di Carlo Gozzi ; e sì 
vegga la giustezza, l'equità di giudizio di questo nostro 
Piazza, il quale pure era amico del Chiari e scrìveva 
nel 1781, quando l'eco di quelle contese letterarie era 
ancora vivissima in Venezia. ^^) 



€ In proposito di cose teatrali, ho veduto del buono e del pes- 
simo e conobbi nel genio di quel pubblico una docilità che non ha 
regnale, una somma facilità di prender partito e una costanza non 
ordinaria per sostenere le cose che s'impegna a proteggere. La prima 
volta ch*io fui in quella Metropoli, la ritrovai in due fazioni divisa 
in proposito di Poesia comica, una delle quali sosteneva il merito 
vero deirinarrivabile Polissena Fegcjo^ riformator benemerito de' vostri 
teatri, e l'altra Egerindo suo antagonista, felice verseggiatore, ma 
cattivo poeta che dimostrò nelle opere sue dell'erudizione, del talento 
e dello spìrito molto, pochissimo discernimento e minore criterio. Senza 
conoscere gli uomini, né la loro natura, senza sapere, in conseguenza, 
dipingerli poeticamente quali essi sono, senz'avere l'arte del Teatro, pure 
giunse, per qualche tempo, a mantenere divisi i voti del Pubblico, tra sé 
e remulo suo. L'elegante facilità de' martelliani suoi versi, ch'erano in 
voga a quel tempo, certe dottrine rese intelligibili dalle scene sino 
al volgo ignorante, un'abbondanza di massime filosofiche ; alcune de- 
scrizioni bellissime che rapivano il pensier dell'Udienza, furono le 
vernici, i belletti che coprirono le tante mostruosità da cui erano 
deformate l'opere sue. Il Popolo, incantato dall'armonia de' suoi versi, 



(i) Anche mi piace riferir queste pagine, perchè nessuno di quelli che scrissero iO' 
tomo alla lotta Chiari-Goldoni, le conobbe e ne fece cenno. Solo Achille Ned fttgace* 
mente e vagamente le ricordò in una recensione, Gtor, iiorico della Leti, Italiana^ 
V. 275. 



— 169 — 

contenta vasi di lasciarsi parlare ali* orecchio e non già all'intelletto ; 
e purché sentisse un discorso di morale ripieno, e sparso di bellezze 
poetiche, si logorava le mani per applaudirlo e dimandarne la replica, 
senza considerare se stesse bene in bocca d'una donna plebea o di 
un rozzo villano, che spesso si facevano parlare da' filosofi dallo 
sconsigliato Egerindo, Ma il merito falso non è sempre applaudito, 
ed ora l'opere sue si soffrono a stento ne' vostri teatri. I versi mar- 
telliani non si vogliono più sentire, s'aperser gli occhi dell' intelletto 
a chi se li chiudea a bella posta, per sentirsi solleticare 1' orecchio ; 
e più soffrir non si vuole il Delfin tra le selve e il Cinghiale tra 
r onde. 

Non è così dell'inarrivabile PoUsseno ; il di cui merito non istà 
nelle parole, ma nelle cose. L'opere sue si stampano e si ristampano 
in cento parti d'Ita ia, ad onta delle tante edizioni che se ne fecero 
in prima. Si traducono in varie lingue, si rappresentano da' Nobili 
dilettanti e da tutti i comici di professione e piacciono in qualunque 
luogo ; perocché nelle medesime la natura é dipinta e il core del- 
l'uomo è anatomizzato in ogni parte sua più recondita. In quelle si 
vede cosa sia arte di dialogo, unità d'azione, sostentamento di ca- 
rattere, proprietà di discorso, intrecci, sviluppamenti, cognizione. Ivi 
si sente la Dama a parlar da Dama e la Contadina da Contadina ; 
né c'è mai qualche Pettegola che voglia farla da Filosofessa, collo 
sputare a bizzeffe l2 sentenze e gli assiomi. Insomma a PoUsseno 
basta per elogio il solo suo nome; perocché la grandezza del di lui 
merito supera di gran lunga tutte le lodi più ingegnose della umana 
eloquenza. Egli trasse l'Italiano Teatro da quella vituperosa inde- 
cenza, in cui languiva da qualche secolo addietro, egli lo riformò, 
v'introdusse il buon gusto, aperse una Scuola al costume, riprese il 
vizio, insegnò la virtù, e all'Uomo fece vedere l'Uomo, per correg- 
gerlo colla forza della verità e della natura, a differenza del suo 
Competitore che, sollevando tutto all'eroismo e al chimerico, non potè 
mai giungere a tanto. La differenza che passa dall'uno all'altro il 
tempo l'ha dimostrata. Egerindo è morto coU'opere sue alla stima 
del Pubblico, PoUsseno calca il sentiero dell'immortalità e i parti del 
suo felicissimo ingegno sono sempre più ricercati e lodati da tutti. 
La stima che ne fa d'esso una delle Corti più rispettabili dell'Europa 
dove fioriscon le scienze e d'ogni cosa regna il buon gusto, (0 il 
posto ivi occupato da lui, fanno ampia testimonianza del reale suo 



(i) Accenna alla Corte di Francia, presso alla quale, com'è noto, il Goldoni sì era 
recato fin dal '62. 



- 170 — 

merito che dairìnsolenza e malignità de* suoi Emuli, non può mai 
ricevere nocumento veruno, ma bensì qualche lustro maggiore, a 
guisa del ferro che battuto e ribattuto da' pesanti martelli, diventa 
sempre più lucente e più fino. Ci vuol altro per oscurare la gloria 
d'un si grand'uomo che le satire dure e stentate del taciturno ConU 
Tariana, (i) autore di fiabe da trattenere i bambocci e di qualche 
miserabile opuscolo ripieno di frasi rancide ed aspre da far ispiritar 
la Befana! Questo accanito Misantropo il di cui nome non oltrepassò 
mai le lagune dell'Adria, né le Valli di Bergamo, o non doveva osare 
d'attaccare un autore che all'Europa tutta seppe rendersi noto e 
famoso, o almeno doveva farlo con quella convenienza e rispetto 
ch'usar si deve dalle persone oneste e ben nate. I motteggi, le in- 
solenze, le ingiure disonorano color che le fanno, non già quelli che 

le ricevono Bello si è che, dopo aver detto tutto il male possibile 

del miglior Poeta comico ch'abbia avuto l'Italia, si mise a comporre 
egli stesso per il Teatro. Da un Censore cotanto rigido il mondo si 
aspettava delle cose assai grandi : ma al partorire dei monti nacquero 
dei topi ridicoli. > 



Basti questo saggio ; ma Fautore continua ancora 
per un pezzo. Parla delle famose fiabe : Roba da ragazzi. 
Altro ci voleva ! Il Conte Tartana provarsi doveva a 
scriver commedie senza maschere ! Ma il gusto del 
pubblico s'è corrotto. E applaudon Tartana^ e, peggio, 
< certe cattive commedie tradotte dallo spagnuolo ». 

La plebe è padrona dei teatri; può ciò che vuole; 
volgare, mentre si recita, fischia, ciarla e grida come 
in piazza, sputa sui cappelli di quelli che siedono nei 
parterre e fa battaglie colle bucce degli aranci, e stre- 
pito coi bastoni. E via via, anche per tutto Varticolo VII, 
l'autore continua la sua critica sull'uso delle maschere 
e sui difetti dei comici. Tutte cose delle quali, abbiamo 
visto, anche lo stesso Chiari si era già lamentato. 



(i) Questo pseudonimo di Tarfana, sotto al quale nascondesi Carlo Gozzi, fu sugge^ 
rito al Piazza da quel libercolo satirico intitolato La 7 ariana degli injlus&t^ che WGosiì 
pubblicò a Venezia nel 1756 contro il Goldoni ed il Chiari. 



— 171 - 

A trent' anni adunque, Antonio Piazza si poteva 
gloriare padre di numerosa prole : quasi venti romanzi. 
Lo scolaro del fecondo abate bresciano aveva ormai 
superato il maestro. 

Ed ora egli senti il bisogno di respirare aria nuova. 
D'ingegno vivace come indubbiamente egli era, d'idee 







Le stravaganze del caso di A. Piazza, Bergamo, Locateli!, 1772. 



larghe, e animato da un desiderio insaziabile di sapere, 
sentì bisogno di aprire il volo fuori della sua Venezia. 
E parti. 

Nel '72 lo troviamo a Vicenza, a Milano ed a Ber- 
gamo, nella quale ultima città pare dimorasse qualche 
tempo. Le stravaganze del caso^ dedicate « a Sua Eccel- 
lenza il sig. Vincenzo Dolfin di S. Leonardo > con let- 



- 172 - 

tera datata da Milano, il 10 ottobre di quell'anno, furono 
pubblicate a Bergamo presso Francesco Locatelli. ^^) 

E nello stesso tempo che lascia Venezia, il Piazza 
pare si determini a decisamente abbandonare le orme 
del Chiari, ad emanciparsi del tutto, e coltivare di pro- 
posito quella forma dì romanzo breve, semplice d'in- 
treccio, drammatico e passionale, del quale già aveva 
dato qualche saggio. 

Di tal genere sono Le stravaganze del caso e il 
séguito, cioè La burrasca che guida al porto, e La pic- 
colezza della sua mole i, egli dice A chi vorrà leggere 
il primo dei romanzetti, < deriva dalla precisione con 
cui mi sono ingegnato di trattar la materia >. E per 
< precisione > egli intende forse verisimiglianza. « Ciò 
mi pareva una volta difetto. Ora conosco ch'è un 
pregio, il più necessario all'opere di questo genere. 
Chi si sceglie un cieco per guida » — il cieco è in- 
dubbiamente il Chiari — « s' espone al pericolo ine- 
vitabile di precipitare con lui. Tale fu pure la mia di- 
sgrazia ne' primi passi ch'io diedi nel cammino delle 
lettere. S'io abbia saputo sollevarmi dalle mie cadute 
ed ischivarne di nuove, lo lascio giudicare a quelle 
persone di buon senso che voglio io prendersi la pena 
d'esaminare la differenza che passa dalle prime all'ultime 
opere da me date in luce finora ». Parimenti Al benigno 

Lettore della Burrasca dichiara: < Questi volumetti 

tali non son essi da -secondare il gusto per il meravi- 
glioso, ma nella loro naturalezza e semplicità possono 
piacere a chi si contenta di vedere nella gran scena 
del mondo l'uomo qual'egli è, le sue passioni, ne' limiti 
dell'ordinaria sua sfera, le sue virtù non sublimate dal- 



(t) Nella Prefazione^ è detto: " L' aggradimento benevolo con cii in questa ioclita 
citt'i dove al presente mi trovo, furono ricevuti tutti li miei romanzi da me scritti, pub- 
blicati a Venezia, mia patria, m'ha incoraggiato a qui dare in luce il presente. „ 



- 173 - 

l'eroismo, i suoi vizi non abbassati alla turpitudine, le 
sue debolezze, le sue mancanze bilanciate dalle ottime 
qualità. > (') 

Nuovi e saggi criteri d'arte si erano insomma for- 
mati nella sua mente matura. Attuarli ora doveva ; e 
qualche lavoro compi infatti meno spregevole degli 
altri ; ma qualche frutto più perfetto, ci è lecito pensare, 
avrebbe dato se le fortune varie della vita e l'ingegno 
irrequieto non l'avessero stornato dagli studi meditati e 
sereni. L'amor tra l'arme^ che usci pure a Bergamo nel 
'72, è da ritenersi il miglior romanzo del Piazza. 

Il fatto si svolge nella Corsica ; l'ambiente è storico: 
la guerra dei Còrsi contro i Genovesi e precisamente 
il perìodo (1752-68) in cui splendette l'eroismo di Pa- 
squale Paoli. L'ammirazione che tutto il mondo civile 
tributò a quel valoroso, (*^ fu profondamente sentita anche 
dal nostro scrittore che, acceso d'entusiasmo, assai op- 
portunamente e genialmente seppe ìmaginare e svolgere 
una nobile finzione romanzesca tra le gesta gloriose di 
quel popolo eroico lottante per la libertà. 

Aspasia, figlia di uno di quei Greci che i genovesi 
avevano chiamato nell'isola insieme coi Francesi, per 
combattere i Còrsi, ama il còrso Radamisto e ne è ria- 
mata. Sono due giovani belli, forti e virtuosi, vogliono 
amarsi la vita intera ; ma alla loro felicità fa ostacolo 
la guerra che divide le due loro famiglie naturalmente 
nemiche. Un giorno, in una mìschia, il padre di Rada- 
misto rimane ucciso e muore implorando dal figlio ven- 
detta; e il giovane corre ad arruolarsi tra i sollevati e 
parte pel campo, dopo avere giurato eterna fede ad A- 
spasia. Ma questa, poco dopo, per isfuggire alle pressioni 



fi) Lo stesso concetto à ribadito nell'ultima pagina del romanzo. 

(2) Riguardo all'ammirazione che i contemporanei tributarono al Paoli, leggansì 
parecchie lettere che Alessandro Verri scrive va da Roma nel 1768, e specialmente quella 
del 13 luglio, a pag. 247 del Voi. Ili dilla Raccolta del Cusani. 



— 174 — 

della madre che la vuol dare in isposa a un vecchio 
signore, abbandona pur essa la sua casa per raggiungere 
Radamisto. Eccola pur essa in abiti virili, armata in 
mezzo ai combattenti córsi, prima derisa e vilipesa, 
poi, a poco a poco, ammirata pel suo coraggio, per la 




L'amor tra l'armi del Piazza, Venezia, Occhi, 1782. 



sua virtù, pel suo valore. Giunta al campo, apprende che 
Radamisto, accusato di tradimento, sta per essere ucciso; 
ed ella, cercate ed avute le prove della di lui innocenza, 
riesce a salvarlo. L'uno a fianco dell'altra combattono 
da eroi all'assalto della Torre di S. Pellegrino. Aspasia 
è fatta prigioniera, ma fortunatamente è liberata dal 



- 175 - 

padre, custode del carcere. Poi le vicende della guerra 
si moltiplicano, I due amanti vengono dagli eventi nuo- 
vamente divisi, ma continuano a combattere per la li- 
bertà e si coprono di gloria. Si arriva cosi al 1768. I 
Córsi sono sopraffatti, la guerra sta per finire. In una 
ultima scaramuccia, Radamisto riesce per caso a scoprire 
chi fu l'uccisore di suo padre e l'uccide. Giunge Aspasia, 
vede l'ucciso : E suo padre ! Quale sventura viene a 
frapporr! tra i due giovani cuori! Il giovane prega A- 
spasia che lo uccida, ma ella che lo adora non può. I 
poveri amanti si dividono ; Aspasia si fa monaca ; Ra- 
damisto segue il Paoli a Londra nell'esilio. 

Come vedesi, alcuni elementi del romanzo non sono 
nuovi. Ma qui essi acquistano finalmente colore di verità. 
L'amore dei due giovani è umano ; Aspasia è un'eroina 
ben diversa dalle avventuriere del Chiari, tipo di quelle 
donne córse valorose che la storia istessa ricorda; le 
stesse molte vicende fortunose di quell'amore infelice 
acquistano verosimiglianza nel tumulto della guerra e 
della sollevazione. Ma sopra tutto è da avvertire che 
qui, per la prima volta, il dramma di due anime si svolge 
in un ambiente storico, e ciò ch'è storico è una guerra 
memoranda per la libertà di una patria. Il romanzo che, 
breve, rapido, ha qualche descrizione e scena bene con- 
dotta, e un colore nuovo di sentimenti or delicati, or 
profondi, si chiude con un saluto riverente a Pasquale 
Paoli. 

A questi anni certamente deve risalire anche 1^ 
composizione del più popolare romanzetto del Piazza, / 
deliri dell'anime amanti^ che in una edizione veneta del 
1782 egli chiamò « opera giovanile >, <^) Ancora nel 1850 



(i) Ignoro la data precisa della prima edizione. 



- I7ó — 

si ristampava, ed è il solo romanzetto del nostro autore 
che ancora oggi qualche volta occorra vedere sui banchi 
de* librai ambulanti. 

Quante lagrime dovettero versare le donnicciuole 
nel leggere gli amori infelici di Ermenegilda ed Anti- 
noro ! Egli la vide un giorno in giardino, appena uscita 
dall'acque d'una fontana dove s'era bagnata, e se ne 
innamorò ; e la fanciulla gli concesse tutto il suo cuore. 
Antinoro era bello e forte e generoso. Lottò contro 
mille ostacoli ; e già stava per condurre la sposa all'al- 
tare, quando dovette partire per la guerra. Che strazio 
per Ermenegilda ! Poi, alla fanciulla fecero credere che 
l'amante fosse morto sul campo ; ed ella si chiuse in un 
monastero. Ma tornò Antinoro, e l'amore si riaccese e 
divampò nel cuore della infelice reclusa. Le porte del 
monastero non si potevano più aprire per lei ; il sacro 
voto era stato giurato innanzi a Dio ; ma Dio perdona 
a quelli che amano ; ed Ermenegilda, una notte, appiccò 
fuoco al convento e, approfittando della confusione che 
ne venne, fuggi, e corse tra le braccia dell'amante . 
Ma la felicità fu breve. I patimenti sofferti e il soverchio 
della gioia la uccisero. (Oh le dolci parole estreme della 
povera morente in mezzo alla deserta campagna!). An- 
tinoro si fece frate, ma poQo dopo egli pure andò a 
raggiungere in cielo la donna amata. Ora i due corpi 
giacciono in una romita chiesuola, sepolti nella medesima 
tomba. 

Par d'essere in pieno romanticismo : campagne de- 
serte, lagrime, suore, morti pietose, una tomba che ac- 
coglie i due amanti ; ma con tutta la loro esagerazione, 
quei sentimenti e quelle passioni sono umane; perciò il 
romanzetto piacque ed ebbe vita duratura. 

Ancora a Bergamo, l'infaticabile Piazza pubblicò un 
libretto di novelle intitolato I castelli in aria^ ognuna 



- 177 - 

delle quali è una satira e allude certo a persone note e 
viventi. ^*) e Cosi >, egli scriveva ai lettori bergamaschi 
delle Stravaganze del caso^ annunziando VAmor tra l'armi 
e i Castelli in aria^ < cosi, prima di sortir dall'Italia^ 
adempiute saranno le pubbliche mie promesse e rimarrà 
a' miei leggitori cortesi qualche cosa del mio che valga 
a serbarmi nella loro memoria ». 

Usci egli veramente d'Italia? Dove si recò? Non 
sappiamo. Certo è che, se fu assente, fu per poco, perchè 
nell'inverno del '73 egli trovavasi ancora in Italia, a 
Genova, intento a scriver commedie. 



IV. 



1773-80 — Il commediografo sfortunato — Pe- 
regrinazioni PER l'Italia — Polemiche col 
GouDAR — La vita del teatro offre al Piazza 
argomento di nuovi romanzi. 

Anche il teatro naturalmente dovette lusingare lo 



(i) Quest'operetta è annunziata nella lettera A e A» vorrà leggere che sta in fine 
alle Stravaganze del caio^ Bergamo, Locatelli, 1772; e precisamente con queste parole: 
" lo non mancherò di qui dare alle stampe anche... / castelli in aria^ che sono deside- 
rati da tanto tempo da tutti quelli che, ad onta del mio demerito, guardano con occhio 
di parzialità le produzioni dell'infelice mia penna „. Ma il libretto rarissimo non porta 
nome di luogo, ne data. Ecco il frontespizio : / castelli iti aria \ ovvero \ raccolta 
galante \ di \ alcuni fatti su tale argomento \ scritta \ per pi i cere di chi la 
scrisse \ pubblicata per chi vorrà leggerla | Dove si lascia stampare anche delle cose 
che sono vere \ aWinsegna del Pregiudizio superato \ dalla Ragione \ sul declinare 
del secolo illuminalo. L'opuscolo di 52 pagine contiene sette articoli intitolati : // 
DerviSy La poetessa. Il ciabattino di Pirau, fi fallimsnio doloso. Il musico, Le dediche. 
Ad un Raguseo, Il primo si riferisce senza dubbio a uu tal prete Rubbi preposto di So- 
risole nel Bergamasco che a quei tempi era in gran fama perchè si credeva facesse mi- 
racoli (aa di lui scrisse un opuscolo Luigi Carrara, Tip. Gatti, 1870?). Il secondo è una 
pungentissima satira contro la poetessa Bettina Caminer che il Piazza potè conoscere a 
Venezia quando ella vi si recò nel 1769, nota amante del conte Albergati, che poi andò 
moglie del medico Turra di Vicenza, ove si stabilì circondandosi di letterati, adoratori 
e malevoli (v. E. Masi, La vita, i tempi e gli amici del C. J, Albergati, Bologna, Za- 
nichelli, 1872, Cap. IV). Delle altre novellette, chi volesse, credo potrebbe non difficil- 
mente trovare, nelle storie e cronache del tempo, i protagonisti. 



— 178 - 

scolaro del Chiari. Già si è visto nella Giulietta com' egli 
ne discorresse con saggezza ed amore; e chi, del resto, 
sapendo appena usare la penna, si ritenne dal calzare 
il socco, in quel delirio pel teatro che invase allora ve- 
neziani e italiani ? 

Le sue commedie, già sparsamente pubblicate, fu- 
rono insieme raccolte, prima, nel 1787, e di nuovo ri- 
stampate in quattro tomi nel 1829 <"> dal figlio suo 
Giuseppe, cui sopra ho accennato. Né più diligente ed 
amoroso editore potevano avere. Il quale altre opere 
del padre intendeva pubblicare, tra cui l'autobiografia 
inedita; ma poi non pubblicò. Sicché ora soli preziosi 
cenni autobiografici rimangono alcune brevi prefazioni 
che già il Piazza aveva preposte a ciascuna commedia. 

Nell'inverno del ^7i recitava a Genova, nel Teatro 
delle Vigne, la compagnia di Onofrio Paganini. E, 
passando il Piazza per quella città, il capocomico, il 
quale e aveva letto de' suoi romanzi » e lo teneva in 
grande stima, lo pregò vivamente di scrivergli qualcosa 
per la sua compagnia. Esitò il romanziere, poi cedette 
alla tentazione ; si pose a comporre una farsa, e ne usci 
una commedia di tre atti, L'amicizia in cemento. Ma 
quante difficoltà per recitarla ! Erano i comici ignoranti 
a tal punto che le varie parti egli dovette scrivere 
secondo il carattere che ciascuno di essi era solito e 
sapeva sostenere ; e uno dovette di necessità far par- 
lare in veneziano, perchè V italiano ignorava ; 1' autore 
stesso s'acconciò a far da suggeritore. Ma alla fine la 
commedia fu rappresentata e — dice lui — piacque. (*) 
Un tale Gravier, libraio francese, che allora trovavasi a 



(i) Venezia, presso Giov. Antonelli. 

(2) Fu anche rappresentata e stampata a Torino nel 1775 dal libraio Mairesse. Note* 
vole la scena XIV dell'atto II, nella quale un ebreo compera uno schiavo per 1000 zec- 
chini, e manifesta è l'intenzione di schernire gli Ebrei. Il che significa che per strappare 
l'applauso, il Piazza secondò la corrente del pubblico, e sul teatro contraddisse alle idee 
manifestate nei romanzi. 



- 179 — 

Genova, tentò indurre il Piazza a seguirlo a Parigi ; 
ma egli non osò, e rimase presso il Paganini, secondo 
il quale < la mancanza di Goldoni ed il gusto perieli- 
tante dei versi martelliani coi quali il sig. Abate Chiari 
aveva incontrato il popolo, lasciavano uno spazioso 
campo al genio del Piazza da fare rapidi progressi nel- 
l'arte comica >. Ma i progressi non si videro, e gli sforzi 
del Piazza non riuscirono a grande effetto. 

Vita assai agitata dovette essere la sua in questi 
anni : l'irrequietezza del suo ingegno che tentava nuove 
manifestazioni, ha riscontro nella instabilità della sua di- 
mora. Nello stesso anno, recatosi a Firenze, vi fece 
rappresentare La famiglia mal regolata, senza successo. 
Poi andò a Mantova, dove scrisse La moglie tradita, 
ossìa il marito ravveduto. Tornato in Toscana nel 74, 
mentre egli era a Livorno, fu rappresentata a Venezia 
questa sua terza commedia, che non dispiacque. Del che 
rianimato, compose La felicità nata dalla sventura, <') 
Ma Gerolamo Medebach, al quale egli l' offre, non 
vuole accettarla. Passa allora a Trieste, e mentre là si 
trova, viene a sapere che il Brandi, mutatole il nome e 
chiamatala Le combinazioni del caso, Pha fatta recitare 
a Venezia con esito felice. Ancora, tra il 74 e il '76, 
peregrinando tra il Veneto e la Toscana, compose // 
Cassiere^ Il misantropo punito, Chi la dura la vince^ 
L^apparenza inganna. Ma quest'ultime commedie egli 
iieppure ci dice se furono rappresentate ; e ad ogni 
modo son di tanto scarso lavoro che, se lo furono, si può 
esser certi che non poteron piacere. Lo stesso Piazza si 
accorse d'avere sbagliato strada, e più non ne compose. 
Egli ha il merito, peraltro, d'aver seguito le orme del 

(i) Fu pubblicata a Livorno nel 1775 colle stampe del Falerni; poi a Venezia nel 
^776 colle stampe dello Stucchi e del Pagani. Nella commedia notansi disperse molte 
*^teaze tolte dalle Natii del Yoang, opera che il Piazza dichiara aver tradotta poco 
prima in italiano. 



— 180 — 

Goldoni, d'aver scritto in prosa e abolito le maschere. 
Qui pure egli mostrò buoni intendimenti, ma gli fece 
difetto l'ingegno. 

In questi anni avventurosi, al nostro romanziere, 
oltre che il pubblico de' teatri, die briga il famigerato 
avventuriere Angelo Gondar. ^') 

Potè conoscerlo a Venezia nel '73, quando vi pub- 
blicò le Remarques sur la musiqne et la danse^ opuscolo 
nel quale il maligno autore àtWEspion chinois sprizzò 
il veleno delle sue osservazioni satiriche sul teatro ita- 
liano. E il Piazza che giusto allora si volgeva al teatro 
e che, italiano franco e generoso, pur conscio de' gravi 
difetti delle nostre scene, non poteva soffrire che un 
francese di brutta fama rispondesse all'ospitalità di Ve- 
nezia col denigrarla volgarmente, il nostro commedio- 
grafo che a qualche ballerina onorata già aveva de- 
dicato qualche suo romanzo, dovette fin d'allora veder 
di mal occhio l'avventuriere francese. Non è anzi im- 
probabile che certa Cicalata che usci nello stesso anno, a 
Venezia, acerba risposta alle Remarques, sia stata scritta 
dal Piazza. (*) Il Goudar volle mostrare di non curarsi 
punto di quello scritto ; intorno al '74 pubblicò un Stip- 
plément aux Remarques^ e poi un Supplément au Sup- 
plementi dove su musici e ballerini rincarò la dose della 
maldicenza. Dopo aver passato alcuni mesi a Napoli 
colla sua Sara, ed esserne stato sfrattato, nel settembre 
del 75 si fermò in Toscana, un po' a Lucca, un po' 
a Livorno, ma specialmente a Firenze, ove rimase fino 
al luglio del '76. E in questi anni, a Firenze dove il 



(i) V. pei tutto quanto sto per dire riguardo ai rapporti tra il Goudar e il Piazza» 
il libro di A. Ademollo, (/n avventuriere francese in Italia^ Bergamo, Grafiuri e Gatti». 
1891, pag. 28, 58 e seg. e passim. 

(2) Ademollo, op. cit. pag. 59: La Cicalata^ (Venezia, Palese, 1773), figura scritta da 
un tal Paolo Manzi, pseudonimo. 



— 181 — 

Piazza, come s'è visto, dimorò qualche volta attendendo 
alle sue commedie, ì due nemici poterono di nuovo in- 
contrarsi ed affilare le armi. Smanioso di suscitar ru- 
more attorno alla sua persona ed a sua moglie, dalla 
bellezza della quale traeva profitto, il Gondar si mise 
a pubblicare ogni inverno, col nome di Sara, certe Re- 
lations historiques sui carnevali di Firenze, ovvero lettere 
nelle quali, parlando dei teatri, dei balli, delle conver- 
sazioni, delle feste, si compiaceva dir male di tutti e di 
tutto ; e ne pubblicò ben sette. Per giunta, nel '75, diede 
alle stampe un Pian de reforme propose atix cinq Cor- 
recteurs de Venise^ satira spietata e forte contro il go- 
verno di Venezia che aveva chiuso il Ridotto ; e, poco 
dopo, rispondendo a una finta Madame Sophie autrice 
d'una Lettera responsiva alla prima Relation de M.me 
Sara, ancora una volta colse l'occasione di lanciare 
nuovi insulti contro la Serenissima. Venne allora in 
campo il nostro Piazza. 11 quale scrisse e pubblicò un 
famoso Discorso all'orecchio di monsieur Louis Gondar. ^^^ 
S'egli si mosse per sua unica volontà e solo, con- 
tro sì temibile avversario, è difficile precisare. L*Ade- 
mollo <*) crede che nel suo Discorso abbia potuto pre- 
stargli aiuto il Casanova ; e può darsi, quantunque non 
si abbia prova che i due scrittori abbiano avuto qualche 
rapporto mai, e non pare che il nostro bravo Piazza 
potesse facilmente acconciarsi a far comunella con un 
tristo avventuriere, anche per un buon fine. Un tale 
Tanzini in una Nota pure citata dall'Ademollo ^3) lasciò 
scritto : € Per segreta commissione di Leopoldo fu in- 
caricato il presente gazzettiere urbano di Venezia, (♦> 



(i) Londra (ma Venezia o Firenze), 1776. 
(2) pag 122. 
;3) pag. 123. 

(.4) La noia è del 1797, quando, come vedremo, il Piazza era direttore della Gaz- 
^etta urbana veneta. 



L 



- 182 — 

Antonio Piazza, e noto autore dì romanzi, a scrivere 
come fece, la più atroce, la più sanguinosa satira che 
mai sia stata dettata dal più nero livore, maldicenza e 
detrazione contro i due coniugi Goudar, sotto il titolo 

Discorso all'orecchio ; questa satira diede motivo a 

gran discorsi per tutta Italia e la Francia, e Piazza ri^ 
cevette in premio per questa virtuosa fatica zecchini 
30 per mano del Bargello >. L'AdemoUo, ignorando che 
il Piazza si trovasse a Firenze nel '76, è alieno dall 'am- 
mettere tale commissione del Duca Leopoldo, da altri 
documenti non confermata ; ma io non trovo ragioni 
valide a negare il fatto ; e mi pare anzi molto proba- 
bile e naturale che, da una parte, il Duca volontieri 
cercasse e pagasse una persona valorosa atta una buona 
volta a rintuzzare la boria e la malignità del denigratore 
di Firenze, e che, dall'altra, il Piazza, ospite cortese di 
Toscana, invitato, volentieri accettasse l'incarico, co- 
gliendo la buona occasione di difendere anche la sua 
Venezia vilipesa. 

Comunque, il Discorso fu attribuito al Piazza. ^'^ In 
esso lo scrittore ci appare molto più forbito nella lingua 
e nello stile e più colto di quello che nelle altre opere 
non appaia ; effetto forse di cura particolare posta nel 
componimento polemico e di aiuti anche e consigli, se non 
del Casanova, d'altri collaboratori veneti e toscani. Rias- 
sumerlo non è il caso, e sarebbe difficile, perchè alquanta 
disordinato, e costituito di osservazioni e censure e cor- 
rezioni troppo minute. Basti dire che è una difesa dei 
comici, de' cantanti, de' ballerini, di Venezia, di Bologna^ 
di Firenze, di Napoli, di Lucca, ed è offesa terribile 



(i) Io ne ho potuto vedere la copia stessa che già l'Adeniollo possedeva e che a 
lai servi pel suo lavoro, Vunt'ca copia che si conosca, e preziosissima, donata dalla ni- 
pote ed erede dì lui, Sig.* Eleonora Ademollo, al conte Carlo Lochis, ed ora in possesso 
della ved. Sig.* Contessa Lochis. 



\ 



r 



— 183 — 

ai due coniugi, dei quali vengono svelate le truffe, tolte 
le maschere e messe a nudo le magagne. 

Il Gondar volle rispondere con una breve lettera 
stampata in foglio volante, nella quale chiamava vile as-^ 
sassino, l'anonimo libellista ; e allora fu imprigionato. 
Rimesso in libertà, pochi giorni dopo, l'Auditor fiscale 
gli ordinava di e abbandonar ogni disegno contro An- 
tonio Piazza e parlare o scrivere contro il mede* 

simo ». (^) Ma poi, e precisamente il 10 luglio del '76, 
avendo egli mostrato di non volere star cheto, gli in 
intimato lo sfratto da Firenze e < da tutti i felicissimi 
stati granducali >. Uscito di Toscana, mandò fuori nel 
'77 una Réponse ati lìbelle^ dove designò il Piazza 
quale autore dell'opuscolo e accennò, senza nominarli, a 
tre cooperatori di lui; ma la nuova tirata non ebbe eco, e 
tutto fini li. 

E il Piazza, dopo queste sue peregrinazioni per 
l'Italia e queste divagazioni teatrali e polemiche poco 
fortunate, si ridusse di nuovo a Venezia. In quel car- 
nevale del ^77^ scrisse pel teatro S. Samuele due drammi 
giocosi : La prepotenza delusa e L'amor ramingo^ che 
furono musicati il primo da Giovanni Calvi, il secondo 
da Francesco Solari ; (*> ma poi abbandonò le scene e 
tornò al romanzo. 

Traendo profitto dall'esperienza grande accumulata 
negli ultimi anni intorno al teatro, scrisse e II teatro^ 
ovvero fatti di una Veneziana che lo fanno conoscere ». 
Buttò giù con grande fretta questa nuova opera, tra 
il 77 e il 78, senza cura alcuna di forma, senza una 
trama ben predisposta, aggiungendo al primo volume 
un secondo, senza alcuna connessione, armonia ed eco^ 

(i) Ademollo, op. cit. pag. 128. 

(2) V. WiEL, / teatri musicali veneziani nel settecento, Venezia, 1890. 



— . 184 — 

nomia delle parti ; ma evidentemente scrisse cose che 
aveva vedute, sofferte, meditate ; per ciò il romanzo 
ha per lo storico qualche importanza. 

Già una pittura del mondo teatrale aveva sbozzato 
il Chiari nella Ballerina onorata, nella Cantatrice per 
disgrazia e nella Commediante in fortuna; ma le avventure 
romanzesche delle protagoniste avevano in quei romanzi 
lasciato pochissimo posto alla pittura generale dell'am- 
biente ; qui invece il filo della narrazione romanzesca è 
sottilissimo e sovente si spezza e scompare in mezzo 
alle osservazioni molteplici che l'autore vuol fare intorno 
a quella vita di comici, ballerini, cantanti, commediografi 
ed impresari, ch'egli aveva bene sperimentata. Anch'egli 
come il Chiari, vuol mostrarci un tipo di donna da 
teatro onorata, quale forse fu quella Catterina Manzoni, 
alla quale il romanzo è dedicato, e donna che fece onore 
al Teatro colpabilità sua e col suo contegno >; ma la 
protagonista. Rosa, passa traverso cento amori, come 
tutte le altre, e, in generale, la pittura di tutta quella 
società nella quale essa vive è molto fosca e triste. Polemiz- 
zando contro il Gondar, il nostro Piazza aveva sentito 
il dovere dì difendere la patria e di rintuzzare le acerbe 
accuse dello straniero ; ma qui, nel descrivere la miseria 
e la corruzione, supera di gran lunga il francese. E un 
grande e luminoso quadro questo scomposto romanzo ; tra 
periodi sgrammaticati, serpeggia sovente arguzia di satira 
e appare vivezza di descrizione ; è una serie infinita di 
scene curiose ; è la rappresentazione di tutta la vita del 
teatro italiano della seconda metà del settecento. 

La storia di Rosa è inutile riassumere, eccetto quel 
poco che si connette ad osservazioni generali e notizie 
che giova siano ricordate. 

Ella stessa scrive le sue memorie, perchè le donne 
ormai non sono più ignoranti come una volta e sanno 



— 185 — 

scrivere. E di questa cultura femminile, di « questo 
donnesco dirozzamento », ella dice, va dato merito al 
Chiari il quale invogliò le donne a leggere e ad istruirsi. 
A quindici anni va per la prima volta a teatro e ascolta 
La vendetta amorosa^ « una certamente delle più belle 
comedie che uscite sono dalla penna del Chiari ». Ne 




^UH'^ut mt tra/porti i^rrihilj 
L Invisibilej traduzione di A. Piazza, Venezia, Zorzi, 1767. 

rimane fortemente colpita, E subito presa da una straor- 
dinaria passione per le scene, si fa condurre all'opera 
giocosa, all'opera seria; sogna, fantastica, si accalora nelle 
questioni riferentisi al teatro, diventa < una delle più 
appassionate persone che militavano sotto le chiaresche 
bandiere >, divora con avidità romanzi e commedie, e 



L 



— 18b — 

finisce col fuggir di casa con un amante. Eccola a pe- 
regrinare per varie città, in cerca d'un impresario che 
l'accolga nelle sua compagnia. Quanti viaggi avventu- 
rosi sotto la pioggia incessante, per quelle impraticabili 
strade, coi cavalli che muoiono sotto le sferzate, e le 
carrozze che si fracassano e si rovesciano ! Da Venezia 
passa a Padova e di qui a Verona. Ivi ammira l'anfi- 
teatro romano. « In quel luogo magnifico — ella scrive 
— recita vasi allora la Comedia da una passabile com- 
pagnia. Il tempo era torbido e minacciava la pioggia. 
Una folla di ragazzi, radunati alla porta, consultavansi 
per entrare o no, vedendo il rischio di perdere i due 
o tre soldi che avevano in mano, onde prender posta 
sui gradini dell'anfiteatro. Quelle occhiate al cielo, quei 
consigli reciproci, quel gridare dei ♦portinai per isnidarli 
da quel sito, ripetendo o dentro o fuori, erano un diver-^ 
timento per me. Rappresentavasi la Merope dell'immor- 
tale Maffei. Quello che faceva da Egisto era un ragazza 
di quarant'anni incirca, e la donna che la parte facea 

di sua madre non arrivava ai venticinque nemmeno 

Invece d'essere ad ascoltare una tragedia, mi pareva 
di vedere tanti Ciarlatani sul palco che vendessero il 
loro balsamo ». 

Poi varie vicende amorose la conducono a Brescia,, 
a Bergamo, a Vaprio, dove s'imbarca, e, lentamente, sul 
Naviglio, viene a Milano. Recita nella Pupilla del Gol- 
doni. Trionfa. Il pubblico l'applaude, l'ammira, in breve 
non vuole che lei e schernisce e fischia la vecchia prima 
donna, cantando in teatro < una canzone che allora 
aveva voga in Milano : Crepan le vecchie e le giovani 
no ». Nascon gelosie e contese Serissime tra le donne 
della compagnia, tanto che Rosa s'induce a partire. Ma 
l'impresario non vuol pagarla se prima essa non è 
< buona con lui >. Rosa rinuncia al pagamento. Alcuni 



J 



- 187 — 

ammiratori le raccolgono in una serata trenta zecchini, 
e con questi essa parte. Passa a Pavia, a Voghera, a 
Tortona, Novi, Genova, soffermandosi ad ammirare le 
bellezze dei luoghi e de' monumenti ; e da Genova a 
Livorno. Qui giunge sopra una povera feluca, una po- 
vera compagnia drammatica, lacera, affamata. Rosa, 
pagando l'impresario, ottiene di recitarvi. Ma suscita di 
nuovo l'invidia delle colleghe ; e di nuovo sta per partire, 
quando un giorno l'impresario le dà un consiglio, e : 
studiate il ballo, le dice. « Che volete guadagnare fa- 
cendo la commediante ? Quando sarete giunta all'eccelso 
grado della vostra capacità, vi verrà accordata una 
paga di 120 zecchini all'anno, se pure giungerà a tanto... 
Oltre l'interesse guadagna anche il vostro decoro, can- 
giando mestiere. Il ballo e la musica danno titolo di 
virtuosa a chi l'esercita ; e i comedianti s'avviliscono 
col nome d'Istrioni e sono la feccia del Teatro >. Rosa 
si mette a studiare il ballo. 

Un giovine cavaliere le stipendia un maestro; ella 
in breve impara la nuova arte, ed è scritturata come 
ballerina in un teatro di Genova ; ma alla vigilia della 
rappresentazione, uno strano caso che sarebbe inutile e 
troppo lungo narrare, la costringe a lasciare subito la 
città. Eccola dì nuovo randagia e sola. Curiosa è la de- 
scrizione ch'ella ci fa d'una compagnia d'affamati in- 
contrata a Pisa, nella quale alcuni comici non sanno 
nemmeno leggere, manca il suggeritore, mancano abiti 
decenti, e le lucerne non hanno olio, si che il teatro è 
quasi al buio. Ma anche più curiosa è la descrizione della 
compagnia di ballo, che incontra a Lucca e alla quale si 
unisce. Rosa dapprima deve rassegnarsi a far la grottesca^ 
cioè una specie di mima buffa che deve suscitare il riso 
con lazzi sguaiati. Con un ballerino impara un goffo 
pcis de deux che non consiste in altro che saltare, torcere 



n 



— 188 - 

il collo, ridere e « mostrare i calzoni »; ma, anche con 
questo poco, fa andare in visibilio gli spettatori che le 
offrono doni d'ogni specie, come « ottimo vino e rosoli 
di Francia », e in teatro lascian cadere dai palchi fo- 
glietti con poesie e fan volare colombi con campanelle 
d'argento appese al collo. Da ultimo, passa a Firenze, 
dove è, per un equivoco, imprigionata. E qui termina il 
primo tomo. 

Nel secondo, troviamo Rosa dì nuovo libera e ran- 
dagia. Ora giunge ad una « città regale » (forse Torino). 
E qui una compagnia comica bolognese, gli attori della 
quale, anche se re di tragedia, parlano più bolognese 
che italiano. Brighella è sarto, dottore e barbiere. Ma 
Rosa non recita, balla ; e riscuote applausi. I militari 
la corteggiano, l' assediano : « Stavano schierati alla 
porta del teatro, stringendo la strada a chi entrava, onde 
dovesse passare sotto degli occhi loro. Non andavano e- 
senti dalla lor censura, né uomini, né donne, né grandi, 
né piccoli. Risate, motteggi, baje, fischiate e qualche 
volta ancora scherzi di mano con certe femine che senza 
rischio potevano offendere )*. Nei palchi si giocava alla 
mora come in una taverna. Nel teatro di corte, grande 
sfarzo ; alle prove si offrivano sempre agli attori vini, 
cioccolatte, caffé, limonate, ciambelle ; sicché alcuni, po- 
veri, non mangiavano fuori, e lì si sfamavano. 

Un bel giorno, il marito di Rosa (il terzo marito !) 
é ucciso in duello, e Puccisore manda alla vedova 2000 
zecchini. Perciò, arricchita, Rosa lascia il teatro e 
sì avvia verso una città della Germania. Il caso vuole 
ch'ella compia il viaggio in compagnia di un dottore 
colto e gentile. E a questo punto il romanzo é interrotto 
per lasciar luogo a sei lunghi dialoghi intorno al teatro, 
che i due viaggiatori si finge tengano tra loro. 

I primi tre vertono sulla commedia; il succo de 



— 189 — 

quali è questo : I comici inglesi sono migliori degl' ita- 
liani, perchè meglio pagati: quelli 700 sterline P anno, 
questi al massimo 60. E ciò perchè in Italia costa 
troppo poco l'ingresso a' teatri : non più di mezzo 
paolo. « Una volta che due soli violini tra le scene 
formavano tutte le spese straordinarie de' comici, le cose 
per loro andavano meglio, ma dopo che un certo To- 
maso Ristori introdusse nella Gerusalemme in Venezia 
orchestre, decorazioni, trasformazioni, il popolo s'è av- 
vezzato a voler molto, ma a non pagare di più >. Donde 
spettacoli goffi e miserandi, corruzione del gusto e triste 
condizioni de' comici. I quali ricorrono ad ogni mezzo 
per attirare il pubblico : dan titoli nuovi a cose vecchie; 
raffazzonano alla meglio commedie; < tagliano, cuciono, 
sciolgono e impastano, rubano un pezzo qua e un pezzo 
là, poi accozzano a caso, e vien quel che viene >. 
Drammi sboccati, oscenità di linguaggio sul palcosce- 
nico. Il Chiari talvolta asseconda i gusti depravati del 
pubblico ; solo il Goldoni è sempre nobile, delicato. 

Nel IV dialogo si discorre delle tragedie. Si nota 
ch'esse sono quasi tutte tradotte dal francese, e si la- 
menta la falsa, tronfia e manierata recitazione. Un at- 
tore, per esempio, per apparire ferito e insanguinato 
usciva col viso e i capelli imbrattati di polvere e colle 
mani coperte di guanti rossi! 

Riguardo al melodramma (dialogo V), nessuno ha su- 
perato il Metastasio. < Egli è un sole >. Ora all'opera 
seria si preferisce la buffa. Si ama la musica strepitosa; 
è scomparsa la semplicità del Carissimi, del Pergolesi, 
del Marcello. I cantanti ignoranti e superbi; ma sono 
pagati lautamente, fino a 120 scudi per carnovale. E 
i poveri poeti invece sono negletti. < Il Goldoni che ha 
riformato il vostro teatro comico, che ha idolatrato la 
sua patria, che tradurre si fece in quante lingue parla 



- 190 ~ 

r Europa, eh' è sollevato alle stelle dalle stampate lodi 
di un marchese Maffeì, di un Voltaire e di tanti altri 
letterati di quel calibro, ha dovuto passare i monti per 
assicurarsi uno stato, e altri titoli non ha che quello di 
Sior Carlo ». 

Ma più ancora del melodramma piaceva il ballo (dia- 
logo VI). Eran di moda i balli tragici, buffonate di dia- 
voli, spiriti e draghi ; non più i balli idilliaci di soggetto 
campestre e lieto. I ballerini Angiolini e Noverre por- 
tati alle stelle. Gli inventori dei balli, ignorantissimi, 
sicché uno introduceva sulla scena nove Grazie! 

Tra queste piacevoli conversazioni il lungo viaggio 
arriva al suo termine. Rosa è invitata a recitare nel 
teatro imperiale, ma poi, perseguitata da un Barone, torna 
presto in Italia. Qui succedono altri casi strani, son de- 
scritte altre compagnie, altri tipi. Ricorderò solo un 
fatto al quale Rosa fu presente, una volta, in una pic- 
cola città : Pioveva dirottamente da quindici giorni ; le 
vie erano allagate; e poiché recitava allora una com- 
pagnia comica, un predicatore si mise a proclamare dal 
pulpito che il diluvio era causato dalla presenza di quella, 
e che Dio voleva in tal modo punire i cittadini che 
nella quaresima frequentavano più i teatri che le chiese. 
Le prediche produssero tale effetto sul popolino igno- 
rante e superstizioso, che i poveri comici dovettero rin- 
chiudersi nelle loro case per non avere guai. Senza de- 
naro, senza cibo, affamati, assediati durante il giorno 
dalla folla furente, a stento, coli' aiuto del Governatore, 
essi poterono, una notte, celatamente, ad uno ad uno, 
colle poche masserizie sulle spalle, uscire dalla città e 
porsi in salvo. 

E basti di questo romanzo. Il Piazza si proponeva 
di trattare ancora del teatro in un altro romanzo che 
avrebbe dovuto chiamarsi // mondo teatrale, diviso in 



- 191 - 

icomico^ musicale e danzante^ ^^^ ma che poi, per quanto 
a.lmeno io ne sappia, non pubblicò. E probabile invece 
sia composizione di questi anni un romanzetto, del quale 
conosco una sola edizione veneziana del 1817, intitolato 
il Comico per forza^ il soggetto del quale è pure de- 
funto dalla vita teatrale. 



V. 



1780-1825 — Il Piazza torna a Venezia — Fa il 

GIORNALISTA — CaMPOFORMIO E l' ESILIO — II 

Piazza a Milano — Il romanziere piange — 
Rivede Venezia — Svaniscono i sogni della 
gloria e della liberta. 

Il Piazza scrisse ancora nell'autunno del 1780 un 
dramma giocoso in due atti, U isola della lima^ che fu 
musicato da Giovanni Valentini e rappresentato al San 
Samuele. ^'-'^ Poi l'entusiasmo e i ricordi stessi del teatro 
si spensero. 

Tradusse in quell'anno la Narcisa^ romanzetto in- 
glese. L'anno dopo pubblicò La tacita società dello spi- 
rito^ ovvero « raccolta di fatti straordinari, d' avveni- 
menti curiosi, osservazioni critiche, pensieri filosofici, 
sentenze, ecc. » ^3) e L'ozio ingannato tra le gare del di- 
letto e delViitile^ e miscellanea di pezzi originali e tra- 
dotti in prosa e in verso ». (4) 

Dopo il romanziere e il commediografo, comincia a 

(i) Lo annunzia ai lettori nelle ultime pagine del Teatro. 

(2) V. Wiel, op. cit. 

(3) Libri tre. Venezia, Bassaglia. 
^4) Tomi 3. Venezia, Bassaglia. 



— 192 — 

far capolino il giornalista. Le due ultime opere infatti 
furono pubblicazioni periodiche di tre volumetti ciascuna, 
che uscivano ogni mese; zibaldoni di articoletti svaria- 
tissimi, piccole riviste, quali allora voleva la moda. Il 
Piazza vi si mostra ammiratore fervente della coltura 
e della civiltà inglese ; pubblica (chi sa se tradotti da 
lui?) alcuni versi del Milton, una lettera di Bacone, al- 
cuni brani dello Hume ; accenna fugacemente al Chau- 
cer, allo Spencer, al Shakespeare, al Waller, al Ro- 
Chester, al Dryden, al Congreve, allo Swift, all'Addison^ 
al Pope. Offre pure la traduzione di alcune poesiole te* 
desche del Gleime e dello Stolberg; ma la scelta deglt 
articoli è infelicissima, e ì volumetti dovettero riuscire 
noiosi. Una rubrica era destinata alla narrazione degli 
Ultimi sentimenti dei piti illustri personaggi condannati 
a morte ! (^) Sicché il Piazza, quantunque intendesse con- 
tinuare la pubblicazione, dovette troncarla per mancanza 
d'associati. 

Miglior fortuna potè forse godere una Raccolta di 
novelle galanti tradotte dal francese, eh' egli pubblicò- 
neir 83 in quattro volumetti, licenziosette e piacevoli. (*^ 
Ma il pubblico preferiva, voleva, divorava i sui romanzi. 
Tra r 82 e 1' 86 egli dovette attendere a una ristampa 
di essi, della quale si fecero editori i fratelli Bassaglia. 
Molti, ripubblicando, corresse e migliorò nella forma. 



(i) La quale, il Piazza noi dice, ma è traduzione letterale dell'operetta francese 
Dernters sentimeni^ des plua illiisires personnages condamnès à mori (pai les Abbés- 
Sabatier et De Verteuil) Paris, Moutard, 1775. 

(2) < Raccolta di novelle galanti ossia avventure delle più avvenenti e spiritose 
donne del giorno d'oggi. Traduzione dal francese >, Venezia, Pietro Valvasense edit., 
1783. Tomi li. Ma ogni tomo è diviso in due parti di 160 pagine ciascuna, numerate- 
partitamente. Il Tomo I contiene : Il montanaro gentiluomo^ L'amazzone^ Il matrimonio 
occultato^ Il dozzinante ossia un amor solo. Avventura di miss B,f La finta donzella, 
Trionfo di una donna contro un avversano del suo sesso, La moglie alla prova^ Fan- 
dulia colta al laccio dalla sua vanità. Storia interessante di due incogniti (novella dei 
Prévost). Il tomo II contiene; La figlia naturale. Il giovane di negozio^ La madre sna-^ 
turata. Graziosa avventura d'un manoscritto fdel Prévost), Tratto orribibile di gelosia 

(del Prévost), // marito invisibile. Il primo arnore. La che s'indovinerà. Avventure 

d'un disperato. A pagine 140-49 della prima parte del II Tomo sono componimenti poe- 
tici in morte del òig. Abate Pietro Metastasio, poeta cesareo, morto pocbi mesi prima. 



— 193 - 

Due nuovi compose : La bella prigioniera e // vero amore 
ossia la storia d' Irene e Filandro^ brevi entrambi, ricco 
d'avventure guerresche il primo, passionale e lagrimoso 
il secondo. Ma la penna vi appare stanca. Non deside- 
roso di ozio doveva essere il nostro infaticabile Piazza, 




La bella prigioniera di A. Piazza, Venezia, Bassaglia, 1783. 



ma di romanzi un po' stanco sì. Pe' suol buoni lettori 
fin troppe storie e storielle d'amore aveva dettato la sua 
fantasia. E omai bisognava rinnovarsi per non morire. 
Già l'abbiamo visto cercar nuova strada. Lix tacita società 
dello spirito^ Uozio ing.mnato^ furon tentativi di pubbli- 






- 194 - 

cazioni periodiche. L'uzzolo del giornalismo l'aveva preso, 
e si fé giornalista. 

Dal 2 giugno del 1787 al 30 giugno del 1798 il no- 
stro romanziere fu Estensore della Gazzetta urbana ve- 
neta. ^'^ E seppe compiere degnamente Y ufficio suo. Il 
giornale usciva due volte la settimana: dava notizie di 
cronaca talvolta, ma era pressoché essenzialmente lette- 
rario. Per ben undici anni il Piazza vi pose tutte le sue 
cure, vi consumò il suo ingegno, rilevando doti non co- 
muni di osservatore acuto, di censore bonario e di critico 
equo e sereno. Soprattutto si compiacque scrivere del 
Teatro. Di romanzi — strano — egli, romanziere, non fece 
mai alcuna menzione nel suo giornale. Soltanto nel numero 
del 26 gennaio del 1788 egli fé cenno del Chiari, morto 
già da tre anni, e ne scrisse, come già altrove ho mo- 
strato, con imparzialità ed affetto : bell'atto gentile verso 
chi egli, senz'ombra d' invidia, considerava come suo 
maestro. 

Ma il giornalismo oltre che di soddisfazioni gli fu 
causa di molte amarezze. Di spirito liberale, aperto, co- 
raggioso, egli non si peritava di dire franco il suo pen- 
siero anche se contro la pluralità, e di toccare quei mali 
che vedesse d'attorno: sicché più volte dovette dispia- 
cere ai tristi ed ai potenti. Un'eco delle aspre lotte nelle 
quali dovette invescarsi trovo in alcune carte conser- 
vate nell'Archivio di Stato di Venezia, recanti parte 
della relazione di un processo. <*> Nella Gazzetta del 
12 settembre 1792 egli aveva inserito un innocente ar- 
ticolo intorno ai Quacqueri ; e un tal Conte G. Giacomo 
Spineda di Treviso, che col gazzettiere non doveva tro- 
varsi in buoni rapporti, si mise in capo, con quel so- 

(i) Venezia, Zarletti, Voi, 12; v. Cicogna, hertz, ven., pag. 152. 
12) Carte degli inquisitori : -processi criminali, busta 1174. 



- 195 - 

spetto eh' è frutto d' ignoranza, che l' articolo recasse 
allusioni personali contro di lui, e citò innanzi ai giu- 
dici il presunto diffamatore. Si discusse il processo; il 
Piazza potè facilmente dimostrare che l'articolo incrimi- 
nato non era che una traduzione letterale dal francese; 
e — l' incartamento non reca la fine del processo — 
ma penso ch'egli andasse assolto. Povero Piazza ! Aveva 
j allora 51 anno ; abitava « in S. Lucca in Corte della 
Malvasia vecchia > ; ^^^ il Giudice istruttore lo descrive 
« uomo di statura piuttosto alta, di capigliatura castagna, 
oscura, di colorito piuttosto rossiccio, una barba nera al 
mento, di guardatura non interamente perfetta; vestito 
con velada di panno scarlatto, con bottoni neri, gilè di 
seta a righe di vari colori, calzoni di panno color can- 
nella, calze di strame a righe di più colori, scarpe di 
cuoio nero con fibbie di metallo bianco, tabarro bleu ». 
Par di vederlo innanzi ai giudici con quella sua velada 
scarlatta ! 

E più tardi, anche più gravi si fecero i guai. L'au- 
tore di quel cenno necrologico che apparve nella Gaz- 
zetta privilegiata di Venezia del 30 marzo 1825 e che 
ho riferito in principio di questo discorso, dopo aver 
detto che la Gazzetta del Piazza ebbe oltre 2000 asso- 
<^iati e eh' egli la diresse « vittorioso e costante,... contro 
mille sventure, circondato da mille invidie sempre e ter- 
ribili,... nel centro pur anche di fatalissime e crudelis- 
sime circostanze », aggiunge : « Crudelissimo destino 
pose fine a questo inarrivabile lavoro, segnando forsanco 
l'epoca più fatale della vita dell'autore suo ». ^^) Quale 
fosse il crudelissimo destino, si può facilmente immaginare. 



(i) Più tardi andò ad abitare, come appare da un avviso della Gazzetta^ e nella 
balletta presso Calle di Cà Bernardo al n. i, passato il Campo di S. Polo ». 

(2) Il giornale si spense il 30 giugno del '98. Un mese dopo, precisamente il i di 
agosto, esso rinasceva con veste diversa (foglio più grande e caratteri rinnovati) e tra- 
niatato da giornale letterario in un notiziario di cronaca, e da bisettimanale in quotidiano. 
Ma il Piazza non ne fu più l'estensore. 



— 196 - 

Ricordiamo che il 17 ottobre del '97 si uccideva a 
Campoformio l'antica repubblica gloriosa e che due mesi 
dopo vi entravano gli austriaci; e il Piazza, che già da 
molti anni apparteneva a quella che a Venezia chiama- 
vasi e parte filosofica », che delle nuove dottrine liberali 
era fautore, e con ingenua compiacenza aveva narrata 
nel suo giornale la caduta dell'antico governo del 12 
maggio, ^*) e riportati sul suo foglio tutti i manifesti e 
proclami della nuova municipalità democratica, il Piazza 
che aveva difeso gli ebrei e sferzato i nobili, è facile 
immaginare come dovette esser messo a tacere. 

Parve allora cercare nuovamente la pace nei for- 
tunati lavori della giovinezza, e ancora una volta volle 
scriver romanzi. 11 Graziosi si offerse a ristampargli una 
raccolta de' vecchi, ma il Piazza, a dar segno di non 
mancato vigore, volle inaugurare la raccolta con uno 
nuovo, La persiana in Italia (1799). e AUi suoi leggitori 
benevoli » offrendo l'opera scriveva: e L'esito fortunato 
ch'ebbero i miei primi romanzi mi persuase a formare 
una raccolta che abbracci tutto quello di nuovo e di 
ristampato da me scritto in questo genere. Le do prin- 
cipio co' due tomi della Persiana, produzione la più re- 
cente della mia penna, ora impiegata alla composizione 
^àoiV Africana in America che sarà il secondo nuovo ro- 
manzo di questa Collezione.... Avrò di mira che non 
manchino a' mìei leggitori delle nuove produzioni, par- 
ticolarmente nelle stagioni di villeggiatura, le più op- 
portune a' romanzeschi trattenimenti ». Ma la prolissa 
narrazione dell'avventuroso amore della Persiana, con- 
dotta per due Tomi nel vecchio stile del Chiari, ^*) non 



(i) Gttzzeiia urbana del 24 maggio del '97. 

(2) Se non ci fosse la succitata dichiarazione dell'autore saremmo indotti a rite- 
nere la Pefìiana composiriona giovanile. Qui il Piazza tornò alla forma autobiogra- 
fica e si compiacque descrivere costumi orientali. Cosi già il Chiarì e il Goldoni, intomo 



— 197 — 

potè piacere ; e ad ogni modo la collezione non fu a 
lungo continuata. Usci nel 1800 un terzo Tomo conte- 
nente V Eugenia e La burrasca che guida al porto che 
già conosciamo, e un nuovo romanzetto, // solitario nel 
suo ritiro ; ma poi altri tomi non apparvero. Anche 
V Africana in America^ che non ho potuto rintracciare, 
forse restò incompiuta insieme colla Raccolta. 

Sconfortato, il Piazza passò a Milano, dove tutte 
oramai s'accentravano le energie della nuova Italia as- 
saporante la libertà, e dove moltissimi veneziani si erano 
rifugiati dopo Campoformio ; (^) con essi il Foscolo, cui 
il genio, l'amore e il dolore stavano dettando ben altro 
romanzo immortale. 

Qui la sua vita s'oscura e a stento ne troviamo le 
tracce. Lavorò pei librai. La traduzione di un'operetta, 
un po' storia, un po' romanzo. Ritratto di Filippo II di 
Spagna^ <*) porta il suo nome. E chi sa quanti altri libri 
egli tradusse, logorando la vita nell'umile ufficio. 

L'amore alla infelice patria teneva affratellati i ve- 
neziani in Milano. Molti abitavano nel quartiere di San 
Marco. Tomaso Pietro Zorzi e Filippo Armani, già 
membri della municipalità di Venezia e « deputati agli 
uffizi d'ospitalità verso la cittadina Bonaparte » moglie 
di Napoleone, si erano qui pur essi rifugiati, ed apri- 
vano le loro case agli esuli, sorreggendoli di consiglio 
e di denaro. E talvolta tutti si accoglievano a qualche 
festa che ricordasse la patria; San Marco commemo- 
ravano con un banchetto, a San Lorenzo < in un bei- 
Torto illuminato da palloni tricolorati »; e nel povero 
Naviglio s' immaginavano vedere il Canal grande ma- 
ai '50, avevano ne' romanzi e nel teatro introdotto Cinesi, Giapponesi, Assiri e Persiani. 
Veggasi quanto già scrissi intomo alla Cinese in Europa del Chiari. E veggasi pure 
quanto scrìsse il Goldoni nelle sue Memorie^ Parte II, § 8, intorno alla Sposa per» 
iiana (1753). 

(i) V. G. Dk-Castro, Milano e la Cisalpina, 1879» pag. 184. 
(a) Milano, Stamperia del Genio Tipografico, Anno IX (1800-801). 



— 198 — 

gnifico, esercitandosi in quelP acque nelle tradizionali 
regate ! L'Armani anzi fece costrurre, a sue spese, a 
Venezia, una bissona che, risalito il corso del Po e del 
Ticino, fu su di un carro trasportata da Pavia a Mi- 
lano. Quando essa giunse fu giorno di grande festa per 
gli esuli, e il Piazza dalla commozione e dall' amor di 
patria fatto poeta, volle cantare la gentile opera delP Ar- 
mani con alcune ottave che intitolò La Bissona a Milan. <^^ 
In esse riflettesi l'anima del veneziano. Dice ai giovani : 

Rami nu semo d*una sacra pianta 
De raise profonde e che no teme 
Fulmine che la sfronda o che la schianta. 

E questi versi annota a pie di pagina : e Alludesì 
all'antica primitiva libertà veneziana risorta per pochi 
mesi nel 1797 e viva e forte tuttora ne' veneziani ri- 
fugiati nella Cisalpina o in Francia, e ne' tanti e tanti 
loro amici in Venezia, che la conservano almeno nella 
mente e nel cuore >. Poi nelle ottave successive parla 
della fratellanza che lega tra loro i veneziani a Milano 
e della liberalità del Grimani. E al pensiero della patria 
lontana, piange: 

Povera mìa Venezia, Dio volese 

Che, come xe Milan, ti fussi til 

£1 primo qua che del to ben godese 

Te lo zuro de cor, sarave mi. 

Ma la miseria toa sempre più cresce; 

Mai un pubblico ben; onde cussi 

Ti te va redusendo a puoco a puoco 

Una Chioza, un Buran, un Malamoco. 

L'antica grandezza e la libertà sono scomparse. I 



(i) ottave vent-ziane di Antonio Piazza, Milano, Dalla Stamperia e Fonderia del 
Genio Tipografico, Casa Crivelli, presso il Ponte S. Marco, n. 1997, Anno X (1801-1802). 



I 

J 



- 199 — 

ricchi hanno preso il sopravvento ; la miseria è per le 
strade. Gli par di vedere donne, uomini, vecchi « pian- 
gere con le lagrime di sangue ». Oh i begli anni pas- 
sati quando nel Canal grande la Bissona passava in 
trionfo ! la Bissona guidata non più solo dai nobili ma 
anche dai plebei, avendo a tutti gridato la Libertà: 

Vegnl qua, anca vu 

Dove star no podea altri che quell 
Della razza dei Marj e dei Marceli. 

Allora s' eran visti passare sulla Bissona il General 
Beraguey, e Berthier e Zorzì e Armani e la stessa moglie 
del Bonaparte, cortese e gentile coi popolani, la quale 
ignorava ahimè! il delitto che stava tramando il marito^ 

che fussimo vendui come dei cani. 



Ma il romanziere è già spento; e non è qui il luogo 
d'indugiarci a ricercare e minutamente ripresentare la 
vita dello scrittore che al romanziere sorvisse. Parecchi 
anni egli passò a Treviso, dove pare avesse parenti e 
dove forse risiedeva la sua famiglia. Ivi compose al- 
cuni Schieson^ ovvero almanacchi che si usavano stam- 
pare in parecchie città del Veneto, composti di poesie 
vernacole, burlesche o satiriche. (*> E tra i sorrisi della 
Musa, dimenticò a poco a poco Campoformio, e non so 
se per la vecchiezza che gravava, o per bisogno, o 
per convinzione, fini coli' inneggiare al Bonaparte re e 
imperatore. Nel 1810 scrisse e Napoleone in /rowo, dietro 



(2) Il Moschini, Letterat. v<?/«<?2m«a, T.V (appendice), pacf. 77, ricorda il Piazza solo 
per questi Schieson. Strano. Possibile che già intorno il 1808, del Piazza non si ricordasse 
più neppure un romanzo ? e specialmente da parte di chi componeva una Storia della 
Letteratura veneziana ? E invano altre notizie si cercheiebbero presso il Soranzo, il Cico- 
gna, il Gamba {Serie degli scritti in dial. veneziano^ pag. 132). A Treviso aveva inau- 
gurato lo 5"cAj«^« trevisan certo Giovanni Pozzobon nel 1744. 



L 



— 2(»0 — 

all'ultima sua pace coli' Austria, ottave > (') e, poco dopo, 
un Foglio in seguito del canto « Napoleone in trono ». ^*^ 
Nel 1811 compose pure a Treviso (3) una commedia in 
cinque atti, Chi la dura la vince, (♦^ che non fu mai rap- 
presentata. 

Nel '13, dopo tanti anni di assenza, s' induceva a 
ritornare a Venezia. Non voleva morire senza rivedere 
la sua città. E a lui più che settantenne le aure natali 
infusero nuovo vigore, e tornò a sognare ristampe e col- 
lezioni di romanzi. Mentr'egli era assente, parecchi librai 
sì erano arricchiti ripubblicando le sue opere scorretta- 
mente. Ora egli volle curare una nuova edizione della 
fortunatissima Ebrea, promettendo con giovanile baldanza 
ai lettori : « Succederà a questa la riproduzione degli 
altri miei più fortunati romanzi, alternata da alcuni di 
nuovi; e così sapranno i leggitori benigni delle cose mie, 
che io vivo ancora e che le ire e le persecuzioni della 
mia sorte non han potuto ridurmi ad una impotente vec- 
chiezza, né estinguere il furore della mia fantasia >. Ma 
anche la nuova collezione falli. Solo una nuova tradu- 
zione di un romanzo francese egli potè condurre a ter- 
mine, le Memorie della Duchessa di Kingston (1814). 

Ed ecco l'estrema vecchiezza, l'indigenza cruda 
che piega i caratteri, spegne le anime, inaridisce le 
speranze. Chi aveva glorificato la rivoluzione e la 
Francia, inneggia all' Austria ed alla restaurazione. — 
Quale conforto del resto aveva dato la democrazia al- 
l' infaticato scrittore ? — Tradusse dal francese un Com- 
pendio della vita di Luigi XVI (1814); ^s) compose e // 
vizio sferzato, almanacco patrio per l'anno 1815, dedicato 



(i) ^lira, Dipartimento Adriatico, dalla Soc. tipograf. letteraria, in 8, di ] 

(2) Venezia, 1810, nella Tipog. G. B. Vitorelli e Figli, in 8, di pag. 16. 

(3) Ciò dichiara egli stesso nella prefazione alla commedia. 

(4) Venezia, Molinari, 1823. 

<5) Venezia, Stamperia Rosa, 1814. 



— 201 - 

dall' autore alli suoi padroni ed amici > ; ^^^ alcune ot- 
tave SulVarrivo e soggiorno in Venezia di S. A. L II 
Principe Giovanni Arciduca d* Austria^ <*> ove s'inchina 
supplice ai potenti; ed ai mendichi, « Io sono > dice, 

< Un avanzo di triste alte sventure, 
Che d'anni carca e colla morte al fianco 
Ho l'esistenza mia tra le più dure, 
£d al paro di voi del tutto manco 
Tra l'ora del destino e le sciagure, 
Ma d'alma forte e puro cor leale, 
Al bene dico bene, e male al male >, 

Poi altri canti pietosi: // novembre del 1815 solen- 
nizzalo in Venezia per il soggiorno di Francesco I e Maria 
Luigia Augusta-, ^3) / lamenti della disperazione^ (4) Ottave 
sulV arrivo e soggiorno in Venezia di S, A. L V Arciduca 
d'Austria Rainieri^ Viceré del Regno Lombardo-Veneto; (s) 
ed altre ottave Subingresso a Venezia delle L. L. M. M. 
Imperiali Francesco I e Carolina Augusta, il 17 febbraio 
1819 ; <6) tutti versi descrittivi di feste, o laudativi, scritti 
con facilità di vena. 

Il 17 marzo del 1825, Antonio Piazza, di 83 anni, 
finiva la vita faticosa e avventurosa. (7) Pochi giorni dopo. 



fi) In 12.*; contiene aneddoti patrii; v. Soranzo, Bibliografìa venez'ana, 
{2} «e Ottave dì A. Piazza, umiliate ai rispettivi soggetti nominati in esse >. — Ve- 
nezia, presso Giovanni Molinari, 1815, di pag. 32. In ana di queste ottave accenna a 
sé stesso coma autore di una Venezia sblocada, poemetto che non mi è stato possibile 
rintracciale. 

(3) Venezia, 1816, v. Cicogna, op. cit., pag. 152. 

(4) < diretti agli umanissimi suoi benefattori e alli suoi cordialissimi amici » (senza 
data, ma certamente di questo tempo). Nelle noie a queste quartine, avverte il Soranzo 
{Bibliog, veneziana) che trovansi vari cenni alla vita e alle vicende dell' A. Ma neppur 
questo opuscolo mi fu possibile ritrovare. 

(5) Venezia, Rizzi, 181 8. 

(6) Venezia, Rizzi, 18 19. 

(7) Non si confonda il nostro Piazza con un altro omonimo che visse più tardi, tra- 
duttore degli Episodi storici dell'Alibert (Brescia, 1829), di una Storia delia Letteratura 
alemanna di A. Lo we- Weimar (Brescia, 1829), A^V Uomo singolare à.^'LaloniTÀnQ (Bre- 
scia, 1823 e Milano, Fontana, 1831), delle Scene militari contemporanee del Conte Al" 
fredo de Vigny (Milano, 1836), degli Estratti delle memorie del Principe di 7 alle yr and' 
Perigord.., (Milano, Pirotti, 1840) e di altre opexe francesi e tedesche; poeta melodram- 
matico ecc. 

14 



L 



— 202 - 

nella Gazzetta privilegiata di Venezia^ si faceva menzione 
di lui in queirarticolo col quale ho iniziato questo studio. 
Nel '29, suo figlio Giuseppe, ripubblicandone le Com- 
fnedie^ (*) scriveva di lui : » Se gli mancò quella istitu- 
zione (sic) che sola può condurre un uomo di lettere ad 
una perfetta riuscita, andò poi fornito abbondevolmente 
di quella vivezza di fantasia e di quella conoscenza del 
cuore umano, mediante le quali egli riusci a far spar- 
gere lagrime quando scrisse Romanzi^ a tener desta la 
curiosità quando pubblicò la Gazzetta urbana^ ed a gra- 
dire al pubblico quando, sul piano dato dalla natura e 
dalla verità, rappresentò nelle sue Commedie ora i ridi- 
coli della società, ora le scene famigliari più commo- 
venti ». E dopo questo cenno ispirato da carità filiale, 
il nome e l'opera di Antonio Piazza caddero nell'oblio. 
Nome più onesto di quello del Chiari ; opera meno 
rumorosa, meno vivace e geniale, ma più pensata e sentita. 
Essa ho forse troppo minutamente, e più certo del me- 
rito, esaminata ; ma, ripresentando alla storia un uomo 
che fu per mezzo secolo famosissimo ed oggi è affatto 
ignoto, indugiarmi alquanto io doveva nella ricerca e 
nell'esame. Dal quale lo storico futuro questo almeno 
dovrà ricavare : che Antonio Piazza fu romanziere, com- 
mediografo, giornalista, novelliere ; spirito liberale ; nelle 
aspre polemiche letterarie del tempo, di retto e sano 
giudizio ; scrittore fecondissimo, frettoloso, inelegante, 
rozzo, ma talvolta vivace e piacevole ; nella satira ar- 
guto ; autore di un numero grande di romanzi, ne' quali 
prima imitò il Chiari, e poi seguì via nuova, tentando il 
romanzo storico e introducendo in Italia il romanzo di 
più semplice intreccio, lacrimoso, passionale. Egli segna 
la fine del romanzo galante e d' avventura. 



(i) Venezia, AntonelU, 1829. T. 4. 



IV. 

ALTRI ROMANZI EROTICI — VINCENZO ROTA, G. B. 
VERCI, GIUSEPPE MARIA FOPPA — ROMANZETTI E- 
ROTICl ALLEGORICI; e IL NAUFRAGIO FELICE ALLO 
SCOGLIO DEL DISINGANNO > — LA REAZIONE CONTRO 
I ROMANZI EROTICI — LA LORO PARODIA : < LE ME- 
MORIE DEL SIGNOR TOMMASINO > - ROMANZI RELI- 
GIOSI. 



n 



)^^^^^f^^f^)f^^f^p^)^^f^f^^f^^f^^f^^f^ 



Il Chiari e il Piazza sono i più fecondi e famosi 
autori di romanzi erotici ch'ebbe il settecento. — Ve- 
dete come basso il livello ! — Essi segnano e rappre- 
sentano due momenti diversi nella storia di questo genere 
di romanzo. Il Chiari scrive ancora storie d'avventure 
amorose e prosegue — pur dietro eccitamento dei più 
recenti esempi di Francia — la nostra tradizione secen- 
tìstica del Biondi, del Loredano, del Marini, che alla 
lor volta derivano dal Caviceo, da Niccolò Franco e dagli 
altri cinquecentisti che mettono capo agli erotici greci ; 
coltiva insomma principalmente il romanzo erotico d'in- 
treccio fantastico. Il Piazza invece, partendo prima 
dall'imitazione del Chiari, via via se ne scosta, subisce 
l'influenza del romanzo inglese, abbandona gP intrecci 
e le avventure meravigliose, mirando sovra tutto a com- 
muovere. Il Chiari è un fantastico, il Piazza è piuttosto 
un sentimentale; ma tema, argomento dei loro romanzi 
è sempre l'amore. Sotto questo rispetto più generico, si 
possono l'uno all'altro accostare, e intorno ad essi possono 
raggrupparsi tutti quegli altri minori che scrissero ro- 
manzi d' amore. 



— 206 — 

Quanti di costoro ! Molti non isvelarono neppure ìì 
nome loro ; pudibondi forse ; e più che autori, raffazzo^ 
natori di romanzi francesi, scribacchiatori di mestiere. 
Uscivano le avventurose storie d'amore,, incessantemente, 
dalle botteghe de' librai, vendevansi a poco prezzo ; 
dilettavano. Che importava sapere il nome dell'autore? 
Anche oggi molti romanzi anonimi si veggono sulle 
panche de' librai ambulanti, dal nome pomposo, dalle 
illustrazioni procaci ; delizia de' soldati e delle serve^ 
Se non che, nel settecento, quelle narrazioni volgari pare 
piacessero anche alle dame e a' cavalieri. Il gusto era 
assai grossolano. Il romanzo era ancora tenuto a vile 
dai letterati nostri ; né alcuno che andasse per la mag- 
giore si sarebbe degnato mai di spendere tempo e in- 
gegno intorno a si umile componimento. 

Chi sarà stato l'autore di una Turca fedele che uscì 
a Venezia nel '40? Chi scrisse le Avventure di diverse 
Dante forastiere ? Chi le Avventure piacevoli di frate 
Maurino ? Da qual penna uscirono tanti romanzi e ro- 
manzacci, quali la Storia di una Dama di un carattere 
particolare (1768)?, Le Memorie ed Avventure di uno 
sfortunato (1768)?, Il Pazzo in convalescenza (1772)?, La 
Donna saggia (1779)?, L'Ebreo (1779)?, le Lettere d'un'a- 
mica (1785)?, la Figlia naturale {1791)?, la. Storia galante 
di Giacinto?, La filosofa nata dalla necessità? e tanti e 
tanti altri? 

Se ne leggeste — Dio ve ne scampi — qualcuno, vi 
ritrovereste tutti i soliti motivi chiariani, i soliti casi, 
le solite avventure. Lavori a macchina. Trovato un tema 
principale, tornava facile svolgerlo e ricamarvi attorno 
i soliti episodi. Gli scrittori componevan romanzi, come 
i comici improvvisavan sul palco le commedie a sog- 
getto. 



J 



— 207 — 
Un tale Antonio Benedetto Basso da Bassano pub- 
blicò nel '61 a Venezia U avventuriere o sia memorie di 
Rinaldo Dalisso. 

Più noto Vincenzo Rota padovano. (') Nacque nel 
1 703 ; fu abate e precettore in più case, e specialmente 
dei figli dalla Contessa Teresa di Valvassore, presso la 
quale come segretario rimase poi tutta la vita, un po' 
a Padova, un po' a Venezia, fino alla morte che lo colpi 
neir 85. Ingegno bizzarro, caustico, versatile. Colto di 
letteratura, di pittura, di musica. Scrisse molti compo- 
nimenti satirici e burleschi rimasti inediti, e alcune com- 
medie: La Zoccoletta pietosa^ Il Fantasma^ La Morta 
viva. Lo speziale di qualità^ ossia il celebre lavativo^ che 
pubblicò nel '67, non è commedia come pare credesse il 
Vedova, (*) ma un romanzo, una « storia galante » non 
priva di umorismo, che nella stampa del Colombani di 
Venezia apparve come opera < tradotta dal francese », 
ma con ogni probabilità è originale. 

Altrove (3) ho già ricordato « Il filosofo veneziano o 
sia la vita di Venanzio^ Storia moderna, piacevole ed 
istruttiva » apparsa nel '70. Ne fu autore Jacopo An- 
tonio Sanvitale ? oppure un gondoliere, Antonio Bianchi? 
o un doge, Pietro Grimani? Chi studierà la curiosa fi- 
gura del Bianchi gondoliere poeta, potrà, raffrontando 
le varie opere a lui attribuite, sciogliere la questione. 

Certo è invece che la « Istoria di Deli ossia av- 
venture curiose di un Turco » (1775) è opera di Giam- 
battista Verci. Spirito scapigliato costui, non solo imaginò 
e scrisse, ma compi azioni da romanzo. Nacque a Bas- 
sano nel '39. E narra il Basseggio ^4) che e a lui, gio- 
vanetto, vennero nelle mani alcuni cattivi romanzi di 



(i) V. G. Vedova, Biografia degli scriiiori padovani, Padova, 1836, II, 178-88. 
(a) op. cit., loc. cit. 

(3) V Abaie Chiari ^ Gap. I, pag. 67, n. 

(4) tra le Biografie del Tipaldo, V, 83. 



- 208 — 

quell'età, ed alle meravigliose avventure da essi raccon- 
tate avendo preso molto amore, perdette miseramente il 
suo tempo ». Derubò uno zio arciprete, fu cacciato di 
casa, diseredato ; nel '55 vesti l'abito clericale, ma nove 
anni dopo se ne spogliò, e prese moglie. Disgraziato anche 
nella famiglia, fu abbandonato da tutti e ridotto alla 
miseria. Allora si mise a studiare, e dal '70 al '95, anno 
in cui mori, anche durante una non breve prigionia che 
soffrì nel castello di S. Andrea, dietro accusa, pare falsa, 
di essersi appropriato danari del monte di pietà di Bas- \ 

sano, che amministrava, egli compose moltissime opere, 
specialmente storiche, tra le quali importantissima la 
Storia della marca trivigiana in 21 volume. Il romanzo 
parve al Basseggio < scritto senza gusto si nello stile 
come nella invenzione >. 

Un altro romanziere, Giuseppe Maria Poppa, lasciò 
egli stesso notizie di sé, in alcune Memorie storiche della 
sua vita (*) ch'ei pubblicò nel 1840, ottantenne. 

Nato a Venezia di povera famiglia, dovette pensare, 
giovinetto ancora, a provvedere alla vita. Campò dap- 
prima dipingendo per pochi soldi patenti ovvero amuleti 
e coccarde e insegne pei pellegrini che andavano in 
Terra Santa ; poi studiò paleografia, e divenne archivista 
di molte nobili famiglie, quali i Cappello, i Mocenigo, 
i Correr, i Venier. E tra l'ordinar carte e decifrar per- 
gamene, compose romanzi. A proposito de* quali egli lasciò 
scritto: (*) < La lettura di molti romanzi aveva messo in 
gran movimento la mia fantasia a segno d'invogliarmi 



(x) e Memorie storiche della vita di G. M^Foppa^ viniziano, già primo protocollista 
di questo I. R. Tribunale criminale, scritte da lui medesimo. » Venezia, Molinari, 1840, 
^i pag. 36. Avendo il giornale il Vaglio (N. 36, 5 Settembre 1840) pubblicato un'acre 
recensione del libretto, il Foppa pubblicò \xvC Api>endice alle Memorie storiche, Venezia, 
Molinari, 1842, di pag. 64, per ribattere accuse. Ambedue i libri sono interessantissimi» 
specie per la storia della musica nella seconda metà del settecento e nella prima dell'otto* 
cento e abbondanti di curiose notizie ed aneddoti. Anche il Foppa studiò musica, fa 
poeta e compose commedie e melodrammi pel Pavesi, pel Rossini e pel Mayer. L'elenco 
delle sue 126 opere legge&i n^^ Appendice. 

(2) Gap. V. 



— 209 — 

a diventar anche Romanziere. Tre soli ho composto, 
tutti di mia sola imaginazione.... Dalle stampe di P. Sal- 
vioni è uscito il primo, in due volumetti, col titolo L*/w- 
namorato^ ovvero Memorie del Signor S, D. Portava in 
fronte un rame allusivo a uno dei fatti compresi nel 
romanzo, ed uscì, mi pare, nel 1 776. ^'^ Le Memorie del 
Marchese d'Aslorgo fu il secondo che usci colle stampe 
d'Antonio Carcano, in due volumetti, esso pure nell'anno 
1776, coU'epigrafe in fronte: Omne tulit pnnctvtm^ qui 
miscHit utile diilei e con un rame allusivo in fronte. Il 
terzo fu Clersì, da me fatto supporre traduzione dal 
francese, ma realmente parto di mia sola fantasia, in un 
sol volumetto, con un bel rame disegnato dal bravo pit- 
tore Pierantonio Novelli ed inciso dall'altrettanto valente 
artista Antonio Baratti. Dedicai questo romanzo a Ce- 
cilia Giuliani, figlia di coro, del Conservatorio de' Men- 
dicanti, (2) che assai mi dilettava col suo canto, e colla 
vista d'essere introdotto in quello stabilimento > — Ga- 
leotto fu il libro e chi lo scrisse — . 

A me noto soltanto è U Innamorato che lo stampatore 
volle dedicare a certo Sebastiano Battaggia, « quantunque », 
e' dichiarasse < a giorni nostri siffatte opere paiono svi- 
lite >. Ma questo solo può dar idea degli altri. E rical- 
cato sul Chiari ; ha forma autobiografica ; storia insulsa 
di uno scapestrato che gira il mondo incontrando mille 
avventure d'amore con donne che fuggono con lui e poi 
ritornano ai mariti ; e in Ispagna si fidanza e dalla fidan- 
zata è staccato per burrasche di mare, smarrimenti in 
foreste e prigionie, e finisce a sposare un'altra, mentre 
un altro sposa la sua fidanzata. Povero Sebastiano Bat- 
taggia ! 



(i) Uscì inrecd nel '78. 

fa) Sui Conservatori! ricorda quanto scrissi a proposito dell' Impresario in rovina 
del Piazza, pag. 162 di questo volume, in nota. 



— 210 - 

Romanzo d'avventure amorose è pure // viaggiatore 
francese che usci nel 1792, ove si narra la storia di un 
giovanetto cieco che va a zonzo pel mondo facendo il 
mendico. E del genere picaresco. Gli avvenimenti si 
svolgono tutti nella Francia; il che lascierebbe credere 
che il romanzo sia tradotto dal francese; ma l'autore, 
G. R. (?), lo dedica come cosa sua alla Nobildonna Catte- 
rina Soranzo. Non offre certo l'esempio di buone azioni^ 
ma l'Editore lo chiama e morale » e si affretta ad av- 
vertire che < non proveranno quel modesto plausibile 
rossore le Fanciulle e i Figli ad essere cólti da' loro- 
genitori con tal Romanzo alla mano ». 

Non migliori le Avventure del Barone di Sparre di 
Alessandro Zanchi (1759-1838) veneziano, archivista e 
autore di 117 commedie tra originali e tradotte dal fran- 
cese e dallo spagnuolo. 

Un romanzetto che usci nel '95 col titolo « Le me-- 
tamorfosi d'amore, storia galante tradotta dalP idioma 
russo in italiana favella da Giorgio Colafaccio > crederei 
invece opera originale. 

Di un Aneddoto storico, scritto dal viaggiatore Lord 
Niman (1796) è autore un tal Manni, medico di Lecce. 

In tutti i quali romanzi sono le solite storie dell'a- 
more eterno, che ritornano in mille guise e s'avvicen- 
dano, le eterne colpe, gli eterni deliri. Scrittori mediocri 
e vani le narrarono per il popolo, assecondando i gusti 
più volgari ; e le circondarono naturalmente di tutti quei 
contorni fantastici, entro a' quali esse potevan destare 
maggiore interesse. Ma la stessa vita reale ebbe in quel se- 
colo un tal che di fantastico, di avventuroso, che forse dai 
tempi della cavalleria medievale in poi, non aveva avuto^ 
E quello il secolo dei viaggi. Una mania invade tutti di 
muoversi, di vedere città e popoli nuovi. Per la prima 



— 211 — 

volta le bellezze naturali parlano agli uomini e li affa- 
scinano e li attirano : oceani, fiumi, laghi sono solcati e 
ammirati ; fino le inesplorate Alpi hanno nel settecento 
i primi touristes. A frotte scendono in Italia inglesi e 
francesi ad ammirare le nostre meraviglie artistiche ; e 
su pei colli dell' Apennino, traverso le foreste, via per 
le strade anguste e ancor poco battute, passano cavalli 
e sedie e diligenze che trasportano i viaggiatori. Ed 
ecco le donne travestite da uomo per comodità di viaggio; 
ecco gl'incontri inaspettati nelle locande de' villaggi, gli 
innamoramenti improvvisi, gli equivoci, le comitive com- 
poste di gente di varie nazioni, gli assalti de' malandrini^ 
i ribaltamenti delle carrozze ; ecco tutti quegli accidenti 
avventurosi che in quella vita, e solo in quella, potevano 
accadere. Si scorge una certa irrequietezza in quel se- 
colo, specie nella seconda metà. Sono stanchi della vita 
e sono scettici quegli uomini, ma non sono contenti, 
vanno in cerca di qualche cosa : si presente, si fiuta 
nell'aria che qualche cosa di nuovo, che qualche bufera 
deve pure scoppiare ; cercano distrarsi nell'amore e nella 
musica, ma poi pensano, sognano, fantasticano, combat- 
tono ; ora abati ed ora cicisbei, ora filosofi ed ora soldati. 
E il secolo degli avventurieri. I Gondar, i Corani, i Ca- 
sanova si contacio a centinaia. Or come poteva il ro- 
manzo non ritrarre, sia pur grossolanamente, questa vita ? 



II. 



Per gli spiriti un pò* più colti, o, a dir meglio, un 
po' più filosofi, furon di moda anche taluni romanzetti 
che trattavan, come gli altri, d' amore, ma in forma al- 
legorica. 



— 212 — 

L'esempio Taveva dato il Montesquieu col Tempio 
di Gnido (1721) che fu qui letto e riletto in tutte le forme, 
nella originale prosa francese, nella veste poetica del 
Calardeau, nelle traduzioni italiane di G* B. Vicini (1761) 
e di Francesco Gritti (1793). 

E nel '46 il conte Francesco Algarotti pubblicò il 




Il Tempio di Gnido, Parigi, 1767. 



suo Congresso di Citerà, Oh il dolce e arguto romanzetto 
del bel conte filosofo ! Quante dame si dilettarono a 
leggere che un giorno Amore convocò nell'isola di Ci- 
terà alcune celebri donne per discutere intorno ai vari 
modi d'amare ed alle cause per le quali il sentimento 
d'amore pareva affievolito e corrotto nel mondo. Con* 



— 213 — 

vennero una francese : Madama de Jasy, una inglese': 
Milady Gravely, un'italiana : Beatrice. E ciascuna espose 
la natura dei loro amori. Già si bisticciavano, ma la 
Voluttà sorse in mezzo a loro a metter pace e rilevare 
quanto ciascuna di meglio aveva indicato, e ad esporre 
una completa teoria d'amore che insieme concilia e sod- 




ffe^NCl^iCtS ALUAROrTlS 









disfa l'indole voluttuosa delle francesi, la sentimentale 
delle inglesi, la spirituale delle italiane ! 

Poi, nel '50, corse per le mani delle signore un altro 
libretto di questo genere, tradotto dal francese dal conte 
Federico Borromeo, cioè un Viaggio all'isola d'Amore, 
Nel '65 fu tradotta una Carta topografica dell'isola del 



— 214 — 

maritaggio del Le Noble, descrizione di un'isola che con- 
tiene le Provincie di Cornovaglia, della Gelosia^ dei Savi^ 
dei Malcontenti^ dei Malaccoppiaii, del Vedovaggio ; ed ha 
due porti : quello àeW Interesse e quello àéiV Amore ; e 
città e fiumi e due isole vicine, quella di Amati&nta e 
quella di Bigamia. La descrizione non è priva d'arguzia 
e di spirito, ed è infarcita di poesiole italiane. Unita 
al libretto è persino una grande carta ove l'isola è gra- 
ficamente rappresentata. 

Nello stesso anno, a Venezia, usciva Un viaggio nei 
luoghi più riflessibili dell'Isola d'Amore. L'autore dichiara 
che già lo aveva composto nel *45. Comunque, esso è 
molto simile al romanzetto del Le Noble. Tirsi descrive 
in una lettera ad un amico il viaggio compiuto: Nell'i- 
sola incontrò prima Licori, poi la Ragione, poi il villaggio 
della Buona accoglienza^ la città della Speranza^ quella 
della Dichiarazione, del Rispetto, della Modestia^ del Se- 
greto^ del Silenzio^ delle Discrezioni^ della Crudeltà^ della 
Pietà^ della Confidenza, del Trasporto, del Dispetto, ecc., 
finché giunse al Palazzo del Piacere. Qui s'intrattenne 
un poco ; ma poi, essendogli stata rapita Licori dal De- 
stino^ sali una montagna, sulla vetta della quale si di- 
stende il Deserto della Rimembranza... 

Cosi si cianciava e si filosofava piacevolmente in- 
torno all'amore. 

Un romanzo d'avventura insieme ed allegorico, è 
// naufragio felice allo scoglio del Disinganno (1780?), 
curiosissimo e piacevole. Si direbbe che di esso la 
prima parte fu scritta dal Chiari, la seconda dall' Al- 
garotti ; la prima pel grosso pubblico, la seconda per 
le dame filosofe ; è frivolo, qua e là anche gras- 
soccio, se non licenzioso ; ma ha intendimento mo- I 
rale ; sta insomma tra quei romanzi erotici dei quali 



— 215 — 

fin qui abbiam parlato e quelli morali didattici dei quali 
parleremo tra poco. 

Alfonso de Rodrigues narra la sua vita. Nato a 
Madrid da un illecito amore, è mandato a Napoli presso 
un fratello della madre. Qui cresce, studia, frequenta 
l'università. Ma la famiglia presso alla quale si trova, 
versa nel peggiore disordine, sovra tutto per opera della 
zia, già donna di teatro, frivola, amica di cantanti, mu- 
sici e ballerini. Un bel giorno, per debiti insolvibili, lo 
zio è imprigionato, e Alfonso rimane senza sostegno. Va 
a Roma, entra ai servigi di un cavaliere, in casa del 
quale s' innamora della governante, e la sposa. Per 
false accuse è imprigionato ; trovato poi innocente, è 
restituito a libertà ; ma trova la moglie adultera ; uccide 
il rivale^ fugge in Ispagna, fa il soldato, il comico e il 
chirurgo. Finalmente s'imbarca in un bastimento inglese 
che fa vela per l' America ; ma in mezzo all' oceano 
scoppia una terribile burrasca ; la nave affonda, tutti af- 
fogano ; solo lui. Alfonso, per miracolo raggiunge uno 
scoglio e si salva. 

Questo scoglio — e qui comincia la seconda parte 
— è lo Scoglip del Disinganno, Qui il nostro naufrago 
trova un palazzo e nel palazzo un vecchio, una donna 
e una giovane, Irene. Chi sono costoro? Sono persone 
che stanche del mondo, dopo aver sofferto infinite sven- 
ture, han chiesto rifugio e pace nell' isoletta solitaria. 
Ma il vecchio è diventato una specie di mago, un buon 
niago, ed ora si prefigge d' indicare al giovane tutti 
ì disinganni della vita. Gli dà un anello incantato, por- 
tando il quale egli potrà assumere tutte le possibili qua- 
lità e condizioni umane. Ed ecco don Rodrigues, succes- 
sivamente, monarca, letterato, cantante, amante, ciarlatano, 
6cc,, ecc.; e in tutte queste condizioni che sono dipinte 
con tinta d'ironia, egli non trova che fugaci felicità e 



— 216 — 

finzioni e inganni d'ogni specie. Ritorna allora allo stato 
primitivo. Un giorno, dolendosi che sulla terra non è giu- 
stizia e che troppe volte il buono è vilipeso e il mal- 
vagio onorato, il vecchio lo assicura che ciò pure è il- 
lusione, e lo conduce innanzi a uno specchio, nel quale 
Alfonso vede svolgersi moltissime scene della vita, le 
quali tutte riescono a dimostrare che presto o tardi il 
bene trionfa ed è apprezzato. Da ultimo, nello specchio 
miracoloso appare una grande immagine allegorica del 
mondo, dove regioni, città, isole, mari, fiumi hanno i 
nomi di sentimenti o condizioni o fatti umani, come 
della Fortuna, delVAmore^ del Disprezzo^ della Finzione^ 
ecc., nomi disposti in un certo ordine logico. Cosi, ad 
esempio, la Provincia della Disperazione ha per capitale 
la Morte, sobborghi della quale sono il Terrore^ lo Spa- 
vento^ il Suicidio, ecc. Gli abitanti poi di ogni terra ope- 
rano secondo quella qualità o condizione da cui la terra 
prende il nome. Uguale finzione abbiamo già visto nel- 
r Isola della fortuna del Chiari. 

Alfonso, alla vista di tutte queste meraviglie, non 
vorrebbe più partire ; ma il vecchio, temendo eh' egli 
s' innamori d' Irene, lo consiglia ad allontanarsi, ed anzi 
gli dà incarico di condurre Irene in Europa e di procu- 
rarle marito. Figuratevi ! Nel viaggio Alfonso natural- 
mente le dichiara l'amor suo, e vuole sposarla. Ma la 
fanciulla gli svela un grande segreto: è sua sorella. E 
ciò svelato, chi sa perchè? si uccide. Alfonso disperato 
si ritira in un romito paese della Scozia. 

Vedete che strano impasto di fantastico e d'alle- 
gorico! Pure il non lungo romanzo potè leggersi con 
qualche piacere. L' autore — del nome del quale non 
so che le iniziali, (D. M.) — dice di averlo scritto 
< quantunque il pubblico non lasciasse ancora d'applau- 
dire al famoso Robinson Crusoè^ al Gii Blas di Santillana^ 



j 



— 217 — 

alla Narcisa^ zìVUomo volante >; il che significa ch'egli 
intendeva contrapporsi a quel genere di romanzi. Qua 
-e là è arguto e satirico. Alcune figure vivacemente de- 
linea, quale il maestro di francese e il maestro di ballo, 
amici della zia d'Alfonso. In un luogo descrive a lungo 
la vita dei comici. (*) Si mostra fornito di mediocre cul- 
tura ; spesso cita autori e ricorda avvenimenti storici e 
fa predicozzi morali. 

Predicozzi morali. — Perchè oramai alla morale 
insidiata e minacciata da tanti romanzacci d' avventure 
galanti, si cominciava da taluno a seriamente pensare. Di 
moralità quasi tutti i romanzieri che sin qui abbiamo ri- 
cordati, avean parlato, e la moralità esaltata quasi 
tutti, proclamando scrivere per dare ammaestramenti di 
morale. Anche il Chiari. Ma abbiamo anche visto che 
nei loro romanzi il proposito non fu mai compiuto; che 
le parole loro non rispondono ai fatti, eh' essi cian- 
ciano dì morale più per pudore che per coscienza, che 
sotto ai veli sottili ch'essi cercan di tendere sulle imma- 
gini della lor fantasia, troppo palese è la scurrilità, la 
voluttà, il piacere. Bisognava porre qualche freno a quella 
licenziosa letteratura. Moltissime voci si levarono contro 
ai romanzi, delle quali, a proposito del Chiari, alcune già 
ricordammo. Fu una vivace campagna combattuta con 
giornali, lettere, trattati e poemi, per la dignità e onestà 
delle lettere. 

E un po' per questo, ma più certo perchè la moda 
mutò, a poco a poco i romanzi d*avventure galanti cad- 



(i) Ma notizie nuove, citte a quelle che leggonsi nei romanzi del Chiari e del Piazza, 
non tiotro. Solo notevole questo periodo : < Se poi accadeva di dover recitare a soggetto, 
teaevan alcun ì un untuoso libro in scarsella, dove erano notate tutte le ampollose fila- 
'Strocche del Coloandro fedele, delle lettere amorose di Fileno e Rosalba » (Parte I. ar- 
ticolo II). 

15 



— 218 ^ 

dero in disuso. Si fini cojraccoglierli con minore entu- 
siasmQ, poi col non leggerli. La massima fioritura del 
romanzo galante fu tra il '50 e il 70. U Chiari che, per- 
tinace, volle proseguire nella sua via, sorvisse invano. 
Ora avvenne ciò che nel seicento era avvenuto per i 
romanzi di cavalleria. Non si potevan più leggere, e si 
misero in burla. Già ne abbiamo visto una prova. La 
Marfisa del Gozzi è la parodia dei romanzi del Chiari. 
Ma la Marfisa ha forma di poema. Il Cervantes del 
nostro romanzo del 700 non è Carlo Gozzi, è Francesco 
Gritti, il Don Chisciotte del quale usci nel 1767. 



IH. 



Il nostro piccolo Cervantes fu uomo d' ingegno* 
Nacque a Venezia nel 1740, da quella Cornelia Barbara 
Gritti che fu amica deirAlgarotti, del Frugoni, del Gol* 
doni, del Metastasi© e poetessa d'Arcadia col nome di 
Aurisbe Tariense. Istruito nell'Accademia dei Nobili alla 
Giudecca, fu nel '77 eletto del Consìglio dei Quaranta^ 
dove sedette fino al cadere della repubblica. Tradusse 
in versi italiani V Amleto del Ducis, la Merope del Vol- 
taire, il Tempio di Guido del Montesquieu, la Cefisa del 
Secondat, ed anche la Pttlcella d'Orléans che peraltro non 
die alle stampe; tutte traduzioni celebrate e che parvero 
a quei tempi superare gli originali. Ma — e questo è no- 
tissimo — non minor fama il Gritti si acquistò nello 
scrivere in veneziano, componendo commedie, favole e 
apologhi ; sicché il Cesarotti nel suo Saggio sulla lingua 
italiana ebbe a dire di lui : « Maneggia la lingua toscana 



- 219 — 

con egual maestria e felicità che la veneta ». Mori 
nel 1801.(0 

Il suo romanzo, satira dei romanzi erotici d'avven- 
tura, si chiama: e La mia storia^ ovvero memorie del 
sig. Tommasino^ scritte da lui medesimo — opera nar- 
cotica del Dott. Pif-Puf », e fu stampata dal Bassaglia 
di Venezia. Il titolo stesso è una caricatura di quelli che 
usavano. Poi, come usavano lettere dedicatorie e lunghe 




Francesco Gritti. 



prefazioni e divisioni e suddivisioni delle parti, nel libro 
non mancano né le une né le altre. Prima, una lettera 
deir Editore « al mio buon amico il sig, Carlo Sakville in- 
glese > cui il libro é dedicato, coU'avvertenza che almeno 
esso ha sugli altri il vantaggio d' essere noioso e dì 

. (i) Copiose notìzie sul Gritti si possono leggere in Galleria dei letterati ed artisti 
fiiustri delle Provincie vetuziane^ Venezia, Alvisopoli, 1824 ; Cenni intorno alla vita 
^ alle opere di F. t?., dell'Ab. Antonio Meneghelli, Venezia, 1813 ; Elogio di F, G. 
P^ia veneziano^ Treviso, Andreola, 1827 ; G. Dandolo, La caduta della Repubblica di 

yenezia, Venezia, Maratovisch, 1855, pag. 143, 144 ed anche 'tra le Biografie del Tipaldo. 



L 



- 220 - 

conciliare il sonno. Poi una Prefazione che sarà letta da 
pochi e forse da nessuno^ bellissima, arguta, spiritosa. 
Chi la scrive si finge un amico di Pifpuf, è colui che 
ha fatto stampare il romanzetto e vuol dare alcuni cenni 
biografici sulla vita dell'autore. 

Narra che V infelice Pifpuf non seppe mai di quale 
nazione si fosse. Povero, fu mal veduto dai ricchi; scrisse 
una commedia e fu fischiato; andato in Germania, entrò 
in una casa signorile in qualità di pedagogo, ma, avendo 
dichiarato ignorante l'alunno suo, ne fu cacciato ; reca- 
tosi a Londra, un giorno fu preso per un francese e 
bastonato dalla folla ; in Cina prese moglie, ma questa 
gli fu sedotta e rapita da un padre gesuita; in Porto- 
gallo, non potendo muovere il braccio destro rotto per 
ricevute percosse, e nell'entrare un giorno in una chiesa, 
essendosi di necessità fatto il segno della croce colla 
mano sinistra, fu imprigionato e condannato al rogo 
dall'Inquisizione ; per fortuna, durante il famoso terremoto 
che mise sossopra la città, riusci a fuggire. Sbarcò a 
Roma, e qui un giorno, andando a visitare una sgual- 
drina, riconobbe in essa sua moglie. Fuggì allora a 
Venezia dove conobbe l'amico; cui morendo diede l'in- 
carico di pubblicare le sue Memorie. E una Prefazione 
di 33 pagine, scritte, dice l' amico, < per ingrossare il 
volume >, ma sono delle più gustose che si possano leg- 
gere in un romanzo del settecento. V'è dell'umorismo, 
della parodia, della satira; un po' per tutti, pei gesuiti, 
per gli abati, pei filosofi, pei poeti d'Arcadia. 

Ma finalmente, dopo un altro avviso dello Stampa- 
tore a chi legge, comincia il romanzo, il quale, come quelli 
del Chiari, è diviso in dì^e parti, ciascuna delle quali è 
divisa in 12 articoli. Anch' esso grazioso, Tommasino 
narra la sua vita: Comincia dai progenitori. La madre, 
gelosa del marito^ muore, forse avvelenata « perchè le 



— 221 - 

furon trovati sotto al capezzale uno scatolino di veleno, 
Alno stiletto e il Coloandro fedele -» ! Amorì in famiglia : 
il padre ama una serva ; la sorella ama un giovane che 
bazzica la casa; egli, Tommasino, ama i^delaide. Se- 
duzioni e adulterii. La sorella, trovata a giacere col gio- 
vane, fugge. Tommasino col padre ne va in cerca. Ma 
poco dopo, questi muore affogato in un torrente. Tom- 
masino torna a casa ; trova che gli hanno rapito Ade- 
laide. Parte di nuovo a cercar questa in compagnia di 
un servo fedele, Zofolo. 

Ecco Don Chisciotte e Sancio. Lunghi viaggi, strane 
peripezie, la narrazione delle quali è interrotta da una 
lunga narrazione delle precedenti avventure di Tofolo. 
Giungono ad un'osteria. L'oste è un pazzo, pazzo per 
troppo studiare e filosofare. « Ciò che diede V ultima 
spinta al precipizio della sua ragione », racconta la 
moglie, < furon le poesie di un certo Ossian, figliuolo 
di Fringuello e Fingallo, cioè quello che gli avete ve- 
duto alle mani, quando entraste nell'osteria e che dice, 
poco più poco meno, quelle stesse pazzie che poco fa 
avete udite da lui », E l'ostessa, stanca del filosofo, s'in- 
namora di Tofolo, e questi con lei fugge, abbandonando 
il padrone. Il povero Tommasino si mette ancora in 
viaggio alla ventura. Vede una donna che sta per affo- 
gare in un torrente ; si getta nelle onde, la salva. Ma essa 
non è una donna! è un uomo in abito di donna, il quale 
lagrimaiido si mette a narrargli le sue avventure. Con- 
tinua il viaggio. Tommasino, sfidato a duello da un pre- 
potente, a uno starnuto del quale non ha risposto feli- 
cità^ accetta la sfida e lo uccide. Più tardi si smarrisce 
in un bòsco, dove trova un uomo nello stato di natura, 
che vive come una belva, solitario, camminando carponi 
-- oh Rousseau ! — . Improvvisamente la narrazione è 
troncata; il libro finisce. Una nota avverte: r Dor- 



— 222 — 

miremo fino all'edizione del Tomo II, se Io stampatore 
non avrà a proprie spese imparato a non imbrattare 
inutilmente la sua carta e a non gettare il denaro ). È 
peccato che la satira arguta il Grìtti non continuasse 
più maL 

Già dunque nel '67, la parodia del romanzo d'av- 
venture galanti era fatta; segno indubbio che la sua for- 
tuna stava per declinare. Oltre a ciò, ad esso, come 
già nel seicento, si erano già opposti e si continuò ad 
opporre altri romanzi: romanzi religiosi che pur nar- 
ravano avventure e potevano destare interesse; ma, 
scritti da religiosi, avevano a protagonista qualche santo 
e miravano a educare la gioventù secondo i prìncipj della 
chiesa. 

Ricordo, di questo genere, un Racconto di Boldrino 
Paneri^ che pubblicò nel 1709 il P. Giuseppe Orsini ago- 
stiniano, Priore di S. Matteo a Roma; Il Cappuccino 
scozzese^ ovvero la vita avventurosa del Padre Angelo 
d'Alberdona che il P. Timoteo Colpani cappuccino di 
Brescia rifece nel '63 su quella che già nel seicento a- 
vevan scritto Monsignor G. B. Rinuccini, il P. Fran- 
cesco Percault e il P. Cristoforo Almeida ; La verità ma- 
scherata, ovvero Le avventure d'un giovane cavaliere^ 
che dettò nel '32 il padre D. C. Barbieri dell'Oratorio 
di Vicenza. Sono storie di santi, ovvero vite di persone 
che dal vizio poco a poco si sollevarono alla virtù, mo- 
delli di pietà religiosa, esempi di ravvedimento morale. 

Tali sono pure le Memorie del Conte di,...., vescovo 
titolare di Coloyne (1749); tale il Principe Lacchè (1751). 
Narra quest'ultimo romanzetto di uno dei figli gemelli 
di Adelaide principessa di Monferrato, il quale, allonta- 
nato ancora in fasce da casa, crebbe presso una fami- 
glia di contadini, e fece per lunghi anni il servitore o 



— 223 — 

il lacchè in molte case, modello di fedeltà e devozione 
ai padroni; finché, morto l'altro gemello e il padre, A- 
delaide morente confessò di averlo allontanato per evi- 
tare discordie e guerre di successione, lo mandò a ri- 
cercare ; e ritrovato, fu fatto principe. Ma il curioso è 
che l'autore non volle mostrare, come parrebbe, ai ricchi 
e ai nobili un esempio di bontà e di laboriosità rasse- 
gnata, ma volle con quest'operetta « giovare ai poveri 
servitori, procurando d' insegnar loro alcune buone mas- 
sime proprie del loro stato servile, come sarebbe di fe- 
deltà, di onoratezza, di onestà »! 

Un tal Sebastiano Rovida offri alle fanciulle la 
Storia della Pastorella Valsesìana (1765). Il P. Michelan- 
gelo Marin dell'ordine dei Minimi scrisse il < Teodnlo o 
sia il figlio di benedizione, modello per la gioventù > 
(1789) e « la Farfalla ossia la Commediante conver- 
tita » (1797). Cosimo Galeazzo Scotti di Merate (1759- 
1821), il noto autore delle Giornate del Brembo^ dettò 
negli ultimi anni del secolo, U impostore del paradiso di 
Maometto^ ch'ei chiamò novella; ma è in realtà un lungo ro- 
manzo fantastico, allegorico, religioso. < Lungi da noi » 
egli scriveva nella prefazione « quanto contaminò l'inar- 
rivabile eloquenza de' vecchi novellatori >. 

Ma a numero troppo esiguo di persone potevano 
piacere siffatti umili romanzi pudichi, i quali, per essere 
bene accetti, oltre a non avere le seduzioni delle storie 
galanti, non brillavano neppure per alcuna bellezza for- 
male. Che le solite avventure amorose in mille guise 
narrate fossero venute a noia, si comprende; ma ad esse 
non potevan supplire i romanzi religiosi, in quel secolo 
che i santi non vide no, di buon occhio. Lo spirito cri- 
tico del tempo, specialmente svoltosi nell'ultimo tren- 
tennio, doveva esigere invece, e creò di fatti, un altro 
genere di romanzo : il romanzo satirico e filosofico. 



ROMANZI SATIRICI, MORALI, FILOSOFICI: e I VIAGGI DI 
ENRICO WANTON > DELL' ABATE SCERIMAN ; < IL 
MONDO MORALE > DI GASPARO GOZZI; DUE ROMANZI 
DEL CASANOVA; L'< ABARITTE > DEL PINDEMONTE — 
ROMANZI DIDATTICI: IL e TELEMACO » IN ITALIA E 
« IL MONTE DI ARETEA > DEL MICHELETTI ; IL < PLA- 
TONE IN ITALIA > DEL COCO. 



L 



ìf^^f^mmmmmf^^M^m^^M^Mìf^ 



Poiché fantastici ho chiamati gli scrittori de' romanzi 
erotici d'avventura, e sentimentali quelli che semplici e 
ardenti storie d'amore scrissero per commuovere, chia- 
m.erei intellettu^ali questi altri romanzieri de' quali mi resta 
a discorrere, E poiché veggo intorno al 1750 più diffusi 
i romanzi dei primi, e poi maggiormente quelli dei se- 
condi, e verso la fine del secolo più numerosi i romanzi 
critici, satirici e filosofici, direi essersi il romanzo nostro, 
nella seconda metà del settecento, svolto secondo le vi- 
cende di quella civile società che dal bamboleggiare ar- 
cadico a mezzo il secolo, passò à provare via via, con 
intensità nuova, sentimenti di libertà e di giustizia, e 
fini con maturato pensiero a quel grande atto, virile ch'è 
la rivoluzione. 

Nella seconda metà del settecento, come in tutti i 
periodi precorrenti e preparanti i grandi rivolgimenti 
politici e sociali, parve quasi le facoltà umane si affi- 
nassero; più tenero e caldo sembrò palpitare il cuore, 
più agile e ardito vibrare il pensiero. Il romanzo nostro, 
come il francese, dopo avere accarezzata e saziata la 
fantasia, volle soddisfare le altre due facoltà dello spirito, 



— 228 - 

E in qual altro tempo infatti esso fu più lagrimoso o più 
filosofico? Abbiamo visto come fece piangere ; ora ve- 
diamo come fece pensare. 

Anche il Chiari si atteggiò non di rado a filosofo 
ne' romanzi, ma anche in filosofia, come in arte, fu un 
dilettante ; vo' dire leggero e scettico. Cominciò eoa 
una Filosofessa Italiana, ma, come vedemmo, quel suo 
romanzo non ha di filosofico che il nome. E ragione del 
nome diedi, mostrando, come già nel '52 filosofare usas- 
sero ormai tutti in Italia ; anche le dame ; e quel filo- 
sofare fosse non ancora un meditare profondo, ma un 
criticare pettegolo e un sorridere frivolo sulle debolezze 
umane. L'abate bresciano segui la moda e contentossì 
del nome eh' empiva le bocche ; liberale di sentimento, 
astuto e opportunista, nuove idee accolse e diffuse ne* 
suoi romanzi ; ma nessuna approfondi ; ne egli, né il 
pubblico pel quale scrìveva erano atti a seriamente stu- 
diare le condizioni di una società, né avevano ingenua 
fede da poter mirare a innovamenti salutari. Nell'C/owa 
d'un altro mondo egli tentò il romanzo filosofico deri- 
vando un po' dallo Swift e un po' dal Montesquieu ; in 
molti altri romanzi si compiacque porre in satira qualche 
costume del tempo, ma non mai con intendimento alto, 
nobile, educatore ; solo invece per quel senso arguto di 
comicità eh' egli aveva, comune a molti veneziani del 
suo tempo. 

Parimenti qualche vivace satira di costumi abbiam 
notata in qualche romanzo del Piazza, specie negli Zin- 
gani ; ma anche nel Piazza Taforismo, la sentenza, la 
critica, la satira sono occasionali. L'uno e l'altro mira- 
rono sovra tutto a dilettare o a commuovere ; romanzi 
filosofici propriamente detti, composti cioè col deter- 
minato scopo di considerare costumi e instituti sociali 
per correggerli e migliorarli, essi non ci lasciarono. 



- 229 — 
Di romanzi siffatti invece si vuol qui ora far cenno. 

E prima, di uno vastissimo, che il veneziano Zac- 
caria Sceriman pubblicò la prima volta nel '49 e poi 
andò via via per lunghi anni correggendo ed ampliando 
fino all'edizione del '64 che conta quattro volumi e com- 
plessivamente 2380 pagine : uno dei più ampi romanzi 
che il settecento ci abbia lasciato. E aggiungiamo anche, 
la più vasta e completa satira che uno scrittore italiano 
ci abbia data in forma di romanzo, di tutti gli aspetti 
della civile società in mezzo alla quale ha vissuto. Si 
chiama : Viaggi di Enrico Wanton alle Terre incognite 
australi ed ai Regni delle Scimmie e dei Cinocefali. Il 
disegno non è nuovo, la trama è semplice ; ma la tela 
è vasta, e, per conoscere gl'intenti dell'autore, bisogna, 
per quanto fugacemente, scorrerla tutta. 

Chi narra è il protagonista Enrico Wanton. Nato 
a Londra (Tom. I, parte I), male educato dal padre che 
non sa né scorgere, né secondare le sue naturali ten- 
denze e il desiderio ardente ch'egli ha d'imparare, fugge 
da casa e s'imbarca per l'India. Durante il viaggio, stringe 
amicizia con un giovine, Roberto, saggio, buono, colto, 
religioso. Passato il Capo di Buona Speranza, una tre- 
menda tempesta li sorprende, la nave si frange in uno 
scoglio ed affonda. Solo i due amici si salvano e rag- 
giungono a nuoto una terra deserta. Eccoli soli, costretti 
a vivere di caccia e di pesca, senza tetto, come gli 
uomini primitivi. La vita solitaria e semplice li rende 
sempre più buoni ; e vivono cosi qualche tempo, esa- 
minando piante ed animali, facendo osservazioni scien- 
tifiche sulla natura, filosofando. Ma un giorno, in una 
loro peregrinazione, salgono sulla vetta d'un'alta mon- 
tagna; e di là vedono aprirsi al loro sguardo meravi- 
gliato una vasta e fiorente pianura seminata di case, di 



^. 



— 230 — 

villaggi, di città. Scendono lieti a quella volta; entrano 
nella prima casa che incontrano. Chi vi abita ? Una fa- 
miglia di Scimmie ! Enrico e Roberto sono arrivati nel 
regno delle Scimmie. 

Fino da questo momento, ognuno immagina subito 
come procederà il romanzo, e donde uscirà la critica e 




)£nncuJ Wànton AnQ/tif^ 

Zaccaria Sceriman. 

a satira civile. Basterà che l'autore descriva i costumi 
di quelle Scimmie, ad esse riferendo tutti i difetti degli 
uomini, e la satira sarà fatta. Così avviene. 

Enrico e Roberto sono circondati da scimmie e da 
scimmioni, legati, incatenati. Naturalmente sono stati presi 
per animali pericolosi. Ma poi, a poco a poco, durante 



— 231 — 

la lunga prigionia, essi studiano e imparano i costumi 
delle scimmie, e, soprattutto per la pazienza e la bontà di 
una giovane scimmietta, Oliva, che si è innamorata di Ro- 
berto, riescono ad apprendere il linguaggio scimmiesco. 
In tal modo si salvano: manifestano l'esser loro a tutti 
quei bravi ospiti che non arrivano a persuadersi < che 
le scimie del nostro continente siano pure bestie >, fanno 
conoscere le loro svariate abilità, insegnano cento cose^ 
e, insomma, riescono a farsi, non che liberare, rispettare 
e venerare come esseri superiori. E qui, frammischiata 
al racconto, comincia la satira. 

Un giorno (parte II) viene a trovarli una signora, 
— scimia s'intende — . Arriva con gran pompa di coc- 
chio e di servi e tiene in braccio < un bel cane, simile 
a quelli che sogliono dalle nostre dame esser nutriti con 
maggior diligenza de' propri figli ed amati assai più de'^ 
loro servi e delle umane creature >. Un altro giorno^ 
un certo sig. Faggio — le scimmie hanno tutte i nomi 
delle piante — invita i due uomini ad una sua villa. 
Vanno. Son presentati alla faniiglia composta della si- 
gnora Spina, di tre figli e una figlia ; e, invitati a trat- 
tenersi qualche giorno, accettano l'invito. Ed ecco de- 
scritta tutta la vita famigliare. Nella sig. Spina è raffi- 
gurata l'avara. In una lunga discussione che, a proposito 
di certe scoperte scientifiche, si tiene durante un ban- 
chetto, son poste in satira Je discussioni filosofiche 
che si tenevano, per posa, tra i nobili signori, anche 
a tavola, e le sottili sofistiche disquisizioni delle ac- 
cademie del tempo. Nella descrizione della viUa e del 
giardino, son messi in ridicolo l'architettura barocca e 
quei nostri giardini simmetrici del 700, dalle piante ta- 
gliate ora a piramide ora a dado e fatti apposta per 
falsar la natura. L'architettura del tempo fa ricordare 
ad Enrico i romanzi. « Siccome in questi — egli dice 



^_ 



— 232 — 

— il mirabile distrugge il verisimile ed il vero, e tanto 
più piacciono agli oziosi ed ignoranti che li leggono, 
quanto più son pregni di mostruosità e di chimere, cosi 
pure una simile architettura prende il suo pregio dal 
falso e dallo stravagante ». 

Poi eccolo a darci notizia dell'educazione che i 
Scimmi (sic) danno ai loro figliuoli. Potete imaginare : fri- 
vola, esteriore, tutta inchini, riverenze e complimenti* E la 
toilette è lungliissima. I servi spregiati; sicché una madre 
raccomanda alla figlia : e Bisogna farsi rispettare da 
questa canaglia che ad altro non pensa se non ad as- 
sassinare i padroni. Noi che discendiamo per generazioni 
di più secoli da un sangue che per la prima volta calò 
dalle vene di Eroi, slam per lo più troppo vili, abbas- 
sandoci a costoro che, dopo aver avuto l'onore di essere 
tollerati, hanno la baldanza di deporre parte di quella 
sommissione che ci è dovuta >. Buon abate Sceriman, 
bravo ! Qui c'è tutto uno spunto pariniano ; e il vostro 
prolisso romanzo, sol per queste generose intenzioni, 
vale ben tutto il Chiari. 

Quando le donne si abbigliano per un ricevimento, 
l'autore fa la satira della moda. La madre dà consigli alla 
figlia che sta per maritarsi : « Devi sceglierti presto un 
cavalier servente, — le raccomanda — . < Ti converrà 
scegliere il più ricco o il più nobile o almeno il più 
temerario dei concorrenti. Devi passar lunghe ore con 
lui ; star poco in casa ; attendere alle visite, al passeggio, 
alle danze, ai teatri e soprattutto al giuoco. Una dama 
dee giuocare ; onde, o Figlia, pensa seriamente a questo 
punto che è forse il più essenziale della nostra vita >. 
E i consigli di tal fatta continuano a lungo. 

Dopo parecchi giorni di permanenza nella villa del 
sìg. Faggio, dopo che l' improvvisa malattia di un gio- 
vine della famiglia ha offerto l'occasione di mostrare 



r 



- 1 



— 233 — 

l'ignoranza crassa dei medici, i due nostri viaggiatori 
partono e si avviano verso la città. 

Non mi dilungo a descrivere il ricevimento dei due 
forestieri e a riferire i giudizi e le ipotesi che i cittadini 
fanno intorno ad essi. Breve : Enrico e Roberto visitano 
la città parte a parte, e osservano, come sempre, i 
costumi, le leggi, le istituzioni. In una bottega da caffè 
notano i vari tipi di zerbini ignoranti. Presso un accon- 
ciateste rilevano le cure soverchie della toilette. Con al- 
cuni nobili Scimi disputano a lungo sul punto d* onore, 
mostrando la vanità e sciocchezza di taluni pregiudizi 
umani. 

Cosi, a poco a poco, facendosi conoscere e stimare, 
arrivano ad essere presentati al Re. A costui par di 
trovare finalmente due persone sincere ; e, a dispetto 
óì tutti i cortigiani, si affretta a nominarli suoi consiglieri. 

Nel II libro (parte I), Enrico e Roberto son già di- 
ventati tra le scimie due persone d'importanza ; hanno 
vestito gli abiti del paese, sì son adattati ai costumi 
crhe hanno trovato, e, forniti di un buon stipendio da 
parte del re, han tutto l'agio d'andare a zonzo per 
crontinuare le loro osservazioni e considerazioni filoso- 
fiche. Bazzicano in casa di un certo sig. Gelsomino, la 
moglie del quale cerca marito per le figliuole. Quanti 
giri e rigiri e intrighi per tirare in trappola i giovanotti ! 
< A quelle benedette figliuole bisogna pure procurare 
xmo sposo ; sia pure un mostro, non importa ; purché 
sia ricco >. E le signorine fan la civetta ; parlano spu- 
doratamente d'amore, scusandosi d'aver appreso certe 
•cose all'opera. A pranzo c'è il giovanotto ignorante che 
si dà l'aria d'enciclopedico. Gelsomino mostra a' suoi 
visitatori le sue ricchezze, drappi, tappeti, oggetti d'arte ; 
ma, richiesto del valore di alcuni oggetti, non sa rispon- 



\ 
L 



— 234 - 

dere, perchè < non ha mai pagato nessuno >. Un suo 
figliuolo, offeso d'un'inezia, manda un biglietto di sfida 
ad Enrico, mentre una figlia gli manda una dichiara- 
zione d'amore. Ed Enrico manda a spasso l'uno e l'altra. 
Qualche sera si va a teatro. Qui si biasima l'uso 
delle maschere. Il pubblico non vuol pagare l'ingresso. 



1 




Viaggi di Enrico Wanton del Sceriman, Berna, 1764, T. III. 

La recitazione goffa e ampollosa. La tragedia fa ridere. 
Gli attori improvvisano frasi licenziose. Gli spettatori 
disattenti. Si danno giudizi sugli spettacoli teatrali da 
persone che non li videro ; e i giudizi falsi si ripetono 
e si diffondono. Comici e ballerini vanitosi. 

La moglie di Gelsomino aspetta un'eredità da uno 
zio moribondo. Con arti subdole cerca di assicurarsela- 



— 235 ^ 

Ma eccoci al letto dell'ammalato. Vengono quattro me- 
dici ; tutti di diverso parere. E l' ammalato muore. Il 
testamento è contrario ai desideri degli eredi. Il notaio 
si prende parte dell'eredità, e l'altra parte va a pagare 
gli speziali voraci che son d'accordo coi medici. I pa- 
renti jBngon di piangere. 

A corte devesi intanto eleggere un comandante. 
Piovono le raccomandazioni. Per una di queste, Enrico 
deve recarsi da un Ministro. Lo trova che sta contrat- 
tando il salario con un cuoco e con un precettore : a 
a quello cento pezze d' oro, questo mezza pezza. Gli 
ordini che impartisce al precettore son degni di nota, 
e ricordano quelli che la Marchesa impartisce all'abate 
nella nota satira dell'Alfieri, VEducazione. < Non voglio 
molta istruzione — dice il Ministro — non voglio molta 
scienza. Insegnerete al mio figliuolo soltanto un po' di 
latino. Poi l'accompagnerete al passeggio e gli sugge- 
rirete le buone norme della cavalleria, ch'è ciò che più 
importa. Per le vostre fatiche, oltre a mezza pezza al 
mese, siederete a mensa coi servi, e se darete prova di 
zelo, vi sarà dato qualche paia di scarpe ». La sfuriata 
che il Ministro fa contro la Scienza, è una magnifica 
pagina di satira mordace, e potrebbe valere anche 
oggi per quanti temono istruzione e libertà. 

La prima parte del II libro si chiude colla storia 
di un lungo processo, nel quale una folla di avvocati 
accusa un innocente, ed Enrico, richiesto di consiglio 
dal re, suggerisce di condannar quelli e di liberar l'ac- 
cusato. 

Nella seconda parte la critica della vita privata e 
pubblica continua spietata, toccandosi i più svariati ar- 
gomenti, a seconda delle visite, degli incontri, delle 
circostanze nelle quali Enrico si trova. Sommariamente: 

Lettura d'un libretto d'opera, del quale si rivelano 



- 236 — 

i difetti — Ancora la bottega da caffè, e descrizione di 
vari tipi, specie del maldicente — Visite varie : i difetti 
dei Cortigiani — Un pranzo : discorsi sulle varie classi di 
cittadini, sulla comedia della vita, sul lusso esagerato 

— Satira dell'acconciatura delle signore e dei cavalieri 
serventi — Un funerale : il finto lutto, le false necrologie 

— Nozze : i matrimoni di convenzione, i poeti d'occa- 
sione — Una conversazione : discorsi sulla nobiltà — 
Una passeggiata in piazza : le maschere provocanti, la 
folla villana ; si discorre delle sale da gioco, delle mode, 
delle bàlie — Descrizione del ridotto : la frenesia del 
gioco — La donna letterata — Una festa da ballo : gli 
abiti sfarzosi; i balli complicati e strani, sino al sorger 
del sole — Il lusso degli sponsali : la brutta usanza di 
esporre al pubblico il corredo della sposa. 

Ma improvvisamente — incomincia il III libro (I 
parte) — la pace dei nostri due viaggiatori viene tur- 
bata. Che è, che non è, una notte Enrico è fatto pri- 
gione, e gli si legge un decreto reale che lo accusa dì 
alto tradimento e lo condanna all'esilio. Il poveretto non 
sa nulla di nulla ; vuole scolparsi, non può ; è condotto 
lontano lontano, sin dove, dietro un alto muro che cir- 
conda tutta quella contrada, si distende un mare ster- 
minato. I guardiani, aperta una porta, conducono il 
prigioniero alla riva, lo mettono su di una fragile 
barca, spingono questa sulle onde, e poi tornano indietro 
e di nuovo richiudono la porta. Cosi Enrico resta in 
balia dell' onde e dei venti. Dove andrà ? Per più 
giorni è sbattuto lontano qua e là, senza vedere e toccar 
terra. Poi finalmente riesce ad approdare ad un'isola. E 
giunto alla terra dei Cinocefali, cioè a dire dei Cani. 
Anche qui è preso, legato e condotto al Castello della 
Ragione. Ma i cani son più buoni delle Scimmie, e presto 



— 237 — 

gli si usa cortesia. Lo si veste, gli si insegna il lin- 
guaggio canino, lo si istruisce e poi lo si conduce alla 
capitale del regno, a Cinofia. Qui è ricevuto dal re, è 
esaminato, e, ritrovato degno di appartenere al regno 
dei Cinocefali, è dichiarato libero. Dopo qualche tempo, 
viene a sapere che un altro uomo è passato di là, di- 
retto alla Terra dei filosofi ; da alcuni connotati è indotto 
a dubitare che quel tale possa essere l'amico suo Ro- 
berto, e, fiducioso di trovarlo, in compagnia di un Ci- 
nocefalo, Francipoco, che pure va in cerca di un suo 
fratello, si avvia a quella volta. 

In tutta questa parte la satira è pallida e scarsa. 
Solo qua e là l'autore, più o meno opportunamente, in- 
troduce qualche considerazione o precetto morale, e non 
manca di lanciar qualche stoccata ai cortigiani, ai nobili, 
agli ipocriti, agli amministratori delle sostanze pubbliche 
e private, ai giudici, agli avvocati. Non manca di umo- 
rismo e di arguzia tutta la lunga narrazione del processo 
e dell'esame che si fa alla corte de' Cinocefali per de- 
terminare se Enrico appartiene davvero alla razza umana. 
La satira è rivolta contro i materialisti. I quali accor- 
rono numerosi e sciorinano le loro tavole figurate, con- 
sultano le loro opere scientifiche dove sono segnate le 
misure medie dei vari membri dell'uomo. E poiché En- 
rico ha il naso un po' troppo lungo, alcuni sostengono 
ch'egli appartenga ad un'altra razza. Donde un grande 
litigio ; il quale termina quando il giudice supremo^ 
comprato coll'oro da coloro che avevano interesse a che 
Enrico risultasse un uomo, proclama che il naso ha la 
media grandezza normale della razza umana. 

Ma nella Parte II entriamo in piena allegoria, e la 
satira torna abbastanza vivace. Enrico e Francipoco 
giungono al Paese della Filosofia. Entrano in una città 
chiamata La prigione delle passioni, dove abitano i saggi. 



1 



- 238 - 

Il paesaggio delizioso è descritto con grazia : prati verdi, 
ruscelli, fiori, gregge e pastorelle ; pare un paesaggio 
d'Arcadia. Il re accoglie i due viaggiatori : tien loro un 
lungo discorso morale, indicando loro la via della virtù. 
Ed Enrico e Francipoco si chiudono in una biblioteca 
e si mettono a studiar giorno e notte i libri de* sapienti. 
A questo punto, l'autore espone un intero sistema di 
filosofia morale, che presso a poco è quello degli Eu- 
demonisti francesi allora in auge, meno crudo forse di 
quello delPHelvetius e un po' più vicino a quell'utilita- 
rismo disinteressato che più tardi doveva essere pro- 
clamato dal Mill. E questo sistema con grande entusiasmo 
espone e difende, deridendo coloro che delle parole si 
adombrano, e rigettano una dottrina solo perchè in essa^ 
si parla àHnteresse e di piacere^ senza osservare quale 
è il suo fine suprèmo. Evidentemente queste sono le 
dottrine morali che pure il nostro Sceriman profes- 
sava ; e molte di queste pagine del romanzo alludono a 
filosofi ed a dottrine filosofiche del suo tempo. Quel 
giovine Cinocefalo del quale sì narra che, per avere 
esposto in versi tali dottrine, fu allontanato da tutte le 
case e sfuggito e perseguitato come un sovvertitore 
della morale, forse è lui stesso, lo Sceriman, il quale 
pubblicò da giovane un poemetto, // sogno di Aristippo^ 
in cui espose, rinnovandolo, l'edonismo dei Cirenaici. 

Finalmente, ben discusso il problema morale, Enrico 
e Francipoco ottengono il permesso di proseguire il 
viaggio. Ed eccoli alla Fortezza dei venti, E la città dei 
Metafisici. Qui tutti son pazzi, sragionano, straparlano, 
sono ignari di ogni cognizione positiva, usano un lin- 
guaggio astruso, pieno di enti, non enti, causalità, cate- 
gorie, hanno il capo nelle nuvole e vengono, dopo molti 
studi, a ridicole conclusioni, come quel tale che macerò 
la vita sui libri per trovare la gran verità : camminOy 



- 239 - 

dunque vivo. Dove ognun vede presi di mira Cartesio e 
i Cartesiani. 

Passano al Castello delle misure, E qui è la volta 
dei Matematici, dei puri Matematici, che sono mostrati 
col loro linguaggio convenzionale, colla loro ignoranza 
della vita pratica, col loro carattere stizzoso e litigioso. 
Tutto calcolano e misurano scrupolosamente, le case, 
il letto, i vasi ; ma poi all'atto pratico commettono er- 
rori gossolani, ed a Tizio fabbricano il letto più grande 
di quello che si convenga, ed a Caio un vaso troppo 
piccino. Uno vuol applicare alla musica la matematica, 
e assorda le orecchie ; l'altro vuol applicarla alla pittura 
e non sa dipingere nulla ; e v'è persino chi vorrebbe 
applicarla alla morale ! 

La terza città alla quale arrivano è Giumenzia, la 
città dei puri Grammatici, per entrar nella quale bisogna 
che i nostri viaggiatori si vestano da orso, e fingano 
una completa ignoranza. Ma trovano ignorantissimi gli- 
abitanti ; molta boria, molto fumo e nessuna sostanza ; 
i farmacisti hanno belle anfore, ma vuote; i falegnami 
hanno belli e lucidi strumenti, ma mancano di legname; 
i giudici e i generali discutono di solecismi e barbarismi, 
ma non sanno comporre liti e guidare eserciti. Qui Fran- 
cipoco ritrova il fratello che era stato imprigionato per 
essersi mostrato colto. Egli torna indietro ; ma Enrico 
prosegue il suo viaggio. 

Passa pei Campi della Miseria^ dove tutti sono Poeti, 
che, lieti della loro povertà, cantano e suonano, in 
mezzo ai fiori e all'aure pregne di sospiri e di baci, si 
fanno reciprocamente doni di metafore e di metonimie, 
fanno discorsi fantastici e castelli in aria. Passa per 
Rovinia, gli abitanti della quale sono tutti amanti di an- 
tichità, e spendono e spandono e vanno in rovina per 
comprar cocci e frammenti di statue, di ossa, di muri. 



L_. 



— 240 — 

di armi. Qui Enrico trova finalmente l'amico Roberta, 
il quale a sua volta andava in cerca di lui, per ricon- 
durlo nella terra delle Scimmie dove era stato scoperto e 
provato innocente. 

Nel ritorno, visitano Amazonia^ la città delle Donne 
letterate, che non leggono che < romanzi stupendi e pel- 
legrini, nuovi e vecchi e principalmente quelli che non 
istancano la mente ». Toccano la Valle delle visioni dove 
il re si chiama Egotista', e gli abitanti credono che la 
vita è un sogno. Toccano il paese di Seccatura^ nel 
quale tutti parlano facendo sfoggio di citazioni. E final- 
mente rientrano di nuovo nella terra nei Cinocefali. 

« Frutto de' miei viaggi filosofici — dice Enrico- 
— fu il conoscere che tutto è vanità, che i gran nomi 
non significano sempre gran cose, e che (servendoci 
della frase del Pope) l'unico studio dell'uomo, è l'uomo >. 

Resta ancora un volume del quale ci sbrigheremo 
con poche parole. 

L' incontro che i due amici fanno con alcuni sol- 
dati, offre occasione all' autore di fare considerazioni 
intorno alla vita militare che a lui sembra corruttrice. 
Nella città à^ Industria^ abitata dai Franchi Muratori,, 
abbiamo agio di conoscere i riti e gli intendimenti della 
Massoneria ; la quale con equanimità l'autore giudica, de- 
ridendola solo pel mistero del quale si circonda, difenden- 
dola dalle atroci calunnie che contro di essa lancia- 
vansi, dichiarandola utile come freno ai governanti. Poi 
Enrico descrive a lungo la città di Astuzia ; narra del 
suo ritorno alla capitale de' Cinocefali. E la critica dei 
costumi continua ancora lungamente, insieme con quella 
delle istituzioni e delle leggi. 

Finalmente scoppia la guerra con un popolo fini* 
timo. Enrico e Roberto devono accompagnare il figlio 



— 241 - 

del re al campo. Partono. Avviene una battaglia, du- 
rante la quale, incalzati dai nemici, essi son costretti a 
fuggire. Si smarriscono in un bosco. Dopo molto tempo, 
ne escono, ben lontani dal campo ; e dalla vetta di un 
monte rivedono, dopo tanti anni, il mare. Scendono alla 
riva, e 11 rimangono finché passa una nave inglese che 
li riconduce in patria. 

Del romanzo ho via via indicato i punti notevoli. Suoi 
principali difètti sono la prolissità, il ripetersi di episodi 
e considerazioni, la monotonia, la puerilità del disegno 
generale che manca d'ogoi interesse, d'ogni genialità. 
Ma in taluni particolari incontrasi vivezza di osserva- 
zione e di satira. 

Lo Sceriman volle dare all'Italia un grande ro- 
manzo satirico, filosofico; ma gli mancò la mordace 
fantasia dello Swift e l' eloquenza arguta del Monte- 
squieu ; fu troppo fiacco ; e a descrivere fondo a tutto 
l'universo, gli mancò l'ala del genio. Diamogli lode del- 
l'audacia, considerando sovrattutto quali frivoli romanzi 
si scrivessero fra il '49 e il '64, in quegli anni nei quali 
egli attese a questo suo enorme lavoro. Che se, oltre a 
ciò, considereremo eh' egli fu uomo probo, e tutta 1' o- 
pera della sua penna volse a scopo educativo, che de- 
nunziò con coraggio pregiudizi, vizi e menzogne so- 
ciali, e proclamò, egli povero e onesto, principii di filo- 
sofia che parve sovvertitrice, e, precorrendo il Parini, 
satireggiò l'instituto e la corruzione della nobiltà, e che 
infine per tutto questo ebbe a soffrirne povertà e se- 
vizie — anche più viva dovremo tributargli la lode. 

Ei nacque a Venezia nel 1708. Scrisse da giovane 
un ardito poemetto filosofico in isciolti, // sogno di Ari- 
stippo; si esercitò nella satira con un' operetta sui Me- 
dici e le medicine, con due Almanacchi ad uso dei Pedanti 



1 



242 — 



che pubblicò nel '67 e nell' 83. Pare autore di una can- 
tata a sette voci, La reggia di Calipso (1769), che fu 
messa in musica da Ferdinando Bertoni. Tradusse e an- 
notò la vastissima Storia della repubblica veneta del 
Laugier (1767-69), e pubblicò a sue spese Le Memorie 
per servire alla storia letteraria^ opera periodica che 
usci tra il '53 e il '58, compilata dal Calogeri, da An- 
selmo Costadoni, da Antonio Gradenigo, da dementino 
Vanetti. Dei quali, come del Valaresso, del Farsetti, del 
Dalle Laste, dei Gozzi e di quanti ingegni aveva allora 
Venezia, fu amico. Godè la stima dei buoni e specie di 
Gasparo Gozzi che gì' indirizzò un sermone, e lodò in 
più occasioni il suo forte ingegno. Visse povero e soli- 
tario ; negli ultimi anni oscuro ; mori nell' 84, e fu sepolto 
nella chiesa di S. Canciano, dove non è pietra che lo 
ricordi. (') 



II. 



A voler parlare in ordine cronologico dei principali 
romanzi filosofici morali che apparvero in Italia, è ora 
da ricordare il Mondo morale di Gasparo Gozzi, che 
usci nel '60. E questo il solo romanzo filosofico che le 
storie della nostra letteratura ricordino; ed è un romanzo 
mancato ! 

Un lunedi di primavera, ne usci il primo foglio, 



(i) Nou altro si conosce della sua vita. Pochi cenni leg^onsi nel Moschini, Z.«//. 
veneziana, IV, 12 ). Nella Galleria dei letterati ed ariisii illustri delle prov. veneziane 
del sec. XVIlf, Alvisopoli, 1824, II, 30, è una breve notizia, dettata da Bart. Gamba, 
la qaale fu ristampata nel I volume dei Viag^gi di Enrico ìVanton^ AlvisopoU, 1824. Nella 
Blog, universale del Mixsiglia, LII, è un cenno scritto da G. De- Angeli. V. pure C. 
Dandolo, La caduta della repubblica di Venezia, Venezia, 1855, pag. a88. La trad. dt i 
Laugier a torto fu da taluni attribuita a L. Antonio Loschi. 



— 243 - 

dalle stampe del Colombani. 11 Gozzi il quale, già nel 
febbraio dello stesso anno, aveva impreso la pubblica- 
zione della Gazzetta veneta che usciva il mercoledì e il 
sabato, si sobbarcava in tal modo a un altro non lieve 
lavoro. Doveva essere veramente nell'intenzione sua 
un romanzo : un foglio ciascun lunedi ; a cinque soldi. 
E l'editore annunziandolo diceva : « L'autore che rendea 




t% * :3: 



Gasparo Gozzi, da una incisione di Francesco Bartolazzi. 



sempre scopo delle sue eleganti scritture il buon co- 
stume e la morale,.... e che, veduto essere gli uomini 
cattivi, peste vera del mondo, mirava a ridurli, se non 
buoni del tutto, per lo meno migliori, instillando nel 
loro cuore i dettami dell'onesto e del giusto, prese a 
scrivere un^Etica direi quasi pratica, né adottò in ciò 
verun altro sistema fuor quello che gli venne dalla prò- 



— 244 — 

pria ferace fantasia suggerito >. Ed esposto sommaria- 
mente lo schema dell'opera, « Ognun vede » soggiun- 
geva, < di qual giovamento tornar puote questo ro- 
manzo >. 

Ma il < sistema suggerito dalla ferace fantasia » 
del Gozzi non doveva riuscire punto conveniente a far 
presa sull'animo dei lettori. Egli immaginò una congrega 
di Pellegrini ; tra' quali, una Pellegrina, donna saccente 
e dottoressa, un bel giorno annunzia d' aver composto un 
racconto allegorico in cui ha personificato vizi e virtù; 
e si mette a narrarlo. Sentite V argomento allegorico del 
I Capo : < Acacia^ nei primi tempi del mondo regnava in 
Cardia, città nobile della regione di Andropo. Certe sue 
nemiche vogliono a lei ribellarsi e torle il governo. Do- 
lossia le persuade ad usare in ciò f rande, non forza; 
a questo effetto va alla montagna chiamata Cefalos per 
trarne di là una fanciulla e averla dal suo partito ». Del 
quale argomento ecco la spiegazione: « U* Innocenza fu 
la prima a regnare nel Cuore^ parte nobile deWUomo. 
Le Passioni cercano di scacciamela. La Fraiide tentò 
V impresa, stimolando la Curiosità^ e, ingannando il Capo 
umano, ottenne il suo fine >. E la narrazione non fa che 
in molte pagine prolissamente estendere l'argomento, 
con quanto diletto de' lettori si può immaginare. Il 
Capo II continua cosi a descrivere la montagna di Ce- 
falos^ abitata da una fata invisibile eh' è 1' anima, mon- 
tagna che ha cinque caverne (i Sensi) che mettono capo 
a un'uccelliera di cristallo (la Memoria)^ donde le imma- 
gini escono per opera o di Tibia o di Eucheria o di Melma, 
cioè a sorte, senza regola, o secondo l'opportunità, o 
coll'ordine voluto dalla meditazione : una psicologia alle- 
gorica, insomma. Nel III Capo, alla Frode si unisce il 
Piacere. 

Ma a questo punto il Gozzi stesso dovette comin- 






— 245 - 

ciare a stancarsi dell'opera, evidentemente iniziata senza 
un disegno chiaramente e per intero determinato. Il rac- 
conto della Pellegrina subisce qui una prima interru- 
zione. Gli ascoltatori (dovevano essere i lettori associati 
all'opera) cominciano a conversare tra loro, a dire che 
l'allegoria è un po' difficile da interpretare, a mostrarsi 
annoiati; e una seconda Pellegrina propone d'interrom- 
pere d'ora innanzi il romanzo allegorico con discorsi e 
letture su svariati argomenti. La proposta è accettata, 
€ la Pellegrina comincia essa stessa a leggere un suo 
Discorso intorno all'amicizia. 

Poi si riprende il racconto (Capì IV, V, VI, VII). 
Entrano in campo V Avarizia^ la Superbia, V Irascibile^ il 
Concupiscibile e cento altri personaggi allegorici; e al- 
legoricamente si cerca mostrare come si debba educare 
una giovinetta, come si possano combattere le passioni, 
« come sorga l'amore. Alla fine del Capo VII — pa- 
zienti ora un poco anche il mio povero lettore — nuo- 
vamente il racconto è interrotto da alcune Riflessioni di 
un Pellegrino intorno all' utilità dei Romanzi. Al Capo 
VIII si ripiglia l'allegoria, trattandosi della Ricchezza e 
della Povertà ; e di nuovo essa s' interrompe, perchè 
due Pellegrini si mettono a tradurre due dialoghi di 
Luciano (Capi IX, X, XI). 

Il romanzo va a poco a poco sfumando; ne autore, né 
lettori ci si dovevano più raccapezzare. Ma il Gozzi, 
forse costretto a dover soddisfare agli obblighi contratti 
co' suoi associati, vuole o deve cominciare una Parte II 
del Mondo morale. Non crediate per altro eh' egli ri- 
prenda il filo lasciato andare. Pare ch'ei prenda a gabbo 
i lettori. Comincia (Capo I) con un « Ragionamento 
contro un uomo ignorante compratore di molti libri > ; 
dopo alcune altre poche considerazioni della Pellegrina 
(Capo II), traduce due dialoghi di Luciano e un'intera 



^ 246 - 

tragedia del Klopstok, ci fa un ragionamento intorno a 
questa, e aggiunge un altro dialogo. Con tanta roba i 
fogli destinati alla seconda parte del romanzo sono gìè 
pieni. E l'editore a scusarsi: < Mi veggo alla fine dei 
secondo volume. I Pellegrini hanno fatto come coloro i 
quali, avendo fra sé stabilito di fare un viaggio per 
mare e di giungere ad un luogo, trasportati da burra- 
scosi venti e dalle onde, ne andarono qua e là vagando 
finché, senza avvedersene, sono pervenuti al porto... La 
Pellegrina dettatrice del Romanzo si é riposata lunga- 
mente e promette di proseguire >. 

Il < porto > doveva essere una terza parte. Ma 
no; la bizzarra Pellegrina non ne vuol più sapere, e 
lascia conversare i Pellegrini. I quali leggono un ser^ 
mone^ poi un Ragionamento sul sermone^ poi altri due 
dialoghi di Luciano. La Pellegrina si ridesta ancora 
una volta per poco ; aggiunge ai due capì della se- 
conda parte, un terzo capo. Ma é l' ultimo ; e V autore 
dichiara ai lettori : « Tanti sono coloro i quali desi- 
derano i Dialoghi di Luciano tradotti, che la Pelle- 
grina lascia per ora stare il Romanzo suo e promette 
che, se non lo potrà chiudere affatto nel volume pre- 
sente, pubblicherà quello che le resta a dire in un 
tomo a parte. Facciamoci a dire il vero : Ella é donna, 
e a questi freddi la non sa trovare ora che le acco- 
modi. La mattina si dee acconciare il capo e non le 
dispiace il caldo delle lenzuola. Il di é breve, la notte 
é gelata, ed ella suol dire che la sua testa ha un non 
so che degli alberi i quali col verno sono secchi, e 
cominciano a germogliare la primavera... Il Romanza 
cessa per il presente ». 

Altri volumi non seguirono, e la Pellegrina tacque 
per sempre. Dal cervello dell'arguto e bonario Conte, 
la primavera seguente fé germogliare l' idea dell' Oss^f- 



— 247 - ■ 

vatore, che appunto egli andò svolgendo e attuando nel 
: '61 ; e al Mondo morale non ci pensò più. 

Non era ingegno il Gozzi da saper condurre a ter- 
mine opera di qualche ampiezza ; ingegno agile, vivace, 
un po' scapigliato ; più giornalista che filosofo. Se- 
guendo l'estro bizzarro e fugace, sapeva dettare con 
leggiadria un sermone, un articolo, una novelletta, sem- 
\ pre pronto a cogliere il ridicolo e l'umoristico nelle pic- 
cole scene della vita che gli si svolgeva d'attorno, sem- 
pre disposto a suggerire un consiglio paterno, e a bron- 
tolare bonariamente in quel piccolo mondo della sua 
Venezia eh' ei vedeva con qualche difetto, ma buono in 
fondo com' era buono lui. Prima scrisse per naturale 
bisogno dello spirito, poi per far piacere agli amici, poi 
per bisogno; sempre un po' frettoloso, e scritti brevi. 
Quella bella coltura classica eh' ei possedeva, e per la 
quale potè scrivere limpide prose italiane come pochi 
nel settecento, poteva fare di lui un romanziere eccel- 
lente che in bella forma ci avesse narrato qualche storia 
grave o lieta d'amore, dove il sentimentalismo svenevole 
e lacrimoso allora di moda si fosse contenuto in com- 
postezza greca. I romanzi gli piacevano. Molti tradusse, 
dagli Amori di Dafne e Cloe di Longo Sofista, al Be- 
lisario del Marmontel; e diceva che i romanzi sono tal- 
volta più utili delle storie ; finti quelli, ma false quasi 
sempre queste ; e i romanzi almeno ritrarre sempre sin- 
ceramente i costumi d'un'età. « Se ci fossero rimasi > 
osservava « di tempo in tempo romanzi, dal diluvio in 
qua, d'ogni nazione e d' ogni tempo, noi vedremmo 
quali virtù o quali vizi regnarono ne' popoli >. (') Tra 
i romanzi erotici voluttuosi del suo tempo, e quelli fì- 



(i) Mondo morale, Cap. VII. 



— 248 - 

losofici morali, stette per questi. Ma l'educatore, il mora- 
lizzatore uccise l'artista. In romanzo onesto ma più leg- 
gero sarebbe riuscito meglio. Errò invece, vestendo, egli 
gazzettiere popolare, il paludamento del pedagogo; di- 
ventò pesante, noioso ; sbagliati i primi passi, incespicò 
« cadde. Acuto e arguto nelle osservazioni spicciole e 
minute, non era atto alle grandi comprensioni : e per 
immaginare e comporre un romanzo filosofico bisognava 
saper abbracciare dall'alto tutta la civile società del 
tempo e ricercare a fondo le ragioni dei mali, e avere 
concetti chiari di rinnovamento. 

Perciò riusci meglio nelV Osservatore ; quantunque 
anche qui, per le stesse ragioni, egli sia rimasto tanto 
inferiore al modello che cercò d' imitare, all' Addison, 
eh' è critico ben più profondo. Questi collo Spectator 
volle fare un giornale, ma lo immaginò e compose con 
tale unità di concezione, e con tale conoscenza della 
società che voleva correggere, che il suo giornale venne 
a costituire quasi un romanzo, il primo romanzo di co- 
stumi che r Inghilterra ci abbia dato ; il Gozzi invece, 
anche quando di proposito volle comporre un romanzo, 
si smarrì per via, rimpicciolì e troncò il disegno, fran- 
tumò la materia, tornò novellista e gazzettiere. 



Un romanzo satirico ed uno filosofico tentò pure 
Giacomo Casanova. Il primo, insieme con altri di cui di- 
remo altrove, compose nell' 82, poco prima cioè eh* eì 
partisse da Venezia dove, percorsa mezza Europa e com- 
piuta la massima parte delle sue gesta, da dieci anni aveva 
preso stabile dimora. Quest' avventuriere, eh' è forse 
l'uomo più romanzesco che sia vissuto nel settecento, 
non volle abbandonare Venezia, gran focolare di romanzi, 
senza prima aver tentato quel genere letterario. Ave^'-a 



— 249 — 

a ciò naturale attitudine d' ingegno ; — la sua vita e le 
sue Mémoìres non sono un grande romanzo? -— 

Né armi, ne amori, ovvero la stalla ripulita è, 
quantunque l'autore lo negasse, una satira personale. E 
dedicata al Conte Xaverio Braniski, che dev' essere 
quello stesso di cui si discorre nell« Mémoires, ^^^ il quale, 




Giacomo Casanova. 



a Varsavia, per causa di una ballerina, sfidato a duello 
dal Casanova, era stato gravemente ferito, ma poi si 
era mostrato generoso verso il rivale, ammonendolo di 
mali che lo sovrastavano e scampandolo dalla prigionia. 
Infatti nella lettera dedicatoria fautore accenna ad una 
e riconoscente rimembranza >. 

e II libro che vi presento >, egli avverte i lettori, 
« è mio, non è traduzione, non preso da altri.... E una 
satira al primo di tutti vizi, alla Superbia ». Lo scopo 



(0 Libro VII, cap. VII e IX. 



c:i 



- 250 - 

è morale. Il fondamento della favola è storico. Nessuno 
vi cerchi allusioni personali. La chiave per decifrarlo è 
questa : Tutti quelli che si sentiranno punti da certi 
tratti che si trovano qua e là sparsi in questo libretto, 
sono per l'appunto quelli che ho avuto intenzione di ^ 
dipingere e di censurare ». Ma la prefazione promette il 
più di quello che il libro non dia ; almeno a noi tardi 
lettori pe' quali il romanzo riesce incomprensibile. 

Neir Elide regna Anzia. Un giorno i cani dell'atleta 
Climeneo incontrano i tori dell' atleta Econeone ; ne 
nasce una zuffa, nella quale questi mandano in fuga 
quelli. Climeneo insegue allora Econeone ; e, correndo, 
riduconsi nel tempio d'Alcide, dove questo dio, anziché 
restare imparziale, favorisce Climeneo, il quale riesce 
cosi a ferire Econeone. Ercole pel tradimento è tratto 
in giudizio, processato e condannato a pulire la stalla di 
Anzia in un sol giorno. Pel che, come vuole la leggenda, 
egli la fa inondare dalle acque dell' Alfeo e del Peneo. 

Ma dov'è la satira ? Nota il Soranzo, ('> che « sotto 
nomi finti l'autore racconta un caso successogli in Ve- 
nezia, in casa di Giancarlo Grimani, tra un certo Car- 
letti ufficiale ed esso Casanova. I nomi supposti coprono 
di veneziani il Grimani, il C. Alessandro Gambara, An- 
drea Manin, Agata Carrara, Pisana Zustinian LoUin, 
moglie di Michele Grimani, padre di Giancarlo, Seba- 
stiano Zustinian ; e di forastieri, il marchese Spinola, 
r ufficiale Carletti, il cardinale Giraud ». Ma ora, man- 
cando la chiave, a quale fatto precisamente il romanzo 
si riferisca ignoro. Ne lume a questo proposito arrecano, 
come certo darebbero, le Mémoires che, com' è noto, 
giungono soltanto sino al '74. Sicché la satira è muta ; 
ma, peggio, anche fatta astrazione delle persone e dei 



(i) Scrittori veneziani. 



— 251 - 

fatti, non pare dovesse riuscir molto viva, perchè manca 
affatto di spirito e di sale, ed è noiosissima. 

Di ben maggior importanza è il secondo romanzo 
cui accennava; e meriterebbe un lungo e minuto e- 
same. Ma esso è scritto in francese ed esce dal campo 
della nostra letteratura, nel quale vogliamo contenerci. 
Il romanzo è rarissimo, e un solo esemplare credo 
ne rimanga: quello eh' è nella Marciana di Venezia ; 
poiché il Sant' Ufficio quanti potè diede alle fiamme. 
S' intitola : < Icosameron, ou histoire d'Edouard et d^Elisa- 
beth qui passèrent quatre vingt un ans chez les Me- 
gamicres, habitans du Protocosme dans l'intérieur de 
notre globe, traduite de 1' anglais par Jacques Casanova 
de Seingalt, Vénitien, Docteur en lois, Bibliothécaire de 
Mr. le Comte de Waldstein seigneur de Dux, Chambellan 
de S. M. I. R. A. — a Prague, à l'imprimerle de Té- 
cole ^jormale >. Ma è opera originale e non tradotta 
dall' inglese. Estesissima, in cinque tomi. L' edizione non 
ha segnato l'anno della stampa, ma una lettera dedica- 
toria del Casanova al Waldstein porta la data : 20 sept. 
1787; sicché è probabile che l'opera si sia incominciata 
a pubblicare in queir anno o poco dopo. L' autore vi 
spese attorno gli ultimi anni di sua vita, tra 1' 85 e 
il '99, anni nei quali, com' è noto, essendo egli a Dux, 
bibliotecario e segretario del Waldstein, lavorò con 
grande fervore in opere d'inchiostro, dettando anche le 
famose Mémoires. A quest' Icosameron ci teneva ; e 
contro chi lo consigliava di deporre la penna, s'adon- 
tava. In una lettera al sig. Faulkincher del gennaio 
1792, ("> si lamenta di un certo ispettore Stelzl che baz- 
zicava nel castello di Dux e lo importunava con tali con- 
sigli. « Il me fit », narra, « le plus sanglant des raffronts... 



(i) Leggesi in appendice aU« Mémoires y Paris, Garnier, VITI, 477. 



— 252 — 

Un jour... me dit, avec la meilleure intention du monde^ 
que, si je n'avais pas fait imprimer mon Icosafneron^ je 
ne me trouverais pas dans la détresse, et que, pour me 
procurer une vie heureuse, je ne devais penser qu'à me 
divertir sans toucher une piume; car j'avais de quoi 
bien vivre, sans me donner la peine d' écrire. J' ai rendu 
ce propos au comte de Waldstein, en ridiculisant le 
conseil et non le conseilleur, car M. Stelzl n'était 
pas à portée de concevoir que la seule chose qui pùt 
me rendre la vie agréable était la liberté d' écrire et. 
celle de faire imprimer mes productions >. 

Edoardo ed Elisabetta, fratelli, nel febbraio del 1615^ 
tornano al loro castello natale a rivedere i loro vecchi 
genitori che, per intraprendere un lungo viaggio trans- 
oceanico, avevano abbandonati fino dal marzo del 1533. 
Si fanno riconoscere ; la voce del loro ritorno si spande; 
corrono a rivederli parenti ed amici ; e, per soddisfare 
alla curiosità di tutti, Edoardo si mette a narrare le 
sue peripezie. Il racconto dura venti giorni ; donde il 
titolo del libro. 

Son loro successe cose meravigliose. Un giorno,, 
mentre la nave su cui si trovavano stava per naufra^ 
gare, per caso essi rimasero chiusi in una grande cassa 
di piombo ; e i marinai, gettando a mare, per tentar 
di salvarsi, quanto di più pesante conteneva la nave, 
gettaron pure la cassa. Cosi i due fratelli precipitarono- 
al fondo. Da due finestruoli chiusi da cristalli ch'eran 
nelle pareti, potevano vedere l'esterno. Continuarono a 
discendere molte ore, prima traverso l'acqua, lungo una 
ripida montagna; poi parve loro di entrare in una strato 
d'aria, che a poco a poco s' infocò, poi s'oscurò di nuovo- 
e divenne umida; e infine si accostarono a un grande 
globo opaco, e caddero in un lago rossastro. Erano giunti 
al centro della terra o, meglio, a una sfera eh' è nel 



— 253 — 

centro della terra, un altro mondo in mezzo al quale è 
un altro soie; insomma alla terra dei Megamicri che 
abitano della crosta della loro sfera, la superficie concava 
interna. La cassa vien trascinata alla riva ed aperta ; 
ed ecco Edoardo ed Elisabetta in mezzo ai Megamicri. 

Chi sono costoro ? Gente strana e nuova ; parlano 
una specie di canto simile < au ramage d' oiseaux de 
plusieurs espèces >, sono ignudi, ben proporzionati, non 
hanno diversità di sesso; nascono da un uovo che esce 
loro dalla bocca, vivono a coppie, succhiandosi reci- 
procamente il latte dalle mammelle, vivono solo 48 anni, 
ma vita bella, senza malattie, senza sonno, senza vecchiaia. 
E via via Edoardo si diffonde a descrivere minutamente 
i loro costumi, le loro città, le loro istituzioni, religione, 
monete, misure, utensili, tutto insomma che si riferisce 
alla lor vita. E narra poi, come, dopo 81 anno, potè con 
Elisabetta risalire alla superficie della terra. 

Il romanzo si collega a quei molti altri che descri- 
vono un mondo immaginario. Lo stesso Casanova, in una 
epistola preposta al secondo tomo, ricorda Platone, E- 
rasmo, Bacone, Tomaso Moro, Campanella. Ma egli 
potè ispirarsi anche ad opere più recenti, al Gulliver 
dello Swift ed alle sue molte imitazioni. (') Forse egli 
non ebbe intenzioni satiriche : volle piuttosto provocare 
la curiosità ed allettare la fantasia. Ma non mancano nel 
romanzo allusioni ai nostri costumi, specialmente ove 
descrivonsi le beghe de' sacerdoti che anche nel mondo 
sotterraneo diffondono l'ignoranza e la superstizione. E 
del resto, nella descrizione di un mondo utopistico, i 
raffronti col mondo reale vengono ovvi e naturali; se 
non la satira, ne viene facile la critica. Pare che l'autore 

(i) Tra le altre, TEgregio Sig. Prof. Giuseppe Ortolani (che qui mi piace ringraziare 
pubblicamente per avermi con molta cura descritto V esemp\a.r e àeìV /e osamerondeìÌB Mar- 
ciana), mi indica un < Lamekts ou les Voyages extraordinaires d'un Egyptien dans la 
la Terre intérieure, avec la dècouverte de V Isle des Silphides > del De Mouhy, Paris, 
^737, T. 4. 



— 254 — 

abbia voluto dare in una forma artistica e dilette- 
vole una grande enciclopedia scientifica. Tutta la sua 
svariata e veramente grande coltura è insaccata in questi 
cinque volumi : dall'erudizione biblica alla storica, dalle 
notizie di geografia a quelle di chimica, dì matematica, 
di geologia, di meccanica, dalle più semplici questioni 
attinentisi alla vita privata e domestica ai più vasti ed 
ardui problemi della politica degli stati. C è tutto luì 
insomma, il Casanova, in questi volumi, colla sua mente 
lucida, colla sua memoria formidabile, colla sua fantasia 
vivace, acutezza d'ingegno, intuizioni e divinazioni ge- 
niali, cultura, esperienza del mondo, disprezzo per gli 
uomini, ambizione : tutto lui. E, ripeto, quest'opera che 
pare scritta da Giulio Verne, merita veramente di es- 
sere fatta nota ed esaminata più di quello che nel pre* 
sente lavoro non si convenga. ^^^ 

Ormai affatto dimenticato è anche VAbaritte d' Ippo- 
lito Pindemonte, che pure, quando usci, nel 1790, desto 
rumore. L'Alfieri l'ebbe molto a lodare per la sapienza 
colla quale vi eran trattate alcune questioni politiche. Al 
Cesarotti parve troppo semplice e tenue la trama del 
racconto.<^2) Altri lo criticarono per la poca verosimiglianza 
dei fatti, per un certo languore nella espressione degli 
affetti. L'Aglietti, poeta veneziano, medico e spirito vi- 
vacissimo, ne diede un giudizio poco favorevole, trovan- 
dolo soprattutto noioso. L'autore, punto sul vivo, scrisse 
allora un epigramma: 

O fatai sempre ai vivi, 
Ss medichi o S3 scrivi, 



(i) Vi accenna Marco Lanza noU'insulao opuscolo Dt G. Casanova e diflle sue Mg- 
morie, Venezia, 1877. Il quale Lanza cita sull' Icosameron un articolo di Louis Depret 
apparso poco prima neìV/lluiiraiion, Journal universel. ,..{>) 

(2) V. Zanella, /, Pindemonte e gV Ingleù in NuoTfa Antologia^ 1881, pg. 30. 



- 255 — 

Che importa cha l'uom muoia 
Di farmaco o di noia ? 

t lo fece leggere agli amici del Caffè del Menegazzo in 
Merceria presso al Ponte de' Baretteri. Ma l'Aglietti, 
quando gli fu presentato il foglietto, pronto trascrisse i 
versi così: 

Pindemonte : < O fatai sempre ai vivi 

Se medichi o se scrivi i. 
Aglietti : < Che importa se 1' uom muoia 

Di farmaco o di noia ? > 

E sotto, una nota maligna: < Vedi Abaritte >. ('> 
Ma a romanzo filosofico come allora s' intendeva e 
si voleva, è troppo chiedere verosimiglianza d'intreccio 
e calde scene d'amore. Si sa che nel romanzo filosofico 
la trama è un mero pretesto a intesservi considerazioni 
od esporre dottrine che nella rigida forma scientifica 
maggiormente annoierebbero la comune de' lettori. Dal 
Telemaco alle Lettere persiane^ quanta semplicità e spesso 
puerilità di finzione nei romanzi filosofici ! Anche nel 
Rasselas del Johnson, che il Pindemonte forse tenne a 
modello, non troviamo vivezza ed interesse d'azione. 

Il Pindemonte volle con quest^barttte dettare una 
satira delle condizioni politiche de' principali stati d'Eu- 
ropa, e di politica esporre le sue opinioni liberamente. 
Contava allora 37 anni; aveva viaggiato sino a Vienna, a 
Parigi, a Londra, prendendo in diretto esame popoli, 
instituti e costumi; e dal virile ingegno maturo e dal- 
l'accumulata esperienza, usci forte la critica e la satira. 
Per questo, piuttosto che per deficienza di pregi artistici, 
il libretto potè presto essere messo nell'oblio. 



(i) Tolgo l'aneddoto da V. Malamanni, habelLa leoiochì-Albrizzij Torino, 1883^ 
Pag. 41. 



— 256 - 

Aharitte TCap. I) è un giovane del paese di Tangut 
(Italia) desideroso di viaggiare e d'imparare. Dopo es- 
sersi fidanzato ad una giovine, Ema, eh' egli non co- 
nosce neppur di viso, ottiene dai genitori il permesso 
di partire. Traversa il Caucaso, ed arriva a Krasnojarsk, 
capitale della Tartaria. — (Qui si accenna evidente- 
mente alla Russia). — Presto trova il modo d' essere 
presentato a Corte (Cap. II); e, fatta la conoscenza di 




Ippolito Pindemonte. 

un uomo politico, s'intrattiene lungamente con lui in 
lunghe conversazioni. Parlano un po' di tutto, special- 
mente di politica. Come riassumere tutti i loro colloqui ? 
Un giorno toccano della guerra. Una è appena cessata, 
durante la quale son morti 200,000 uomini. E per quale 
cagione ? Per nulla ! Solo perchè lo stato era alleato di 
un altro, e perchè la Corona ciò aveva voluto. « Oh i 
despoti ! si trastullan cogli uomini come un fanciullo fa 
colle mosche >. Poi proclamano la guerra inevitabile! 



— 257 — 

Fanno e disfanno ; leggi assurde alle volte, come quella, 
ad esempio, che ordinava a un popolo di cambiare la 
lingua ! — Dove certo si allude a Caterina II e al suo 
fanatico francofilismo. — Queste e simili considerazioni 
fa Abaritte, il quale spesso coli' amico si trova; non 
colle dame della Corte, che gli sembran tutte svenevoli 
ed affettate, uguali Tuna all'altra, figlie non della natura, 
ma di una uniforme convenzionale educazione. 

Un altro giorno (IV), visita il ministro Cajumarath. 
Stupenda satira! Con quanta vivezza descritti lo sfarzo 
del palazzo, la boria del ministro che crede intendersi 
d'ogni scienza e d'ogni arte, la raffinatezza della sua 
vita, la viltà degli adulatori ! E quando viene a parlare 
con lui delle prigioni (V), Abaritte critica i barbari si- 
stemi di pena, l' immobilità, la segregazione, la fame, 
pene peggiori della morte. 

Avvengono feste nuziali alla Corte (Vi), durante le 
quali il giovine ha occasione di far molte e svariate os- 
servazioni intorno alle donne. Ma una incontra, Indatira, 
bella, colta e di spirito, che gli ferisce il cuore. Cerca 
fuggirla e dimenticarla, più che mai immergendosi negli, 
studi filosofici (VII); e con un vecchio filosofo scettico 
s'intrattiene lungamente a ragionare sulla perfettibilità 
della società umana, sostenendo contro di lui, che « per 
quanto in alto la verità abiti, salendo per cosi dire un 
secolo sovra le spalle dell'altro, potrà l'uomo finalmente 
giungere a quella cima ». Ma, poco tempo dopo (Vili), 
passeggiando in un giardino, Abaritte incontra di nuovo 
Indatira. Le si accompagna e, naturalmente, le rivolge 
infiniti complimenti di galanteria. Ella è un po' civettuola, 
ma d'ingegno vivace e spregiudicata fino a rilevare 
essa stessa i vizi della Corte che la ospita e a procla- 
mare le Corti un paese e ove i legami sono senza ami- 
cizia, le inimicizie senz'odio, la cortesia senza bontà, 



- 258 — 

l'onore senza virtù >. Sicché (IX) Abaritte vieppiù si 
accende d'amore; ma per non tradire Ema, si affretta 
a partire. 

Arriva in un'altra città di un'altra nazione — (de- 
v'essere la Germania) — . E trova qui (X) gente fanatica 
di magnetismo animale, di sonnambulismo, spiritismo, 
trasmissione del pensiero. Nelle conversazioni non si 
parla d'altro, non si fanno che esperimenti di questi fe- 
nomeni. Abaritte osserva e ride, perchè vede in tutto ciò 
molta ciarlataneria e finzioni e inganni d'ogni specie. 
Incontra persino un certo Ter la va (XI), il quale pretende 
di saper interrogare gli astri e conoscere V indole delle 
persone, dagli occhi, dal cranio, dal modo di camminare 
e — nihil sub sole novi — « dalla forma dei caratteri 
che altri imprime sulla carta scrivendo ». La gente si 
compiace (XII-XV) parlare di anima, di spirito, di mi- 
racoli, di sovrannaturale ; chi si chiama Illuminato e chi 
Martinista; ed usano tutti un linguaggio filosofico astruso; 
son metafisici e ragionano astrattamente, troppo lontani 
dalla realtà della vita. La loro letteratura è di scarsa 
valore (XVI). Indicano ad Abaritte alcuni romanzi, « se 
non che >, egli narra alludendo al Werther, e abbattu- 
tomi sulle prime ad uno, ove mi parea che il principal 
scopo dello scrittore fosse di rendere bello ed amabile 
il suicidio, non volli più leggere quei romanzi ». 

Parte da quella nazione (XVII), ed entra nella Si- 
beria — (s' intenda la Francia) ^. Il paese è sossopra. 
La plebe uccide e ruba. Al confine, avendo egli seco 
una povera donna raccolta morente per via, alla quale 
la rivoluzione aveva ucciso marito e figli, è imprigionato. 
Si difende con un'ampollosa orazione, e tosto è portato 
sugli altari. — Popolo fanatico, impulsivo, che passa 
dagli eccessi dell'odio a quelli della generosità. 

Entra nella capitale (XVIII). La casa ove alloggia 



— 259 — 

si accorge presto che è un bordello, e tale è tutta la 
la città. Nelle vie, nelle piazze, nei giardini, una folla 
di donne scostumate. Entra da un libraio: trova romanzi 
scandalosi, che anche le signore leggono, e, interrogate 
se li conoscono, < mostrano di conoscerli coll'offendersi 
che fanno della interrogazione >. A teatro, commedie 
sconce. Nell'Assemblea nazionale non si sentono che le 
parole : libertà, eguaglianza, ' patriottismo. Ma ad Aba- 
ritte pare che quel popolo non sia maturo a libertà, e 
che prima gli convenga riformare il costume domestico. 
Biasima gli eccessi della rivoluzione, ma la rivoluzione 
ammira. E riflette che « di rado si vede negli uomini 
sublimi una certa moderazione, e che generalmente fa 
di mestieri, per eseguire cose grandi, obbedire all' im- 
pulso del proprio animo, ancorché possa spingerti più 
là che non sarebbe bisogno, e sforzarti a parer men 
savio, ond'essere virtuoso ». Alcune leggi dell'Assemblea 
approva, altre no (XIX), ad esempio quella che della 
proprietà spogliava i religiosi non solo collettivamente 
ma anche individualmente, essendo d' avviso che « ciò 
che conviene risiede principalmente in quello eh' è 
giusto >. L'epiteto di secolo filosofo dato al suo secolo 
non comprende (XX), che vede i popoli più istruiti ma 
non meno corrotti. E qui (XXI) il Pindemonte detta 
alcune pagine sagge, bellissime, intorno al carattere 
della nazione francese : Popolo d' ingegno vivacissimo, 
ma alquanto superficiale. Borioso ; della rivoluzione 
troppo si vanta. Nulla mai scopri o inventò, ma le in- 
venzioni altrui meglio d'ogni altro seppe adoperare e 
perfezionare. Ha lingua punto adatta alla poesìa. Gen- 
tile, parolaio, sotto parole belle spesso sa nascondere 
cose turpi, onde spesso anche alle menti il buono e l'o- 
nesto si oscura e la moralità è scossa. 

Una sera (XXII), uscendo dall' Opera dove < s 



- 260 — 

canta coi gesti e si ascolta cogli occhi >, incontra In- 
datira. Col cuore tutto in sussulto corre a casa; vi 
trova una lettera della fidanzata Ema. E tra due amori 
egli rimane perplesso. Rivede Indatira ne' giorni appresso 
(XXIII). Un filosofo gli parla dell' educazione ideale 
della donna, quale la rivoluzione avrebbe dovuto fare ; 
e Abaritte riscontra nella fanciulla gran parte di quelle 
doti ideali, e sempre più se ne innamora. Ma ancora 
una volta si fa forte, e parte (XXIV). 

Va nella Nuova Zelanda — (intendi Inghilterra). — Ed 
ecco il paese ideale (XXV). Commerci, floridezza, ordine, 
virtù. Abaritte esamina a lungo la costituzione di quel 
popolo (XXVI), fa molte giuste osservazioni sulla pre- 
sunta libertà inglese a torto troppo decantata ; ma loda 
nel complesso quelle leggi, e ammira quella nazione dove 
tutti gli elementi della popolazione sono bene contem- 
perati. 

Ma mentre è tornato a' suoi studi, un bel giorno di 
nuovo gli appare innanzi Indatira. Questa volta è vinto, 
e le dichiara l'amor suo. Ma Indatira scompare. Deso- 
lato, Abaritte ritorna in patria. Cerca di Ema ed, oh 
meraviglia ! gli vien presentata Indatira. Egli è al colmo 
della felicità ; e si fanno le nozze. 

Il romanzetto si chiude con alcune riflessioni filo- 
sofiche che dovrebbero essere la conclusione di quanto 
Abaritte ha osservato nei viaggi. Ma la morale alquanto 
strana e inaspettata, somiglia un po' a quella del Candido 
del Voltaire, che cioè a questo mondo tutto arriva per 
il meglio ; talvolta sono ammissibili le guerre, talvolta i 
governi assoluti, talvolta anche è ammissibile la super- 
stizione, se essa può essere freno all' immoralità ; e del 
resto non si deve mai gridare la croce addosso a nessun 
popolo, se alcuno in un dato momento si trova ad es- 
sere più industrioso e forte d'un altro, perchè a questo 



j 



— 261 — 

mondo chi sale e chi scende, e chi oggi vince domani 
può esser vinto, e chi oggi è vilipeso e debole, domani 
può risorgere vigoroso e imperare. La nazione Tangu- 
tiana (l' Italia) tanto oggi dispregiata, ha in sé energie 
e virtù che altre nazioni non hanno, e d'oltre l' Alpi 
nulla ha da imparare. 

Cosi il Pindemonte, dopo aver visitato l'Europa, 
con animo libero, ne da preconcetti offuscato, tornava 
in patria a difendere questa nostra terra spregiata. E 
in tempo in cui tutti ogni lume aspettavano da Parigi, 
da Vienna o da Pietroburgo, il suo patriottismo equo e 
illuminato è degno di nota. U Abaritte è ancora oggi 
romanzo piacevole e arguto, una delle migliori satire 
politiche che il settecento ci abbia date. Non ha Tastio fe- 
roce del Misogallo; è buona prova del sereno animo e 
della cultura d' Ippolito, anche lui a trentasette anni, 
viaggiatore irrequieto, liberale, repubblicano, filosofo, un 
po' scettico e fatalista, ma delle domestiche virtù e dei 
futuri destini della patria non diffidente. (^) 



IH. 



Il secolo declinava. L'eco della rivoluzione francese 
qua scoteva là sgomentava gli animi. Il vagheggiato 
sogno di rinnovamento morale e civile pareva sfumare 
nell'incendio devastatore; la libertà degenerava in licenza, 
la democrazia in demagogia. Dove si sarebbe arrivati? 



(0 Scrìsse il Pindemonte anche ana Clementina^ novella morale, Venezia, pel Curti, 1793: 
breve scrìtto, ove si narra di una bimba che si diverte a uccider farfalle, finché un giorno 
le appare una fata che 1* ammonisce e le dà una lezione di storia naturale e di morale. 
Racconto paerile, scritto forse pei fanciulli, e che ad ogni modo non è da annoverar tra 
i romanzi. 



- 262 — 

Pochi in quel periodo convulso della vita italiana, nel 
decennio precedente a Marengo, seppero e poterono o- 
rientarsi in mezzo a quei deliri di popolo, nel barcollare 
di tutto un mondo secolare, tra le affrettate riforme, in 
mezzo a re caduti e a despoti repubblicani, tra berretti frigi 
e tiare spezzate, tra grida di libertà e grida di ven- 
detta. Il popolo, parte inconscio, parte fiducioso, mosse 
incontro, cantando, al fulgido miraggio ; ma i vecchi 
rappresentanti dell'ordine antico gridarono la società a 
rovina; e i timidi e i saggi alla scapigliata corsa degli 
altri cercarono freni. Inutile qui studiare e mostrare il 
fatto nella politica, nella religione, e in tutta la lettera- 
tura. Basti nel romanzo. 

Anch'esso parve causa della sociale rovina. Il ro- 
manzo erotico e d'avventura era stato licenzioso, aveva 
tolto il pudore, aveva i giovani lusingati al piacere ; il 
romanzo filosofico era stato troppo rivoluzionario, troppo 
aveva incitato a libertà, troppo aveva criticato, deriso 
e distrutto, senza edificare. Bisognava mutar strada, 
distruggere i romanzi, o ai corruttori altri opporre, edu- 
catori. Altrove ricordammo i romanzi d'avventura reli- 
giosi. Ora anche romanzi filosofici occorrevano, che in- 
segnassero non a volere la società sovvertita, ma rispet- 
tato l'ordine e l'autorità. 

Dove il modello ? 

Il modello c'era e da un secolo : il Telemaco del 
Fénelon, poema-romanzo caro a tutti i devoti delle tiare 
e delle corone. Apparso nel 1669, esso divenne subito 
famosissimo ; e prima del 1 707, anno in cui P autore ne 
die l'edizione definitivamente ampliata e corretta, era 
già tradotto in mezza Europa. Il precettore del duca 
di Borgogna parve alla fine del secolo XVII un rivolu- 
zionario ; néiV Edvication de filles (1687) pose infattile 
basi di una pedagogia, in quanto riguarda l'educazione 



r 



— 263 - 

t l'istruzione della donna, per quei tempi nuova ed ar- 
dita ; nella famosa lotta col Bossuet a proposito del quìe- 
. tismo, ebbe, per quanto fugaci, slanci di coscienza in- 
dipendente; nel professare la religione, manifestò talvolta 
tendenze, se non a rivolta, a libertà; il suo stesso poema 
parve per un istante una satira e una critica alla Corte 
e al governo del re Sole. Ma le audacie del Fénelon 
sono vagiti di fanciullo in fasce, di fronte alle spietate 
critiche di un Voltaire, di fronte agli arditi sogni ed alle 
empietà del secolo filosofo. 

Tornare al Telemaco voleva dire tornare alle dol- 
cezze d'Arcadia. Quale il pregio assoluto di queir opera 
qui non giova discutere. Ma le ragioni del successo fu- 
rono queste, mi pare : l'eleganza rara, nobilissima, greca 
della forma, cara al settecento elegantissimo; e più, lo 
spirito cristiano di cui il romanzo è materiato, ì sensi 
d'umiltà e di devozione ch'esso è atto a ispirare. Natu- 
rale compenetrazione di forma e di sostanza. Nella let- 
teratura romanzesca, erotica, atea, scapigliata, scettica, 
rivoluzionaria del settecento, il Telemaco fu il romanzo 
de' ben pensanti. Perciò quest' opera del Fénelon (che alle 
fanciulle aveva sconsigliato di studiare la lingua italiana 
< qui ne serve qu' à lire des livres dangereux et capa- 
bles d' augmenter les défauts des femmes > ('^) ebbe in- 
finite traduzioni in Italia. 

Già nel 1702 un tal Domico Moretti, ne dava una 
traduzione in prosa. Un'altra die Francesco Maria Pico 
nel 1708, e un'altra ancora il P. Angelo Calogerà nel '44. 
Nello stesso anno Flaminio Scarselli volgeva il poema 
in ottava rima; e in versi sciolti Francesco Herman 
nel '49. Tornò a ridurlo in ottave il Conte Gerolamo 
Polcastro nel '93 ; e tutte queste traduzioni ebbero ciascuna 



(i) in De VBducation de filles. 



— 264 — 

molte edizioni ; ed oltre a queste moltissime altre furono 
pubblicate da anonimi per tutto il secolo. ^^^ Anche le po- 
lemiche che suscitò il Telemaco in Francia, ebbero eco 
presso di noi; e qui note le critiche del Gueudeville, 
nota e tradotta la Telemacomania dell'abate Faydit;^'^ 
tradotta pure nel '48 la parodia del romanzo, il TéU- 
maque travesti del Marivaux. Persino edizioni francesi 
edite a Venezia, ^3) e traduzioni col testo a fronte (♦) ad 
uso scolastico ; e persino il Telemaco ridotto a dramma 
nel 1748 da un Luigi Salvoni, piacentino. <5) Oltre a ciò, 
ebbero diffusione tra noi le imitazioni francesi del Te- 
lemaco: Le avventure di Neottolemo del La Chausierges, 
tradotte nel '18 da Antonio Nicoletto Minunni ; / wa^^/ 
di Ciro del Ramsay tradotti nel '29 da Zanino Marsecco, 
nel '53 da Annibale Antonini, e nell' 81 da Roberto Pap- 
pafava ; il Belisario del Marmontel, tradotto nel '68, Del- 
l' 83, nell' 84, nell' 88 ; il Numa Pompilio del Florian, 
che in versi italiani voltò Cristoforo Bocella nel '92, ed 
altri in prosa; e il Viaggio di Anacarsi che in italiano 
tradusse Vincenzo Formaleonì e ridusse Angelo Fa- 
broni. 

Il nostro romanziere pedagogista del settecento fu 
Gianbattista Micheletti di Aquila (1763-1833); (^) e, nel 
comporre il suo Monte di Aretea tenne appunto l'occhio al 
Telemaco; almeno per gl'intendimenti; che anch'egli, come 
l'Arcivescovo di Cambrai, volle scrivere per educare e 



(i) V. la Bibliografia, 

(2) La Telemacomania ovvero la critica del romanzo intitolato Le avventure di Te- 
lemaco, Venezia, Fiotto, 1751. 

(3) Venezia, chez Zarletti, 1770, 1788. 

(4) V. Bibliografia. 

(5) Alcuni avvenimenti di Telemaco figliuolo d*Ulis^e^ componimento drammatico, 
Piacenza, 1748. Nelle Novelle letterarie di Venezia, 1750, p. 60, a torto quest'opera è 
attribuita al Dott. Giulio Riviera. 

(6) V. di lui Notizie biografiche scritte da F. Rambelli in Biografa del Tipaldo. 



— 265 — 

istruire un principe ereditario : il figlio di Ferdinando 
IV, il Borbone spergiuro, e di Maria Carolina d'Austria ; 
quegli che doveva tenere il trono delle Due Sicilie dal 
1825 al 1830 col nome di Francesco I. Purtroppo con 
quei buoni esempi di tanto padre, poco potè il figliuolo 
profittare de' precetti del buon Micheletti; ma questi 
ebbe tutte le migliori intenzioni. 

Scritto il romanzo, chiese al re Ferdinando di po- 
terlo al principe dedicare. L' opera poderosa fu esami- 
nata da una commissione, air uopo eletta, composta 
dal P. Abate Caputo, Nicola Ignarra, Vito Caravalli, 
Francesco Danieli ; i quali dichiararonla < condotta con 
perfettissimo giudizio e con molta vivacità e leggia- 
dria dì stile ». Ottenuta cosi « l'implorata grazia >, il 
Micheletti diede il romanzo alle stampe. <^) Correva 
l'anno 1793. 

Aquilio (l'autore) conduce il giovinetto Nargeno (il 
principe) al Monte di Aretea. Il viaggio è faticoso, aspro 
il cammino. Ma giunti sulla vetta, le fatiche son com- 
pensate dalle accoglienze festose della dea. Questa narra 
perchè si trovi là sola e lontana dagli uomini, esponendo 
sommariamente la storia di tutte le civiltà, e descrivendo 
alla fine la corruzione attuale delle genti che V hanno 
d'ogni luogo scacciata. In molti colloqui che successiva- 
mente Aretea tiene co' suoi due ospiti (lib. II), si ven- 
gono ad esporre i vari sistemi di filosofia morale e si 
criticano quelli contrari a virtù. La virtù sta nel mezzo 
proclama Aretea, descrive gli effetti dei vizi e delinea 
le immagini dell' empio e del saggio. 

Date cosi le norme generali di morale, che si rife- 
riscono a tutti gli uomini, ella si appresta ad esporre 
quelle che specialmente deve seguire chi è destinato a 



(i) Del romanzo si discorre nelle Effemeridi letterarie di Roma, 14 maggio 1794. 

18 



— 266 — 

governare. Ma prima fa una lunga disquisizione sulle 
varie forme di governo, per concludere naturalmente che 
il monarchico è di tutti il migliore, il solo voluto da 
Dio e che possa guidare i popoli alla terrena felicità. 
Poi (lib. Ili) comincia i consigli. Il sovrano è come sole 
che diffonde la sua luce dalle più alte cime alle più 
basse terre. Egli deve perciò rettamente operare, ed 
emanare leggi secondo giustizia. Si guardi dagli adula- 
tori, miri solo alla prosperità de' suoi sudditi. Curi so- 
prattutto V AgncoUnra e il Commercio^ le due prime 
fonti di ricchezza d' ogni stato. Egli ha il diritto di 
dettar leggi; egli sottostà solo alla legge di Dio. I 
consigli e le norme che Aretea suggerisce sono infi- 
nite. Passa quindi (lib. IV) a parlare della Forza, cioè 
degli eserciti e degli ordinamenti militari, delle guerre 
e del modo di comportarsi in esse. 

E finiti i precetti, Aretea conduce Aquilio e Argeno 
nella sua casa, dove giungono, dopo essersi tuffati in un 
fiume, una specie di Lete che li purga dei vizi e delle 
colpe. La casa naturalmente è costrutta ed ornata in 
tal modo che allegoricamente rappresenti la perfezione 
della Virtù. Aretea qui s' intrattiene a parlare della Re- 
ligione^ base dello stato, e delle Scienze che ne costitui- 
scono l'ornamento... Dal tempio li conduce poi (lib. V) 
z\V Antro dei re malvagi dove sono le statue dei tiranni, 
e sculture rappresentanti le loro azioni nefande. Quella 
notte xArgeno addormentatosi ha sogni che vieppiù lo 
spronano a fuggire il male. 

Il giorno dopo, ad Aretea non resta ormai che dare 
al giovinetto principe le norme speciali per ben gover- 
nare il regno ch'egli un giorno erediterà, cioè quella 
delle Due Sicilie. Dall'alto del monte gli mostra quella 
regione, gliene insegna minutamente la geografia e la 
storia (lib. VI) dai tempi più remoti fino a' suoi, e pi 



r 



— 267 — 

(lib. VII) gliene espone le condizioni economiche, so- 
ciali, religiose, scientifiche, le miserie e i bisogni, affin- 
chè vegga quali doveri gli incombono. Da ultimo Aretea 
conduce gli ospiti a visit^e il Tempio dell* Eternità^ 
dove sono le statue dei re buoni e veggonsi raffigurate 
le loro gesta. 

Aquilio e Argeno prendon congedo dalla dea e di- 
scendono dal monte or fatto ridente e dolce, come la 
virtù, eh' è difficile a raggiungere, ma, raggiunta, rende 
l'uomo felice. Nel viaggio di ritorno, attraversano due 
stati, l'uno male e l'altro ben governato ; e cosi Argeno 
ha occasione di poter vedere anche in pratica ciò che 
teoricamente ha appreso. 

E finalmente rientrano in Napoli. 

Come ognuno vede insomma, il romanzo è un vero 
trattato di educazione e d* istruzione,' è una serie di 
trattati di morale, di politica, di economia, di storia e 
di geografia, uniti insieme entro una semplice cornice, 
principale elemento della quale è l'allegoria. Di romanzo 
non e' è quasi che il nome. 

Il Micheletti non è scrittore spregevole ; sa descri- 
vere paesaggi con molta grazia, sa dare consigli molto 
saggi, sa discorrere con cultura dei più svariati argo- 
menti; dimostra, parlando a principi, larghezza d'idee; 
usa lingua buona e un fare oratorio e fiorito che non 
dispiace ; ma il suo romanzo, nel complesso, quale opera 
d'arte è manchevole, per la sua stessa natura. 

Intendimenti educativi ebbe pure il Micheletti, nel 
comporre un altro romanzo. Lettere solitarie^ che pub- 
blicò ad Aquila nel 1801. (^) E notevole com'egli retta- 
mente vedesse e giudicasse, a proposito della letteratura 



(i) Del romanzo si discorro nelle Novelle di Letteratur-a» Scienze^ Arti, Commercio, 
Napoli, 15 aprile 1802 ; N. 43. 



^ 268 — 

romanzesca del tempo suo. Egli volle dettare un romanzo 
che sollevasse un po' gli animi a sentimenti più ideali e 
puri degli amori passionali che altri si compiaceva susci- 
tare e coltivar nei letttori. Grli parve che, oltre all'umano 
ed eterno sentimento che lega V uomo alla donna, altri 
sentimenti giovasse talvolta accendere nei cuori; e niuno 
gli parve più alto che il sentimento religioso. Perciò 
oggetto di romanzo volle fare — e fu ardito — una con- 
versione religiosa. 

Delle 22 lettere solitarie^ 16 sono scritte da Maria 
Egiziaca a Zozimo e 12 da Zozimo a Maria. Ella narra, 
dal suo romitaggio nel quale si è rifugiata, al vecchio 
Zozimo, la sua vita, da quando, giovinetta ancora, scese 
la folle china del vizio e ad Alessandria prima, poi a 
Gerusalemme, trasse i giorni tra le mollezze e i piaceri 
della corruzione pagana, fino a quando, durante le stragi 
della prima persecuzione contro i cristiani, ella si senti 
a poco a pogo trascinata alla fede di Gesù. Ora ella 
crede neirunico Dio, ma il ricordo dei peccati com- 
messi la tormenta, piange, si strazia il corpo, si paragona 
ài mostro più orrendo che TAfrica possa generare, si 
crede indegna del perdono di Dio, chiede al vecchio 
Zozimo che la consigli, che la sorregga nell'opera che 
ella ha iniziato, di redenzione dell'anima sua ; gli narra 
l'umile vita che conduce, gli manifesta tutti i pensieri, 
tutte le aspirazioni del cuore ; fino a quando, colta da 
grave male, lentamente si sente morire. Zozimo le ri- 
sponde con pagine non meno ferventi . di fede ; e alla 
fine del libro, in due lettere ai Solitari del suo Mona- 
stero, egli. narra il modo col quale incontrò e conobbe 
Maria e la morte di lei. 

Romanzo religioso, psicologico, nuovo, se non altro, 
e originale pel tema. Anch' esso è monotono e noioso, 
pieno di esclamazioni e di grida di dolore. Le lettere 



r 



— 269 — 

son dettate da un' anima esaltata, fanatica, delirante ; 
ma in fondo è più naturale e vero questo amor deli- 
rante verso Dio, di una povera anacoreta, che il pato- 
logico erotismo de' vecchi romanzi. Le ragioni del 
suo libro espone l'autore in una Prefazione. Siamo in 
tempi corrotti, egli dice ; ad Atene e a Roma, i tempi 
nei quali più la filosofia divenne popolare, furono i 
peggiori. Tale è Y età nostra, paragonabile a quella 
dei sofisti. Non cerchiamo esempi di virtù nei filo- 
sofi vani e ciarlieri, ma piuttosto nelle anime semplici 
ed umili che la virtù sanno mettere in pratica. Ab- 
biamo scelto ad eroina del nostro romanzo Maria Egi- 
ziaca, perchè essa fu umile e buona ed ebbe un i^ublime 
amante in Dio. < In questi tempi di luce, nello spirar 
del secolo filosofico in cui abbiamo le Eloise, le Adelaidi, 
le Clarisse, opere di sentimento >, alcuno si meravi- 
glierà del nostro romanzo. Ma noi non vogliamo dilet- 
tare, vogliamo educare. « Noi cerchiamo leggitori di 
sentimento, anime sensibili, capaci delle grandi passioni; 
ma noi non intendiamo però per grandi passioni que' 
subitanei movimenti, que' sforzi contrari all' ordine, 
quelle fisiche perturbazioni che abbiamo uguali coi 
bruti e che nell'uomo portano più funeste conseguenze. 
Noi incitiamo a leggere queste nostre Lettere^ quelle 
anime veramente sensibili e dotate di quel tenero sen- 
timento che ci fa prendere interesse dell'altrui infe- 
licità, che si commuovono alla compassione, all'aiuto, e 
che sono aliene da una rea indifferenza. Anime che 
sanno tutto il pregio della gratitudine, che hanno tutta 
la dolcezza dei modi, e che infine amano l'oggetto che 
loro è caro, indipendentemente da interessi, e in sepa- 
rando dal frale il puro essere dell' amore e della vera 
beltà che mai non perde per variar di stagioni e per 
correr di lustri.... L'oggetto importante che noi trattiamo... 



- 270 — 

farà vedere la differenza che passa tra queste nostre 
Lettere solitarie e il fìnger vano e basso de' folli ro- 
manzieri >. 

Creare insomma un romanzo sano e nello stesso 
tempo forte e vitale, il Micheletti non seppe; ma ciò 
che di falso negli altri era, egli seppe, in parte almeno, 
intuire. ^'^ 



IV. 



L'ultimo nostro romanzo filosofico didattico è il 
Platone in Italia di Vicenzo Coco che usci tra il 1804 
e il 1806, ma non si può ben dire appartenga per sua na- 
tura a quel periodo rivoluzionario col quale il settecento 
si chiuse, lanciando nel secolo successivo i germi di 
quelle libertà che poi dovevano fiorire. Composto nella 
febbrile e gloriosa primavera del regno italico, da uomo 
che aveva preso parte alla rivoluzione napoletana del 
'99, questo romanzo filosofico parla finalmente agl'Ita- 
liani di una patria. Ì^^WAharitte del Pindemonte il sen- 
timento di patria sorge a sbalzi di tra la critica e la 
satira ; qui vibra continuo e più manifesto. Per questo 
rispetto, al Platone collegasi VOrtis del Foscolo, e il Pia- 
ione prelude, lontanamente, ai romanzi patriottici del 
Guerrazzi e del D'Azeglio, i quali per eccitare gli ita- 
liani a libertà, narrarono casi veri o immaginari dei 
periodi più gloriosi della nostra storia. 

Narra il Coco (^^ che suo nonno, vecchietto bronto- 
lone, laiidator temporis adi, soleva dirgli: « Che vale 



(i) Egli compose para: [.ezioni del Flamine Eriteo al suo nipote^ romanzo morale 
ArixtoHs di Traccia e viaggi dil m::de5Ìmo, Napoli, dai tipi della Biblioteca cattolica, 1827 
(2) Prefazione. 



— 271 — 

rammentar oggi agli Italiani che essi furono una volta 
virtuosi, potenti, felici ? Oggi non sono più. Che vale 
rammentar loro che furono un giorno gli inventori di 
quasi tutte le cognizioni che adornano lo spirito umano ? 
Oggi è gloria chiamarsi discepoli degli stranieri j. Ma 
il nipote non era si sfiduciato ; e, fingendo che lo stesso 
nonno avesse trovato sotterra, scavando nel suolo ove 
un giorno sorgeva Eraclea, un manoscritto narrante di 
un viaggio di Platone nella Magna Grecia, si die a pub- 
blicarlo, pensando che risvegliare i ricordi di quel periodo 
glorioso della filosofia italica, potesse non essere inutile. 
Il romanzo ha forma frammentaria; composto di 
brani narrativi e di lettere, di descrizioni, di dialoghi, 
di ragionamenti. Comincia nell'istante in cui Platone e 
Cleobulo, oltrepassato il promontorio Japigio, si diri- 
gono colla lor nave alla volta di Taranto. 1 due filosofi 
parlano dell'utilità dei viaggi. Poi, scesi a terra, li se- 
guiamo via via nelle loro peregrinazioni, nei loro di- 
scorsi. Ecco la descrizione di Taranto, ecco Archita e 
la sua scuola, e la virtuosa filosofessa Mnesilla che porge 
occasione a ragionare della educazione delle donne. Da 
Taranto si passa ad Eraclea, da qui a Turia presso le 
rovine di Sibari, dove si parla della sapienza del legi- 
slatore Caronda, della poesia e della repubblica. Ecco 
Crotone, ecco Locri dove si discorre di un altro legisla- 
tore, Zeleuco, e dove Cleobulo scrive a Speusippo una 
lettera sulla fisica di Timeo. E il romanzo continua 
cosi, con un discorso di Platone che raffronta tra loro 
la poesia italica e la greca ; un'altra lettera di Cleobulo 
intorno alla origine e le vicende della musica nella 
Grecia; l'esposizione della costituzione politicadei Sanniti; 
una descrizione di Capua; un dialogo intorno agli antichi 
abitatori d'Italia e specie degli Etruschi ; e finisce con 
un discorso di Platone esaltante Pantica civiltà nostra. 



L.. 



— 272 



1 



Il Coco, come il Barthélemy nel Viaggio d*Anacarsij 
volle fare soprattutto opera di filosofo, di storico e d'ar- 
cheologo. Ciò attestano le appendici ch'egli volle unite 
al libretto, nelle quali dimostra e documenta fatti ac- 
cennati nel romanzo, e di esso costituiscono un erudito 
comento: appendici sulla filosofia italiana, sulla crono- 
logia, sulla geografia fisica, sulla storia degli antichi. 
Anche qui la lieve tela romanzesca è un pretesto ; né 
dobbiamo nel romanzo pretendere unità. Il Coco pre- 
venne l'accusa che gli si sarebbe mossa, e finse nella 
Prefazione un dialoghetto con un amico: 

< Amico. — Tu dai alla luce un'opera senza unità 
ed azione. Che voleva far mai in quel viaggio il tuo 
Cleobulo, o Platone, o chiunque egli sia? 

Risposta. — Viaggiare. 

Amico. — Ma chi viaggia è necessario che abbia 
un fine, una meta. E necessario che l'abbia chi vuol 
stampare un'opera qualunque. In cotesta opera tua si 
parla di leggi, di arti, di politica, di musica, di scienza, 
di amore; e di che mai non parla codesto tuo Greco? 

Risposta. — Il mio Greco viaggiava, e scriveva tutto 
ciò che gli avveniva o che osservava nel suo viaggio. > 

Ma ad altre osservazioni dell'amico che gli mostra, 
la sconnessione e il disordine dell' esposizione, V au- 
tore non sa rispondere altro che il manoscritto antico 
è fatto cosi e ch'egli non l'ha voluto cambiare. Con 
tutto ciò, qualche elemento artistico non manca in questo 
romanzo filosofico: la forma prima di tutto, sobria sem- 
pre e nobile; poi alcune pagine vivamente descrittive 
(si ricordi la queta notte lunare con cui si apre il ro- 
manzo), altre poetiche, altre eloquenti ; e in fine l' a- 
more tra Cleobulo e Mnesilla : episodio appena sfiorato 
(Cap. LX), ma con dolcezza di sentimento. 

Sicché ancora il romanzo si legge e fa pensare, in- 



— 273 — 

segna ed educa. E dovette molto maggiormente toccare 
l'animo dei lettori quando usci ; che sotto Platone e 
Cleobulo, parla e sente lui, il Coco, il quale non è solo 
erudito, ma pensatore moderno e profondo, e le antiche 
storie e dottrine filosofiche vivifica e rinnova, e gli ita- 
liani de' difetti ammonisce, alle antiche glorie richiama, 
alle civili virtù incita. «Daranno gl'Italiani nella storia > 
— egli scrive (Cap. IV) — < come han dato finora, gli 
esempi di tutti gli estremi, di vizi e di virtù, di forza e 
di debolezza. Se saranno divisi, si faranno la guerra 
fino alla distruzione ; tu conti più città distrutte in Italia 
in pochi anni, che in Grecia in molti secoli. Se sa- 
ranno uniti, daranno leggi all'universo ». E altrove, nel 
Capo VIII, descrivendo i Tarentini filosofanti, ciarlieri 
e corrotti, che senza virtù osavano asprirare a libertà, 
vuol raffigurare in essi taluni italiani de' tempi suoi ; 
dell'educazione de' giovani parla con saggezza (Cap. XII); 
con entusiasmo dell'antica nostra civiltà (XIII-XV); e il 
romanzo dedicato a Bernardino Telesio, instauratore 
della filosofia naturalista in Italia, termina con quelle 
nobili parole che mette in bocca a Platone, ammonitrici 
e spiranti amore di patria. 

Cosi il nostro romanzo filosofico del settecento, ini- 
ziato come critica e satira di costumi, finisce col Coco, 
preludendo, meno schermitore e più idealista, al ro- 
manzo storico-patriottico del secolo successivo. 

L'opera della rivoluzione, la distruzione, è finita; 
ora comincia quella della fede : l'edificazione. 



L 



ALESSANDRO VERRI ED UGO FOSCOLO. 



]f^^^f^f^^^]f^^^\^,f^^^f^ 



Dopo tanti ignoti e dimenticati, due celebri : Ales- 
sandro Verri ed Ugo Foscolo. Dei quali già molti scrissero. 
Ma ora, dopo aver presa in esame la fioritura di romanzi, 
che precedette in Italia le Avventure di Saffo e VOrtis^ non 
sarà inutile considerare nuovamente l'opera dell'uno e 
dell'altro scrittore, per meglio localizzarla nella storia. 



Qualche romanzo storico altri tentò in Italia prima 
del Verri. 

Importantissimo^ come già altrove ho notato, VA. 
mor tra Varmi di Antonio Piazza [1772), romanzo in 
cui la storia di un amore e intrecciata alle vicende della 
rivoluzione sarda del Paoli. 

Poi, le cronache veneziane in ispecial modo offri- 
rono argomentò a romanzi storici. ^'^ Notevole una Storia 
della vit^ è tragica morte di Bianca Cappello gentildonna 
di Venezia e Gran Duchessa di Toscana, di Roberto San- 



(i) Non solo a italiani mi anche a francesi. Ricordo : Mèmoires du Comte de Bon- 
tuvalt'Lonàn, 1738; Anécdoies véntitens et iurques, ou nouveaux mimoirei du C. de 
Bonmval di M. de Mirane, Francoforte, 1740 ; VHi%toire dss amours de Valérìe et du 
noble vénitien Barharigo de M. de Bibiena, Galli, Lausanae, 1741. 



L. 




— 278 — 

Severino ('> (1776), grazioso romanzo composto e dettato 
con insolito garbo, nel quale i noti tragici amori della 
Veneziana son narrati con gentilezza di sentimento. Volle 
l'autore, contrariamente alla tradizione, riabilitare la Cap- 
pello e il Granduca di Toscana, mostrando quella, moglie 

STORIA 
DELLA VITA 

E TRAGICA MORTE 

DI 

BIANCA CAPELLO 

GENTILDONNA DI VENEZIA, E 
3RAN DUCHESSA DI TOSCANA 

SIGNORE DI SaNSEVERINO. 

SétVht AlMt .'... 

Vif j. Ed. Vili. 




IN BERLINO 



MDCCLXXVI 
Frontispizio. 



fedele del Bonaventuri, e questo, amante platonico che 
la volle sua, solo quando il marito fu ucciso da' suoi 



(i) G. R. Sanseverino nacqun verso il 1722 in Toscana. Fu monaco ; spogliato il 
sajo, andòa Gottinga, a Brunswick e poi a Berlino dove fu maestro dMtaliano alla consorte 
del Principe Enrico. Scrisse versi italiani ; tradusse Orazio; compose in francese Le Géru'é 
de la lìttèraiure italienne^ Paris, Chaubert, 1760. (v. Denina, Prussa litier,^ Berlino, 
x;9i. Ili, 259). Al romanzo precede una lettera dedicatoria, A Sua Altezza Reale U^' 
dama la Principessa di Russia^ Sorella del Re e Badessa di Quedlimburgo, datata » 
Berlino, il 26 ottobre 1775. 



— 279 — 

propri nemici. Ben diversamente aveva narrato il caso, 
nel 1609, Celio Malaspini in due delle sue Duecento 
Novelle^ (») e ben diversamente fu da altri narrato di poi. (*> 
Ma più notevole è il concetto chiaro che del romanzo 
storico il Sanseverìno già si era formato nel 1776, e ch'egli 




T. ^-'^ 

storia della vita di Bianca Cappello, Berlino, 1776. 

espone nella prefazione e nelle appendici del suo libretto. 
Secondo lui, le narrazioni storiche devono preferirsi alle 
iniventate; i romanzieri devono ormai alla storia attingere 



(i) V. Malaspini, Duecento Novelle^ Venezia, 1609. ^'> novelle 84 e 85. 

fs) La storia di Bianca Cappello offrì argomento a molti storici e polemisti che qui 
noa è il caso di ricordare; ma in forma romanzesca la narrò Ignazio Nkuman de' Rizzt, 
Narrazione degli amori di B, C, Venezia, Picotti, 1822 ; e nel settecento, un tedesco: 
J. P. Siebknkus, Bianca Cappello, Gotha, Ettinger, 1789, che fu nel *90 tradotta in fran- 
cese (v. Journal encyclopédique, febbraio 1790, p. 517. 



L. 



— 280 — 

i temi, studiare prima su documenti e vagliare i fatti, e poi 
questi esporre in forma artistica e con episodi inventati. 

A più antiche cronache della sua città attinse il 
Casanova, per comporre il suo libro Di aneddoti vene* 
ziani militari ed amorosi del secolo XIV (1782), ch'è un 
romanzo, o come vuole l'autore, < una raccolta conca- 
tenata di accidenti tragici ed amorosi avvenuti in tre 
anni di tempo, quattrocento e venticinque anni fa, a 
venti o trenta eroi tra uomini e donne, l'esistenza de' 
quali non rinrnne soggetta a dubbio, poiché d'essi par- 
lano tutte le gravi storie di que' tempi ». Parte fonda- 
mentale è l'amore onestamente represso d'ambe le parti, 
di Carlo Zen e di Giustina Giustinian moglie di Marco 
Ziani. Ai quali si riferisce un vecchio caso di novella ; 
poiché il destino vuole che lo Zen, ospite in una villa 
dello Ziani, involontario si trovi una notte a giacere con 
Giustina. Questa al buio lo crede il marito ; Carlo invece 
alla voce la riconosce, vorrebbe ritrarsi, ma poi cede 
€ a quel bene che la fortuna gli offriva ». Il giorno 
dopo, anche Giustina si accorge dell'errore, e Carlo 
medesimo inorridisce del fatto, temendo soprattutto di 
aver perduto la stima di lei. E ambedue cercano di evi- 
tarsi, per non alimentare la fiamma colpevole. Viene 
opportuna la 'guerra contro il re d'Ungheria; e gli uo- 
mini si recan tutti in Dalmazia a combattere. Qui na- 
scono e si svolgono altri amori avventurosi e contrastati, 
tra Michele Sten ed Apollonia Possedaria, tra Carlo Spi- 
nola e Paolina Detrico, tra Giovanni Acuto e Daria 
Fanfogna, i quali da ultimo conducono ad altrettanti 
matrimoni. Parimenti, ' avvenuta la morte di Marco Ziani, 
Carlo Zen, date grandi prove di valore e di nobiltà 
d'animo, ottiene la mano dì Giustina. 

Da un avviso che sta unito a questo romanzo, ri- 
sulta che il Casanova stava in quell'anno, 1782, pubbli- 



r 



— 281 — 



cando, colle stampe del Fenzo, anche taluni Opuscoli 
miscellanei, che uscivano periodicamente. « Costretto > 
(non so per quale motivo) « ad interrompere il metodo 
promesso di pubblicarli ogni mese », si ritenne in ob- 
bligo di sostituire agli opuscoli un romanzo, e affinchè 
gli associati non restassero defraudati del denaro pagato 
anticipatamente j. E a questo scopo ei pubblicò le Let- 
tere della nohil Donna Silvia Belegno alla Nohil Donzella 
Laura dissoni >, che costituiscono un altro romanzo 
storico. Finse anzi l'autore che l'opera fosse stata scritta 
nel trecento in dialetto veneziano, e eh' egli nuli' altro 
avesse fatto che tradurla. Silvia Belegno narra per let- 
tere all'amica la storia del suo amore con Pietro Landò 
che fu poi suo sposo. Notiamo in questo romanzo la 
forma epistolare allora di moda. E in queste Lettere, come 
negli Aneddoti, ci piace riconoscere ancora una volta il 
vivace e multiforme ingegno del Casanova, che dichiara 
ora di scrivere < per insegnare massime di virtù e do- 
veri d' anime elevate e grandi » e stranamente si at- 
teggia a sentimentale. 

Il romanzo Caterin Zeno (1783) dì Vincenzo Antonio 
Formaleoni ha pure fondamento storico, poiché narra 
delle gesta ed avventure di quell'illustre capitano, quando 
fu mandato ambasciatore al re di Persia che aveva 
chiesto l'aiuto di Venezia. Ma è miserrima cosa, che 
pare scritta da un fanciullo. La storia vi è mescolata a 
dialoghi, a sogni fantastici, a visioni allegoriche e per- 
sino ad una esposizione della legge di Newton. Miglior 
traduttore che autore di opere romanzesche e galanti, 
questo Formaleoni di Firenzuola, bizzarro 'avventuriere, 
che, tra i viaggi continui nell'Egitto, nell'Asia e in mezza 
Europa, e nelle reiterate e non brevi prigionie trovò 
tempo, oltre che a scriver opere importanti sulla marina 
e sui commerci di Venezia, e a comporre tragedie, anche. 



- 282 - 

a voltare dal francese in italiano VAbdeker, ossia l'arte 
di conservar la bellezza delle donne (1787), e il lungo 
Viaggio di Anacarsi (1791-93). ('> 

E uscendo di Venezia, ricordo La Rossane di G. Bat- 
tista Fannucci, pubblicata nel 1791. Fu il Fannucci 
pisano (1750-1834); ingegno colto e vivace, copri in 
patria la cattedra di diritto commerciale e marittimo, e 
compose un'importante e celebrata Storia dei tre celebri 
popoli marittimi Veneziano, Genovese, Pisano (1817-22). 
Ma anche per questa sua Rossane va ricordato, romanzo 
storico che ha per isfondo le vicende politiche d'Italia 
e di Germania, al tempo di Federico Barbarossa. 

Il romanzo storico fu evidentemente frutto di quel 
medesimo elevamento del pensiero e della cultura, che 
nella seconda metà del secolo XVIII ci diede il romanzo 
filosofico; fu voluto- dal nuovo bisogno di letture più 
istruttive, più maschie, direi quasi più sode ; fu reazione 
ai libri leggeri, al sentimentalismo snervante e spesso 
corruttore dei romanzi erotici. Qualunque valore abbia 
raggiunto nel settecento come opera d'arte, il romanzo 
storico va considerato come uno dei segni del nostro rin- 
novamento civile. E poiché elementi e cause di questo, 
oltre che la scienza rifiorente e l'imitazione delle lette- 
rature straniere, furono anche i rinnovati studi di arte 
e di erudizione classica, si comprenderà come naturaL 
mente il romanzo storico dovesse da principio di pre» 
ferenza volgersi a rievocare il mondo classico greco 
romano. Si ricordino i nuovi importantissimi studi filo- 
logici, le ricerche archeologiche, gli scavi, i musei, le 
opere di erudizione, le raccolte di documenti, il risor- 



(i) Notizie di lui troviamo nelle Biografie del Tipaldo, III, 322-36 ; in A. Pkz2AHA, 
Progresso delW Sciente, lettere ed arti di Xa^oli, ^nno III, quad. XVII ; in Tiraboscbi» 
Storta della Lett. a. edia. di Modena, V, 134; in un opuscolo Di Vincenzo Formaleonù 
Pftrma, Donati, 1846. Nacque a Firenzuola nel 1752, mori in carcere a Mantova nel 1797. 



- 283 — 

gere di antiche forme d'arte ; si ricordi l'intonazione, il 
carattere classicheggiante che assunse tutta la nostra 
educazione intellettuale alla fine del settecento, e si vedrà 
il terreno e T ambiente essere stati propizi al nascere 
del romanzo storico archeologico, di argomento greco e 
romano. Cosi meglio anche si comprende il Platone in 
Italia del Coco. Cosi comprendesi come già nel 1775, 
nei primi Tomi di una Biblioteca galante che il Graziosi 
stampava a Venezia, tra l'uno e l'altro dei soliti romanzi 
d'avventura, l' editore si compiacesse pubblicare una 
Corrispondenza tra Giulia ed Ovidio, ch'è un romanzo di 
forma epistolare narrante un amore dell'infelice poeta 
latino esiliato nel Ponto. Cosi anche spiegansi le tradu- 
zioni dei romanzi storici archeologici del Wieland che, 
dal 1781 cominciarono a farsi in Italia ; (^) e le rinnovate 
traduzioni per opera del Salvini, del Giacomelli, del 
Gozzi, di tutti i romanzi greci, già tradotti e letti nel 
cinque e nel seicento pel loro contenuto erotico, ma ora 
cercati piuttosto quali pitture della vita pagana. (*> 

Alessandro Verri (1741-1816) (i> fin da giovane at- 
tese con entusiasmo agli studi classici. Collaboratore 
del Caffè, scrisse, tra gli altri articoli, uno Sulla felicità 
dei Romani, che denota com'ei volgesse presto la mente 
a considerare la nostra storia antica. Poi attese a un 
Saggio intorno alla Storia generale d'Italia dalla fonda- 
zione di Roma fino al 1760^ col quale — non fu pubbli- 
cato — pare volesse dare un' esposizione succinta e 
ragionata delle vicende politiche della patria, in forma 



(t) Nel 1781 asci la trad. del Socrate delirante (Colonia ma Venezia); nel x8o2 la 
liiaria di Agatone (Brescia, Bottoni, tomi Vili), nel t8o9 VAritiippo (Padova. T. a) 
tradotti da Michelangelo Arcontint. II Wieland fu, dopo il Goethe, il ]»rimo romanziere 
tedesco che fu tradotto in Italia nel settecento. Solo nel primo ventennio del secolo XIX, 
furono a noi noti il Nicolai, il Jacobi, Augusto Lafontaine, Carolina Pichler, ed altri. 

(2) Per queste traduzioni del settecento v. la Bibliografia, 

(3) Non mi soffermerò q,ui a tracciarne la biografìa, notissima. Ultimo, Antonio Le- 
pr«ri ci ha dato uno Studio biografico su A. Verri e le notti romane^ Camerino, Macchi, 
1900, opuscolo male raffazzonato che denota imperizia somma nell'autore. 



— 284 — 

popolare e spoglia d'erudizione. Nel '66, ricca la mente di 
svariata cultura filosofica e letteraria, accompagnava 
a Parigi il Beccaria. Ebbe nella capitale francese festose 
accoglienze, e vi conobbe, insieme coi principali filosofi e 
letterati del tempo, il Marmontel. In quelle colte con- 
versazioni che tenevansi ogni venerdì presso la Signora 
di Necker, egli spesso ragionò e discusse di romanzi, 




Alessandro Verri. 



coll'autore del Belisario^ che solea far sempre e terribi- 
lissime dispute >. (^) Dopo essersi fermato cinquanta giorni 
a Parigi, passò, com'è noto, a Londra. Rivide qui Lo- 
renzo Sterne ch'egli già aveva conosciuto a Milano. « Ab- 
biamo in inglese il Viaggio sentimentale », scriveva quattro 
anni dopo al fratello, a proposito del romanzo, e ricordando 



(i) V. Lettere e scritti inediti di A. e P. Verri editi dal Casati, Milano, 1879-81 
II, 184. 



— 285 - 

le piacevoli conversazioni col romanziere. « Le persone 
fredde e di poco gusto lo trovano un libro insignificante; 
ma le anime buoae lo trovano finissimo. Quanto non è toc- 
cante la prigionia alla Bastiglia ! Lo stimo uno squarcio 
sublime. Gran buon uomo che era l'autore ! Sono stato a 
ritrovarlo a Londra e mi ha dato una cìoccolatta e mille 
carezze. Mi levò il frack che aveva bagnato dalla pioggia, 
me lo distese su una sedia, mi abbracciò, mi prese per 
una mano, mi condusse al fuoco, e, non conoscendomi 
perchè poco lo trattai da voi (a Milano), mi fece un 
mondo di ospitalità. M' incontrò pure in un' accademia 
pubblica, mi tornò ad abbracciare, ed all' orecchio mi 
bisbigliò tante cose della sua memoria, che fu una 
conversazione deliziosa. A Londra mi disse che lo la- 
sciavano entrare da per tutto, senza pagare nulla ; egli 
era amato generalmente ». <^^ 

Nel '67, ritornato in Italia, si recò a Roma. Le 
prime solenni impressioni provate visitando la città, egli 
dovea poi ricordare dettando il Proemio alle Notti ro- 
mane. E l'entusiasmo suo via via si accrebbe tanto, che 
vi stabilì sua dimora. A Roma lo avvinse anche l'amore 
per la marchesa Boccapadule, ma sovrattutto il fascino 
che i monumenti storici e le bellezze artistiche e la con- 
versazione con uomini colti esercitarono su di lui. Ivi, 
a trent'anni, attese con grande fervore allo studio del 
greco, dando prova di fermezza e volontà alfieriana. E 
dopo sei mesi d'intenso lavoro, giunse a saper tradurre 
con qualche facilità qualunque testo. Per molti anni 
allora continuò ad esercitarsi intorno alle orazioni d' Iso- 
crate, di Demostene, intorno a Omero, Luciano e Se- 
nofonte. 

E nel 1780, tra questi studi classici, compose la Saffo. 



(t) Lettera del 12 settembre 1770. 



L 



— 286 — 

Ch'egli conoscesse una Sapho oh rhenreuse Incon- 
stance, romanzo scritto da una donna, ch'era uscito nel 
1695, (') non m'è dato sapere. Più probabilmente gli fu 
nota VHistoire et les amours de Sapho de Mytilène, altro 
romanzo d'ignoto autore apparso a Parigi nel 1724. <*> 
Non che risulti essersene molto giovato ; ma essa potè 
forse suggerirgli il tema. Nel romanzo francese, la poe- 
tessa, se non è dipinta qual femmina cosi corrotta come 
una tradizione la vuole, è mostrata quale donna mon- 
dana : prima, sposa di un tale Cercala e madre, poi 
mesta vedovella circondata da molti adoratori, tra' quali 
Alceo, Stesicoro e un filosofo bizzarro e originale. Di- 
dascalo, che riesce a farla sorridere; e da ultimo, amante 
disperata di Paone. Nel romanzo del Verri invece essa 
è idealizzata e dipinta quale fanciulla vergine e pura cui 
solo il primo amore disperato conduce al suicidio. Ma 
nell'ultima parte — cioè l'incontro con Paone, il viaggio 
a Citerà, l'inseguimento in Sicilia, l'estremo rifugio e la 
morte a Leucade — corrono tra i due romanzi moltis- 
sime somiglianze. 

Il Verri, com'è noto, finse che il suo romanzetto 
non fosse che traduzione di un testo greco da lui tro- 
vato e del quale stava preparando 1' edizione. Ma ben 
presto egli stesso, lusingato dalle molte lodi, non nascose 
d'esserne l'autore. 

Principale ragione del successo : la novità dell'am- 
biente nel quale si svolge l'azione del romanzo. Il ro- 
manzo erotico, fantastico aveva sino allora riprodotto 
scene della vita contemporanea, varcando al più i confini 
delle nostre contrade per diventar esotico e narrare di 
« russiani >, di americani, di cinesi ; ora esso varca i 



(i) stampato all'Haia. Non lo conosco direttamente. Lo trovo citato dall'Abbate 
Lenglet Dufresnoy nella sua Bibiiolhèque dei romans, 

(2) chez Muzier. Fu riassunto nella Bibliothìqne des romani di Parigi, fascicolo del 
marzo 1783, pag. 191-203. 



- 287 - 

confini del tempo presente, risale i secoli della storia. 
Saffo è un romanzo archeologico, e piacque soprattutto 
per le medesime ragioni per le quali piacquero VAnacarsi 
e il Caritè e Polidoro del Barthélemy : i costumi, i riti 
religiosi, l'arte, le feste del popolo greco vi sono minu- 
tamente descritte. 

Ma pur nello sfondo dell'ambiente antico, la prota- 
gonista appare donna moderna. Di tutte le donne di cui 
l'antichità ci ha lasciato ricordo. Saffo è la donna che 
più forse a noi sembra vicina e da noi è compresa. Al 
Foscolo piacque tradurne la celebre ode, al Leopardi 
imaginarne l'estremo canto. La cultura del suo ingegno, 
l'ardore della sua anima, pare abbiano non so che di 
moderno. NelPincertezza poi di notizie, e nell'oscurità 
quasi completa in cui è nascosta la sua vita, era facile 
a un artista del settecento ricostruirne V imagine sulla 
foggia delle dame contemporanee. La Saffo del Verri, 
non solo è poetessa, è anche filosofa — si legga il ca- 
pitolo : la dispaia commensale — è colta e saccente, 
discute cogli uomini intorno ai più svariati ed alti pro- 
blemi ; è un po' emancipata, fugge da casa per andar 
dietro a chi ama. Che volete di più ? Sotto la sua can- 
dida veste greca, non vedete un'eroina del Chiari ? C'è 
qualcosa di. più. Saffo si uccide per amore ; le donne 
del Chiari no. Ma dal tempo di queste son già corsi 
alcuni anni. Allo scetticismo sereno è successo il senti- 
mentalismo lacrimoso ; e i sentimenti sfrenati han dato 
adito alle passioni. GÌ' innamorati a mezzo il secolo ave- 
vano sorriso, poi avevano sospirato e pianto; ora; comin- 
ciavano a uccidersi. Saffo è un Werther in gonnella. 
Insomma Alessandro Verri seppe collocare sulla scena 
greca un personaggio quasi moderno, creare un tipo 
simpatico a' suoi contemporanei, fondere insienie con 
afte felice elementi antichi e nuovi. Scorgete già su 



L. 



— 288 — 

quelle pitture greche, tinte non lievi di romanticismo. 
La melanconia, V oscurità, il misterioso, il truce, tutti i 
colori della nuova poesia nordica si trovano là : tran- 
quille notti lunari, terribili notti burrascose, lo speco di 
Stratonica, le forze occulte, gli spiriti, le ombre, gli 







Le avventure di Saffo di A. Verri, Venezia, 1792. 



spettri : quanto medioevo in quel secolo di Alceo ! Si 
aggiunga una finezza insolita di studio psicologico; una 
insolita animazione delle cose esteriori, del paesaggio; 
una dolcezza e gentilezza carissima di alcune pagine 
buone, e finalmente alcuni pregi esteriori, quali uno stile 
fiorito, una lingua che pur tra impurità e rozzezze, lasci?^ 



\ 



— 289 — 

scorgere lo studio dì chi vuol coltivarla, e la brevità 
del romanzetto, rapido, armonico, efficace ; tutto ciò si 
aggiunga, e si comprenderà perchè il Verri fu per 
questa Saffo acclamato e proclamato a' suoi tempi uno 
dei nostri primi romanzieri. 

Ma più ancora aumentò la sua fama per Le notti 
romane, (^) 

Come gli si formasse nella mente l'idea dell'opera, 
egli stesso narrò. Neil' 80 scoprironsi nelle vicinanze di 
Roma, fuori l'antica porta Capena, due iscrizioni sepol- 
crali ; una delle quali, dedicata alla memoria di un figlio 
di Scipione Africano, indicò il luogo, prima ignoto, dove 
stavano i resti della famiglia degli Scipioni. (*) Il Verri 
discese più volte nell'andito sotterraneo che si dovette 
scavare per rintracciare le urne funerarie. ^3) Il terreno 
su cui sorgeva una casetta rustica, fu puntellato ; inco- 
modo era l'accesso ; bisognava scendere nel sotterraneo 
con faci, come in una miniera. Là sotto, per chi aveva 
senso di poesia, e viva e chiara nella colta mente la 
storia de' tempi antichi, là, sotto il suolo di Roma sacra, 
e nel silenzio delle tombe, commozioni forti dovevano 
provare il cuore e la fantasia. E il Verri imaginò 
che una notte egli fosse disceso là solo, gli si fosse 
spenta per caso la face, e attorno a lui, nel terrore, fos- 
sero sorte dagli avelli e gli si fossero intorno affollate le 
ombre degli antichi romani. Ecco, a lui vengono mille 
voci ; le ombre parlano, parlano la lingua di Livio e di 
Cicerone ; poi alcuna gli si accosta, gli rivolge la parola; 
egli trema dapprima, poi alle interrogazioni risponde. 
Ecco dialoghi tra le ombre, e tra lui e le ombre ; e ai 



(i) L'Ugonl, Della leiteral. italiana del secolo XVI li, II, 145-165, dettò bellissime 
pagine su questo romanzo. 

^2) Delle lettere citate v. quella del 20 maggio 17F0. 
(3) Lettera del 20 aprile 1782. 



X 



— 290 — 

dialoghi ecco seguire dispute e narrazioni. Oratori, poeti, 
guerrieri, re, donne e fanciulli, eroi di virtù e mostri 
d'infamia, tutti parlano e dicono dell'antica vita di Roma. 
JEcco la finzione del romanzo che usci nel 1792. 

Anche questa volta ei tenne celato il suo nome ; 
ma non tardarono gli amici e conoscenti suoi, primo il 
Monti, a riconoscere nell'autore delle Notti quello della 
Saffo, E il successo fu immenso. A Roma, a Torino, a 
Milano, a Parigi, le edizioni si moltiplicarono; le più 
fervide lodi s'innalzarono all'autore. Il quale, nuovamente 
lusingato, pensò di continuare l'opera ; e compose tre 
altre Notti che videro la luce nel 1804. Senonchè, mentre 
nelle prime egli aveva imaginato di scendere tra gli 
avelli, in queste finse di guidare egli stesso le ombre dei 
romani fuori dalle tombe, per le vie, per le piazze, pei 
tempi di Roma. Anche queste tre Notti incontrarono 
grandissimo favore presso i lettori. Tutta l'opera ebbe in 
pochi anni più di cinquanta edizioni : fu tradotta in fran- 
cese, in inglese, in olandese e in tedesco. E ancora oggi 
ad essa la fama di Alessandro Verri è affidata. 

Scovrire l'autore delle Notti non dovette essere dif- 
ficile. Lo stile fiorito e oratorio potevan bene indicarlo, 
« quel colore tetramente fantastico, nordico, romantico 
col quale egli ancora volle, come già nella Saffo, rievo- 
care il mondo antico. 

La finzione generale del romanzo ha tutti i caratteri 
del tempo in cui fu scritto. Più che i Dialoghi dei 
morti di Luciano o le discese all'averno di Ulisse e di 
Enea, dovettero suggerirla alla fantasia dell' autore i 
poemetti dell'Ossian, le Notti del Young e la poesia se- 
polcrale del Gray e dell'Hervey ch'ebbero tanti imitatori 
in Italia. ^'^ La tomba, ispiratrice di sentimenti morali e 



1 



(i) V. B. ZuMBiMi, La pjesfa sepolcrale straniera e- italiana in Nuova Antologia, 
CHI, 39-40. 



J 



r 



291 — 



di considerazioni filosofiche, fu tema comunissimo nella 
letteratura di quello scorcio di secolo. Il Verri se ne 
servi pel suo scopo. 

Fin dalla giovinezza egli aveva con ardente passione 
coltivato gli studi storici, e sulla storia antica a lungo 
meditato. Già aveva scritto il Saggio intorno alla Storia 
generale d'Italia, dove più che estesa narrazione di fatti 
«i era proposto dettare considerazioni su di essi. Con- 
densare r opera del Muratori egli voleva ; poggiarsi 
«ui documenti da quell'erudito raccolti, ma poi lasciar 
libera la mente a pensare. Voleva la filosofia della storia. 
A ciò inclinato da naturale ingegtio. Il filosofo fa ca- 
polino in ogni sua opera, cominciando dagli articoli pub- 
blicati nel Caffè. Si compiaceva discutere su tutto ; tro- 
vare di tutto ragioni lontane, recondite, spesso fanta- 
stiche; generalizzare, formulare leggi, lanciare paradossi 
e intorno a questi arzigogolare, e adattare i fatti per 
dimostrarli conformi a leggi preconcette, avvertire con- 
trapposizioni e somiglianze e concomitanze ; scostarsi 
dalla comune dei pensatori, mostrarsi originale. Per ciò 
egli parve a taluno — e fu realmente — con tutta la 
sua molta cultura, un po' leggero talvolta e avventato 
nel giudicare ; un bello e vivace spirito, più che un in- 
gegno profondo. Riusci infatti miglior romanziere che 
storico. Nelle Notti romane egli volle accumulare tutto 
il frutto de' suoi studi storici e delle sue meditazioni 
sulla storia. Ma, presa a fondamento della sua opera una 
finzione poetica, il filosofo, troppo preoccupato del cer- 
<:are i mezzi più efficaci per farsi leggere, si tramutò 
in poeta, ed anziché una storia fini col comporre un 
romanzo. 

Le Notti romane sono perciò un romanzo didat- 
tico. Il proposto di dare insegnamenti al lettore in- 
torno a fatti e persone della storia romana, non vi è 



- 292 — 

celato. Cesare, Bruto, i Gracchi, Mario, Siila, Pomponìa 
Attico, gli Scipioni, Giunio Bruto, Virgilio, Catone^ 
Orazio, Asinio PoUione, Pompeo, Marco Antonio nar- 
rano le loro gesta ; accusati, si difendono, esaminano fra 
loro varie dottrine e sistemi di vita e di governo. E 
dalle molteplici discussioni salta fuori il pensiero del- 
l'Autore. L'interlocutore che più rivela il pensiero di 
lui è manifestamente Pomponio Attico, l'ultimo giudice 
che placa i contendenti, e sentenzia : « I Romani furono 
grandi più che buoni, illustri più che felici, per istinto 
oppressori, per fortuna mirabili, per indole distruttori, 
generosi nelle malvagità, eroi nelle ingiustizie, magnanimi 
nelle atrocità ». Queste parole che si leggono nelle ul- 
time pagine della terza notte, sono la tesi fondamentale 
di tutta l'opera, il risultato di tutte le discussioni che in 
essa si fanno. Ripetono e svolgono un concetto cui già 
il Verri aveva accennato nell'articolo del Caffè, Sulla 
felicità dei romani. E le tre notti che seguono, colle 
molte considerazioni che l'autore e le ombre fanno in- 
nanzi ai ruderi e ai monumenti, sul Palatino, presso il 
Colosseo, nel Foro, sul Campidoglio, sul Quirinale, agli 
Orti di Sallustio, lungo la vìa Appia, al Pantheon e al- 
trove, confermano questa tesi. La quale trova per così 
dire la sua riprova innanzi al Collegium urbanum de pro- 
paganda fide, e nel Vaticano, dove da ultimo il Verri 
conduce le ombre. « L' imperio vostro » egli dice agir 
antichi romani, raffrontando la loro civiltà con quella 
cristiana, « nasce da feroci masnadieri ; questo incomincia 
da una benefica umiltà. Il vostro combatte appena è 
nato, perchè ognuno tenta distruggerlo, quasi mostro di- 
voratore; questo è da tutti favorito per la sua benigna 
umiltà. Gli si sottomettono le nazioni senza violenza, 
ma persuase. Non littori, non verghe, non scuri, non 
mannaie, ma lealtà, candore, modestia, consiglio, fanno 



1 



r 



293 



<;hinar la fronte dei potenti senza viltà, e trionfano del 
cuore. E mentre con fraudi, rapine e delitti veggiamo 
nelle storie esser cresciuti gì' imperi, questo per l'unica 
volta, è prodotto fra gli uomini da una benevolenza 
universale ». Tali parole non delineano con esattezza 
storica l'opera tutta della Chiesa; ma ad ogni modo, il 
Verri proclama e afferma con esse un grande vero : la 
grandezza, la potenza morale del Cristianesimo e l'ef- 
ficacia sua nella storia della civiltà. Egli prosegue poi 
a narrare sommariamente le vicende della Chiesa dopo 
la caduta dell'impero romano : tocca della potenza dei 
pontefici, tocca delle nuove istituzioni, delle nuove sco- 
perte, dei nuovi elementi di civiltà, esaltando la Roma 
papale sulla Roma dei Cesari. Le ombre stanno pensose 
e meravigliate ad ascoltarlo ; è alla fine Cicerone, pren- 
dendo ultimo la parola, conchiude : < Ogni vicenda di 
questa dominazione è così diversa dal consueto proce- 
dere di ogni altra, che io, percosso da stupore, non ti 
nascondo eh' ella ha fragranza divina. Esulto perciò 
veggendo questa patria fiorire eterna, quasi mezzo per- 
petuo scelto dalla provvidenza del cielo ad eseguire le 
più meravigliose vicende della terra ». 

Notevole pertanto è come il Verri, nutrito di cultura 
classica, studioso fervente dell'antica storia, si sollevi a 
indipendenza di giudizio ; e, pur ammirando i romani, 
si scosti dall'antica nostra tradizione classica che dal 
Machiavelli in poi tutti gli storici aveva fatto esalta- 
tori incondizionati della civiltà di Roma, e vegga ed 
indichi la luce del Cristianesimo. Anche in ciò prean- 
nunziando le dottrine dei romantici. 

Forse durante la stessa composÌ2Ùone dell'opera, cui 
attese moltissimi anni, il disegno di essa gli si andò via 
via nella mente allargando ; e altre Notti ebbe in animo 
di scrivere, nelle quali considerare la civiltà di Roma 



— 294 — 

contemporanea, di fronte a quella dei Cesari e dei Papi. 
« Se dovessi fare un'altra Notte romana — scriveva al 
fratello il 14 aprile del 1806, ('> — la collocherei sul 
Campidoglio, ponendovi gl'illustri antichi invocati dai 
Francesi, a discorrere con essi sulla repubblica effimera 
che n' hanno fatto pazzamente ». E frammenti di Notti 
ci restano, dove si accenna a rivoluzioni politiche e a 
scoperte scientifiche moderne. (*) Disegno grandioso. Ma 
gli mancò tempo o lena a condurlo a termine. 

Avrebbe compiuto una storia poetica e filosofica 
di tutta la civiltà italica. Anche le due sole parti ch'e- 
gli compose bastano peraltro a fare di queste Notti 
romane un'opera assai notevole. Essa è un geniale ar- 
dimento di uno spirito innovatore che il romanzo volle 
volgere a intendimenti civili. Nella nostra letteratura 
essa è certo una delle opere più bizzarre e originali. 
Se ne parla nella storia del nostro romanzo ; ma essa è 
romanzo, solo perchè l'occasione e, per cosi dire, il pre- 
testo di tutta la narrazione è imaginario ; ma nel com- 
plesso è storia e filosofia. Essa è in prosa, ma tutta la 
lingua, lo stile e la finzione generale sono di poesia* 
L'abate Benedetto Sanguinetti potè comporre facilmente, 
nel 1815, una versione poetica delle prime tre notti ^^^ 
Ed anche senza versi e rime, quelle ombre che parlano 
di politica, troppo ci fan ricordare i poemetti del Monti. 
Le Notti romane sono insomma un poema didascalico 
in prosa. E del poema didascalico hanno i difetti : V a- 
ridità della materia e la monotonia, grave qui maggior- 
mente, a cagion della forma; che nulla è più stucche- 
vole di una prosa poetica declamatoria, enfatica, troppo 
a lungo continuata. Ma in taluni episodi lo scrittore a 



1 



(i) V. UlUre citate, IV, p. 318. 

(2) Così l'Ugoai, in op. cit. 

(3) Genova, presso G. Rinaado. 



r 



295 — 



grande altezza si solleva : il Parricida e la Vestale sono 
veramente due capitoli bellissimi e fortemente efficaci, 
per verità di osservazione psicologica, per drammaticità 
di azione, per potenza di stile. 

Nel 1815, già presso a morire, il Verri pubblicò un 
terzo romanzo, La vita di Erostrato, Ma egli stesso lascia 
scritto di averlo pensato trent' anni prima e d' averla 
cominciato a comporre nel 1793. Lo condusse a termine 
nel 1813 per concorrere a un premio dell'accademia 
della Crusca. Sospeso il concorso per le vicende poli- 
tiche che seguirono, <^) ritirò il manoscritto ; e, solo due 
anni dopo, lo cedette a uno stampatore di Roma. Come 
del resto pel tempo della composizione, la Vita di Ero- 
strato precede le Notti romane e deve accostarsi alla 
^<^ffo, anche pel suo carattere, la forma e la struttura. 
Anch'esso fingesi tradotto dal greco ; anch'esso è un 
romanzetto storico riguardo alla realtà del protagonista, 
archeologico per l'accurata pittura dell'ambiente, e psi- 
cologico per il profondo studio de' sentimenti che in- 
dussero il protagonista al misfatto. 

Ma lo studio psicologico è qui V elemento predo- 
minante; il romanzo mira soprattutto ad esaminare e 
determinare una delle passioni che più tormentano l'a- 
nima umana : il desiderio della gloria. Come nasce in 
noi questo sentimento e può tramutarsi in passione ? 
Perchè l'uomo ama la gloria, < la tiranna delle nostre 
opinioni, la istigatrice di brame ardenti, la nemica di 
ogni calma, l'aculeo velenoso dei cuori ? > <*) Quali mezzi 
sono leciti per procacciarsela ? Ecco la tesi del romanzo» 
Ed Erostrato che, per circondare di fama il suo nome^ 



(i) V. Aiti dell'Accademia della Crusca. Firenxe, Piatti, i8zo. Frefaz. 
(2) Gap. Vm. 



— 295 — 

incendiò il tempio di Efeso, poteva ben offrir l'occasione 
a discuterla. 

Il Verri tentò umanamente spiegare l'atto sacrilego 
di quel giovane greco, della cui vita nulla ci traman- 
darono gli storici ; e ne ricostruì e presentò la figura 
in modo che il lettore fosse indotto a considerare il mi- 
sfatto di lui con un senso più di pietà che d'orrore. Chi 
compose questa vita pietosa di Erostrato, dovette certo 
sentire fortemente nell'animo l'aculeo della gloria. 

Ecco il greco cacciato dalla casa paterna, ancora 
infante, e scampato a caso dalla morte. Adolescente, 
compie atti di valore : giovine, partecipa ai giuochi olim- 
pici; ma mentre sta per cogliere la palma nella corsa, 
sfortunatamente cade. S'innamora di Glicostoma, la 
sposa ; e il di delle nozze, mentre torna da un' isola, in 
una burrasca, essa gli è rapita dal mare. Scoppia la guerra 
tra Sparta e Tebe ; corre presso Epaminonda, gli offre 
il suo braccio, combatte da eroe, ed ahimè ! nel trionfo 
della vittoria, per l'invidia dei commilitoni, è lasciato in 
disparte. Dove dunque trovare giustizia, se gli dei e 
gli uomini gliel' hanno negata ? Dove e come acquistarsi 
quella fama cui egli aspira, unico conforto all'anima sua 
da mille sventure travagliata ì Si accende nuova guerra 
tra le isole dell'Asia ed Atene. Erostrato si reca ad 
Efeso. Ed ecco, innanzi al meraviglioso tempio di Diana, 
l'idea del delitto gli passa d'improvviso nell'anima come 
un baleno di vendetta. Gli uomini hanno voluto tener 
occulto il suo nome glorioso ; ed egli si vendicherà di 
essi, imponendo alla loro memoria il suo nome fatto fa- 
moso per la distruzione di una opera famosa. Prende 
una face e appicca l'incendio. 

Il tema del romanzo è ardito. A più compiutamente 
svolgerlo, il Verri imaginò anche il processo che si do- 
vette intentare ad Erostrato e la difesa che questi fe( e 



I 



r 



— 297 - 

dì sé innanzi ai giudici. Egli confessa il misfatto, adduce 
a sua scusa l'ingiustizia degli uomini e degli dei ; esalta 
la fama; osserva di tutti i misfatti aver scelto il meno 
dannoso, non aver distrutto uomini ma un tempio che 
potevasi riedificare ; assai più colpevole di lui essere i 
conquistatori dei popoli; se degno di pena, dover essere 
punito non dagli uomini ma dagli dei. E finita l'orazione, 
Erostrato cade colpito da un fulmine. 

Cosi il Verri tentò spiegare, non approvare l'azione 
del giovine greco. Il romanzo non è scevro di difetti : 
principale, l'inutilità ed eccessiva lunghezza di alcuni 
episodi, quale il lungo dibattito nei tribunali, tra il padre 
e la nutrice di Erostrato, per determinare a chi dei due 
il giovine dovesse appartenere. 

Di questo e della solita ampollosità di stile potevasi 
il Verri tacciare ; non già d'aver composto un libro im- 
morale ed esaltato l'empietà e il sacrilegio. Ma di ciò 
ebbe ad accusarlo — molto ingenuo o molto maligno 
— Giuseppe Compagnoni che, da poco uscito il romanzo, 
nella Biblioteca italiana (^^ scrisse un banalissimo articolo 
critico, col quale inveì contro il Verri < sofista misera- 
bile > e il suo libro < vaniloquio insensato da pazzi >. 
La ragione ascosa di quel livore fu l'esser sembrato 
il Verri in questo suo libro un denigratore spietato dei 
despoti conquistatori di popoli. E il Compagnoni, già 
Consigliere di stato del Regno d' Italia e devoto al Bo- 
naparte, ^*) vide ntW.^ Erostrato offesa al suo principe o 



(x) Fascicoli lagiio e agosto 1816. 

(2) V. TiPALDO, Biogiaf, II, 187-89, articolo di G. F. Rambelli. Questo Compagnoni 
fu pur egli autore di una specie di romanzo che pubblicò a Parigi nel 1800 col nome 
di Les Vetllécs du l'asse. Il titolo è francese, ma questa prima edizione reca a fronte 
anche il testo italiano, ch'è l'originale scritto dall'autore ; il quale finse di essere editore 
di un manoscritto inedito del Tasso : soliloqui retorici or lamentosi or deliranti e pazze- 
schi, intomo a' suoi amori ed alle sue presunte persecuzioni. L'informe romanzo psico- 
logico piacque. La prima versione francese fu fatta dal Mimonté aiutato dal Ginguené ; 
altra fece il Barrère ; e Le veglie, scrivd G. F. Rarabelii, < magnificaronle i giornali, 
stamparonst in appendice alle opere del Tasso, voltaionsi in tedesco, inglese, polacco, 
russo ed in altre lingue ; furono poste persino in musica > . 



L 



- 298 — 

ad altri possibili dominatori. Difatti, nel Proemio del 
romanzo, il Verri, dopo aver notato che la notte stessa 
nella quale nacque Erostrato, nacque pure Alessandro 
il Macedone, aveva scritto : « Questi per divenir grande, 
sconvolse l'Asia, empiè l'Orco di anime irate, lasciò i 
campi coperti di scheletri avanzi de' corvi. L'altro con 
danno minore si procurò la fama >. E nel capo Vili, 
ripetendo il raffronto, di nuovo aveva osservato : « Il 
furente conquistatore calpesta le nazioni e anela insieme 
di conseguire gli encomi di esse. In tal guisa, per una 
strana incoerenza, stima nell'universale gli uomini e par- 
titamente li dispregia. Siede costui in trono d'ossa, e mira 
sogghignando la Giustizia che gli piange ai piedi. Questo 
è quel sanguinolento fantasma, perpetuo nemico della tran- 
quillità umana. Le ruine, i deserti sono gli effetti delle sue 
illustri devastazioni ». E in fine altre simili parole aveva 
messo in bocca ad Erostrato nella sua orazione ai giudici. 
Sicché, mentre ancora sentivasi l'eco dell'armi napoleo- 
niche, è naturale che a queste frasi, il pensiero dei lettori 
corresse al conquistatore appena domato. Che il Verri 
abbia voluto alludere precisamente al Bonaparte, pensò 
anche lo Stendhal ^') e da ultimo Fernand Drujon. <*> L' U- 
goni, avvertendo essere stato il romanzo composto già 
nel '93, volle spogliare dell' accusa il Verri. Ma inutilmente, 
mi pare ; prima perchè dire verità non è colpa ; poi 
perchè, anche se il romanzo fu composto nel '93, è impos- 
sibile ammettere che il Verri non riferisse diciotto anni 
dopo nell'animo e nell'intenzione sua, anche a Napoleone, 
le parole che aveva scritto in generale per tutti i conqui- 
statori. Del resto, il Pindemonte, nelVAbaritte, già aveva 
proclamato le stesse idee, e non pochi in quegli anni, 
scrivendo contro la guerra, precedettero Leone Tolstoi. 



(i) Correspoudance de Stendhal, Pari», Lévy, 1855, I, 224. 
(2) Le livre à cle/^ Paris, 1888, II, 969. 



— 299 — 

Si dice che dell' articolacelo nel Compagnoni, il 
Verri ebbe molto a soffrire, e che da esso ebbe affret- 
tata la morte, che avvenne infatti un mese dopo, nel 
settembre del 1816. Il fratello suo, Carlo, mandò alla 
Biblioteca italiana — ultimo e generoso tributo d'affetto 
— una difesa àtWErostrato e del suo autore, ^'^ tanto 
nobile e dignitosa che il Compagnoni stesso dovette 
nello stesso giornale rispondere scusandosi. Ma chi aveva 
trionfato colla Saffo e Le Notti romane, non meritava 
aver rattristati gli ultimi suoi giorni, per cagione di un 
suo romanzo non ispregevole. Ancora una volta Erostrato 
fu all'arte e agli uomini funesto. 



II. 



Intorno alle Ultime lettere di Jacopo Ortis, tanto già 
si è cercato e scritto, che la storia della loro com- 
posizione è ormai chiara e nota. (') Non istarò a ripetere 
ciò che altri scrisse. Il romanzetto, compoito in parte 
a Milano nel '97, e finito poi da Angelo Sassoli, usci 
la prima volta a Bologna nel maggio o nel giugno del 
'99 col titolo che ancora gli rimane. Per ragioni politiche 
mutato e ricorretto dal medesimo Sassoli, riapparve poco 
dopo col nome di Vera storia di due amanti infelici, e 
finalmente, compiuto da chi V aveva cominciato, opera 
tutta del Foscolo, usci alla luce nel 1802. E poiché il 
romanzo si andò probabilmente formando intorno a un 



(i) Fu pubblicata nel fascicolo del febbraio 18x7, ma porta la data di Nizza, 2 di- 
cembre 1816. 

(x) V. specialmente : F. G. Winkels, Vita di U. Foscolo, Verona, 1885, Voi. I, Gap. 
IX; lo stadio di S. A. Martinelli, che precede l'ediz. crìtica delle Ultime lettere^ Sa- 
lazio, 1889; Chiarini, V edizione delV Ortis del lygS in La vita italiana del x6 marzo 1897. 



— 300 — 



^ 



nucleo di certe Lettere a Laura che il Foscolo giovinetto 
aveva composte nel '96 quando amava la Isabella Teo- 
tochi ; ^'^ e poiché esso fu composto dal poeta acceso 
d'amore prima per la Teresa Monti, poi per la Rondoni 
e poi per la Contessa Fagnani, si disse : la storia del 
romanzo, è la*storia dei primi amori del Foscolo; le 
prime donne eh' egli amò furono le ispiratrici dell' o- 
pera. <^> 




Ugo Foscolo, dal ritratto dell'Appiani. 

E Sta bene. Ma se i primi amori furono i moventi 
primi psicologici che condussero Ugo alla composizione 
del romanzo e ne costituirono il fondamento erotico, 
altre forze e ragioni interiori ed esterne contribuirono 
alla composizione, contribuirono, dirò meglio, a far si 
che quell'opera d'arte fosse concepita nella mente del 



(i) V. Chiarini, La Laura di Nicolo Folcalo in Xuovn Antologia, i8qo. 
(2) V. A. FoÀ, L'amore in U, Foscolo, Torino. Clausen, 1901, Gap. I-V. 



— .301 — 

Foscolo, con quella forma, con quei caratteri, con quegli 
elementi coi quali essa fu concepita. 

E prima di tutto, i romanzi allora di moda. A chi 
tenga presenti alla mente i principali romanzi stranieri 
e italiani che nello scorcio del secolo XVIII leggevansi 
in Italia, l'Orto, nella storia di questo componimento, ap- 
parirà di leggeri un' opera punto originale e innovatrice. 
E ciò dicasi, anche facendo astrazione del Werther del 
Goethe. Che molte siano le somiglianze tra Tuno e l'altro 
romanzo, è risaputo. (0 Che, prima di dare alle stampe 
VOrtis, il Foscolo conoscesse il romanzo tedesco, egli 
stesso dichiarò nella famosa lettera al Bertholdy del 29 
settembre 1808, dove non lesinò lodi al Goethe, e a lui 
attribuì il merito non piccolo d'avergli suggerita l'unità 
del romanzo. <*> E in una lettera allo stesso Goethe del 
15 gennaio 1802, inviandogli una copia dell'Orto, il Fo- 
scolo chiamò il suo romanzo : < operetta a cui forse die 
ragione il vostro Werther ». Se non che, e nella lettera 
al Bertholdy e nella Notizia Bibliografica^ egli negò che 
il Werther gli fosse noto prima della composizione della 
Vera storia di due amanti infelici (chiamiamo cosi per 
non ingenerar confusione la prima edizione delle Lettere 
del '99). 

I critici dichiararono in questo, come in altro, Ugo 
Foscolo bugiardo. E per vero : In un e piano di studi » 
ch'egli scrisse tra il 1795 e il '96, annoverando una serie 
di libri da leggere, egli lasciò scritto: < Potrebbesi ag- 
giungere gli antichi scrittori di favole, Richardson, Ar- 
naud e Goethe ». <3) Si osserva inoltre che quasi tutte le 

1) V. F. ZsCHttCH, Ufio Foscolos « Ortis » uiid Goeihes e Werther > in Zeihch. /tir 
vergleick. LUteraiurgeschichte III^ i8qc. Deubner, Quelgues remorques sur e ìVer' 
ther » de G. et « Le ttltime lettere * de F.^ Wiesbaden, 1892. A. Graf, Sii « Le ultime 
lettere » d-il F. e il Werther del G. in Nttova Antologia, LVII, 3, 1895. 

(2) Ciò confermò anche nella yotizia Bibliografica che precede l' ediz. di Lon- 
dra, 1814, F. Zscbech « U. Foscolos Brief und Goethe,.. » Hamburg, 1894. 

(3) V. Wn v.anoscriiio iriedito del Foscolo edito da L. Benvenuti, Bologna, Zani^ 
chelll, itSi. 



L 



— 302 — 

prime quarantacinque lettere della Vera storia, le quali 
presumibilmente sono tutta opera del Foscolo, sono già 
indirizzate a Lorenzo, e che la prima parte del romanzo ha 
cosi quella unità che poi l'autore volle dare a tutto. Si 
osserva che alla XLV lettera, Jacopo, salutando Teresa, 
le scrive : < Tu frattanto accogli il Werther^ VAmalia, 
la Virginia e la Clarissa. Questi libri che sono stati i 
compagni della nostra solitudine, t' imprimeranno una 
dolce malinconia e ti faranno spargere nelF (sic) infelice 
giovane un sospiro di rimembranza ». Si osserva che 
nelle ultime pagine della Vera storia si narra che sullo 
scrittojo del suicida fu trovato, insieme con altri libri, il 
Werther ; e finalmente che in tutta la seconda parte del 
romanzo, le somiglianze col Werther sono molteplici, 
sopra tutto nelle circostanze che accompagnano il suicidio. 
Ma tutti questi argomenti non sembrano irrefutabili, 
poiché: nel Piano di stadi potevasi ben citare il Goethe 
senza conoscerne direttamente il romanzo ; non tutte 
le prime quarantacinque lettere della Vera storia sono 
indirizzate a Lorenzo ; la chiusa della quarantacinque- 
sima, sentimentale e scorretta, è cosi conforme a tutto 
il carattere, allo stile che la Vera, storia assunse nella 
seconda parte, per opera del Sassoli, che pare evidente 
debba ritenersi una zeppa di costui ; e finalmente : in 
tutta questa seconda parte del romanzo, il Foscolo non 
c'entra per nulla ; e ciò che il Sassoli scrìsse, a lui non 
si può attribuire. Il fatto anzi che nella prima parte della 
Vera storia le somiglianze col Werther sono molto scarse, 
e nella seconda inv^ece frequenti e rilevanti, potrebbe 
essere prova che al Foscolo proprio non fu noto diret- 
tamente il romanzo tedesco prima del 1809. Solo argo- 
mento sicurissimo a sostenere la tesi potrebbe essere 
l'asserzione del Conte Pietro di Maniago addotta dal 
Medin, secondo la quale il Foscolo non più tardi d l 



J 



r 



— 303 — 

''98, intrattenendosi col Conte in colloquio amichevole, 
gli avrebbe dichiarato conoscere il Werther^ e saperne 
persino a memoria le due ultime lettere. (') Sarà questa 
testimonianza vera ? O il colloquio, del quale il Maniago 
non fìssa la data, è proprio assolutamente da escludere 
che non possa essere avvenuto più tardi ? 

Certo è che già da parecchi anni, traduzioni pa- 
recchie del Werther correvano in Italia ; ^*> una di Gae- 
tano Grassi, stampata a Poschiavo nel 1/81 e che poi 
fu ristampata a Milano nel 1800; un'altra, opera di un 
tal Corrado Ludger, stampata a Londra nel 1788, e due 
altre, di un ignoto, apparse a Venezia nell' 88 e nel '96. 
Ne conobbe il Foscolo qualcuna ? E quale ? O forse lesse 
la prima volta il romanzo nella edizione milanese del- 
rSOO, indicatagli dalla Fagnani? 

Scorrette e poco fedeli erano quelle traduzioni. ^3' 
Ma l'Antonietta conosceva il tedesco e, gustando diret- 
tamente l'originale, potè comunicare il suo entusiasmo 
per esso, all'innamorato poeta, parlargliene, tradurglielo 
a voce e forse incominciare per lui, fin dal 1801, quella 
traduzione ch'ella stessa fece e gli mandò poi completa 
due anni dopo. Ci rimane della Contessa un biglietto 
ad Ugo, che dice : <. Eccovi una prova della mia com- 
piacenza ; avete desiderato la traduzione del Werther ; 
eccovela fatta con la maggior esattezza che mi è stato 
possibile. Ella fu utile a me, procurandomi la soddisfa- 
zione di compiacervi . ...» (4) 

Comunque, abbia o no il Foscolo conosciuto il 



(r) MttDiN, op. cit., p. 35. 

(2) V. Bibliografia. 

(3) Quella del Grassi biasimò lo stesso Goethe in una lettera allo Stein del 12 di- 
cembre 1781. — V. Appel., Werther und teine Zeif, Aldemburg, 1882, pg. 210. Dopo 
rSoa moltissime altre traduzioni furono fatte del Werther in Italia, dove divenne famo- 
sissimo, fino ad offrir l'argomento di drammi a Simone Sografi ed altri, v. Appsl, op. 
cit., pig. 25. 

(4) Fu pubblicato dal Chiarini in Cataloghi dei man. foscoliani esistenti nella Na^ 
zionale di Firenze^ Roma, 1885. Ha la data 14 gennaio 1803. 



— 304 - 

Werther prima del 1898, ^*) questo ora giova notare per 
la storia esteriore del romanzo : che, anche senza una 
imitazione diretta e voluta, il disegno primo delle Ul- 
time lettere avrebbe potuto germogliare spontaneamente 
nella giovine fantasia del nostro romanziere, data la 
moda e il gusto letterario del tempo in cui lo compose. 
Perchè non dovremmo ammettere che il Richardson e 
il Rousseau, conosciutissimi in Italia, non abbiano po- 
tuto sul Foscolo esercitare direttamente quell* efficacia 
che sull'ingegno del giovine Goethe, già molti anni 
prima, avevano esercitata in Germania ? ^^^ 

Dopo la diffusione dei romanzi inglesi, la forma 
epistolare era ormai diventata, anche in Italia, la forma 
più comune del romanzo ; e, dopo le Pamele^ le Clarisse 
e le Amalie, le storie di amori infelici e contrastati, eran 
divenuti i temi preferiti. I romanzi lagrimosi della se- 
conda metà del settecento si aggirano intorno a tutte le 
variazioni possibili di questi due soli casi psicologici : o 
un amante che per varie ragioni non può far suo l'oggetto 
amato; oppure un' infelice che è costretta a far sacrificio 
di sé a persona che non ama. Neirun caso o nell'altro, 
l'amante sventurato muore consunto dal dolore o si uccide. 

Sia vera o no la storia di Abelardo ed Eloisa, 
quando la vita e le lettere di questi due amanti infelici 
furono tradotte in francese nel 1758, parvero essi dive- 
nire il tipo estetico degli amanti, tanto trovarono cuori 
preparati e disposti a comprendere i loro casi pietosi e 
l'ardore della loro passione. (3) Perciò quelle lettere susci- 



(i) Che il Foscolo avrebbe potuto comporre VOrtìs, anche senza alcuna conoscenxa 
del IP ertàer, « per la sua indole e per la sua tempra >, affermò anche il Lttden (il primo 
traduttore in tedesco dell'Or/w nel 1707), nel suo libro : A'Ieine Au/sà/ze metst ktsio' 
risch. Fahel,, Gottinga, 1807, I, 126-29. 

(2) V. il bel libro di Enrico Schmidt, Richardson^ Rousseau und Goeihe\ rartìcolo 
di J. 0. DoNNER, Richat dson in der deuischen Roman^ in Zeitschrift fur vergi. Liti*- 
raturgeschichie^ 1896 ; Text, Rousseau et le cosmopoliiisme littéraire, 

(3) Nel citato Piano dì sludi\ il Foscolo consigliava tra i componimenti poetici 
e amorosi » le e lettere di Abelardo ed Elois?, tradotte in inglese dal Pope, in francese 
da vari, ed in italiano dal Conti >. 



r 



— 305 



taronoovunqueentusiasmo, furono tradotte, imitate e conti- 
nuate in Francia dal Colardeau, dal Dorat, dal Feutry, dal 
Mercier e da cento altri poeti ; imitate in Inghilterra 
dal Pope ; tradotte in Italia dal 1774 al 1812 ben cinque 
volte ; non solo esse, ma pur le imitazioni del Pope e 
del Colardeau, ed anche V Abelardo supposto della con- 
tessa di Beauharnais. Come, nel medioevo, una diffusa 
tradizione popolare si era formata intorno a Tristano e 
Isotta, e nei secoli XVI e XVII intorno a Giulietta e 
Romeo, una diffusissima si formò nel settecento in 
Francia, in Italia e in quasi tutta V Europa intorno ad 
Abelardo ed Eloisa. Le donne del popolo usarono per 
molti anni deporre fiori sul monumento che nel 1766 
Maria de Roncy de la Rochefoucauld fece innalzare 
sulla tomba dei due infelici. ^'^ Il cuore del popolo sente 
spesso il bisogno di fortemente commuoversi e purifi- 
carsi in un lavacro di pianto. Esso ama chi gli parla dei 
supremi dolori dell'anima, chi gli ricorda le indicibili 
sofferenze dell'amore che uccide. — Forse perchè niuno 
è felice quaggiù ? Perchè ognuno compie in sé nella 
vita una piccola o grande tragedia ? e nei martirj degli 
altri vede in parte riflessi i suoi propri ? O perchè l'a- 
nimo in mezzo a tante brutture ed egoismi terreni, si 
solleva e vuol sollevarsi innanzi allo spettacolo sublime 
di due cuori che si amano infinitamente sino a morir 
per amore ? — Perciò il settecento, che di tutti è il secolo 
più sentimentale, delirò per Abelardo ed Eloisa ; e mag- 
giormente delirò per la Nuova Eloisa. La principale 
ragione del successo di G. G. Rousseau sta appunto, 
oltre che nell'arte sua efficace e suggestiva, nella scelta 
del tema che rispose perfettamente ai bisogni e alle esi- 
genze psicologiche dell' età sua. Come tutti i grandi 



(2; V. I. Sabatini, Abelardo ed Eloisa secondo la trad. popolare^ Roma, Muller^ 
0; colla recensione di G. Paris in Romania^ IX, 618. 



L. 



— 306 — 

artisti, egli intuì questi bisogni, e s' inspirò alla stessa 
tradizione popolare, dando nuova forma d'arte a un tema 
che già il popolo prediligeva. Dopo tutto lo scetticismo 
e l'ateismo in cui la filosofia razionalista e materialista 
aveva chiuso gli spiriti, parvero questi ribellarsi e scop- 
piare in una potente reazione di sentimentalismo. La 
Nuova Eloisa nasce in questo momento, ed è frutto di 
questo momento storico. Provate ora a dimenticare 
l'ambiente psicologico-sociale nel quale essa apparve, 
leggetela con animo tranquillo e stenterete quasi a com- 
prendere come essa abbia potuto acquistar tanta fama ed 
esercitare quell'efficacia ch'esercitò su tutta la letteratura 
europea. Ma allora non potè essere accolta altrimenti. 

Ecco la povera Giulia che ama Saint-Preux, ma ne 
è barbaramente staccata ed è costretta asposare un uomo 
che non ama, M. de Wolmar. Passano quattro anni; 
ella diventa madre, stima il marito; ma Saint-Preux, dopo 
un lungo viaggio, torna col cuore tutto pieno di lei. 
Wolmar e Giulia stessa, sperando guarirlo, lo accolgono 
in casa come amico e precettore dei figli. Ma l'amore 
vince i proponimenti della ragione. La povera Giulia si 
sente a poco a poco mancare. Come la sua anima pia 
sfuggirà al peccato ? Un giorno, durante una passeggiata 
in barca, un suo fanciullo cade nell'acqua ed ella \'i si 
slancia per salvarlo. Il fanciullo si salva e sor vive ; ma 
Giulia muore. Ha essa cercato la morte ? 

Ognun vede che dal Richardson al Rousseau, al 
Foscolo, il passaggio è facile e naturale. Tenendo pre- 
senti e raffrontando tra loro l'ultima parte della Nuova 
Eloisa e la Vera storia^ ognuno può vedere come dalla 
Nuova Eloisa all' Ortis si sia potuti giungere assai 
facilmente. Non e' era bisogno, mi sembra, di andar 
a pescare, come altri fece, ^^^ nientemeno che una com- 

l\) V. ZsCHECH, art. cit. Greppis Lu-^'s'>il e U'iizve Teresa » und setne Bezìeku 
ZI L' . F. Roman, Weimar, Felber, 1897. 



— 307 — 

inedia del Greppi, Teresa vedovi^ e un melodramma 
musicato dal Paisiello, Nina pazza per amore^ per 
trovar le fonti del povero Ortis ! ! Tanto la forma 
quanto il tema del romanzo erano, ripeto, già prima del 
'70, comunissimi nella letteratura romanzesca europea. 
Basti leggere i romanzetti del d'Arnaud, che già dissi 
quanto furon noti e famosi in Italia, per ritrovarvi a 
dozzine gli amanti disperati che cercan la morte. Un 
esempio particolare : Si leggano gli Amori di Teresa di 
Saint'Clair e di Gianfaldoni del Léonard che, apparsi 
poco prima in Francia, usciron tradotti a Venezia pro- 
prio nel 1798, l'anno dell'Ortó, e vi si potrà subito tro- 
vare un altro modello del romanzo del Foscolo. Anche 
Il la forma epistolare, e due amanti che non possono 
aver pace perchè la fanciulla è costretta a sposare un 
altro che non ama, e un confidente delle loro angoscie, 
e il suicidio. 

II suicidio. Ecco il problema, la tesi e forse la prima 
recondita ragione dell'0r//5. Il Foscolo, oltre che un ro- 
manzo d'amore, compose un romanzo filosofico, volle ten- 
tare di sciogliere con opera d'arte quel problema che 
agitò vivamente le coscienze, nel declinare del secolo 
XVIII: Val egli la pena di vivere? Ha l'uQmo o no, il 
diritto di troncare volontariamente la vita, quando questa 
gli diventa grave insopportabile peso? 

Cercare nella filosofia e nella letteratura del settecento 
le ragioni del sorgere e dell' agitarsi di questo problema, 
i sarebbe utile, ne, credo, difficile. La storia del suicidio 
1 è la storia del pessimismo. E il fatto e la dottrina sor- 
I gono, quando vien meno la fede, e si oscura la visione 
[ degli alti ideali della vita. In quella esaltazione della 
! scienza e della ragione trionfante, della quale s'inebriò 
il secolo che moriva, parve all' uomo di avere trionfato 



V 



— 308 — 

dell'universo, di aver trovata la chiave che rinserra il 
mistero che ne circonda, di essere arbitro di tutte le 
leggi di natura, di poter far senza Dio. E quando^ 
col proclamare tutte le libertà, trovò renitente ed ostile 
la religione dei padri, egli procedette da solo ; compi 
opere meravigliose, distrusse le menzogne e le ingiu- 
stizie dei secoli precedenti, abbattè i troni de' tiranni,, 
spezzò le catene della prepotenza iniqua, procedette, 
innalzando squillante l'inno della vittoria ; ma a un certo 
punto, capì d'aver smarrita la strada, per essersi di- 
menticato di orientarsi colle costellazioni del cielo. E si 
chiese : Chi sono ? e dove vado ? E quando la sua filo- 
sofia e la sua scienza non seppero dargli risposta, se 
felice, egli disse : Continuiamo a godere ; se infelice^ 
pensò : Chi mi obbliga a vivere ? Io m'uccido. 

Studiare il suicidio nella letteratura, sarebbe studiare 
la storia del più alto e terribile problema della vita. Il 
sentimento solo non basta a scioglierlo ; quando s'inco- 
mincia ad affrontarlo colla ragione e a discuterlo, troppa 
facile è smarrirsi, se non ci sorreggono saldi principii 
di fede e di morale. La letteratura del settecento sdruc- 
ciolò poco a poco e cadde a tuffarsi in questo pelago pe- 
riglioso. Prima sorrise e scherzò scettica, o combattè vio- 
lenta, e si adagiò molle e schernitrice sui ruderi del passato 
e sulle piume del piacere ; poi divenne sentimentale e 
pianse ; poi, quando le cadde V occhio sulle tombe, fu 
presa quasi da sgomento, e divenne tetra e delirò. Tra 
il secondo e il terzo di questi momenti, sta la Ahiova 
Eloisa. Li si piange ancora e si sospira e si invoca Dio ; 
Giulia non ha, ancora il coraggio o la viltà di andare 
incontro alla morte, e soltanto l'abbraccia quando il caso 
gliela spinge dinanzi ; ma nella lettera XXI della parte 
III, il problema del suicidio è apertamente affrontato e 
discusso da Saint-Preux. Egli scrive ad Edoardo : « J'ai 



— 309 — 

longtemps médité sur ce grave su jet... Plus j' y réfléchis, 
plus je trouve que la question se reduit à cette propo- 
Bition fondamentale : Chercher son bien et fuir son mal 
«n ce qui n' offense point aùtrui, e' est le droit de la na- 
ture. Quand notre vie est un mal pour nous, et n' est 
un bien pour personne, il est donc permis de s'en dé- 
livrer >. Ed a lungo si sofferma a dimostrare questa 
premessa, adducendo gli esempi di Socrate, Catone e 
Bruto, e confutando Platone e i padri della chiesa: 
scrive insomma un vero trattato intorno al suicidio. Gli 
risponde l'amico con una lettera non meno lunga, nella 
quale confuta gli argomenti di lui. E Saint-Preux, anziché 
uccidersi, si mette in viaggio. Per questa volta ancora 
il senso della vita ha trionfato. Ma altri dimenticherà 
presto la lettera di Edoardo ; e rimarrà P apologia del 
suicidio. La via è aperta. Il suicidio entra cosi nel ro- 
manzo, e, peggio, nella vita. Non in questa, per sola 
influenza di quello — che di certi fatti vasti e gravi non 
si può trovar la ragione nel solo arbitrio di un artista, 
e prima i fatti stessi della vita reale spingono lui per 
quella via — .jMa l'arte può riuscire sempre corruttrice e 
dannosa, quando mostri fatale il vincere delle debolezze 
umane. 

Nella Notte XVI del Joung già trovate una lunga 
disputa tra il Piacere e il Suicidio, che denota come 
anche nell'Inghilterra si cominciasse a sentire la stan- 
chezza e la vanità della vita. Già nel '61, nella serena 
e lieta Venezia, il lieto e sereno abate Chiari, in certi 
dialoghi su / costtmtì del secolo corrente, avvertiva la 
tendenza dei giovani al suicidio. (*) E quando, poco dopo, 
usci il Werther^ che ripeteva le tetre considerazioni di 
Saint-Preux e ne mostrava poste in atto le conseguenze, 
il libercolo adorno di tutte le grazie dell' arte, si diffuse 

(i) a pag. 135-60 dell'edix. di Veneiia, 1773, 



— 310 — 

in tutta l'Europa, e divenne il vangelo di tutti i dolenti, 
di tutti gli scettici annoiati e sfaccendati. E in bella 
coppa si bevve un veleno. I saggi e i prudenti grida- 
rono presto al pericolo. Le polemiche che il romanzo 
suscitò, non si contano. Il nostro Gustavo Grassi, dan- 
done la traduzione, la faceva precedere da considera- 
zioni morali atte a porre in guardia i giovani contro la 
filosofia di Werther. Nel 1790, il Pindemonte neWAha- 
ritte, dichiarava aborrire il libro corruttore del Goethe. <'^ 
Ma, perdurando le condizioni morali e sociali di cui esso 
era stato frutto, perdurarono e si diffusero ancora per 
qualche tempo le traduzioni e le imitazioni. Il suicida 
divenne quasi un eroe. Di tutti gli antichi, Saffo, Catone 
e Bruto toccarono i primi onori. 

Ugo Foscolo crebbe coi sentimenti dell'età sua ; né 
fa meraviglia che il suicidio di uno studente a Padova 
lo abbia, com' egli stesso dichiarò, indotto a meditare 
lungamente sulle ragioni dell'esistenza umana. <*^ A ciò 
indotto anche da speciali eventi che dovettero profon- 
damente colpire l'anima sua già per natura incline alla 
melanconia e alla tetraggine. Furore di patria gli agi- 
tava il petto giovanile. Amava la libertà; e il sangue 
avrebbe dato per essa. Piuttosto la morte volontaria che 
vivere in patria schiava. Nel maggio del '97, a Venezia, 
quasi presentendo Campoformio, nell'Ode ai novelli re^ 
piibhlicani, aveva scritto : 

Questo eh* io serbo in sen sacro pugnale 
lo r alzo, e grido a l'universo intero : 
< Fia del mìo sangue un di tepido e nero, 
Ove allontani le santissim* ale 
Dal patrio cielo Libertà feroce >. 



1 



(i) Gap. XVI, pag. 37. 

(2) y. la lettera del Foscolo al Bartholdy del 29 settembre 1808 (lai 29 dell*^/}is/<7/ari<? 
del Le Monnier). La storia dello stadente Ortis rintracciò e narrò il Media nella Nucma 
Antologia del 1895, P*K« 26-39. 



— 311 — 

Dopo Campoformio, proscritto, perseguitato, va ta- 
pinando la vita, e ferma un po' sua dimora in quella 
Milano che in una lettera alla Fagnani chiamò « città 
da suicidio >, Si aggiungan gli amori che, allorché sono 
molteplici e passionali, sono come tempeste che fan 
torbido il cuore ; si aggiunga la sete insaziata di gloria. 
Oh quanto desiderio di morte è naturale sorgesse e si 
alimentasse in quell'anima irrequieta ! Quante volte nelle 
sue lettere egli invoca la morte ! Suo fratello Giulio 
si uccise. Ugo no, seppe resistere alla tentazione ; ma 
non seppe desistere dal comporre un'opera in cui ver- 
sare tutta la piena del cuore angosciato. Quand'egli pub- 
blicò le Ultime lettere aveva ventiquattro anni ; e se mai 
errò, perdoniamo al giovane che molto amò e molto sof- 
ferse. Nel 1814, più maturo d'anni e di senno, egli stesso 
dichiarò (^) che volentieri avrebbe voluto non avere com- 
posto il romanzo, perchè, all'età in cui lo scrisse, non 
sapeva che < chiunque esorta al suicidio, s'apparecchia 
fino a che vive i rimorsi di aver forse sospinto qualche 
individuo verso il sepolcro », e che e il sentimento della 
vanità delle cose umane giova forse all' età provetta ; 
ma è reo chiunque fa parere inutile e triste la via della 
vita alla gioventù, la quale deve, per decreto della na- 
tura, percorrerla preceduta dalla speranza ». 

Giova del resto riconoscere che il Foscolo non fece 
l'apologia del suicidio. Quantunque in Ortis egli abbia 
ritratto sé stesso, pure trovate nel romanzo una strana 
obiettività. Supponete di non conoscere l'autore, e quasi 
voi avrete l'illusione completa della realtà di quelle let- 
tere. Perciò il romanzo è terribilmente suggestivo. Ma 
le meditazioni fatte dal Foscolo intorno al suicidio, quasi 



(i) Nella Notizia bibliografica cit. 



L. 



— 312 — 

ci sfuggono. Egli ha voluto solo analizzare 1' anima di 
un suicida, indicare le vìe per le quali quasi inconscia- 
mente egli è trascinato verso la morte. Un freddo ra- 
gionamento intorno al suicidio nel romanzo non si trova. 
L'autore più che giustificare il fatto ha voluto spiegarlo. 
Chi si uccide veramente, non ragiona troppo, e non 
può tranquillamente meditare sui trattati dei filosofi. Chi 
«i mette a sofisticare e ad arzigogolare e scrivere lun- 
gamente sui psrchè della vita, denota di essere abba- 
stanza equilibrato e sereno, e invece di bruciarsi le 
cervella, parte, come Saint-Preux, per un viaggio di 
piacere. 

Perciò Werther è meno vero di Ortis. La lunga let- 
tera tranquilla che Werther scrive il 12 agósto, nella quale 
ripete tutti i ragionamenti di Saint-Preux, è psicologi- 
camente poco verisimile ; oltre di che, è un errore ar- 
tistico perchè fa che il lettore, non ancor giunto alla 
metà del romanzo, preveda già la catastrofe. Ortis in- 
vece si rivela in ogni lettera sempre più pessimista e 
sconfortato della vita e nauseato degli uomini ; solo nella 
lettera ch'egli scrive da Ventimiglia, il 19 e 20 febbraio, 
già al colmo della disperazione, e nel « frammento » 
che segue, scritto dopo aver saputo Teresa maritata, 
accenna a propositi di morte, e cerca giustificare tu- 
multuariamente presso l'amico la determinazione ch'egli 
è prossimo a prendere ; ma siamo già alla fine del ro- 
manzo, ed esso precipita subito verso la fine. Prima di 
quelle pagine non ci è dato preveder la catastrofe. Ed 
anche a me pare strano, come già parve al Graf, (^) che 
il De Sanctis pensasse (*) che « al principiar del romanzo 
siamo già al quinto atto, e all'Ortis non resta che d'am- 



(i) Rileggendo /'« Ortis > in Foscolo, Manzoni^ Leopardi, Torino, Loescher, i8< 
pag. 6. 

(2) Xuovi saggi critici, Napoli, 1869, pag. 142-47. 



— 313 — 

mazzarsi *. No, la catastrofe potrebbe ancora succedere 
in modo diverso, anche dopo la lettera da Ventimiglia. 

Ortis è più tetro e più esaltato di Werther. Questi 
è un tipo un po' più razionale, quegli è più sentimen- 
tale, emotivo, — l'uno tedesco; l'altro italiano — . Ortis 
sente e lotta di più ; Werther ragiona di più, fin troppo ; 
somiglia un po' troppo a' suoi genitori, a. Giulia ed al 
suo amante, le lettere dei quali, l'Alfieri diceva dì leg- 
gere quando più era avido di romanzi e innamorato, 
per raffreddarsi il cuore, perchè gli pareva che quei 
personaggi volessero per forza sentire più di quello che 
naturalmente sentivano. 

La disperazione di Werther è causata da un unico 
fatto che non può giustificare razionalmente la sua paz- 
zia : perchè alla fine si tratta di un amore infelice 
verso una donna ch'egli non può sposare, ma dalla quale 
sa pure di essere amato e stimato ; la sua disperazione 
è causata, più che altro, da non so quale strana esal- 
tazione, da una visione e interpretazione pazza delle 
cose esteriori, da un' autosuggestione. La disperazione 
di Ortis è almeno un po' più giustificata; deriva non 
soltanto da amore infelice, ma anche dal dolore di 
saper la patria schiava e tradita, ('> da durezze di esilio, 
da avversità di fortuna, e da una concezione pessi- 
mista di tutta la vita, che a poco a poco il giovane 
si viene formando, traverso una serie di casi e di 
vicende tra cui si trova e si dibatte. Egli non parte- 
cipa solo dell' anima di Saffo, ma anche di quella di 
Bruto. Ricordate i molti accenni alla patria, caldi di 
accenti nobilissimi; ricordate la stupenda lettera del 
15 febbraio dove è descritto 1' esule. Quelli sono ge- 



(i) In verità non comprendo quanto pare al Prof. G. Mazzoni che « questo raddop- 
piamento della causa del suicidio non giovi all'efficacia estetica del racconto >, anzi lo 
Tenda meno logico, v. UottocentOf Vallardi, 1901, pag. 129. 



— 314 - 

miti veraci ! Conosco un romanzetto che usci a Mi- 
lano nel 1803, intitolato Teodoro^ ossia la forza dell'amor 
patrio, ('^ Non so se l'autore, prima di scriverlo, abbia 
conosciuto l' Ortis ; ma esso narra la storia di un giovine 
veneziano che si avvelenò a Venezia il 20 maggio del 



1^ 


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^^^■Éi^MMi». 







Teodoro, ossia la forza dell'amor patrio, Milano, Pi rotta, 1803. 



1798, non soffrendogli T animo di sor vivere nella patria 
tradita. Forse la storia di questo giovine è vera ; e, 
comunque, chi sappia dalle cronache e dagli scritti del 
tempo, lo sconforto in cui il Trattato di Campoformia 



(i) Milano, Pirotta, 1803, di pag. 84, con rame. Altra ediz. Venezia, Molinari, 1813^ 
con rame. 



- 315 — 

gettò i veneziani, crederà possibile il fatto. Ortis è di 
quegli infelici. Sentendo i lamenti del suo povero e 
grande cuore, proviamo per lui un senso d'infinita pietà. 
Poi ricordate gli episodi numerosi del romanzo e i per- 
sonaggi che vi passano fugacemente dinanzi: Lauretta, 
la moglie del Patrizio M., la vecchia inebetita, l'inna- 
morata di Olivo, personaggi che tutti, coi loro difetti o 
colle loro sventure contribuiscono a rattristare sempre 
più Ortis e a fargli fuggire gli uomini ; ricordate infine, 
il sentimento della natura vivissimo in lui, che si tramuta 
spesso in quel vago sentimento dell'infinito per cui 
l'uomo sente maggiormente la sua piccolezza e la vanità 
della sua vita, e troverete lo studio psicologico essere 
stato compiuto con perizia non comune, e il Foscolo 
aver raggiunto l'intento : mostrare cioè per quale esal- 
tazione e traviamento di pensierjo possa un uomo giun- 
gere al suicidio. Più che giustificarlo ai nostri occhi e 
approvarlo, egli tenta darcene la spiegazione psicolo- 
gica. Non ce la dà tutta intera ; e si comprende : 
non poteva darla lui, come non può darla nessuno ; 
perchè il suicida è un individuo patologico ; e noi pos- 
siamo seguire i suoi ragionamenti fino a un certo punto, 
fino a quando, cioè, la sua mente conserva ancora un 
barlume di ragione ; potremo studiare i fatti esteriori 
che hanno informata in quel dato modo la sua anima, 
potremo risalire alle cause dì ereditarietà, potremo rin- 
tracciare i primi moventi che inducono il disgraziato a 
quel passo fatale ; ma di mano in mano eh' egli a quel 
passo si accosta e la sua mente si offusca, a poco a 
poco gli elementi dello studio psicologico ci sfuggono, 
perchè la mente sua non pensa più come la nostra, non 
può pensare più come la nostra, e ci riesce difficile e 
impossibile seguire e indovinare il suo pensiero in quelle 
tenebre. Perciò, con molto accorgimento il Foscolo — 



I 

l 



— 316 — 

assai prima di quanto il Goethe nel Werther non faccia 
— non ancora giunto alla metà del romanzo, interrompe 
la serie regolare delle lettere di Jacopo, e le intramezza a 
frammenti trovati poi tra le sue carte, ed alla narrazione 
di Lorenzo ; perchè 4^ quel momento la esaltazione co- 
mincia, e si fanno sempre più rade le ore di relativa 
tranquillità, nelle quali Jacopo può scrivere con ragio- 
nevolezza all'amico. E in quelle lettere e in quei fram- 
menti si trovano pagine di un delirante. 

Una sola nota mi pare sia stata falsamente o almeno 
troppo a lungo e persistentemente toccata dal Foscolo : 
l'affetto di Jacopo per sua madre. Jacopo sente profon- 
damente gli affetti domestici ; ramingo, perseguitato, 
solo, infelice, egli pensa sempre alla sua casa lontana, 
alla vecchietta santa ch'egli ha lasciato laggiù. Da prin- 
cipio pare che questo sentimento valga a tenerlo in vita. 
« Ah » scrive la sera del 20 luglio da Ferrara, « s'io 
non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia 
morte costerebbe amarissime lagrime I » Poi, nella lettera 
del 4 dicembre, scrivendo da Milano, dopo il colloquio 
avuto col Parini, ricorda ancora all'amico la madre < af- 
fettuosa e benefica » ch'egli non vuole far piangere ; 
poi, sempre, nelle lettere successive, mostra di pensare a 
lei, la manda a salutare, a consolare ; ha frasi tenere e 
dolci per quella donna « che con Tanimo suo delicato 
e co' soavi suoi modi, fa cortese e amoroso tutto quello 
che vive in lei »; si cruccia al pensiero del dispendio 
che le procura, mostra insomma di adorarla, di vene- 
rarla. Ci parrebbe che questo tenero figlio, per amore 
di quella poveretta, debba alla fine desistere dal com- 
piere la suprema follia. Ha l'uomo un'armonia, una unità 
psicologica e morale per cui non è ammissibile discor- 
danza e assoluto contrasto tra sentimenti e sentimenti, 
tra sentimento ed azione. Se si ama la madre come Ja- 



1 



J 



— 317 — 

copo l'ama, si soffre anche una lunga vita di martirio, 
per chi ci ha dato la vita. E invece no, a Jacopo non 
si attenua mai questo sentimento nobilissimo verso la 
madre ; e pure egli si prepara al suicidio ; ha il freddo 
coraggio anzi di recarsi a saluta,ria«e di ricevere impas- 
sibile la sua benedizione. Ecco un errore psicologico del 
romanzo. Werther non ha madre. Quelle delicatezze di 
sentimento che Ortis mostra a parole non rispondono 
agli atti ch'ei compie. Sopra il suo scrittoio, quando egli 
è morto, si trova un foglietto di carta, nel quale sono 
scritte le parole: e mia cara madre >, le ultime parole 
ch'egli scrisse. Leggendole, ci corre alla mente l'imagine 
di quella vecchietta che è scesa faticando le scale .ad 
accompagnare il figlio che partiva, e che, benedettolo, 
si è sofferniata a lungo sulla porta < sperando ch'ei 
tornasse a risalutarla »; e ci sembra che un fulmine 
cada su lei e pieghi il povero capo venerando. Allora 
chiudiamo il libro, e Jacopo ci fa ribrezzo. 

E risaputo che in Ortis il Foscolo volle ritrarre sé 
stesso ; e per molti anni si compiacque assumere egli 
stesso quel nome. « E il libro del mio cuore > scriveva 
il Cesarotti. (') É noto pure che in molte lettere egli ac- 
cenna a desiderio di morte, ed a proponimenti d' ucci- 
dersi. Si dice che gli amici ne lo schernissero. Io lo 
credo sincero. E quando ricordo V amore sconfinato 
ch'egli serbò sempre per la madre, e i sacrifizi non lievi 
ch'egli seppe compiere per sorreggerne la vecchiaia do- 
lorosa, e i rimorsi che spesso gli rosero l' anima nel 
dubbio d'averla fatta in qualche modo soffrire, maggior- 
mente sento d'ammirare quel suo cuore indomito e ge- 
neroso che in mezzo alle sventure molteplici della patria 
e della vita, seppe vincere quell'istinto maligno di morte 



(t) Lettera del X2 settembre 1802. v. Lettere inedite di U. F. nirab, Cesarotti.., 
Padova, 1872, p. 16. 



L 



— 318 — 

ch'egli sentiva serpeggiare neiranima per forza dell'am- 
biente morale e sociale in cui visse, per forza della sua 
educazione e forse anche per tendenza ereditata col 
sangue, e seppe trionfare di se per l'arte e per chi gli 
aveva dato la vita : 

« Che sa pur sorge di morir consiglio, 
A mia fiera ragion chiudon le porte, 
Furor di gloria e carità dì figlio. » (') 

Perchè egli non si ritrasse nell'0r//5 per intero ? 

Ma pur con questo difetto, il romanzo è terribil- 
mente suggestivo. Il Cesarotti, leggendolo, sentiva il 
bisogno di soffermarsi di quando in quando, « per re- 
spirare, e per non restare oppresso dal cumulo d'idee, 
di fantasmi, d'affetti, coi quali esso pone assedio al cuore 
e allo spirito >. (') E tale effetto esso produce ancora a 
noi. C'è in quel libro, diremo ancora col Cesarotti, « del 
Genio in eccesso di febbre maligna, d'una sublimità mi- 
cidiale, d'una eccellenza venefica a ; (3) ma c'è del Genio. 

Quella prosa ha vivezza e robustezza rude talvolta, 
ma potente. Non è ancora la prosa semplice, limpida 
come quella di cui il Foscolo ci diede poi saggi, è una 
prosa poetica, ma efficacissima. Quella della Saffo e 
delle Notti romane rhente de\V3,rtìRcìo e della maniera; 
questa deWOrtis è sincera, è il linguaggio di un cuore 
ardente e innamorato. Le lettere del 14 e del 15 maggio 
— le lettere del bacio — sono inni alati e fulgide can- 
zoni d'amore. Poi, altrove, quando parla di Lauretta, 
della Madre, del Parìni, di Michele, il Foscolo ci parla 

(1) Dal sonetto Xon son e Ai fui, 

(2) Lettera dell'ii dicarabre 1802. v. Epistolario di U. F., 111,363. 

(3) Lettera del 7 maggio 1803. v. U. F. Epistolario, III, 359. Sui (riudizi dati dal 
Cesarotti intorno all'^r/n, che divennero via via sempre più aspri, v. A. Micheli, J//^ 
lature foscoliane in Rassegna bibliog. della leit. italiana. Vili, 249-51. 



— 319 — 

dolce e carezzevole ; e altrove par che singhiozzi ; e 
trema quel suo periodo interrotto e grave, quando ci 
parla di patria e di morte. Chi e quanti, per tutto il 
settecento, in Italia, scrissero una prosa cosi viva e ma- 
schia come questa ? 

Il nostro romanzo acquista col: Foscolo vera e propria 
dignità d'arte. D'ora in poi gli ingegni più eletti non 
disdegneranno di coltivare quel genere di componimento. 

Per lui si fa nel nostro romanzo più profonda l'os- 
servazione psicologica. 

Per lui penetra nella no3tra prosa il sentimento 
della natura. (^> 

Egli derivò da inglesi, da francesi e da tedeschi ; 
ma colla potenza di genio italiano, seppe assimilare e 
armonicamente fondere elementi artistici appresi da altri. 
E più composto del Richardson, è meno filosofo del 
Rousseau, è più profondo del Goethe. (*> Ciò perchè 
VOrtis (anche se fu imitazione) è opera sincera, specchio 
dell'anima dell'autore. Per conoscere il Foscolo, non si 
può far a meno di leggere VOrtis. 

A giudicare il romanzo con equità, bisogna tener 
calcolo del momento storico in cui venne alla luce. Esso 
è quasi un grido di dolore, in quell'ora funesta in cui 
furono improvvisamente troncate e calpeste le più vive 
speranze e le più balde illusioni della patria. Bisognava 
prepararsi a lottare e a morir degnamente ; e il Foscolo, 
com'ei dichiarò, volle colle sue pagine insegnare ai gio- 
vani a dispregiare la morte, come aveva fatto Catone. 
Werther si uccide con una pistola ; Ortis, più coraggioso, 
con un pugnale. Agi* italiani, pur ora sorgenti da lungo 
torpore, volle gettare pagine calde come fuoco e tetre 
come notte procellosa, per scuocerli maggiormente e 



(i) G. Mblodia, // Foscolo e la natura, Palermo, Reber, 1^99. 
(2) S'intende sempre solo rispetto ai romanzi dell'uno e dell'altro. 



— 320 — 

spronarli. Offrendo loro lo spettacolo del suicidio vano 
pensò forse di eccitarli, per forza di reazione, alla vita 
operosa. Anche il Guerrazzi, che col Foscolo ha parecchi 
punti di contatto, in altri tempi pure alla patria funesti, 
si doveva servire, ne' suoi romanzi, delle stesse tinte 
fosche e sanguigne, colla stessa intenzione. L' elemento 
patriottico, civile, filosofico è nel romanzo una parte ri- 
levantissima. Vi sono non poche lettere intere nelle 
quali a Teresa non si accenna punto. 

Se VOrtls fosse stato solo una copia del Werther^ 
non avrebbe goduto la fama e avuto l'importanza che 
ebbe ed ha nella nostra letteratura. Esso, è vero, ri- 
spetto al suo valore assoluto nella storia, non può essere 
posto accanto alla Clarissa, alla Nuova Eloisa e al 
Werther che esercitarono un'efficacia molteplice e uni- 
versale su tutto il pensiero della moderna Europa ; <^^ 
ma nella storia del romanzo italiano, ha certo impor- 
tanza capitale. Si consideri che cosa era il nostro ro- 
manzo, prima della sua apparizione. 

Pur restando immortale come opera d'arte, V Ortis non 
ebbe in Italia, ch'io sappia, molte imitazioni ; forse perchè 
opera troppo personale. D'altra parte noi leggevamo da cin- 
quant'anni V Eloisa e il Werther e tutte le loro imitazioni; 
e VOrtis parve chiudere e suggellare un periodo della 
storia del romanzo, parve finire un genere di romanzo, 
il genere passionale. Poi vennero presto i romanzi del 
Walter Scott, e il gusto si mutò, e si volse al romanzo 
storico. 

Ma VOrtis fu letto ancora e cercato molti anni ; fu 
amato durante il periodo del nostro romanticismo, a ca- 
gione di tutto quel romanticismo che a larga mano già 
in esso trovasi diffuso ; <^) fu amato durante il periodo 

(i) V. ZuMBiNi, Di alcune relazioni del Foscolo colla letteratura tedesca in Nuova 
Antologia, Settembre 1890. 
(2) V. Graf, op, cit. 



1 



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— 321 - 

del nostro risorgimento, pel caldo sentimento di patria 
del quale il Foscolo seppe animarlo. 

Ed anche oggi si legge, perchè è opera d'arte ec- 
cellente e perchè può toccare ancora e commuovere il 
cuore. Non è, né può, né deve essere il romanzo dei 
giovinetti, né dei contenti ; ma, come tutta la letteratura 
del pessimismo e del dolore, è ancora un libro che leg- 
giamo e ci fa pensare in certe ore melanconiche e tristi 
della vita. Ritroviamo in alcune di quelle lettere il nostro 
stesso dolore, il nostro sconforto, come nelle poesie del 
Leopardi. 

Il Leopardi continuò infatti il pensiero del Foscolo. 
Anch'egli si appassionò alla lettura del Werther ; ^') co- 
nobbe, ammirò, imitò Le ultime lettere^ ne trasse concetti 
e ispirazioni: (•) in Bruto, in Consalvo, in Porfirio ripro- 
dusse Ortis. Anch'egli aveva in animo di scrivere un 
ronanzo, La storia di un'anima^ dove avrebbe raccon- 
tato « le vicende di un animo nato nobile e tenero, dal 
tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte >. (^> 
E dubito sarebbe stata la storia di un altro suicida. 

Se cosi voleva, meglio è non Tabbia composta. Il 
dolore è cosa umana ed eterna, per ciò sacra ; umana 
anche è la letteratura del dolore. Ma quella poi della 
disperazione, meglio sarebbe non fosse mai sorta. (*) 



(i) V. Pensieri, Voi. I, pag. 177 e 351. — v. G. Maspillero, Werther, OrfU e il 
Leopardi in Giornale storico della Letteratura italiana, XXVI, 350-378. 

12) V. Filippo Seslbr, Raffronti leopardiani : Foscolo e Leopardi in // Saggiatore, 
Pisa, iQor, I, 141-152. 

(3) Lettera al Colletta, del marzo 1829. 

(4) 11 Foscolo ebbe in animo di scrìvere un altro romanzo autobiografico e satirico, e 
forse più d'uno. Vi accenna in parecchie sue lettere fin dal 1808 ; e tra le sue carte, 
din ■ " .... . __ _ _ 



«1 U. F. curate dal Chiarini, Firenze, 1890, pag. 47-65. 



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VII. 



LE POLEMICHE INTORNO AL ROMANZO, IN FRANCIA 
E IN ITALIA; CHE HANNO DETTO DEL NOSTRO RO- 
MANZO DEL SECOLO XVII, GL[ STORICI DELLA LET- 
TERATURA — II : CONSIDERAZIONI GENERALI; DIF- 
FUSIONE DEI ROMANZI IN ITALIA ; LORO DIVERSI E 
SUCCESSIVI CARATTERI NELLA FORMA E NELLA SO- 
STANZA ; L'AMBIENTE CORROTTO CH'ESSI RIFLET- 
TONO ; DAL CHIARI AL MANZONI. 



L 



1 



ìf^^f^^^^f^^f^^f^f^f^^^^f^^^ 



Da quando 1' Huet pubblicò il suo famosissimo 
Traité de V origine des Romans^ cioè dal 1678, ^"^ le 
discussioni e le polemiche intorno al romanzo sorsero 
rumorose, e continuarono ad agitarsi, quasi per tutto il 
settecento, in Francia e in Italia, Fu quel secolo vera- 
mente un grande periodo di lotta — mi si passi l'im- 
magine — sostenuta da quel compimento, onde affer- 
mare la sua esistenza, quasi direi, la sua personalità 
giuridica nella letteratura. Anche il poema e la tragedia 
furono oggetto di lunghe polemiche in Italia; ma esse 
riguardarono sempre la forma di quei componimenti 
e le leggi che ne dovevano regolare la composizione; 
del romanzo, invece, si mise in dubbio il suo stesso 
diritto di esistenza, si discusse sulla sua utilità. La 
giovanile baldanza con la quale esso aveva proce- 
duto nel suo cammino per tutto il seicento; Paver esso 
per cultori uomini sovente illetterati e spregiudicati ; il 
suo diffondersi meraviglioso in mezzo a tutte le classi 
di persone, la popolarità eh' esso andava sempre più 

(i) Paris (Amsterdam). 



— 326 — 



A 



acquistando, la novità scapigliata delle sue varie forme 
che non trovavan riscontro nelle opere de' classici, e 
infine la contenenza sua il più delle volte offensiva alla 
religione o alli morale o agli ordinamenti costituiti; 
tutto ciò dovette essere causa per la quale le parrucche 
e i parrucconi de' retori e de' grammatici dovessero 
muover guerra al ragazzaccio rivoluzionario, e resistere 
a oltranza prima di lasciarlo vivere in pace nella cosi 
detta repubblica letteraria. 

In Italia, prima del Verri e del Foscolo, il romanzo 
fu negletto e reietto e considerato in generale come 
una forma di letteratura popolare indegna d'essere trat- 
tata da persone colte e sagge, e d'essere elevata a di- 
gnità letteraria. 

Monsieur le C. Gordon de Percel (Lenglos Du- 
fresnoy) parve nel 1734 definire e sciogliere la que- 
stione con que' suoi due volumi De Vnsage des romans,^^^ 
che non godettero minor fama dell'opera dell' Huet. In 
molti ed eruditi capitoli egli tentò infatti dimostrare 
come a torto si giudicasse aspramente il romanzo, svelò 
le ragioni della lotta spietata contro di esso accesa 
specialmente per opera de' Giansenisti e de' Gesuiti, 
mostrò essere stati scritti anche molti romanzi morali^ 
ed educativi, come quelli del Villier, del Camus, del 
Fénelon; dichiarò utile quel componimento come sussidio 
alla storia la quale trascura troppo, nella spiegazione 
dei fatti, l'efficacia della donna ; utile anche a < former 
l'esprit ». Infine dettò le norme che gli autori avreb- 
bero dovuto seguire: non eliminare dal romanzo l'ele- 
mento erotico, che senza P amore il romanzo diventa 
storia, e l'amore è « le caractère essentiel d'un Ro- 
man », ma narrare amori nobili, elevati e puri, ("> e poi 

(i) Amsterdam, chez la Veuve de Poibras. 

(3) Notevole assai questo capitolo, il IV del I voi., dove è ampiamente trattata quf t 
questione che poi il Manzoni toccò e che, a' nostri giorni, risuscitarono il Fogazzar< » 
il Tolstoi. 



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— 327 



non toccare la religione, il re, le persone altolocate, e 
il buon costume. 

In Francia, dopo quest' opera del Percel e altre 
del La Neuville <») e del Jaquin, (*) si riusci presto a 
mettersi d'accordo; anche perchè assai presto apparvero 
capolavori che s'imposero all'ammirazione di tutti; e a 
porre argine alle irrompenti fiumane del Prévost e del 
Marivaux, per nulla potevan giovare fragili dighe di 
trattatisti e di predicatori. Ma presso di noi, molto più 
a lungo durò la lotta, in ispecial modo fomentata dalla 
volgare e audace opera del Chiari. 

11 discorso dell' Huet fu presto diffuso; apparve 
tradotto nel 1740 a Venezia, ^3) fu di nuovo tradotto nel 
'59 da Gasparo Patriarchi, il quale pure scrisse una Let- 
tera intorno all'origine dei romanzi. <4) La strana e vana 
discussione, se fosse più utile il romanzo o la storia, si agitò 
e trascinò lungo tempo, (s) Giuseppe Antonio Costantini 
in una delle sue Lettere critiche ^^"^ (1748) difese il ro- 
manzo; e il Chiari, l'anno dopo, non per convinzione 
sincera ma per ripicco contro il Costantini che gli era 
nemico, stampò in una di altre sue Lettere critiche quella 
tal sfuriata contro il romjfnzo che altrove, parlando di 
lui, ho ricordata. (?) Un tal Gianfrancesco Belletti, eru- 
dito di Lugo, dettò un discorso: Se da' Romanzi si 
possa conseguire quella utilità che non si ottiene dalla 
storia. ^^) — I quali scritti servono anche a denotare come 
della storia si avesse in generale un concetto strano o 

(i) Lettres amusanies et critigues suf las romani en general... par De La Neuville 
de Montador, Paris, Gìffey, 1743. 

(2) Entretiens sur les ^'omans — ourrage morale et critique dans leqael on traite 
de l'origine des romans et de lears différeates espèces, taat par rapport à l'esprit qae 
par rapport aa coeur, par l'abbé J. [Jaquin], Paris, Duchesne, i755* 

(3) iasieme colla Zaida^ romanzo di Renato Sagrais, v. Bibliografia. 

(4) Può leggersi nel T. XIV delle Opere dell'Agarotti, Venezia, 1798. 

(5) V. E. ^RTAMA, Pro e contro i romanzi nel leitecento^ in Gìor, slor, della leti, 
italiana, XXXVII, 3^9-352. 

(6) Lettere critiche, giocose , morali ^ scientifiche ed erudite. Voi. IV, lettera sui 
Pregiudizi della Poesia. 

(7) ▼. Cap. n, op. cit. 

(8) cfr. TiPAUDO, Biografie, III, 165. 



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- 328 - 

una stima assai meschina, se ritenevasi a priori ch'essa 
non fosse veritiera e potesse dai romanzi, che neppure 
allora chiamavansi storici^ essere sussidiata e corretta ! — 
Gasparo Gozzi nel Mondo morale <*> ragionò in propo- 
sito, più saggiamente di ogni altro, osservando i romanzi 
essere utili, non perchè possano sostituire la storia, ma 
perchè, ritraendo sempre i costumi del popolo e dell'età 
in cui sorgono, possono indirettamente offrire documenti 
intorno alle condizioni di civiltà trascorse e straniere. 

Ma l'accusa più forte colla quale si cercò di uc- 
cidere il romanzo, fu quella d'immoralità: accusa al- 
quanto esagerata, se si considera in generale la nostra 
produzione romanzesca del settecento ; ma vera rispetto 
ad alcuni autori e alcuni romanzi. 

Dalla galanteria, troppo facile era scendere nella 
scurrilità; e chi voleva scrivere solo per dilettare, si 
comprende come, a lusingare i lettori, potesse compia- 
cersi di condurli per terreno lubrico e grasso. Molto 
più immorali del resto i nostri novellieri che i roman- 
zieri. Ad ogni modo questi, col loro scetticismo mordace 
e colle loro scollacciate storie d'amore, davano buon 
giuoco a chi moveva guerra a*i romanzi, o sinceramente 
ergendosi a difensore della morale minacciata, o mirando, 
— pretesto e vessillo la morale — a conservare politica 
e religione. Già nei precedenti capitoli mi si offri l'occa- 
sione di ricordare invettive di moralisti contro questo 
o quel romanziere; qui solo aggiungo un trattato che 
apparve a Milano intorno al 1770: Del leggere libri di 
metafisica e di divertimento^ (^) che contiene <3) tutta una 
terribile requisitoria contro i romanzi : « Ripurgate, o 
giovani, » gridava l'autore, « ripurgate le vostre biblio- 
teche di tali abominazioni ; e voi, adulti e padroni, non 

(i) opere, 1829, X, 95. 

(2) La edizione che conosco del 1770 è detta seconda edizione. 

(3) Pag. 211-285. 



— 329 — 

lasciate alle vostre famiglie cosi funesta eredità ». E 
proclamava essere oramai venuto il momento di rinno- 
vare l'esempio de' cittadini di Efeso che recarono a 
S. Paolo i libri pagani e li arsero sulle piazze. 

Ma la produzione dei romanzi andò via via aumen- 
tando e il pubblico si appassionò sempre più alla lettura 




Celianna (trad. dal francese), Venezia, Zorzi, 1771. 



di essi ; il romanzo insomma fini trionfando coll'essere 
riconosciuto figlio legittimo dell'arte, la quale assume, 
nella evoluzione dei secoli, forme diverse, e variamente 
si manifesta. Oggi, in tanto fiorire di romanzi, su certi 
pergami, romanzo è ancora sinonimo di libro immorale. 
Ma Taccusa sommaria ci pare ancora l' eco lontana di 
quelle voci che nel settecento gridarono contro il giovine 



— 330 — 

componimento scapigliato; ed è ingiusta; e profferirla 
dopo il Manzoni è inscipienza. Oggi il romanzo fiorisce 
come tanti altri componimenti, ora buono ed ora cat- 
tivo, ora educatore ed ora corruttore, a seconda della 
coscienza artistica che lo crea. E che sì sia per un 
secolo intero discusso sulla sua utilità, ci fa sorridere 
e ci pare strano. 

Oramai quei rozzi libri del settecento sono tutti di- 
spersi. Il grande incendio distruttore che il trattatista 
milanese nel 1770 invocava, non tardò molto a scoppiare; 
e fu la reazione del '15. Quei libri inchiudevano troppi 
germi di male, troppe massime di libertà e principi ri- 
voluzionari, per poter essere comportati nelle case e 
nelle biblioteche. E a poco a poco furono dati alle 
fiamme. E ben raro e difficile ritrovarne ancora oggi 
qualcuno, rivedere ancora quei rami de' quali essi an- 
davano adorni. 

Alcuni belli e finamente incisi: ampie vedute di 
mari burrascosi con navi sbattute dai venti; palazzi in- 
cendiati ; giardini con viali, aiuole, fontane simmetrica- 
mente disposte ; sale adorne di specchi, prigioni tetre, 
covi di malandrini, tombe circondate di salici e di ci- 
pressi; donne che fuggono travestite in groppa a cavalli, 
giovani che si battono colla spada e colla pistola, 
persone che muoiono, amanti che si baciano, cani e 
gatti che si azzuffano, figure di spettri e di scheletri ; 
scene allegoriche rappresentanti la vita umana, la fortuna^ 
la gloria, l' amore ; carte topografiche di terre imma- 
ginarie e strane; e sotto ciascuna immagine due imman- 
.cabili versi che ne spiegano il soggetto. 

Quei libri dai titoli ora pomposi, ora dolci, ora 
arguti, coperti da ruvido cartone bianco o da carte fio- 
rate o marmorate, di formato talvolta elegante, oblunghi 



- 331 — 

o quadrati o piccini piccini, oramai sono diventati rarità 
preziose dei bibliofili. 

Per il loro carattere popolare e per la poca o nes- 
suna importanza che letterariamente godettero, pochis- 
sime notizie di essi trovansi anche nei giornali del tempo. 
Gli storici poi li dimenticarono quasi completamente. 

Nel volume del novembre 1778 della Bibliothèque 
des Romans^ che pubblicavasi a Parigi, e nella quale 
erano riassunti i principali romanzi d' Europa, può leg- 
gersi una pagina <^^ che dà un' idea del come era giu- 
dicata in quell'anno la nostra produzione romanzesca : 
« Nous nous croyons obligés » dicono gli editori, « ....de 
faire connoìtre à présent les Romans modernes écrits en 
cette langue [in italiano], quoiqu' il y en ait bien peu 
qui méritent l'attention des Francois et Anglois, qui ont 
pris, de nos jours, (en fait de Romans) un voi si su- 
périeur, que dans les autres pays Poh est presque réduit 
à ne plus faire que des traductions, ou du moins des 
imitations, souvent imparfaites, des Romans de ces deux 
nations. Il y avoit cependant, il y a quelques années, 
a Venise deux auteurs [e qui ognun vede che si accenna 
al Chiari ed al Piazza] féconds de Romans italiens; ils 
en produisoient chaque carnaval et chaque été dans le 
temps de la foire de l'Ascension, au moins chacun un ; 
quelques-uns avoient de petits succès, les autres étoient 
jugés avec rigueur, mais tous indemnisoient le Libraire 
des frais d'impression et de la modique rétribution qu' il 
donnoit aux Auteurs. Ces productions vraiment éphè- 
mères, passoient dans les villes de Province de V Etat 
Venitien, à Parme, à Mantove, à Milan, à Florence et 
quelquefois à Turin. Quelqu' un qui a séjourné pendant 
quelque temps en Italie, a apporté en France des paquets 

(i) pag. 156. 



— 332 — 

de ces brochures assez gros, pour que nous en ayons 
dans ce moment-ci beaucoup sous les yeux >. E gli e- 
ditori danno poi il riassunto di qualche opera del Chiari. 

I nostri romanzi adunque in Francia pare fossero poco 
stimati; ma non del tutto ignoti. 

Quasi del tutto ignoti invece agli storici nostri. 

Il Conte Gian Francesco Napione sembra li facesse 
oggetto di qualche studio, se fu autore di un Discorso 
sopra i romanzi italiani^ che il suo biografo Lorenzo 
Martini 0) asserisce composto nel 1810. Ma per quanjo 
ne abbia fatto ricerche, non mi fu possibile ritrovarne 
il manoscritto. « Si diceva per molti italiani e stra- 
nieri >, scrive il Martini, e che la nostra letteratura 
aveva una lacuna da riempire: che mancava di romanzi. 

II nostro conte era avverso ai romanzi ; e in un Di- 
scorso volle provare che questo vuoto onora l'Italia, 
essendo, com'egli dice, vero pregio e lode singolarissima 
l'esser privi di tutto ciò che in qualunque modo può 
offendere la bellezza e deturparla. La quale sentenza 
del Napione >, lo stesso Martini è costretto a soggiun- 
gere, < è per avventura troppo severa, od almanco 
troppo generale ». (») 

Toccò dei romanzi del settecento Paride Zajotti in 
quel suo Discorso del romanzo in generale, e in partico- 
lare de' « Promessi sposi > ; ^3) ma anch'egli li condannò I 
con sentenza sommaria, inveendo contro il Chiari che 
era ormai 1' unico autore di cui si conservasse qualche | 
memoria e nel quale tutta si credeva assommarsi la 
produzione romanzesca di mezzo secolo, e La vergo- | 
gnosa celebrità dell'abate Chiari impedì il risorgimento 
d'ogni onorato romanzo. S' ei fosse stato accolto col do- 
vuto disprezzo, il suo esempio rimaneva innocente, ed 

<i) l^tìa del C. G. F, Napione, Torino, Bona, 1836. 

(a) pag. 39-40. 

(3) Milano, Fontana, z8a6. 



- 333 - 

il nome di lui ripetuto per l'ultima volta nel giorno de' 
suoi funerali non avrebbe ne incoraggiato né spaventato 
nessuno. Invece un vulgo numerosissimo e non del tutto 
plebeo fece plauso a quei miserabili imbratti, e per ogni 
luogo se ne replicarono con pubblica ignominia le stampe. 
I mediocri ne presero animo ; ma chi poteva far meglio 
sdegnossi e negò venire alla prova. Egli è vero che il 
prestigio durò pochissimo, e quelle carte da tanto favore 
scaddero rapidamente a divenir mantello di droghe ; 
ma la sinistra impressione era già fatta e l'infamia del 
romanziere renduta comune ai romanzi. Chi doveva 
porsi ad un cimento nel quale un Chiarì era stato ap- 
plaudito? Chi combattere per una corona che era stata 
in quel modo insozzata?... >. Chiari e Chiari insomma; 
tutto si riduceva a quel povero abominato. 

Ma dopo i documenti che siamo venuti raccogliendo 
sin qui, un giudizio più equo si potrà forse dare intorno 
al nostro romanzo del secolo XVIII, o almeno credo 
che, per chi voglia studiare, e seguire la evoluzione di 
quel componimento in tutta la nostra letteratura, esso 
potrà storicamente essere tenuto in maggiore conside- 
razione. Gli studi dei quali è composto il presente vo- 
lume, non presumono costituire una storia del nostro 
romanzo del settecento. Ma da essi potrannosi facil- 
mente dedurre le linee fondamentali di una storia futura. 



II. 



Scarsi furono i romanzi in Italia nel primo cinquan- 
tennio del secolo XVIII. Essi venner di moda, solo 
quando cominciarono a diffondersi gì' inglesi e i fran- 
cesi; ma dopo il '60, l'amore al romanzo divenne pas- 



— 334 - 

sione. A Venezia le dame portavano i cappelli « alla 
Pamela e alla Clarissa >. Le eroine de' romanzi tenute 
a modello nella vita. Romanzi trascritti a mano da fa- 
natiche lettrici. ('^ Romanzi « sulla tavoletta polverosa 
tra le cuffie e i nei ». ^'^ < Romanzi e poi romanzi >, 
scriveva il Goldoni delle commedie del Chiari, quasi 
riprovandone la derivazione ; (3) e poi egli stesso moltis- 
sime commedie da romanzi traeva. ^^^ Volete un ritratto 
della Leggitrice di romanzi} Ve lo dà un tal Giuseppe 
Manzoni, in un suo libretto di Ritratti critici <** che usci 
nel 1780: « Metilde immagina gli eroi come possono 
essere, non come sono. Vorrebbe che i successi mon- 
dani fossero, le persone che vivono pensassero, operas- 
sero, giusta la sua fantasia.... Niente cura; tutto di- 
sprezza E cascante di vezzi. Pensa e parla diversa- 
mente dagli altri. I suoi pensieri sono alti, le sue parole 
ricercate e contengono sentenze agli oracoli non dissi- 
mili.... Io la consiglierei ad abbruciare.... i romanzi >. 

I romanzi italiani per vero non molti, e in generale 
imitazione di francesi, e poco stimati da noi stessi un 
po' per gusto e un po' per vezzo lodatori entusiasti di 
quanto solo veniva da Parigi e da Londra. Intorno al 
'60, Giacomo Casanova, volendo far acquisto, a Lodi, 
di molti libri da donare ad un'amante, comperò, egli 
stesso narra, ^^^ e plus de cent volumes, poètes, historiens, 

géographes, physiciens, philosophes , quelques bons 

romans traduits de l'espagnol, de l'anglais, et surtout du 



(i) Il Casanova leggeva il Filoiojo militare ^ trascritto di sulla stampa da una sua 
amante (v. Mèmoires^ III, 190). . 

(a) Piazza, L'omicida irreprensibile y Venezia, 1762, I, 81. 

(3) In una lettera al C. G. A. Arconati Visconti, citata dal Masi in Le fiabe di 
C. Gozzi, pag. XXXVIII. 

(4) Ricordo, oltre la Pamela, la Dalmaiina tratta dalle Amazzoni di Mad. De Bo- 



(5) Riiraiti critici, ovvero brevi pitture dei vizi e delle stravaganze di questo secolo, 
Venezia, Domenico Pompeati, Ritratto XXXIV, pag. 42. 

(6) Mémoires, cit. II, 50. 



— 335 — 

frangais », ma non trovò ne aquistò romanzi italiani, 
perchè « nous n' avons pas en italien un seul bon ro- 
man en prose ». Nel '64, un tal M. Formey, dando a' 
suoi connazionali e dea conseils pour former une biblio- 
thèque peu nombreuse mais choisie », ^'^ indicava molti 
romanzi di tutte le nazioni, ma d' Italiani neppure uno. 
Nel '90, il Galeazzi, iniziando a Milano una Biblioteca 
universate di romanzi che doveva prendere il posto della 
BibliothèqHe di Parigi cessata l'anno prima, in una pre- 
fazione confessava l'inferiorità degli italiani: < Bisogna 
far eccezione > avvertiva, « di qualche romanzo che 
la stampa ha fatto conoscere, e di qualche altro ancora 
manoscritto del quale mi si è promessa la comunicazione 
col permesso di farne uso > ; ma nella Biblioteca (non 
ebbe del resto che la breve vita di un anno) non ne 
pubblicò mai alcuno. E nel 1809, l'editore Giuseppe De 
Stefani, nella Prefazione al primo volume di una sua 
Raccolta di Romanzi, giustificava la sua scelta di ro- 
manzi tedeschi col dichiarare che dopo i romanzi del- 
l'abate Chiari, del Piazza e di qualche altro men cono- 
sciuto autore, non vi era più stato alcuno il quale si 

fosse data la pena di scrivere libri di tal natura >. 

Evidentemente, dinanzi ai capolavori francesi ed 
inglesi, i nostri romanzi non ressero al confronto. Ma il 
De Stefanis alquanto esagerava. 

Centro della produzione romanzesca fu Venezia; (') 
quasi tutti i romanzi che si lessero in Italia nel sette- 
cento, uscirono di là, perchè là più gaia che altrove la 
vita, più larga la libertà di stampa e più rilassato il 



fi) Iniro iuch'on gén-'rale aux sciaaces, avec le co meìl pour former.,, par M. Formey, 
V. édition, Amsterdam, Schneider, 1764, artic. VI. 

(a) Il Galeazzi nella prefaz. alla citata Biblioteca universale di Romanzi^ accenna 
anche a e romanzi che si stampano ogni anno a Firenze »; ma per quante ricerche abbia 
fatte e fatte fare, non mi risulta che a Firenze abbondante sia stata la produzione; di 
romanzi stampati a Firenze, non mi fu dato anzi che di trovarne pochissimi. 



L. 



^ 



— 336 - 

costume; tanto che alcuno non esitò ed asserire una delle 
principali cause della decadenza morale della Serenis- 
sima essere stati i romanzi. <*> 

Dal *50 in poi essi mutarono via via di gusto, di 
sostanza e di forma, passando traverso tre periodi nei 
quali successivamente furono fantastici e scettici, poi 
sentimentali e poi filosofici. 

Furono dapprima composti solo per dilettare, da 
scrittori non aventi coscienza d'arte, che il volgo amante 
delle letture grassocce o fantastiche esaltava, idolatrava. 
Tali in generale i romanzi del Chiari e i primi del Piazza, 
fantastici, erotici, galanti, d' avventura: frutto di quel- 
la estremo periodo arcadico della nostra letteratura, di 
quel periodo di stanchezza e di noia, nel quale si cercò 
il diletto nelle leziosaggini dei versi melliflui e delle 
prose sensuali. Nel '68, Domenico Battifoco, inaugurando 
una sua stamperia, dichiarava di non saper meglio aspi- 
rare al favore del pubblico che coli' offrirgli un ro- 
manzo ^*) ed in tal modo allietare e un secolo... si stanco 
e si annoiato! » 

Poi, via via, col ridestarsi della coscienza morale 
e civile, coll'educarsi e affinarsi del sentimento, quei libri 
scettici vennero a noia e si preferirono libri non meno 
leggeri nella sostanza ma che almeno toccassero il cuore 
e suscitassero commozione. Ecco i romanzi sentimen- 
tali, ecco i racconti lagrimosi. Allora i romanzi si ven- 
gono a chiamare libri di sentimento^ o libri per i cuori 
sensibili^ oppure trattenimenti del cuore^ o produzioni 
scritte per sollievo del cuore. E le signore a leggerli, 
piangono, svengono, provano le convulsioni. (3) Quando 

(i) Fabio Mutinblli: hf emorte sioricke degli ultimi cinquantanni della repub» 
èlica venera, Venezia, 1854, Cap. I. 

(2) Uuomo d'un altro mondo del Chiari, Venezia, 1768, v. Prefazione. 

(3) V. De la lecture des romans — fragment d*uu manuscrit sur la sensibiliiét 
Paris, 1777, e Giovanni Pirani, Le convulsioni delle signore di bello ipirito, di quelle 
che affettan letteratura e delV altre attaccate dalla dolce passione d* amore , malattia di 
questo secolo ^ Venezia, Graziosi, 1789. 



— 337 — 

si farà una storia della letteratura in rapporto colla 
storia della psicologia e delFestetica, si troveranno fa- 
cilmente le ragioni del mutare dei gusti e delle mode; 
e gioverà studiare, ad esempio, questo genere di ro- 
manzi in rapporto colle dottrine deV sentimentalisti in- 




ji!'i':'!^'|piiiii'iii!iiiiiii!iìii^^ 

lìE!lLu:tiLL!'-Ji.!l}!il!i'!lil'!ii^ .lil'U''* '.■■.rJuh'lì 
Miss Lony (trad. dall' inglese), Venezia, 17%. 



glesi pe' quali Vemotion divenne fondamento e cardine 
della vita morale, e in rapporto colla estetica del senti- 
mento bandita in Francia dal Du Bos, dal Cartaut de 
Villate e dal Trublet, e con certi libercoli dimenticati 
di taluni nostri trattatisti, come di quel tal Giuseppe 
Maria Galanti napoletano che in alcune sue Osservazioni 



1 



— 338 - 



intorno ai romanzi^ alla morale e a diversi generi di 
sentimento edite nel 1780, <'^ dichiarava che le « opere di 
sentimento sono infinitamente preferibili » perchè « pon- 
gono in azione le nostre passioni, ci danno i ritratti fe- 
deli del cuore umano, e colle dolcezze del piacere ci 
rendono meno amaro il soggiorno infelice della nostra 
vita > <*) e perchè « gli animi sfortunati e sensibili a' quali 
la tenerezza è la loro dolce vita, metto mo nel compian- 
gere tutto il loro diletto, tutta la loro consolazione «.^^^ 

E quando finalmente dal lavacro di pianto gli a- 
nimi uscirono più puri e più forti, e vigor nuovo di 
pensiero rafforzò la languente nostra letteratura, quando 
tutti i componimenti s' imbevvero di scienza e di filosofia, 
anche il nostro romanzo diventò filosofico. Parve un 
male. Già nel 1787 Giovanni Andres sentenziava: « Il 
prurito del filosofare che è stato di non poco pregiu- 
dizio alla poesia ed alla eloquenza di questo secolo, 
ha recato sommo danno al vero gusto de' buoni ro- 
manzi ». <+^ E nel '93 il Pindemonte pur egli notava: 
e De' romanzi può dirsi che par veramente che ora non 
soddisfacciano, se non quando ridondano essi di filo- 
sofia >. (5) Ma se il romanzo diventò cosi meno dilette- 
vole, si avvantaggiò d'altra parte, abbandonando temi 
frivoli o licenziosi, e volgendosi a intendimenti più no- 
bilmente civili. L'abate Sceriman, il Gozzi, il Pindemonte, 
il Micheletti, il Coco, cercarono coi loro informi romanzi 
di rendere gì' italiani migliori. 

Il Verri e il Foscolo fanno quasi parte da se stessi, 
tanto i loro romanzi, come opera d'arte, lasciano a 



(i) Napoli, Merande e C. 

(2) Gap. III. 

(3) Gap. IV. 

(4) DelVorigine^ dei progressi e dello stato attuale d^ogni leiterainra, Venezia, X787, 
Tom. VI, Gap. VII. 

(5) Qual sia presentemente il gusto delle lettere in Italia, e come possa resiituirsi 
se in patria depravato in Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti. Milano. Mar« »f 

1793, T. VI. 



r' 



r^ 339 — 

grande distanza i precedenti. Dei due, il Foscolo molto 
più eletto e potente scrittore ; il Verri, vano e tronfio 
retore nella forma, fu nella sostanza molto più audace 
innovatore. Questi tentò vie nuove e preluse al romanzo 
storico ch'è derivazione e trasformazione naturale del 
romanzo filosofico ed archeologico; quegli invece segui 
la schiera o scuola de' sentimentali, e il romanzo sen- 
timentale condusse all'estremo grado, nutrendolo di pas- 
sione. Con lui comincia il romanzo patologico. 

Quanto alle forme esteriori del nostro componimento, 
le più comuni per tutto il secolo furono 1* autobiografica 
e la epistolare; pochissimo usata la storica. I romanzi 
autobiografici tutti composti sullo stesso stampo: prima 
la lunga genealogia del protagonista, poi la descrizione 
della famiglia, la nascita, le avventure^ la tranquillità che 
attualmente gode il narratore o la narratrice, e la ragione 
dell'opera, eh' è quasi sempre il diletto proprio o il per- 
sistente consiglio d'un benevolo amico. Sempre cosi. (^) 

Le narrazioni, lunghissime dapprima e in più volumi 
stemperate, si fecero, intorno all' 80, più brevi, a imita- 
zione di quelle del d'Arnaud, e per influenza delle no- 
velle che in quel torno vennero di moda e largamente si 
diffusero, tradotte dal francese. <*) 

Arte in generale rozza, volgare, grossolana. Arte 
popolare. Quei romanzi sono, di fronte ai Promessi sposi^ 



(z) L'autore dol romanzetto Così va U mondo (Londra [Venezia] X771)* avendo co- 
minciato la narrazione in modo diverso del solito, a un tratto si arresta e argutamente 
chiede scusa al lettore, osservando: < I romanzi moderni principiano tutti dalla genealogia 
de' principali soggetti, de' quali iu seguito devonsi leggere le insulse avventure e le stra- 
vaganze amorose >. 

(a) Ricordo: Novelle persiane (del Petit de la Croix), Venezia, 1783; Novelle tartare 
(del GaeuUette), Venezia, 1783; Novelle egiziane e africane, Venezia, 1785; Novelle arabe 
(del Galland), Venezia, 1702, 1741; Novelle spagnuole (del Dussieux) Venezia, 1772? No- 
velle e favole indiane (del Galland), Venezia, 1780 ; Novelle turche, Venezia, 1785 ; 
Novelle del sig. Flonan, Venezia, Storti, 1787; Novelle morali del St. Lambert, 
Napoli, 1788; Novelle morali à.fX Diderot, Napoli, 1788; Novelle morali àtì Marmontel, 
Napoli, X788, ecc., ecc. 

L'editore delle < Novelle piacevoli ed istruttive tratte dai migliori autori oltramon- 
tani del secolo presente (Venezia, 1781, Giuseppe Zorzi) » scriveva nella prefazione : 
*'.., Vi fu un tempo in cui ognuno leggeva con rapimento e trasporto quelle finte e favolose 



1 



— 340 — 

come le commedie dell'arte rispetto alle commedie del 
Goldoni. 

E una letteratura scapigliata, non ispirata in gene- 
rale a principii sani e saldi di arte e di morale. Ha 
tutti i caratteri dei torbidi periodi di transizione. I ro- 
manzi filosofici distruggono senza edificare; i satirici 
criticano e sogghignano ; i lagrimosi inducono alla di- 
sperazione; gli amorosi sorridono scettici e licenziosi. 
Tra la corruzione del presente e le vaghe ideali utopie 
dell'avvenire, non sanno indicare la via pratica e ideal- 
mente umana delia vita. Perciò essi sembrarono tutti 
corruttori. 

Ma corrotte pure erano le radici e scosse le basi 
della vita reale. « Oggidì > scriveva il Gozzi, « il se- 
colo si presenta in effetto quale nei romanzi si vede 
dipinto >. (*) E romanzacci impudichi d'amore leggevano 
le fanciulle ; (') persino le recluse ne' monasteri. Ricordo 
aver letto un vecchio scartafaccio scritto nel 1725 da 
una povera monaca, la quale volle affidare a quelle 
carte i segreti tormenti della sua anima. ^3) Oh quei ro- 
manzi, come le avevano offuscato il candore del cuore! 
« Mi diedi alla lettura de' romanzi » essa confessa, 
< libri d' inferno che diedero morte all' anima mia. Li 



istorie che addimaadansi Romanzi, tessute di meravigliosi ed intralciati avvenimenti lon- 
tani dal vero e dalla natura, e al cui scioglimento non si fungeva se non dopo la lettura 
di parecchi volumi. Oggidì il secolo nostro, divenuto o più illuminato o più delicatoi ha 
in dispregio e fastidio siffatte opere, ed ama piuttosto quelle brevi istorie, chiamate No- 
velle, le quali, oltre al dilettare maggiormente per la verosimiglianza dei fatti in essa 
narrati, non producono colla lettura nessuna sazietà e noja. Questo gusto fattosi univer- 
sale, ha indotto molti uomini d'ingegno, di tutte le colte nazioni d'Europa» ad esercitarsi 
sulle tracce e sull'esercizio dei celebri signori Arnaud e Marmontel che furono i primi 
in siffatto genere di composizioni ; e si è veduto nel corso di pochi anni uscire in Francia 
e in Inghilterra e in Germania, una moltitudine di tali pregevoli produzioni ricevute con 
applauso, lette con piacere da ciascheduno >. 



(i) Opere, ediz. di Padova, I, 78. 
(2) In 1 



^ , i un libretto edito a Ferrara nel 1737 e poi a Firenze nel 1758, Lettere scriiU 
da una dama di senno e dì spirito per ammaestramento del suo amante^ una dama 
scrive ad un giovane (lettera 111): < Sappi che leggiamo ancor noi; ne mancan p«i^.^5 
che ci favoriscono, essendo fanciulle^ di molti romanzi, delle commedie e de' libri proibiti, 
particolarmente in questo nostro secolo, ne! quale tutti gli autori lascivi in Greco o in 
Italiano sono stali tradotti nella lingua francese, per altro, come sapete, resa comune >• 

(3) Il manoscritto esiste nella Biblioteca civica di Bergamo, dono Sozzi G., 2. ij» 9* 



— 341 — 

leggevo dì giorno, di notte, e sempre più restai da quelli 
oscuri caratteri annerita, oh scellerata che fui ! » E 
quanti digiuni e penitenze e martirj furon necessari per 
isterilire il germe nefasto da essi seminato ! 

Come il romanzo corrompeva il costume, i cattivi 
costumi rendevano comportabile, e alimentavano anzi il 
romanzo corruttore. Non solo a Parigi, ma anche a Ve- 
nezia; non meno qui che altrove; tanto che gli stessi 
francesi usarono fingere per scena di romanzi licenziosi 
r Italia. (*^ Quanto opportuno perciò e giusto il severo 
ammonimento del Foscolo, nella famosa orazione di 
Pavia ! e Già i sogni e le ipocrite virtù di mille romanzi 
inondano le nostre case ; gli allettamenti del loro stile 
fanno quasi aborrire come pedantesca e inetta la no- 
stra lingua; la oscenità di mille altri sfiora negli adole- 
scenti il più gentile ornamento de' loro labbri, il pu- 
dore ». 

Passata quell'ebbrezza di sensualità, di sentimentali- 
smo e di filosofismo, nessuno più lesse quei romanzi. 
La reazione che segui alla rivoluzione parve obbligare 
gli animi a più queto e pensoso raccoglimento; e in 
quel periodo calmo che fu preparazione feconda di nuove 
battaglie, anche il romanzo nostro, che dalla giovinezza 
s'appressava oramai alla virilità, assunse atteggiamenti 
più composti ed acquistò maturità di sentimento e di 
pensiero. Si senti il bisogno di alcunché d'intermedio 
tra i romanzi filosofico-didascalici ed i sentimentali, tra 
le imitazioni deìVAnacarsi e quelle del Werther : romanzi 
che educassero senza annoiare, che dilettassero senza 



(i) Per esempio: VEpouse infortunée^ hìstoire tialtenne, galante < tragigtie^ par 
M. p. P. B„ Paris, 1733; Mémoires de Gaudentio di Lucca^ Paris, 1746, Amsterdam, 




73». 



— 342 ^ 

fomentare le nostre passioni. Sicché, quando, dopo quelli 
della Radcliff e e di Regnault de Warin, s'incominciarono 
a conoscere e a tradurre i romanzi di Gualtiero Scott, 
gl'italiani si volsero alla lettura ed alla imitazione dì 
questi, con singolare entusiasmo. Il romanzo storico, 
come quello che narrava o fingeva avvenimenti di un 
tempo lontano, ben si confaceva a un più moderato e 
sereno esame degli affetti e a tener lontane le menti 
dal tumulto delle passioni. Se distogliere il romanzo dallo 
studio della vita contemporanea fu un bene o un male, 
non è qui il luogo di discutere. Certo è che solo volgen- 
dosi per questa via, esso riuscì ad essere ben accetto 
anche dai più prudenti: nel 1818 il Pellico, a proposito 
di certo romanzo della Marchesa Orintia Romagnoli, 
poteva finalmente dichiarare nel Conciliatore: e Non si 
pericola nulla all'aver romanzi anche in Italia; la nostra 
letteratura guadagna un genere che non possedeva, e gli 
scrittori di genio possono impadronirsene e nobilitarlo, 
adoperando tutte le seduzioni di cui è capace in favore 
della virtù ». 

Il genio, quasi profetato, non si fece a lungo a- 
spettare. 

Dopo l'erotismo folle e vano dei romanzi del sette- 
cento, che oramai doveva essere venuto abbastanza a 
nausea, comprenderemo ora assai meglio perchè il Man- 
zoni dichiarasse in quel notissimo passo de' Promessi 
sposi, essere imprudente od inutile fomentare coi romanzi 
un sentimento del quale a questo mondo ve n'ha quanto 
basta. Non fa mestieri, egli pensava, che i romanzieri 
si dian briga di coltivare l'amore, perchè col volerla 
coltivare, non si fa altro che farne nascere dove non 
fa bisogno : « Vi hanno altri sentimenti de' quali il 
mondo ha bisogno, e che uno scrittore, secondo le sue 
forze, può diffondere un po' più negli animi : come e i- 



J 



— 343 — 

rebbe la commiserazione, 1' affetto al prossimo, la dol- 
cezza, l'indulgenza, il sacrificio di se stesso: oh, di questi 
non ve n'ha mai eccesso! > Ed egli stesso offri, ispi^ 
randosi a questi concetti, un esempio d'arte immortale. 
Il suo romanzo, come un grande incendio, oscurò all'oc- 
chio nostro i tenui f^iochi che altri precedentemente 
avevano acceso nella via, poich'esso è frutto di una co- 
scienza eletta e pura d' artista, esempio di quella vera 
e grande arte eterna che solo può splendere ed elevarsi 
sulle basi adamantine della virtù. 

I tempi anche si eran mutati. Non più il scettici- 
smo del secolo XVIII, il dubbio intellettuale e morale. 
Quello era stato un secolo senza Dio, notò il Carlyle 
esaminando e spiegando i tristi effetti dell' opera di un 
altro grande romanziere, il Rousseau. (') La sentenza 
paradossale non è in tutto vera, né può applicarsi a 
tutta la nostra letteratura di quel secolo ; ma al romanzo 
in generale, sì. Nel romanzo del Manzoni finalmente 
sentesi Dio, cioè la fede in un ideale : nel bene. 



(i) T. Carlylb, trad. ital., Fiienze, Barbera, 1897, pag. 219. 



I 



^ 



j 



APPENDICE I 



UN ROMANZO SATIRICO DEL SETTECENTO, (i) 



(i) Qaesto articolo fu già pubblicato nel Giornale storico della Uiierat. italianay 
-voi. XXXVIII, pag. gj'i22. Qui si pubblica per offrire al lettore uà esempio delle strane 
vicende alle quali poteva andare soggetto un romanzo nel settecento. 

23 



1 



1 



]/^^^f^f^^f^if^f^^f^^^f^f^^^f^f^ 



Nel 1760, dalla stamperia di Antonio Zatta, in Venezia, usci un 
libretto di 187 pagine, in piccolo ottavo, intitolato Avventure | di 
Lillo I cagnuólo bolognese^ \ storia critica e galante \ tradotta dal- 
l' inglese \ un breve romanzo, tanto dilettevole e arguto e originale 
tra i roma^zaccl allora di moda, che merita un cenno singolare da 
parte di chi studia quella produzione letteraria del settecento. 

A tergo della prima pagina, è un brutto rame raffigurante una 
stanza adorna di specchi, dalPuscio della quale entra una donna che 
alza le braccia e visibilmente grida per cacciare un cane ed un gatto 
che sur un tavolo stanno per sollazzo strappando e sgualcendo le 
carte di alcuni libri, (z) Segue il frontespizio ; poi, una breve prefa- 
zione del traduttore ; poi comincia la narrazione ; la quale è divisa 
in due libri, l'uno di tredici, l'altro di diciotto capi. Do queste mi- 
nute indicazioni bibliografiche perchè rarissima ormai e preziosa è 
l'edizione. Ma nel riassumere il racconto, sarò breve. 

L'autore ama i cani ; lo confessa ; li ammira come Gasparo 
Gozzi (2) e il nostro Raiberti ammiravano i gatti ; e ne fa un lungo 
elo^o (lib. I, cap. I), perchè sono buoni, sono fedeli, ubbidienti, utili, 
perchè furon cari a Diana e Teseo, ad Ercole, a Luciano, al re 



(x) Vedilo riprodotto alla pag. 19 di duetto volume. 

W^ " ' 



) Vedi Tartic. della Gazzetta veneta^ pubblicato nelle Opere di G. Gozzi, Venezia, 
^olinati, t8x2, voi. XI, pp. 121 e sgg. Il Gozzi collaborò pare nella Raccolta del Ba- 
lestrieri, In morte cPun gatto. Più tardi per altro scrisse un capitolo In biasimo del gatto y 
Opere, XIX, pp. 172-76. 



1 



— 348 — 

Carlo II. ai filosofi e alle d>nne. e poi perchè sono migliori di tanti 
uomini ! Altri narri le soUte avventure di un zerbino ; egli narrerà 
quelle di un cane. 

Lillo (cap. II). nato a B3logna < città celebre per bei cani e 
< salàcciotti >. giovine ancora» nella dotti e grassi città, è ca- 
duto in potere di una bellissimi signora inglese. Le cure e le at- 
tenzioni che questa gli usa, non dico ; la ama certo, come ogni fi- 
lantrojnca dama del settecento, più de' suoi servitori e più anche 
de' suoi vagheggiatori infiniti e stucchevoli : persino più del povero 
e buon Ilarione. un giovanotto inglese biondo e bello, che bazzica 
la sua casa ed è sempre da lei piacevolmente sopportato in ogni 
ora, < alla pettiniera, al bere del tè. a pranzo >. Già, per piacerle 
bisogna prima piacere a Lillo, acquistarsi le simpatie di Lillo. Ilarione, 
un giorno, presenta alla signora una preziosa collana di diamanti ; 
e quella.... ne adorna il collo del cagnolino. < Oh >, le dice il vago 
Adone, e si giurerebbe che voi avete la facoltà di far belli i 
vostri cani quanto volete ! >. Ma la dama non si commuove nem- 
meno a quel tratto di spirito, e neppure questa volta si arrende. 
Sicché Ilarione, stanco, qualche giorno dopo. < fortificatosi con un 
bicchiere di tokai ». va bruscamente ad annunziarle che parte. La 
signora sviene, si vuole uccidere, poi alla fine si acqueta, quando 
l'amante, per ricordo, le dona un orologio d'oro. Commossa, per ri- 
cordo, ella pure vuol fargli un dono, e gli affida... indovinate, Lillo, 
il carissimo Lillo. — ma dopo avergli tolta li collana di diamanti. 
— Perfida ! 

Il giovine ed il cane lasciano cosi V Italia, e à recano a Londra 
(cap. III). La città intera si commuove al grande avvenimento. Tutti 
ne parlano. Adone è tornato. Le gazzette. < per le quali è una for- 

< tuna, quando non e' è guerra, 1' avere almeno tali avvenimenti da 

< riferire >, comunicano tutte la notìzia : < Il signor Ilarione. dopo 

< aver viaggiato nei tali e tali paesi d'Europa, è finalmente tornato 

< irf patria >. Le signore nelle conversazioni, non discorrono d'altro. 
Ed egli, il giovine signore, riapre il suo palazzo, riceve, ciarla, si 
compiace mostrare le antichità portate d* Italia, < preziosi pezzi di 

< nasi e dita vecchie di statue, e monete e pitture », usando un 
certo frasario imparaticcio di termini tecnici, che lo fan parere eru- 
dito, (i) — < Parlava di colorito, di tinte, di gradazioni. Il disegno 



(x) Riguardo al conto in cui eran tenuti nel settaceato gl'inglesi che TÌsitaTano l'I* 
talia, ricordo che l'avveaturiere Goudar Li schernì in quella sua Relatiom kistorìque tU* 
divertisse mgnts de l^auiomne d'' 7 oscana ^1774^, che altrove ho citata. Antonio Piass^i 
rifondendo al francese col D.iconj al P ere. chi j dì Mjm'.enr Lamis Gondar (Londra, 



J 



— 349 — 

€ di quella figura era scorretto ; la movenza dell' altra non aveva 
e grazia, non era ben osservato il costume, i contorni erano duri, 
« Tordine irregolare, troppo gagliardo il lume, l'ombre troppo forti >. 
— Poi fa grande sfoggio di abiti, di cavalli, di carrozze, e fa che 
tutte le svenevoli donnine gli cadano ai piedi. Finamente satirico e 
spiritoso è un dialogo che l'autore ci riferisce tra due signore che 
si disputano Ilarione, gelose l'una dell'altra, e ne annoverano e ne 
esaltano le doti singolari. 

Tra le tante amiche del nostro giovine, Lidy Ermione è quella 
ch'egli più onora di visite. Quanti lunghi intimi colloqui bisbigliati 
sul dorato sofà, soltanto Lillo testimone I (cap. IV). Egli le racconta 
la storia del cagnuolo, inventando le spacconate più meravigliose : 
a Bologna egli ha avuto cento amori e cento duelli, e in duello ha 
ucciso il marito della padrona del cane I Le narra fantastiche av- 
venture di viaggio, le parla deìV opera italiani, dell' uso del belletto 
presso le donne di Parigi, ormai divenute tali maestre nel camuffarsi, 
che anche le donne di settant'anni ne dimostran diciotto. E le dona 

< un bossolo di liscio, arrecato di Francia >. Ma Ermione, ahimè ! 
più ormai è ammirata delle bellezze di Lillo che di quelle del gio- 
vine ; e gli chiede il cagnuolo. Cosi Lillo rimane presso la signora 
e trionfando, da tre staffieri corteggiato >. 

La nuova padrona è un curiosissimo tipo (cap. V). Maritatasi 
solo € per essere maritata » e per far la signora, non amò mai lo 
sposo. Anzi, da quel giorno ch'egli le uccise con un calcio il cagno- 
lino ch'ella adorava, l'ebbe in odio e non lo potè più soffrire in- 
nanzi agli occhi. Il marito le aveva ucciso un cane ? ed ella ne prese 
venti. E inoltre, per dispetto, consigliata dalle amiche, si mise a ci- 
vettare coU'uno e coll'altro. (< Pensa, Lettore, che una donna non 

< può seguire consìglio peggiore di quello che le dà un'altra donna >). 
Finché, in breve, il povero marito mori di crepacuore. Ora ella è 
sola, libera, nel palazzo pieno di cani ; leggera, frivola, bizzarra. 



1776), li difese: « Passiamo agli inglesi via^iatori che < font serablant d' ètre des 

« grands connoisseurs de tableaux », che visitano, come dite, « depuis le matin jusq*aa 
« soir poar apprendre par coeur les noma des grands maitres qui les ont peints, afin de 
« se donner ensaite le ton d'etre au fait da cet art >. Voi siete il primo, ne ci voleva 
« che voi, a fare una pittura sì svantaggiosa del carattere degl'Inglesi che viaggiano. Per 

* testimonianza del mondo tutto, non c'è alcuna nazione europea che abbia meno impo- 

< stara di quella. Gl'inglesi che viaggiano son tutti ricchi, come i francesi per lo più son 

< tatti poveri... Questi, imponendosi col nome, abusano della nostra ospitalità ; quelli, 

< eruditamente curiosi, vogliono vedere tutto ciò che abbiamo di più pregevole; e, se 

< dalla mattina alla sera visitano le gallerie, non lo fanno per parer intendenti di pittura, 

* ma perdiè lo sono ; in prova di che si può addurre che hanno lasciato in Italia di gran 

* lecchini, ma hanno recato in Inghilterra, in genere di quadri, de' tesori d' inastimabil 

< prezzo » (p. 15). 



- 350 — 

< colle iaclinazioni da romanzo *. Lillo diventa presto il padrone 
della casa ; assiste al pranzo, alle conversazioni, è circondato da nu- 
meroso servidorame peggio trattato di lui (cap. VI). Le signore lo 
coprono di baci, e talune persino se lo fanno condurre a casa per 
guarire qualche loro vergine cuccia ammalata. 

Ma un giorno, Ermione, passeggiando nel Parco, smarrisce tra 
la folla il cagnolino (cap. VII). Torna a casa più morta che viva, 
lo fa cercare, promette ne* giornali una mancia cospicua a chi Io 
trovasse: tutto invano. Lillo è raccolto da una fanciulla pietosa e 
condotto in una nuova casa, presso un'altra famiglia dell^alta aristo- 
crazia. L' autore ha cosi occasione di descrivere e mettere in satira 
l'educazione che allora s'impartiva ai fanciulli. < In cambio di man- 
€ darli alle pubbliche scuole >, egli narra, < laddove, parte l'atten- 

< zione de^ maestri e parte la pratica de' loro compagni di miglior 

< nascita, avrebbero potuto racconciare que' caratteri, e inspirar 

< loro inclinazioni virtuose, furono chiamati maestri i quali guarda- 
« ronsi bene dall' opporsi agli educandi, per non far dispiacere a* 
« congiunti >. E ci mostra i frutti di quella educazione. Ecco la 
mamma che presenta ad un crocchio di amiche il suo bimbo : < Io 

< non me ne intendo, vedete, ma il suo Precettore mi dice contì- 
€ nuamente che non v' è gentiluomo che per quell* età sia tanto 

< avanzato. È giunto già, se pure non m' inganno, alla Sintassi. A 

< dir il vero, io non so cosi appunto che si voglia dire Sintassi, mia 

< certo sarà qualche buon libro di morale, che altro il signor Lackson 

< non gli farebbe né leggere, né imparare. Perchè sappiate che non 

< v'è maestro che abbia un miglior modo d'insegnare di quello che 
e abbia il signor Lackson >. Poi, voltandosi al putto : e Che cosa 

< è Sintassi, cuor mio ? > — < Che cosa è Sintassi ? I mamma mia ? ! 

< Oh, Sintassi é oh, é che la seconda persona del presente ter- 

< nùna in aSj e poi questo serve a formare le parti dell' Orazione >. 

< — e Bravissimo, gioia mia. Vedete, voi, dame mie, se é vero 

< quanto v'ho detto ? Questa Sintassi é il miglior libro del mondo 

< per aprire l'intelletto a' fanciulli, e formare i loro costunù ! — 

< Andate, andate, figliuol mio, siate buono, ricordatevi bene di quanto 

< vi dice il signor Lackson, e verrà un dì che sarete famoso nel 
e mondo ». Tutto ciò è pungente e sa di pepe, non è vero ? e ci 
fa ricordare certe torture intellettuali alle quali si assoggettano i 
nostri bimbi anche oggidì. 

Tornando a Lillo (cap. Vili), egli stringe amicizia con una gatta, 
vive felice per qualche tempo ; ma poi, cominciando a invecchiare, 
è venduto a un'ostessa (cap. IX). Da questa donnaccia che, dopo 



J 



— 351 - 

una settimana di matrimonio, tradisce il marito, passa Lillo nelle 
mani di una venditrice di ostriche (cap. X). Segue, umile e fedele, 
giorno e notte, la nuova padrona, lungo le vie di Londra, e piange 
la sua sorte crudele, solo trovando sollievo a' suoi mali nell 'osser- 
vare i vari tipi di uomini che incontra. Il caffè del Tempio, dove 
ogni notte bazzica la bella ostricaia, offre largo campo alle sue os- 
servazioni, poiché ha occasione di conoscervi studenti, uomini di 
lettere, avvocati, uomini politici. Ma, una sera, perde di vista la sua 
padrona (cap. XI) e, dopo molto vagare, capita alla casa del Bar- 
geUo (cap. XII). Qui ve ngono condotti tre giovani Lords, ubbriachi 
fradrici, arrestati nella strada mentre stavano schiamazzando e in- 
sultando i passanti. Ma la mattina dopo, perchè nobili, sono subito 
rilasciati in libertà, e Oh egli è pur bella cosa essere Lord I > — 
pensa il nostro cane — < Pare che questo bel titolo dia privilegio 
di far qualunque pazzia si vuole, senza arrossire >. Il maire li fa con- 
durre alle loro case, < dove, indossati abiti alquanto più onorevoli, 

< andarono a sedere in Parlamento, per provvedere con sagge de- 

< liberazioni al bene ed all'utile della patria >. Finalmente Lillo, 
cacciato dalla casa del Bargello (cap. XIII), passa ai servigi di un 
cieco ; seguendo il quale esce di Londra e recasi a Bath stazione 
di bagni. 

Termina qui la prima parte del romanzo che, anche da quel 
poco che n'ho riferito, ognun può vedere quanto sia arguto e sati- 
rico. Purtroppo, nel riassunto, infinite sue arguzie scompaiono, e l'im- 
magine che vorrei darne riesce scolorita ; pur non dispiacerà che 
un brevissimo cenno dia anche della parte seconda. 

Incomincia con una Dissertazione il cui argomento è Nulla (cap. I), 
genialissima sofisticheria paradossale : poi, riprendendo la trama della 
vita di Lillo, Fautore ne fa occasione e pretesto a narrare casi sva- 
riati e a descriver diversi costumi. Morto il cieco, Lillo, donato 
dall'albergatrice a due signore di Londra, torna con esse nella città 
(cap. II). Beco dipinti i due tipi curiosi di queste zitelle, e (cap. Ili) 
i ritratti di tre corteggiatori della più giovane, Aglae : un conte di 
Torg, nobile fanfarone, tutto frascherie e vanità ; un vecchio, delle 
tre mogli del quale si narra una lepidissima storia ; e un giovine 
che affetta una solenne gravità. Ed ecco (cap. IV) una conversazione 
umoristica alla quale prendono parte i tre amanti. Aglae s'innamora 
del primo. Una notte, ardendo d'amore, sta sognando di lui, quando 
è bruscamente svegliata dal cane. Oh crudele che troncasti i bei 
sogni della fantasia ! Per ciò, Lillo è donato da Aglae ad una mer- 
cantessa di mode (cap. VI). La quale pure ha una storia : ha avuto 



— 352 — 

una quantità di amanti, è fuggita dalla casa paterna, è vissuta a 
Bruxelles con un uffiziale, poi ha fatto la commediante, ed ora è 
vedova e mercantessa, e per di più affitta camere e appartamenti 
ammobigliati. Quanta gente in quella casa ! Ma tra tutti, ì più curiosi 
tipi sono i coniugi Frìppey e la loro figliuola (cap. VII). Questa fa 
all'amore col signor Horseman, uno sportsman perfetto ; l'ottimo 
padre tiene una brutta tresca colla ingenua mercantessa, finché una 
notte è scoperto dai vicini nella più comica situazione (cap. Vili); 
e la signora Fiippe^, la signora borghese, non pensa ad altro che 
a far visite e a tener conversazioni in casa, smaniosa di circondare 
di quella nobiltà alla quale di nascita ella non può appartenere 1 La 
descrizione di uno di questi ritrovi, — i preparativi, il ricevimento 
degli invitati, la lunga attesa di una contessa che non può venire 
per un callo male tagliato, la conversazione intorno ai calli — è 
tutta una saporita satira, dal colorito e dal nerbo qua e là vera- 
mente pariniano. 

Una notte (cap. IX), un sign3re, che si è recato clandestina- 
mente a trovare una inquilina della casa, uscendo nel corridoio, 
scorge Lillo, e, temendo ch'egli coll'abbaiare non iscopra l'adulterio, 
subitamente lo acciuffa, se lo pone sotto il mantello e se lo porta 
a casa. Il libertino è milord d'Anglecourt, deputato al Parlamento. 
Ed ecco la satira dell'uomo politico ; ecco la sua casa, ecco le visite 
degli elettori, la corruzione, le menzognere promesse del candidato. 
— Anche allora come adesso — . Un povero poeta (cap. X) viene 
a chiedere soccorso a Milord e ad offrirgli un « Piano di un'opera 
« contenente memorie per servire àlVIstoria dell'illustre e nobile fa- 

< miglia d'Anglecouri, nella quale si dimostra che Giovanni, conte 

< d'Anglecourt, ora vivente, possiede in sommo grado tutte le virtù 
€ de' suoi antenati ; è un Mecenate delle arti, un Richelieu della pò- 

< litica y e un Malborugk della guerra >. Milord accetta Piano ben 

volentieri, e al poeta affamato dona — prezioso dono — Lillo! 

A questo punto la satira taglia, e l'autore più non ride, ma lagrima. 
Ecco il povero tugurio del poeta, la moglie e i figliuoli che hanno 
fame. Ma il saggio Lillo, conosciuto pur ad un'occhiata l'ambiente, 
fugge subito que* cenci, ed entra nella prima casa signorile che 
trova lungo la via. 

La nuova padrona (cap. XI) è una isterica, una malata di nervi; 
prova mille sofferenze, sempre si duole, e caccia di casa prima un . 
medico e poi il marito stesso, perchè osano affermare ch'ella è sana. 
Una pittura vivissima. Fortunatamente Lillo presto se ne allontana, 
per seguire il Hglìuolo di lei, alla università di Cambrigia (cap. XH)- 



1 



J 



— 35.^ — 

L'autore ci trasporta cosi in un altro ambiente, e ce ne addita il 
ridicolo. Troppo mi dilungherei a riassumere tutto o a ricordare ciò 
sob che è degno di nota ; perciò su tutto sorvolo : la vita e i co- 
stumi dell'Università ; le mariuolerie e le burle degli studenti, gli 
studenti al Caffè ; la lettura dei giornali ; i concorsi ai posti del 
Collegio ; i vari tipi dei professori : 1* azzimato, il dolce, il burbero 
(capp. XIII, XIV): quanti quadretti vivaci I quante argute osserva- 
zioni ! 

Conchiudendo : Lillo torna a Londra con una signora (cap. XV). 
Colla quale passeggiando un giorno nel parco, s'imbatte nientemeno 
che in Ermione, là sua prima padrona (cap. XVI). L' incontro è com- 
movente. Ermione vuol riprendere il suo cane, ma 1' altra signora 
rifiuta di darglielo. Le due donne s'accendono d'ira, s'insultano, quasi 
vengono alle mani e solo sono divise dalla folla accorsa all'alterco 
curioso. Lillo rimane ad Ermione ; ma le due donne, prima di lasciarsi, 
si scambiano i biglietti, minacciando reciprocamente vendetta. Ecco 
tutta Londra a rumore (cap. XVII): nelle case, nelle piazze, nei 
giornali non si parla che della eroicomica tenzone femminile : le due 
donne ricorrono ai più celebri avvocati del foro — veggasi qui la 
stupenda satira dell'avvocato — ; già si istruisce il processo, già il 
tribunale si appresta a definire la lite, quando, impprovvisamente, . . 
... Lillo muore. Lutto e cordoglio universale ; monumento ; epigrafe. 
E il romanzo si chiude (cap. XVIII) colle lodi dell'eroe. 



II. 



Appena il libro fu pubblicato, Gasparo Gozzi, nella Gazzetta ve- 
neta del 2 febbraio dello stesso anno 1760, ne dava brevemente 
l'annunzio, e del < piace ntissimo romanzetto > esponeva in poche 
parole la trama. Poi del romanzetto non si pubblicò più altra edi- 
zione, ch'io sappia; né su per giornali, né altrove, nessuno più ne 
fece parola. Solo Vittorio Malamani, nel 1881, in un suo libro, (») 
discorrendo dei costumi veneziani del secolo XVIII, e precisamente 
della moda dei cani, accennò vagamente e fugacemente alla storia 
di Lillo, chiamandola « finta o supposta traduzione dall'inglese >, e 



(i) Il SeUecenio a Venezia, Torino, Roux e C, ifgr, p. 83. 



- 354 - 

•dicendola erroneamente pubblicata nel 1759. Eppure, come si può facil- 
mente scorgere anche dal breve cenno che ne ho fatto, il romanzetto 
è di singolare importanza per chi studia la vita del settecento. 

Può darsi ch*es8o non abbia goduto molta voga presso la co- 
4nune dei lettori troppo avvezza allora a ben altro genere di ro- 
manzi e più disposta a gustare e capire le mirabolanti narrazioni 
del Chiari, che una lunga e fine satira del costume raccolta intorno 
•a una semplice storia di un cane ; d*altra parte, la nobiltà corrotta 
« devota alle mode di Parigi e di Londra, e la nascente borghesia 
grassa imitante le mode dei nobili, punte e sferzate dal libercolo, 
dovettero cercare con ogni cura di farlo presto dimenticare ; ma gli 
osservatori arguti e quanti allora avevano ingegno e spirito mordace 
e innovatore, dovettero compiacersi assai di quella lettura. Perchè, 
quantunque gli avvenimenti del romanzo si fingano accaduti a Londra, 
e quantunque la satira tocchi talvolta alcuni costumi propri solo 
della vita inglese, pure, tanto fedele e costante era allora da parte 
bielle classi aristocratiche Timitazione di quanto di più stupido e goffo 
veniva d*oltr'alpi, che, nel complesso, la satira molto bene s'ac2on- 
ciava anche alla vita nostra, e a taluni dovette sembrare scritta ap- 
posta per noi. Riguardo a cicisbei, a zerbini, a cani, a parrucche ed 
a iupèf dal Tamigi al Tevere, tutto il mondo era paese. 

È naturale pertanto che, sorpreso dell' importanza del libercolo, 
mi domandassi chi poteva esserne stato V autore. Il romanzo non 
reca nome veruno. < Storia crilica e galante — tradotta dall'inglese >, 
leggesi nel frontespizio ; ma neppure il traduttore si svela. Il che 
del resto accade, come si è visto, per quasi tutti siffatti libri di 
amena lettura del secolo scorso. Anzi : si sj)acclava talvolta per ori- 
ginale un romanzo tradotto, e talvolta per vezzo dicevasi derivata 
dal francese o dall'inglese una storia raffazzonata a Venezia o a Mi- 
lano. Anche ne' migliori romanzi e ne' più vicini a noi abbiamo tro- 
vato riflessa la moda : Le ultime lettere di Jacopo Ortis, non uscirono 
«sse, la prima volta, senza nome d'autore ì e le Avventure di Saffo del 
Verri e il Platone in Italia del Coco non si fìnsero traduzioni dal 
greco? Perciò, anche le Avventure di Lillo potevano non essere 
tradotte dall' inglese. Nel qual caso, avrebbsro acquistato grande 
valore, quali uno dei nostri migliori romanzi satirici del settecento. 
Mi diedi adunque a rintracciare l'orìgine e l'autore dell'operetta ; e 
della ricerca ecco i risultati. 

Il romanzo non è di origine italiana. 

Per seguirne la storia e le vicende, bisogna risalire ad un ro- 



1 



J 



— 355 — 

manzo francese intitolato: Le chien de Botilogne, ou V amant fidèle, 
che usci anonimo a Parigi nel 1668, (») e di cui è autore un tale 
Abbate de Torche, non molto celebre nella letteratura francese, ma 
degno d'esser noto a noi, quale traduttore dei nostri migliori drammi 
pastorali, Il pastor fido, V Aminta e la Filli di "Sciro. (a) 

Alcune notizie della sua vita e delle sue opere si possono leg- 
gere in un articolo del Magazin encyclopédique del 1798. (3) 

Che nome avesse, quando precisamsnte nascesse, e morisse non 
si sa. Nacque a Beziers ; fu educato dai gesuiti, e a 16 anni entrò 
nella Compagnia. D' ingegno e di molta coltura, fu destinato all' in- 
segnamento ; ma più che le grammatiche latine, gli piacevano le 
scollacciate novelle italiane, sulle quali s' impadronì in breve della 
nostra lingua ; e più che i giovinetti scolari gli piacevano le mam- 
mine ; d'una delle, quali s' innamorò. Di notte, quando tutti dormi- 
vano, l'ardente gesuita, facendo scala delle sue lenzuola, scendeva 
dalla finestra e correva tra le braccia della signora. La cosa bene 
o male passò per qualche tempo, ma alla fine fu svelata. Una notte, 
il direttore del collegio ritirò dalla finestra le attorcigliate lenzuola, 
e l'abate, quando all'alba tornò dall'inferno, non trovò più il mezzo 
di risalire in paradiso ; e dovette restarne fuori. Il vescovo di Rieux, 
amico di casa, desideroso di evitare uno scandalo, s'interpose presso 
i Padri per accomodare la faccenda ; mi l'abate preferì restare con 
Satana. Lasciò Beziers, corse a Parigi, entrò nella Sorbona, e cercò 
dimenticare il primo amore con cento altri amorazzi. Povero, si mise 
a scrivere per guadagnarsi la vita, e tra il giuoco e le donne com- 
pose versi e novelle e libretti galanti. (4) Per la nomea dei quali, 
cominciò a farsi conoscere. Era allora notissima a Parigi una certa 



(i) Chez Barbin, in 12. 

(2) Per le trad. francesi dell' ^miM/a, v. Solerti, Opere minori in versi, di 
T. Taiso, Bologna, Zanichelli, 1895. UAmiiita fu tradotta 2t volta in francese. La tra- 
duzione del Torche apparve la prima volta nel 1666, Paris, G. Quinet e CI. Barbin, e 
fu ristampata ancora a Parigi nel 1676, a La Haye nel 1679 e nel 1781, e a Roaen nel 
^679. — Per le traduz. francesi della Filli di Sciro, vedi G. Campori, Commentario 
della vita e delle opere del conte Guido BonarelH^ Modena, 1875, pp. 56-57 ; Beau- 
CBAHPS, Recherches sur les Théàtres de la France, II, 51 ; Gaujet, BibliotHèque 
Srangaìse, Vili, 455-56. La traduzione del Torche usci nel 1669. Paris, Loyson, e fu 
ristampata nel 1671, Cologne, Marteau, e nel 1699, Lyon, De la Roche. — Per le trad. 
del Pastor fido, v. Blanc, Bibliographie italo'frangaise, Milano, 1886, p. 1304. Quella 
del Torche uscì liei 1664, Paris, Quinet et Barbin, e fu ristampata a Parigi nel 1667, 
1672, 1675, a Cologne nel 1677, a La Haye nel 1702 e a Parigi ancora nel 1733 e nel 
1759' Il T. tradusse dall'italiano anche una novella : La fureur de la , alouste, nouv. 
tndaite de Titalien, Paris .... ? 

{%) Paris, Fuchs, an. IH, voi. VI, pp. 183-98. Particularitès sur la via de Vabbé 
Torche, poète, romancier et iraducteur du dernier siede : notice de quelqueS'Uns de 
ses ouvragea, en parliculier de son : Chien de Boulogne, 

(4) Le dèmili de Vesprit et du coeuff Paris, Quinet, 1667. — La toilette gala ite de 
V amour, Paris, Loyson» 1670. 



/ 



— 356 - 

signora Diana Luisa di Prunèle. già moglie di un signore Charles de 
Saint-Simon, morto nel 1639 nella battaglia di ThionTÌUc, e di nuovo- 
maritata con un certo inglese Gilles Francois d'Ortel, signore di 
Ferlingham, nella cui casa conveniva il fiore de' parigini. L'abate fu 
ammesso a quelle eleganti conversazioni e in breve colle sue eccel- 
lenti qualità d' ingegno e di spirito, fece di sé innamorare una delle 
due belle figliuole della ricca Fcrlingham. Ma questa che, mirando 
al sodo, dei versi e della miseria del poeta non voleva sapere, lo 
mise bellamente alla porta. E allora il poeta, punto siri vivo, quasi 
a mostrar che la penna vale un tesoro, scrisse una mordace terribile 
satira e la glttò in faccia alla schizzinosa. Lo scandalo è enorme» 
I due figli di primo letto della signora giurano vendetta, e una notte 
assalgono e bastonano a morte l' ab ite, cioè un abate, un inno- 
cente scambiato per equivoco col nostro Torche. Sicché questi, ve- 
dendo che aria spirava, lasciò in fretta Parigi, si recò in patria, e 
di là a Montpellier, ove compi le sue traduzioni dall' italiano e mori 
a quarant'anni, mentre ancora lavorava intorno &WAminta. 

La vendetta dell'abate è appunto Le chien de Baulogne, romanza 
satirico ove, pallidamente nascosta sott^ l'anagramma di Mad. Lin» 
ghamfer. è messa in ridicolo la signora Ferlingham. 

Ecco : Ermione e Artasandro si amano ; ma Ermione possiede 
un bel cagnolino di Bologna, cui tanto bacia e carezza che Arta- 
sandro ne è geloso. Un giorno, mentr'ella, come si suole per vezzo, 
rivolge al cane mille parole dolci e mille domande, all' improvviso 
— oh meravìglia! — l'animale apre la bocca e si mette a parlare 
Varia, e narra la sua storia. Egli non è sempre stato cane ; fu un 
bel giovine di nome Narciso. Vivendo alla corte di Modena, s'in- 
namorò di una meravigliosa fanciulla, la quale, mentre, dopo molte 
vicende, stava per esser fatta sua sposa, improvvisamente gli cadde 
morta all'altare. Pazzo dal dolore, vagando per un bosco, un giorno 
s'imbattè in una fata. Richiesto d' amore, negò, fedele alla sua morta; 
e la fata, novella Circe, lo tramutò in un can?. Da quel giorno, è- 
vìssuto così : passando da uno ad un altro padrone, assistendo a 
molti casi, a svariate avventu'e. E tutto narra ad Ermione. 

Solo alla pagina 153 del romanzo, comincia la satira contro la 
Ferlingham, là dove il cane ra2conta di essere stato una volta com- 
perato da uni certa Li ighamfer, < nom aussi bizarre que sa per- 

€ sonne Eile avait passion pour les chiens, quoique rien n' en ctìt 

< pour elle >. 

Non è qui opportuno eh' io esponga e prenda in esame la satira. 
Ma per mostrarne la vivezza mordace, un aneddoto almeno vo^ > 



\ 



— 357 — 

riferire. Il cane racconta (») che un giorno venne alla casa della sua 
padrona un contadino, per donarle un cesto di pere. Mentre atten- 
deva nell'anticamera, una bertuccia gli si accostò e si mise a man- 
giare le frutta ; ed egli credendo la scimmia fosse un figliuolo della 
padrona, si stette cheto e lasciò che mangiasse. Il suo dubbio di- 
venne certezza < quand il vit la Dame >, e, dopo le debite scuse, 
-avendogli ella detto di non aver figli, < C'est ce Petit >, egli inge- 
nuamente rispose^ < qui vous ressemble tant.... > 

Finita la lunga narrazione delle avventure sue ed altrui, il cane 
tace. Da quel giorno Ermione non accarezza più tanto quel curioso 
animale, e Artasandro si propone di ricondurlo a Bologna per farlo 
tornare uomo. Tale il romanzo. 

Il quale, come si vede, derivazione deìVAsino d'Apulejo, è molto 
diverso dalle nostre Avveniure di Lillo. Ma con queste ha tre punti 
comuni: primo, il disegno generale, cioè la storia di un cane usata 
-a fine di satira personale e di costumi ; secondo, il nome d' Ermione 
che ha la padrona del cane ; terzo, la patria del protagonista, Bo- 
logna. — Il romanziere francese dovette immaginare di Bologna il 
cane, perchè a' suoi tempi, e poi anche nel settecento, fu quella città 
famosa per una piccola razza canina, delizia delle signore : quella 
cui anche il Fagiuoli accennò, ammonendo le donne che 

« piuttosto vorran farsi vedere 

In collo una canina di Bologna, 

Che nelle braccia un figliuolin tenere > (a), 

■ed anche fu ricordata dal Passeroni nei versi : 



« Quasi ogni dama oggi vuole il suo enne, 
£ lo vuol di Parigi o di Bologna, 
O di Malta, o di altre isole lontane > (3). — 



Peraltro anche solo questi tre punti di somiglianza, mi pare, 
possono far legittimamente asserire che il romanzo dell'abate di 
Torche fu noto e ispirò qualche idea all'autore inglese di una Hi- 
story of Pompey the little or the Life and Adventures of a Lap-Dogy 
dalla quale, come vedremo, le Avventure di Lilio derivarono. 



(i) Pagg. 163 e seg. 

(2) Rime piacevoli, Ferrara, 1799, p- 54. 

(3) Cicerone, canto XX, ottava 30. 



- 558 - 

U rommnzo inglese usci, pur esso anonimo, ottantatre anni dopo 
quello del Torche, nel 1751, a Londra, (<) ma presto fu noto essere 
opera di Francesco Coventry. H quale, per chi Yo^da, saperlo, (»► 
nacque a Cambridgeshire nel 1725 o '26, fu educato a Cambridge,, 
nel collegio della Maddalena; baccelliere nel 1748, poi vicario di 
Edgware ; mori giovane nel *59. Compose un poema, Pemshursi ; ma 
ciò che gli diede fama fu la History of Pompey, che Marj Wortìey 
Montagu lasciò scritto di preferire alle famosissime Adventmres of 
Peregrine PicUe di Tobia SmoUet. (3) 

Prova della fama che godette la History si è ch*essa fu ristam- 
pata ben cinque volte, fino al 1773, in inglese. (4) Ma già nel '52" 
essa aveva traversata la Manica e, giunta a Parigi, aveva trovato 
un traduttore che le die* veste francese. Cosi la Hisiory of Pompey 
diventò: La vie et ìes aveniures du peHi Pompée, Histoire criHque 
iradui/e de l'anglais par M. Toussaint. ($) 

Ma Fran90is Vincent Toussaint, come tutti i traduttori del se* 
colo XVIIl, era troppo poco scrupoloso e rispettoso della proprietà 
altrui per rimaner fedele all'originale. — Curioso tipo anche que- 
st'altro romanziere avventuroso, prima gesuita e poi filosofo ateo, 
nato a Parigi nel 1715 e morto a Berlino nel *72, gazzettiere in 
Francia e professore dì lo^ca in Germania, prima nemico di Fede- 
rico n che chiamò < le brigand du nord >, e poi suo entusiasta 
ammiratore; compilatore di un Dictionnaire de médecine (1746) e au- 
tore di un famoso libro, Les maurs (1748), condannato alle fiamme, 
dove espose arditissime idee e sbozzò una morale naturale indipen- 
dente dalla religione I — Questo Toussaint, dopo aver tradotto a 
suo modo anche un altro romanzo inglese, Histoire des Passions; 
ou aventures du chevalier Shroop, (6) volle naturalmente un. poco a 
suo modo < orner >, com'egU confessa, anche la History of Pompey. 
Nel complesso, il romanzo non subì rilevanti modificazioni, ma il 
traduttore ne tolse la lettera dedicatoria al Fielding, poi usò, in 



1 



(i) Gjopw, in-12. 

(2) Vedi Dictionary o/ National Biography^ Londra. 1887. 

(3) Anche questo romanzo fu pubblicato nel 1751. Fa tradotto in francese dal Toas* 
Saint nel 1753. £ anch'esso è una fierìssinia satira, coatro Ijady Vane* donna notisaintt 
per la sua bellezza e per i suoi intrighi amorosi. Si nasconde nel romanzo sotto il nome 
di lady Frail ; ma si dice ch'ella fosse tanto impudente, da ofhire essa stessa allo scrit- 
tore notizie e documenti delle sue turpitudini. 

(4) L'ili, prof. Gaston Paris, che si compiacque, con somma cortesia, fare in projK»- 
sito per me alcune ricerche alla Nazionale di Parigi (delle quali ancora qni gli rendo 
vivissime grazie), m' indicò appunto una « fifth edition, London, prìnted for I. Dodslef 
« in Pallmall, MDCCLXXII >. Ma non so se altre volte ancora il romanzo sia stato- 
pubblicato. 

(5) T. 2, a Amsterdam, chez Marc Michel Rey, MDCCLTI. 

(6) La Haye. 1751. 



J 



— 359 — 

alcuni particolari, di grande libertà, qua ampliando, là riassumendo 
e altrove addirittura sopprimendo alcuni passi, e neppure osservando 
la stessa divisione delle parti, cosicché, mentre nel testo inglese il l 
libro conta 18 capitoli e il II, 15, la traduzione conta 14 capi nel 
I e 18 nel II libro. 

Orbene, appunto da questa traduzione francese, e non dal testo 
inglese, derivano le nostre Avventure di Lillo. La divisione dei capi- 
toli, Tuguale titolo di essi, ed altri raffronti più minuti ce lo attestano 
sicuramente. È noto, del resto, che quasi tutti i romanzi inglesi del: 
settecento giunsero a noi, non direttamente, ma per il tramite francese. 

Peraltro, come si usava, il traduttore italiano volle far credere- 
d'aver avuto sott'occhio direttamente il testo del Coventry e premise 
al romanzetto una Prefazione, per dimostrare che « mala cosa è il- 
« tradurre ». « Si vuol egli sapere » egli scrive « se ho guastata o 

< migliorata la storia inglese di Lillo ? Leggasi dall* una parte Pori- 
« ginale e dall'altra la mia traduzione: questo è il solo mezzo per 
« giudicarne. Io non credo però che si faccia, né lo consiglio ad 

< alcuno ». — Certo egli non pensava che, più d'un secolo dopo, 
un pedante avrebbe fatto il raffronto. 

Posso asserire che la traduzione segue fedelmente il testo fran- 
cese. Solo il capo VII del libro I « conienant une dissertaiion curieuse 
sur Vimmorialité de l'àme », fu dal traduttore soppresso, cosicché il 
libro 1, anziché restare di 14 capi, fu ridotto a 13. LHtaliano inoltre 
aggiunse di suo alcune note a pie di pagina, nelle quali dà notizia 
di qualche costume inglese, o fa qualche critica considerazione : e 
infine mutò il nome di Pompeo al protagonista, chiamandolo Lillo,, 
nome più conforme all'uso italiano. — Ricordate la Lilla della mar- 
chesa Travasa ? — 

Ma chi fu il traduttore ì 

Difficile é rispondere alla dimanda. Ma volendo lanciare un'ipo- 
tesi, credo sia lecito pensare che la traduzione possa essere stata 
compiuta da Gaspare Gozzi. 

Per vero, se alcuno era a Venezia, in quel tempo, cui potesse 
piacere quel romanzetto inglese che dipingeva e metteva in satira i 
costumi, quegli doveva essere il conte Gaspare, 1' arguto e bonario 
osservatore. Egli poi che conosceva forse un poco la lingua inglese 
e certo molto bene la vita londinese, traverso lo Spectator dell' Ad- 
dison (t) ed altre gazzette e romanzi e libri d' ogni sorta che allora 

(i) Vedi P. TRttVBS, < L'Oiservaiore > di G. Gozzi ne* suoi rapporii con lo * SpeC'- 

< taior > di G. Addison, in Ateneo veneto, 1900, voi. II, fase. I, p. 89. 



y 



— 360 — 

in gran copia, direttamente, o in veste francese, venivano d'Inghilterra, 
-egli potè, con molta probabilità, più d' ogni altro, invogliarsi a tra- 
durre la piacevole Vie du pelit Pompée. S'aggiunga che più volte nella 
▼ita, come altrove ho ricordato, il povero Conte dovette, caduto in 
grandi strettezze finanziarie, adattarsi all' umile ufficio di traduttore. 
Voltò in italiano alcune commedie di Plauto, alcune del Molière, 
altre del Destouches, la Zaira del Voltaire ed altro, ma soprattutto 
novelle e romanzi : L'Avventuriera francese (1750), le Novelle morali 
e il Belisario del Marmontel {\7^^\ Le donne militari {XJ^^, Gli amori 
di Dafne e Cloe di Longo Sofista (1768), L'amico delle fanciulU 
(1776), ecc. I libri che mirassero a correggere i costumi, gli pia- 
cevano ;(0 e s'egli tradusse veramente fra il 1758 e il '59 (») Le avven- 
iure di Lillo, potrebbesi pensare che quella traduzione preluse alla 
sua opera di gazzettiere, novellista e romanziere d'intendimenti 
morali, che la Gazzetta veneta pubblicò tra il *60 e il '61, il Mondo 
morale cominciò nel *60 e V Osservatore nel '61. 

Si noti inoltre che Le avventure di Lillo sono il solo romanzo 
4el quale il Gozzi abbia dato l'annunzio ed abbia scritto un cenno 
nella sua Gazzetta veneta. (3) £ nella stessa veste italiana del roman- 
zetto mi sembra poter scorgere la mano di chi scrisse il Mondo mo- 
rale. La forma risente della fretta, ma la lingua è buona e ben di- 
versa da quella infranciosata di altri traduttori, e qua e là conta 
persino talune di quelle preziosità ricercate e leziose delle quali so- 
vente il Gozzi si compiaceva. S'aggiunga che la prefazioncella pre- 
messa al romanzo è arguta. Ancora: a p. U, là dove l'autore ac- 
cenna a una storiella di un cane, la quale leggesi in un dialogo di 
Luciano, il traduttore annota : « Il passo di Luciano è grandemente 
« sfigurato dall'autore inglese » ; e il Gozzi ognuno sa quanto cono- 
scesse que' dialoghi. A p. 54, là dove 1' autore, mostrato quel fan- 
<:iullo male istruito ed educato dai maestri di casa, lamenta che in 
Inghilterra non si mandino i ragazzi dei nobili alle pubbliche scuole, 
il traduttore a sua volta annota : « Convien dire che in Inghilterra 
« non si consumino nelle pubbliche scuole sette anni di morte per 
« insegnare ai fanciulli la quarta parte di una lingua che si potrebbe 
« sapere perfettamente in diciotto mesi ; altrimenti l'A. inglese a- 
« vrebbe gran torto e preferirle così apertamente all'educazione pri- 
vata »; e Gaspare Gozzi appunto più volte, in vari suoi scritti, bia- 
simò acerbamente i metodi d' istruzione e di educazione che si usa- 



(i) V, il presente volume a pagg. 45-46, 247-48. 

(a) U Imprimatur dei Riformatori dì Padova reca la data dell'xx gennaio 1759. 

(3^ Loc. cit. 



ì 



— 361 — 

vano nelle nostre scuole, e soprattutto l'insegnamento del latino. (^) 
A pag. 61, pure in una nota, per spiegare un'allusione delPautore, il 
traduttore narra la novella dei gatti di Whittington ; (2) ed anche 
questa narrazione vivace, breve e garbata mi sembra risenta della 
maniera del nostro Gozzi. Mi pare insomma non sia troppo arri- 
schiato a lui attribuire la traduzione del romanzo. 

Comunque, per le vie che ho testé indicate giunse fino a noi la 
storia di un cane. 

Per seguire fino all'ultimo le vicende della quale, aggiungerò 
che nel 1784, Lillo riprese il nome di Pompeo, in un altro romanzo 
francese che un ignoto autore pubblicò a Parigi col nome d'« Hi- 
stoire du petit PompéCf ou la vie et Ics aveniures d'un chien de Dame 
— imitée de Vanglois ». È questo 1' ultimo raffazzonamento della 
History del Coventry, nel quale solo una breve parte del romanzo 
inglese sorvive. L'autore, tenendo sott'occhio la versione del Tous- 
saint o magari — non farebbe meraviglia — quella italiana, la seguì 
o la copiò sino alla fine del VII capo del libro I, là dove Pompeo 
si smarrisce nel parco di Londra ; poi abbandonò completamente la 
trama della narrazione inglese, forse per seguirne un'altra di un altro 
romanzo ; fece raccogliere il cane da giocolieri e poscia da molte 
altre persone, e, nella seconda Parte, si servì della storia di Pompeo 
solo come tenue filo per tenere insieme collegate varie novelle, varie 
narrazioni di avvenimenti disparatissimi eh' egli finse accaduti alla 
presenza del cane, ma ognuna delle quali non ha alcun rapporto 
coll'altra ed ha una speciale intitolazione, come Le prejugé vaincu, 
Les deux ainis, Le mari sage^ La courtisane vertueuse, ecc. 

Così, un romanzo che narrava le avventure di un cane di Bo- 
logna e di due amanti di Modena^ scritto in francese da un amoroso 
cultore della lingua e della letteratura italiana, potè ispirare ad un 
poeta inglese un altro romanzo, e questo subire in Francia muta- 
menti d'ogni sorta, poi assumere veste nuova in Italia per opera forse 
di Gasparo Gozzi, e finalmente finire, tronco e malconcio, in un altro 
romanzo di Parigi. (3) 



(i) Cito solo un passo nel quale il Gozzi esprime il medesimo concetto dell'autore inglese, 
quasi colle medesime parole : « Quando comincia ad aprirsi la prima capacità dell'intendere 

< negli ingegni, ad ogni fanciullo si mette in mano la grammatica latina ; e a suo dispetto 
« egli avrà ad imparate, per un lungo corso d'anni, un linguaggio del quale non avrà 

< mai a valersi nella vita sua ». Gozzi, Opere^ Venezia, Molinarì, 1812, III, pp. 95 sg. 

(a) La novella, notissima del resto e popolare in Italia e fuori, potè il Gozzi cono- 
scere dalle Lettere familiari del Magalotti (Firenze, Cambiagi, 1769, voi. I, lett. 20), o 
dalle Rime burlesche del suo contemporaneo S. Valeriano Vannetti (Roveredo, 1760, 
Li gatti) ove è narrata nella stessa versione dal Gozzi seguita (v. G. B. Marchesi, 
Per la storia della novella del sec. XVI l^ Roma, Loescher, pp. 186-88). 

(3) Conosco anche un W/.v/c/V(?df'«w Chien, écriie par lui-mème rt publiée par un homm<* 
de ses amis ; ouvrage critique, maral et philosophigue (par C. A. B. Sewrin), Paris, Veuve 
Masson, an. X;romanzopur esso satirico; ma non ha alcuna relazione colle -<4z'z/^«/«r<?df/Zj7/(7. 

24 



- 362 



1 



Tutto ciò, tra il 1668 e il 1784: il periodo eroico, Tetà deiroro 
nella storia dei cani. Come altri chiamò il Settecento il secolo della 
cipria, io vorrei chiamarlo il secolo dei cani. Mai come in quel tempo 
essi furono amati, vezzeggiati, onorati ; e non senza ragione gli autori 
de' quali testé ho fatto cenno, scelsero quel grazioso animale, per 
intesservi attorno una favola di romanzo. La storia di un cane servi 
loro come pretesto e occasione a porre in satira tutta la vita privata 
e la sociale ; ma, nel romanzo, come nella società di cui essi descri- 
vono i costumi, il cane stesso è gran parte, anzi finisce quasi col 
diventare U protagonista, il centro, attorno al quale si svolge quella 
frivola vita di dame e di cavalieri. Cosi a Londra, come a Parigi 
ed a Venezia. Vuol dire che il senso morale si era ben traviato e 
lo zerbino e il cicisbeo erano una ben scipita e stupida cosa se il 
vezzoso barboncino poteva tanta parte occupare dei teneri cuori 
femminili. 

Alla corte di Luigi XV dicevasi che le sole lagrime sparse in 
sua vita da madamigella di Coulange furono per la sua cagnoletta 
Zulmé. (i) Il cagnuolo era il re del salotto, e, adagiato sul canapè o 
nel grembo della signora, adorno di preziosi collari e di nastri, rice- 
veva l'omaggio dei visitatori. Ad esso i servitori e gli amanti dove- 
vano lo stesso rispetto che alla signora. Si legge nella Storia di 
Milano del Verri, (2) che, nel 1670, avendo un domestico del Viceré 
duca d'Ossuna percosso un cane della principessa Trivulzio, i do- 
mestici di questa, nientemeno, ammazzarono il percussore. Per otte- 
nere i favori della dama, giovava mostrarsi devoti al suo cane. Ed 
è nota la novella Badìy che Pietro Verri pubblicò nel Caffè, ;(3) nella 
quale si narra di un giovane che fu giudicato dalla intera città, in- 
civile, < stolido e brutale >, e non potè ottenere un impiego cui aveva 
diritto, per aver sinceramente dichiarato alla moglie del Ministro, 
ch'egli aveva veduto qualche cane più vezzoso di quello che la si- 
gnora possedeva. Quel cagnuolo, come V eroe del nostro romanzo, 
si chiamava Lillì', e soleva nelle conversazioni « ricevere in giro le 



(i) C. Cantù, // Parini e la Lombardia ecc., p. 386, n. 44. 
(a) Milano, 1825, IV, 194. 
(3) Tomo II, 1765.66. 



— 363 — 

^ carezze*" di tutti gli astanti >. (i) Il Fagiuoli, in un suo giocoso 
capitolo, ammoniva una signora: < 11 cane sol teneramente amate. 
< I Si può egli udire mai maggior misfatto ? > (2) 11 Passeroni pure, 
con quel suo fare bonario, le dame di quella vivissima passione scher- 
niva, (3) ed anche il Goldoni, mi pare, in qualche sua commedia. Nel 
romanzo satirico del veneziano Sceriman, dove nella descrizione di 
una imaginarìa società di scimmie, son dipinti i costumi del tempo, 
leggesi di una bella scimmiona la quale tiene sempre in braccio il 
suo cane, « un bel cane », dice Fautore, « simile a quelli che so- 
€ gliono dalle nostre dame esser nutriti con maggior diligenza de' 
« propri figli, ed amati assai più dei loro servi e delle umane crea- 
« ture ». (4) E pure in un altro romanzo, IZingani di Antonio Piazza, 
è un tale che volendo insegnare a una donna Tarte di parer nobile 
e ricca, tra l'altro, « abbi », le suggerisce, « una tenerezza amorosa 
« per qualche cagnolo, e una freddissima indifferenza per i pa- 
« renti ». (s) Il cane, dalla padrona indivisibile, era portato nelle 
conversazioni, a teatro, in chiesa. (6) Sicché anche per le strade era 
un andirivieni di cani. Osservate i quadri e le incisioni del settecento 
ritraenti una piazza, una via, un pubblico passeggio di una città, e 
vi troverete sempre qualche signora che si trascina dietro il fido 
amico legato ad un nastro. Nella confusione sovente si smarrivano, 
e allora, pianti, svenimenti, ricerche assidue e pazienti, avvisi infiniti 
su per i muri e pei giornali, promettenti mance vistose. Nei giornali 
del tempo se ne incontrano frequentissimi e di curiosi, come questo 
ad esempio : « A chi avesse trovato un cagnolino color d'Isabella, 
« con quattro macchie bianche, la padrona che lo smarrì offre la 
« ricompensa di tre filippi, la serva un ducato d'argento, e un pa- 
« rente un cesto di ciambelle, una rosada e un piatto di macche- 
« roni ». (7) 

Per ciò, nel settecento fiori una vera letteratura canina. Anche 
altri animali furono allora frequentemente oggetto di prose e di 
versi, ma nessuno quanto il cane. In generale sono poesie giocose, 
dove si cantan le lodi, o si piange la morte di questa o quella cuccia ; 
ma sovente dallo scherzo balza fuori la satira tagliente, spietata, 



(x) La novella potè essere ispirata al Verri dal noto episodio parìniano della Ver^ 
gine Cuccia, Vedi Bruno Cotronei, Postille Pariniane, Siracusa, 1900, p. 34. 

(2) Alla signora Elisabetta Gir alami d* AmòrOf in biasimo del Cane e in lode 
del Gallo, 

(3) Loc. cit. 

(4) Storia dei regni delle scimmie, Berna (Venezia) 1764, t. I, p. 225. Ma la prima 
edizione del romanzo è del 1749. V. di questo volume la pg. 231. 

(5) I Zingani, Venezia, 1769, cap. X. V. di questo volume la pg. 231. 

(6) Cfr. Malaicanni, // Settecento a Venezia, Torino, Roux, pp. 83 e sgg. 

(7) Gradenigo, Commemoriali, 25 marzo 1761. 



^ 364 — 

persin volgare talvolta, contro V adorazione esagerata e pazza di 
quegli animali. Altri già ricordò un bel numero di tali componimenti: (i) 
alcuni versi del Baretti ; il sonetto composto dal Baruffaldi per Ve- 
spetta ca^nolina morta di parto ; un capitolo del Vettori, in morte 
di una cagnetta ; un sonetto del Galeotti, in morte del cane Meschino ; 
un sonetto del Borsetti che comincia : Cagnoìina gentil, figlia (Pun 
cane ; un componimento del Biancardi, intorno a un cane chiamato 
Birba. Ma molti altri scritti di simil genere si potrebbero trovare. 
Ricordo le Lagrime di molti illustri pjeti viventi in morte di Pippo 
cane vicentino, <*) raccolta di molte rime, tra le quali notevole una 
canzone di Carlo Gozzi. U) Ricordo i Poetici componimenti in morte 
di Condè, cane da caccia del nobile signor marchese Giov. Sagra- 
moso, (4) dei quali uno è di Gerolamo Pompei. Vincenzo Antonio 
Formaleoni, nascondendosi sotto lo pseudonimo di Onocefalo Gino- 
glosa, dettò un Elogio del cane Tabacchino morto nel caffè del ponte 
dell'Angelo il dì 27 aprile 1792. (5> Il Chiari cantò una cagnoletta di 
certa Mirtinda. (6) Il patrizio veneto Soranzo scrisse intorno a una 
cagnetta persino un poema di dodici canti di ottave. (7) E i cani 
trovarono in quel secolo financo il loro storico, nel francese Fré- 
ville. (8) 

Ma chi tramandò veramente alla storia, e rese memorando per 
sempre Tamore, le cure, le delizie e i privilegi di cui godettero i 
cani nel settecento, fu, com'è noto, il Parini. (9) 

A lui naturalmente non isfuggi codesto strano vezzo femminile, 
e per colpire quella sentimentalità morbosa, umiliante e ripugnante, 
pare quasi si sia compiaciuto di usar gli strumenti più fini e validi 



1 



(i) E. Bertama, // Parini tra t po^iì giocosi del Settecento, in Giornalestor. della 
letier. italiana^ SuppL I, pp. 39-40, in nota. 

(2) Milano, 17 49. 

(3) Pag. 29. 

(4) Verona, Plamanzini, 1765. 

(5) Venezia, 1792. Questa non è una poesia giocosa ; è una parodia. 

(6) Vedi Tommaseo, IJab. Chiari, in Tipaldo, Biografie^ VII, 211. 

(7) Trovasi ms. nel Museo Correr, Raccolta Cicogna, cod. 3319. 

(8) Ignoro in che anno precisamente uscì la .storia in francese, ma dovette, con 
ogni probabilità, uscire negli ultimi anni del settecento. Una traduz. ital. fu pubblicata 
nel 1803, Storia dei cani celebri^ frammischiata di curiose notizie di storia naturale, 
di A. F. G. Fréville, trad. dal francese (di Giov. Torti). L'opera fu scritta per ser- 
vire dì lettura scolastica ai fanciulli. 

(9) Oltre che nel noto episodio della Vergine Cuccia, il Parini accenna ai cani 
delle dame, nel Mattino (vv. 439-41) e nel Vespro (vv. 51-59) là dove la dama 

e . . . Non senza sospetti e senza baci 
a le vergini ancelle il cane affida, 
al par de' giochi, al par de* cari figli 
grave sua cura.... > ^cc. 



\ 



— 365 — 

del suo genio satirico, toccando quella perfezione d' arte, per cui 
l'episodio della Vergine cuccia va meritamente famoso. Una moda 
per la quale un bruto si anteponeva, non solo a cicisbei vanesi, ma 
a poveri servi fedeli e onorati, dovette sembrare all'abate il peggior 
vizio di quelle dame corrotte, offesa alle leggi umane e divine ; e 
il peggior vizio egli volle bollare col marchio suo più rovente. 

L'episodio spicca, brilla nel Meriggio, come una gemma. 

In quella descrizione del banchetto, tra il comico e pomposo di- 
scorso del vegetariano, e il vano cicaleccio dell'ospite forestiero che 
parla « or d'avi, or di cavalli, ora di Frinì », le lagrime e i sospiri 
della dama sono melanconica nota in musica festosa. 

Ella pensa all'insulto recato alla cuccia e piange. 

Racconta ella ì II poeta noi dice (« Or le sovviene il giorno. Ahi 
« fero giorno I ») e lascia quasi supporre che la dama non parli, 
come oppressa e vinta dal doloroso ricordo, e forse per non turbare 
la lieta serenità del banchetto. Ma il posta pare afferri il pensiero 
che le passa per l'anima, e narra lui il caso funesto, colle stesse pa- 
role che la dama userebbe. E poi, giunto alla vendetta della ver- 
gine cuccia, alla espulsione del servo, ecco, acceso di sdegno, a un 
tratto dimentica, interrompe l'ironia, e prosegue per conto, suo la 
narrazione, sino alla fine, sino alle terribili conseguenze della con- 
danna, e narra anche ciò che la dama direbbe, ciò che la frivola 
dama non può neppure pensare. 

— « Il misero si giacque 

Con la squallida prole e con la nuda 
Consorte a lato, su la via spargendo 
Al passeggero inutile lamento >. — 

Qui il poeta non sorride più, non mostra più il suo amaro sorriso ; 
qui è serio, terribile, tragico. Noi non sentiamo più il festoso tin- 
tinnio de' bicchieri^ il susurro dei melliflui conversatori, le risa 
spensierate ; tutto tace, la scena si oscura ; ci sembra di veder pas- 
sare nel cielo una nuvola e di vedere il guizzo di un lampo nunzio 
della tempesta. E giunti alla fine del racconto, ci vien voglia di chiu- 
dere il libro, e pensare. 

Donde il Parini s'inspirò nell'imaginar l'episodio ì 
Non aveva bisogno d'inspirarsi ad alcuna narrazione consimile ; 
bastava ch'ei volgesse attorno lo sguardo e osservasse la vita dei 
servitori e dei cani. Nell'ambiente che, sotto questo aspetto, son ve- 
nuto via via descrivendo, ognun vede che fatti simili a quello dell'e- 



- 366 - 

pisodio parìniano potevano veramente accadere. Molto giustamente 
fu da uno studioso del Parini (») raccostata all'episodio della Cuccia 
una lettera giocosa del Costantini, pubblicata a Venezia nel 1748, (») 
nella quale, dopo essersi descritta la morte di un cane, la sua se- 
poltura e i pianti della padrona, si dice : « Una negligenza o un'in- 
« volontaria mancanza di un ssrvitore o di una servente verso una 
« bestia che si ami, induce percosse e privazione di pane ». Altri (3) 
ha ricordato, allo stesso proposito, una scena della fiaba di Carlo 
Gozzi, / pitocchi fortunali, (4) dove il servitore Brighella racconta 
precisamente d'essere stato licenziato dalla sua padrona per aver 
percosso la cagnolina: « No se m'ha volesto far el mio ben servido; 
« s' ha dà de le caritatevoli informazion de mi, e nisun m' ha più vo- 
«^ lesto al so servizio ». 11 caso è identico a quello narrato dal Pa- 
rini ; ma mi pare avventato parlare, come piacque a chi avverti 
questo riscontro, parlare addirittura di una probabile fonte pariniana. 
Mi sembra che la fiaba del Gozzi, rappresentata il 29 novembre del 
1764, e stampata più tardi, molto difficilmente abbia potuto esser 
nota al Parini, durante la composizione del Meriggio cui die mano 
subito dopo il Mattino, nel '63, e di cui già era permessa la stampa 
a* 24 lùglio del '65. (5) 

Se mai di fonti dirette fosse lecito parlare, con più ragione, mi 
pare, si potrebbe addurre un passo delle Avventure di Lillo. Nel 
libro I del nostro romanzo, verso la fine del cap. VI, l'autore, nar- 
rate alcune sventure occorse a Lillo nella casa di Lady Ermione, 
soggiunge : < Oltre a questi casi, molti ne sofferse da' servidori, in- 
« vidiosi del vederlo in grazie e accarezzato, e massime dalla came- 
« riera, che sempre gli faceva qualche brutto scherzo ; come per 
« esempio, di conficcargli i denti del pettine, quando lo pettinava; 
« cosa da lei fatta un giorno con tanta mala grazia e forza, che gU 
« restarono tre denti piantati nella schiena ; tanto che, per trarnegli 
« fuori, ci volle il cerusico. Ma dovendosi presumere che i cani go- 
« dano della vendetta quanto gli uomini, Lillo dovette restare appa- 
« gatissimo, perchè la pettinatrice fu vergognosamente cacciata dì 
« casa, né potè mai avere da Milady una fede d'averla ben servita, 
« che pure era a lei necessaria per entrare in un'altra casa : e non 
« è male che le cameriere imparino a pettinare i cani un poco più 



(i) Emilio Bsrtana, Studi parìniani. Spezia, 1893, pp. 45-5P' 

(2) PupiENi (G. A. Costantini), Lett, giocose, Venezia, 1748, IV, pp. 177 sgg. 

(3) Mercuri NO Sappa, Una probabile fonte deW episodio della Vergine Cuccia, »a 
Giorn. storico della letier, italiana, XXX, 30, 351. 

(4) Atto I, scena 8. 

(5) Vedi, par queste date, il voi. del Carducci sul Giorno. 



— 367 — 

« leggermente ». Come ognun vede, l'episodio è molto simile a quello 
del Giorno. Il Parini, onde mostrare più grave la crudeltà della dama 
e più simpatica e pietosa la figura del servo, fa che questi osi toc- 
care la cuccia, non per invìdia o per dispetto, ma solo dopo essere 
stato morso da lei. I denti del pettine che la cameriera infigge nel 
dorso di Lillo, diventano presso il Parini i denti che la cuccia infigge 
nel « piede villano ». Nel romanzo la cameriera offende ; nel Giorno 
il servo si difende. Ma la conseguenza delPinsulto recato al cane, la 
« vendetta » è la stessa ; è narrata quasi colle medesime parole. 
Persino Tultima ironica considerazione del romanziere — « e non è 
* male che le cameriere, ecc. » — risponde alla chiusa del poeta: E 
« tu vergine cuccia, idol placato | Da le vittime umane, isti superba ». 
Ma che veramente il Parini conoscesse le Avventure di Lillo, 
non oserei asserire. Certo è solo che il racconto chs più si accosti a 
quello della Vergine Cuccia, tra gl'indicati sin' ora, e pubblicati prima 
del 1/64, è questo del nostro romanzo. Quello dei Pitocchi fortunati 
di Carlo Gozzi, che il Parini non potè conoscere, con ogni proba- 
bilità deriva pur esso dal romanzo tradotto da Gaspare Gozzi. 

Ripeto : il Parini non aveva bisogno d'ispirarsi ad alcun autore ; 
la società che lo circondava potè offrirgli il modello della sua pit- 
tura. Il fatto era nella vita ; ed al vero attinse il poeta. Ma chi 
può dire come un'immagine sorge, si forma, si delinea nella mente 
dell'artista? Lo scrittore è anche sempre un po' debitore a quanti 
lo precedettero. Il poeta accoglie nell' anima, oltre alle impressioni 
vergini e fresche che gli giungono dalla natura e dalla vita che lo 
circonda, anche Peco di altre voci^ anche l'ombra di altre imagini 
che in lui si riflettono da altre anime. Ora è la trama generale, l'idea 
fondamentale d'un componimento ; ora è un particolare pensiero, ora 
è una semplice frase, ora è una sola parola ; ma tutto ciò che ar- 
riva alla mente del poeta e la tocca, tutto vi lascia la sua traccia. 
L'anima dell'artista è come zolla di campo fecondo cui da ogni 
parte i venti portano germi di vita. Talvolta il poeta feconda il seme 
e lo trasforma e ne fa sua creatura, e, creando, non imita; altra 
volta riproduce precisamente quanto in lui si accolse, ed imita ; ora 
l'imitazione è conscia, ora è inconscia. Comunque, ricercare e stu- 
diare le fonti di un' opera d' arte, qualora ciò si faccia nei debiti 
modi, non è senza ragione ed utilità. La ricerca delle fonti dev' es- 
sere considerata non solo come opera di storico e di critico che 
voglia stabilire meriti di precedenza o di proprietà, ma anche (e solo 
talvolta) come studio di psicologo che voglia rintracciare il multi- 
forme e svariato e complicato processo d'ideazione. 



L 



— 368 - 

Ciò posto, è ammissibile che il Parini abbia conosciuto il nostro 
romanzo, e ch'esso gli abbia suggerito qualche idea per il suo poema 
cui attese dopo la pubblicazione di quello. Leggendo la « vendetta » 
di Lillo, a me è occorso naturalmente di pensare alla vendetta della 
cuccia pariniana ; leggendo delle gesta del giovine Ilarione, nobile 
effeminato, amante dei viaggi, dei cavalli e delle Frinì, e presunto 
intenditore di cosa d*arte, più volte mi è sorta dinanzi la figura del 
Giovi n Signore ; ma più ancora, tutto il romanzo, satira mordace e 
vivace della nobiltà inglese, mi ha fatto ricordare il poemetto im- 
mortale. Chi sa ? 

Senza volerlo, dal Chien de Boulogne sono venuto a toccar del 
Parini. Ma sa queste pagine, più che contributo alla storia del nostro 
romanzo del settecento, potranno essere considerate un contributo 
alla storia del Giorno^ ed anche solo un commento a un episodio di 
esso, mi parrà d'averle scritte meno inutilmente. 



j 



APPENDICE II. 



SAGGIO DI UNA BIBLIOGRAFIA DEI ROMANZI ITALIANI 
(ORIGINALI E TRADOTTI) DEL SECOLO XVIIT. 



^ 



NOTA, — Ricercare i romanzi editi in Italia nel settecento, era impresa non facile, 
poiché tutti, vuoi per il loro scarsa valore artistico, vuoi perchè immorali, o imbevati 
d'idee rivoluzionarie, dopo il 1815 andarono dispersi e caddero in dispregio. Le biblioteche 
pubbliche ne sono pressoché del tutto prive, persino quelle di Venezia e di Padova che 
furono nel settecento le due città italiane nelle quali la produzione romanzesca fu più 
abbondante. Sicché dovetti con paziente fatica cercare romanzi o indicazioni bibliografiche 
presso qualche raccoglitore di libri rari, su pei giornali, nei cataloghi de* librai e delle 
biblioteche private di quel secolo. Solo efficacemente mi giovò la preziosa raccolta di 
narratori italiani che il Sìg. Cav. Paolo Gaffuri. Direttore dell'Istituto Italiano d'Aiti 
Grafiche, con singolare cortesia pose a mia disposizione; del che (come delle spontanee 
■diligenti cure da lui poste nella stampa del presente volume), mi piace qui vivamente 
ringraziarlo. Il Passano aveva in animo di compilare una bibliografia dei romanzi italiani, 
e l'annunziò come di prossima pubblicazione ; ma la morte troncò il disegno ; e pare 
ch'egli stesso, del quale è nota la grande erudizione bibliografica, avesse incontrato troppe 
difficoltà per potar presto condurre a compimento l' impresa, se nella Biblioteca Univer- 
sitaria di Genova, alla quale egli lasciò le sue schede, non si trovano, riferentisi al set- 
tecento, che guattro sole schede indicanti quattro romanzi del Chiari che ne compose 
circa quaranta ! Né mi arrecarono aiuto alcuno neppure le piccole Bibliografie generali 
di romanzi, apparse in Francia, quali una Petite bibltogmphie biographico^romanciére di 
Marc e Girault (Paris, i8ai), e quella che va unita all'opera di Lenglet Dasfresnoy 
(Gordon de Perccl), De Pusage dss Rornans (Paris, 1744), le quali, pur annoverando ro- 
manzi di tutta Europa, non fanno menzione neppure di un romanzo italiano del sette- 
cento. Si vorranno pertanto giudicare con equità la mancanze e lo imperfezioni che pre- 
senterà l'attuale mio Saggio bibliografico. 

I romanzi dei qaali do notizia sono originali o tradotti : ma non ho creduto oppor- 
tuno raccogliere in due capitoli diversi gli uni e gli altri, perchè, nella confusione enonne 
che si riscontra, rispetto alla proprietà letteraria, nei romanzi del settecento, non mi sa- 
rebbe stato sempre possibile stabilire con certezza se un romanzo fosse originale o tra- 
dotto. Mi sono peraltro preso cura di notare sempre, ogni volta che mi riuscì di deter- 
minarlo, il testo francese o inglese dal quale il romanz) italiano fu tradotto, o sul quale 
fu raffazzonato. Per la medesima ragione, non distribuii i romanzi per ordine alfabetico 
rispetto al nome degli aut)ri; e sola possibile e razionale distribuzione ritenni l'ordine 
alfabetico rispetto ai titoli. 



i 



)J^f^)^)^^^f^^^f^)f^lf^,(^)f^)^^^)f^ 



§ I. — ROMANZI 



Abaritte, storia verissima. — Nizza, 1790, T. 1, in 8. 
Lo stesso, Londra, 1792, T. 1. in 8, di pgg. 174. 
Ne è autore Ippolito Pindemonte. 

Abelardo ed Eloisa, v. Vita e lettere di A\ ed E, 

Abelardo supposto (L') della Contessa Beauharnais. — Venezia, 1793. 

È traduz. de UAbailard suppose oti le Sentiment à l'Epreuve, Lion, 1791. 
Abrocome ed Anthia, v. Degli amori di A. ed A. 
Abizai, V. La Bacchetta prodigiosa. 

Accidenti di Londra, traduzione dal francese. — Venezia, 1758. 
(Romanzo ?). 

Adelson e Salvini, o sia le fatali conseguenze dell* Amore. — No- 
vella del D*Arnaud. — Venezia, 1784 (trad. dal francese). 

Affanni del giovane Werther (Gli), v. Werther, 

Africana in America (L*). 

Un romanzo di questo nome annunziò il Piazza nella prefazione della 
Persiana in Italia, Venezia, Graziosi, 1799, inau^rando la Collezione 
del Graziosi. Ma la Collezione cessò presto, e 1' Africana non credo 
sia stata pubblicata mai. V. La Persiana in Italia, 

Agata di Belmont, traduzione dall'inglese (hoc legite austeri), — 
Milano, presso Giuseppe Borsani e C, alla Croce Rossa in P. N., 
vicino alla porta dei cavalli [senza data, ma certamente degli ultimi 
anni del secolo XVIII]. 



372 — 



n 



Agatone, v. Istoria ili Agatone, 

Allievo della natura (L'), romanzo attribuito a G. G. Rousseau, in 

addietro cittadino di Ginevra, dalla francese nell'italiana favella 

fedelmente tradotto da Polite Eudemone (Francesco Scacerni), 

Leida (ma forse Venezia), 1770, voi. 2. 

Il Melzi, Anali, e pseitd., sej^-uendo il Barbier, nota che quest'opera non 
è del Rousseau, ma di Guillard o Gasparo Guibert Dk Beaurien. 

Almanzi, v. D'AI manzi. 

Amalia, Milano, S. Ambrogio, 1786. T. 2. — v. Raccolta di Romanzi, 
T. XVI-XVII. 
La stessa, novella, morale, trad. dal francese. — Napoli, 1788^ T. 3, 
V. Biblioteca piacevole, T. VI-VIII. 

Amante capricciosa (L'), o sieno le avventure amorose di Madama 
di Beri. — Venezia^ 1781, T. 2, in 12, con rame (trad. dal francese). 

Amante disgraziato (L'), o sia le avventure del Conte E. H. R. - 
In Venezia, presso Angelo Pasinelli, 1765. 

Lo stesso, coll'aggiunta : « seconda edizione riveduta e migliorata 
in più parti >, in Venezia, presso Angelo Pasinelli, 1770, in 8, di 
pgg. XVI, 144. Ma già dalla stamperia del Savioni, nel 1769, il 
romanzo era apparso una seconda volta a Venezia. 

Lo stesso, coll'aggiunta: < scritte da lui medesimo e pubblicate dal- 
l'Abate Chiari >, in Napoli, nella stamperia Avelliana, ed a 
spese di G. A. Vinaccia, 1773, in 8. 

Lo stesso, Venezia, Fratelli Bassaglia, 1785 {?), 

Come vedesi, nell'edizions napoletana, il romanzo è attribuito al Chiari; 
ma l'attribuzione è falsa. Nella prima edizione non appare il nome 
dell' autore ; ma nella prefazione della seconda edizione del Pasinelli, 
lo stessa Piazza si dichiara autore del romanzo. 

Amante incognita (L*), o sia le avventure d'una Principessa svedese, 
scritte da lei medesima e pubblicate per ordine suo dall'Abate 
Pietro Chiari, in Parma, 1 765, per Filippo Carmignani, T. 2, di 
pgg. 242, 222, con rame. 
La stessa, Venezia, 1766. 

Amante infelice (L'), Milano, S. Ambrogio, 1786, T. 1. ~ v. Raccolta 
di Romanzi, T. XV III. 

Amelia di M. Fielding; traduzione dall'Inglese — aggiuntovi^ 
Mennone e / due consolati del Sg. di Voltaire, e L'avventur(f 
singolare del Sjj. Ab. Prevost. — Venezia, 1782. 



J 



f 



— 373 - 

Probabilmente la traduzione noi sarà s:ata fatta sul testo ing-lese, ma 
sulla trad. francese Amelie, Histoire Angl. traci, de l'anglois de Fieì- 
ding compiuta da M. de Pusieux, Paris, Charpentier, 1762 — oppure 
su quella della Riccoboni, Paris, Humbold, 1762. Lo stesso romanzo 
costituisce i tomi VI, ^'■II e Vili della Biblioteca piacevole (v.) di Na- 
poli, 1788. 

Americana ramminga (L') (sic), cioè memorie di Donna Innez di 
Quebrada, scritte da lei stessa, ed ora pubblicate da M. G. di S. 
sua confidente amica. — Venezia, Pasinelli, 1763, T. 2. 
La stessa, Venezia, Pasinelli, 1766. 

> Venezia, appresso Ant. Zatta e figli, 1788, T. 2, di pa- 

gine 132, 108. 

Il Melzi, Diz. Anon. e Pseudon., non so con quale fondamento, attri- 
buisce questo romanzo al Chiari. A me non fu possibile rintracciarlo. 
Probabilmente è una traduzione. 

Amici rivali (Gli), storia inglese del Signor... — In Venezia, 1770, 
per Luigi Favini, T. 1, in 8 piccolo, di pgg. 158 con rame. — 

Probabilmente è trad. dal francese. 

Amico tradito (L'), o sìa memorie di un mercante italiano, consa- 
crate a Sua Eccel. il Sg. Pietro Marcello del fu Sg. Pietro Procu- 
rator. In Venezia, 1769 [senza nome dello stampatore, ma Savioni], 
T. 1, in 8, di pgg. 215. Precede un bel rame, coi versi: < Chi fa 
del ben ha male; ma d'un amico il Zelo \ Se vien dall'uom tradito, 
deve premiarlo il Cielo >. 
Lo stesso: < ....o sia memorie d'un mercante italiano. Storia istrut- 
tiva pubblicata dall'Abate Chiari >. A cura di A. Vinaccia, Na- 
poli, Flauto Vincenzo, 1773. 
Lo stesso, Venezia, Fratelli Bassaglia, 1782. 

Quantunque nell'ediz. napoletana il romanzo sia attribuito al Chiari, 
esso devesi ritenere del Piazza. I Bassag-lia lo pubblicarono tra le 
opere di lui, e la loro edizion3 è « migliorata e corretta dall'autore „. 

Amore ammogliato, ovvero la bizzaria d'amore nello stato del ma- 
trimonio. Traduzione dal francese. — Venezia, 1724. 

Amore senza fortuna (L'), o sia memorie d'una Dama Portoghese, 
scritte da lei medesima e pubblicate dall'Ab. P. Chiari. — Ve- 
nezia, Pasinelli, 1763. 

Lo stesso, Parma, Carmignanì, 1765. 

Lo stesso, Firenze, 1765, a spese del Colombani, libraio veneto, 
T. 2, di pgg. 227 e 239. Precede un finissimo rame, coi versi: 
Per afferrar un porto a suo talento \ arte non vai quando è con- 
trario il vento. 



— 374 — 

Amori di Abrocome e d*Antiiia (Degli). Libri cinque tradotti da 

Anton Maria Salvini, — Londra, Pickard, 1723. 

Gli stessi, Londra (ma Firenze), 1757. 

È traduz. del romanzo greco di Senofonte Kfesio, tradotto pochi anni 
prima, in latino da Antonio Cocchi di Benevento (1695-1754). 

Amori di Fileno, scrìtti a Rosalba in lettere amorose raccolte da 
Francesco Moisè Chersino. — Milano, 1732, 

Amori di Milord Bomston, novella morale di G. Giacomo Rousseau. 

È contenuta nel T. XFI della Biblioteca piacevole (v.) — Napoli, 1788. 

Amori di Saffo e Paone (Gli), v. Avventure di Saffo. 
Amori d' Ismene e ismenià (Gli), v. La serietà vinta. 

Amori di Teresa di S. Clair e di Giuseppe Qianfaldoni del Si- 

gnor LÉONARD. — Venezia, Rosa, 1798. 
Gli stessij Venezia, Gaetano Martini, 1810. 

> Venezia, Andreola, 1810. 

> Bologna, 1810, presso i fratelli Masi e Comp., voi. 3. 

> Venezia, Molinari, 1812, con antip. figurato, 

> Firenze, presso Giacomo Moro (ottava edizione), 1857^ 
voi. 2, in 16. 

Amori pastorali di Dafne e Cloe (Gli), descritti da Longo Greco. 

— Venezia, Fenzo, 1766, 

Questa traduz. del noto romanzo di Longo Sofista, è del Co. Gaspare 
Gozzi. La scrisse per le nozze Barzizza; e ne fa cenno egli stesso in 
una lettera a Carlo Andric (v. G. Gozzi, Opere^ Venezia, Molinari, 
1812, XV, 280). Del romanzo greco era già apparsa una traduzione 
nel 1643 (Bologna, Monti) che certo G. B. Manzini spacciò per sua, 
mentre invece non era — salvo alcune modificazioni — che la tradu- 
zione di Annibal Caro, della quale, ancora inedita, il Manzini aveva 
trovato il ms. (v. in proposito un articolo di U. Brilli ** Un secentista 
bolognese ed un plagio „ in Domenica dei Fracassa 1884, n. 22). Ma 
il plagio già era stato avvertito dal Federici, in Gli scrittori greci e 
le italiane versioni delle opere loro, Padova, 1840). Questa delGozzi 
è graziosissima, ma non integra, e mancante di tutto il I libro. Col 
primo libro tradotto da Sebastiano Ciampi essa riapparve nel 1810, 
a Firenze, Molini — e col primo libro tradotto da Alessandro Verri, 
fu ristampata nel T. VU della Opere di G. Gozzi, Padova, 1819. 

Amori sventurati di Flaminia ed Eusebio (Gli), Genova, 1773 (?). 

Con questo titolo furono pubblicati / deliri delle anime amanti di 
Antonio Piazza, (v. I deliri delle anime amanti). Ma è strano come 
/ deliri possano essere stati pubblicati con questo titolo, mentre i 
protagonisti del romanzo del Piazza non si chiamano Flaminia ed 
Eusebio, ma Ermenegilda ed Artinoro. 

Amor tra l'armi, storia d'Aspasia e Radamisto, scritta da Antonio- 
Piazza, Bergamo, Locatelli, 1772. 
Lo stesso, Venezia, Fenzo, 1773. 



- 375 — 

Lo stesso, Venezia, appresso Bartolomeo Occhi, anno (?). 

> Venezia, 1782, appresso Bart. Occhi, di pgg. 115, in 8. 

Al benevolo leggitore il libraio scrive: < ...Esce in questa, seconda edizione 
il presente romanzo riveduto e corretto dall'autore in più parti, quanto 
alla locuzione ed allo stile >. Ma per seconda edizione s'intende qui 
seconda ristampa dell'Occhi. 

Lo stesso, Venezia, Fratelli Bassagiia, 1783. 

> Venezia, da Giuseppe Molinari, 1813, in 16 piccolo, di 
pgg. 107. 

Andrews Giuseppe, v. Avventure di Gius, Andrews. 

Aneddoti del Signor Arnaud, Napoli, 1788.— v. Biblioteca piacevole, 
T. XXIV. 

Aneddoti vinizlani militari e amorosi (Di) del secolo decimo 
quarto, sotto i Dogadi di Giovanni Gradenigo e di Giovanni 
Dolfin — libro unico — diviso in 4 parti — Vincet amor Patriae^ 
laudumque immensa cupido. — Venezia, appresso Modesto Fenzo, 
1782, in 12, di pgg. 244. 

Ne è autore Giacomo Casanova. 

Aneddoto istorico, scritto dal viaggiatore Lord Niman. — Napoli,. 
1796, in 8. 

Ne è autore un tal Dott. Manni medico di Lecce. 

Antenore (L'), tradotto dair originale spagnuolo (di Pietro Mon- 
tegon), Venezia, Curti, 1790, T. 2. 

Arideo, v. Vita e meravigliose avventure di Arideo. 

Aristea e Telasio, v. Avventure di A. e T. 

Armancy (D'), aneddoto, v. Silvia. 

Arsan e Giulia, o sia gli amanti sventurati, opera di sentimento. — 

Torino, 1780. 

Nella Prefazione l'editore chiama questo romanzo " traduzione italiana „ 
senz* accennare all'autore e nemmeno alla lingua nella quale esso sa- 
rebbe stato scritto. Che sia veramente una traduzione, dubito. 

Artamane, ovvero II Ciro il Grande, Storia celebre tradotta dal 
francese, T. 10, in 12. — Venezia, 1740. 

È traduzione del romanzo Artamane, ou le Grand Cyrus di Mad. de 
SCUDÉRY, (1650). 

Avvenimenti di Corradino e Celino, v. 1 Zingani. 



376 — 



1 



Avvenimenti di Telemaco figlio d* Ulisse (Gli), di Francesco di 
Salignac (Fénelon), tradotti dal francese in italiano da B. D. 
Moretti, Leida, 1702. 

Gli stessi, Leida, 1704 e 1729 (con aggiunte e correzioni). 

Le avventure di Telemaco figlio d'Ulisse, traduz. di Francesco Maria 
Pico. — Venezia, Favino, 1708. 

Le stesse, traduzione dal francese, coir aggiunta delle Avventure di 
Aristone. — Padova, 1731, Tipografìa del Seminario. 

Le stesse f tradotte in italiano (dal P. ab. D. Angelo Calogerà). - 
Venezia, per Modesto Fenzo, 1744. ^ 

Il Telemaco, in ottava Rima, tradotto dal francese da Flaminio 
Scarselli. — Roma, nella stamperia di Antonio De Rossi, 1744. 

Lo stesso, Roma, 1747, e Venezia, Bettinelli, 1748. 

Le avventure di Telemaco, tradotte in verso sciolto da Francesco 
Herman. — Venezia, Bettinelli, 1749. 

Le stesse, Venezia, Bettinelli, 1758. 

Gli avvenimenii di Telemaco, Parigi, 1767. 

Le avventure di Telemaco figliuolo d' Ulisse, composte da Fran- 
cesco di Salignac della Motte Fénelon Arcivescovo di Cambrai. 
Nuova edizione, riveduta e corretta sopra il manoscritto origi- 
nale dell'Autore, ora accresciuta d'annotazioni morali, politiche 
e istoriche e d'un Discorso della poesia epica. — Opera tradotta 
dal linguaggio francese nell'italiano. — Venezia, Pietro Savioni, 
1768, 2 voi. 

Le stesse, Venezia, Pasquali, 1768. 

Le stesse, coU'aggiunta delle Avventure di Aristone, nuova traduzione 
dal francese. — Napoli, per Giov. Gravier, 1768. 

Le stesse, Venezia, Savioni, 1769. 

Le stesse, traduzione dal francese. — Pari^, 1785, T. 2. 

Le stesse, tradotte in ottava rima dal Conte Girolamo Polcastro. — 
Padova, Tip. del Seminario. 1793, T. 3, in 8 (v. su questa tra- 
duzione, Moschini, Lett. venez. I, 65). 

Le stesse, trad. dal francese. — Venezia, Pasquali, 1799. 

Le stesse < coU'aggiunta delle Avventure d' Aristone e di un Discorso 
della poesia epica e dell' eccellenza del poema di Telemaco, del 
Ramsay >. — Roma, Domenico Raggi, 1800, T. 5. in 16. 

Le stesse, Milano^ 1803, T. 2. 

Le stesse, traduzione dal francese (del P. M.° G. B. Chiesa, dome- 
nicano) col testo a fronte. — Roma, Tipografìa Perego-Salvioni- 
1809, T. 4. 



- 377 - 

Nel secolo XVIII uoa traduzione delle Avventttre di Telenuico fece anche 
Giovanni Lami fiorentino (1697-1770) teologo erudito; ma non credo 
che la sua traduzione sia mai stata data alle stampe. Nel secolo XIX 
poi le traduzioni CDntìnuarono numerose ; ma qui non è il luog^o di 
ricordarle. 

Avventure del Barone di Sparre (Le), Venezia, 1795 (?). 

Ne è autore Alessandro Zanchi. 

Avventure del Capitano Boyle (?). 

Dal francese. 

Avventure del^Cavallere di Belicur(?). 

Dal francese. 

Avventure di Aristea e di Telasio — istoria galante ed eroica. — 

Venezia, 1740. 

È traduzione del romanzo francese omonimo, del Du Castrb n'AuvxGinr. 
— Paris, 1731. 

Avventure di Cesare Cieco viaggiatore, storta curiosa ed istruttiva. 

Traduzione dal francese, Venezia, 1739. 

Avventure di diverse Dame foraitiere, nel Convito della Villeg- 
giatura. — Venezia, anno (?), T. 2. 

Avventure di Bdoardo Oberton, Venezia, Formaleoni, 1787. 

Traduzione dal francese. 

Avventure di Gioseffo Andrews, fratello di Pamela, Venezia, 

1750 (?), T. 2, in 12, con rami. 

Le stesse, nuovamente recate alla toscana favella da Nigillo Sca- 

mandrio. P. A., Venezia, 1752, T. 2. 

È la traduzione del romanzo omonimo del Fieldiitg. Esso uscì in inglese 
tra il 1742 e il 1743. Fu tradotto subito m francese: Les aventures de 
Joseph Andrews et du Ministre Abraham Adams, trad. de l'angl. de 
Fieldine, Londres (Paris), 1743 — e di nuovo dal Desfontaines, Lon- 
dres, MuUer, nel 17^. Dul'una o dairaltra di qoeste.trad. francesi de- 
riva r italiana. V. La Storia e le Avventure di Gius. Andrews, 

Avventure di Lillo cagnuolo bolognese, storia critica e galante, 

tradotta dairinglese. — In Venezia, 1760, presso Antonio Zatta, 

T. 1, in 8. 

Il romanzo ingflese è di Frattcesco Coventry, e s'intitola: History of 
Pompey the little or the Life and Adventures of a Lap'Dog, Lon- 
ttoR, Cooper, 175i. Ma la traduzione italiana fu condotta non sul testo 
inglese, ma su una traduzione francese: La vie et les aventures du 
petit Pompée, histoire critique traduite de Panglais, par m, Toussaint, 
à Amsterdam, chez Marc Michel Rej, 1752, T. 2. Pex la storia, di questo 
curiosissimo romanzo v. l'Appendice I di questo volume. 

25 



— 378 — 

Avventure di Neottolemo figliuolo d'Achille (Le), atte e formare 
i costumi di un Principe giovinetto, per il Signor De la Chau- 
siERGES. — Aggiuntevi XXII favole composte per l'educazione 
d*un Principe, del fu Monsignor Francesco di Salignac — tra- 
dotte da Antonio e Nicoletto Minunni. — Venezia, Coletti^ 1718. 

Il romanzo del La Chausierg^es usci a Parigi nel 1715, poi air Haia 
nel 1719. 

Avventure di Ricardo Oberton, v. la Magia Bianca. 

Avventure di Saffo, poetessa di Mitllene (Le), traduzione dal 
greco originale nuovamente scoperto. — Padova [ma Roma], ap- 
presso Giovanni Manfrè [ma Paolo Giunti], 1780. 

Di questo romanzo, come di tutte le altre opere di Alessandro Verri, 
esiste una Bibliografia compilata da A. Vismara, in Archivio Storico 
lombardo 1884, pag:. 376 e seg'. A questa perciò ri nando il lettore 
che voglia notizie dettagliate. Le edizioni citate dal Vismara sono 
le seguenti: Vercelli, 1783; Roma, 1806, 1809; Milano, 1808, 1809, 1824, 
*32, '36, '69; Firenze, 1809. Ma ad esse sono da aggiungere una di 
Parigi presso il Molini, 1790; una di Venezia presso il Curti, 1792; 
una di Roma presso il Nave, 1797, ricordate dallo stesso autore nella 
Dichiarazione premessa all'edizione di Roma del 1806; e inoltre, una 
di Torino, 1848, un'altra di Piacenza, appresso G. Antonio Curti, 1794, 
con rame, e una di Napoli, presso G. P. Mebande, 1792. Le edizioni 
della Saffo sommerebbero così a diciasette. 

Il romanzetto fu tradotto in francese, più volte. Il Vismara ricorda Les 
aventures de Sapho, Paris, Suret, 1803 (dovevasi aggiungere che la 
traduzione è di Joly de Salins) e Les av. de Sapho, traduites par 
M. Ad. Egeon, Paris, Dupret, 1813. Ma il romanzo fu tradotto anche 
assai prima, col nome Les amour s de Sapho et de Phaon, Paris, 1798. 
Ricordo anche Les av, de Sapho, trad. de l'ìtalien de M. Verri, par 
P, J. B. Ch., IV édition, ornée de 60 dessins comp. et lithog. par Ro- 
magnesi, Paris, Didot, 1818, 3 voi. in folio. 

Avventure di Stefanello Gonzalez, soprannominato il garzone di 
buon genio — Storia galante, scritta dall'autore del GiUBlas e 
tradotta dalla lingua francese. — Venezia, 1754, appresso Giro- 
lamo Sortoli q. Francesco, in 12, Tom. 1 di pagg. 330. 

È la traduzione del noto romanzo omonimo del Le Saoe (1734) tratto 
dallo spagnuolo. 

Avventure d'una Dama e d'un Abbate, o sia Istoria della Con- 
gregazione delle figlie dell'Infanzia, dell'AB. Reboulet. — Ve- 
nezia, 1/82, Zatta, Tom. 2, in 8. 
Trad. dal francese. 

Avventure d'un giovane cavaliere, fino a stabilirsi in vero ma 

raro modo, felicemente nel secolo, date altra volta alla luce col 

titolo di Verità Mascherata^ ora ricorrette e dall' Editore dedicate 

alla nobile Gioventù. — Verona, Ant. Andreoni, 1752, T. 2. 

L'opera è del Padre D. C. Barbieri dell'Oratorio di Vicenza. Quando uscì 
la Verità mascherata ignoro. 



— 379 — 
Avventure piacevoli di Frate Maurizio, Venezia (?). 

Avventure strane avvenute In un viaggio marittimo a M.r Viaud, 
unitamente a tredici altre persone, delle quali non si salvarono 
che il detto Mons. Viaud e Madama La Culture, essendo co- 
stretti dalla necessità d'uccidere il proprio Servo, per farlo ser- 
vire di loro sostentamento. — Venezia, (senza data, ma certo 
del secolo XVII l). 

Avventuriere (L'), o sia memorie di Rinaldo Dalisso, scritte da lui 
medesimo. — Venezia, Colombani, 1761. 

Ne è autore Antoetio Bbnudbtto Basso, bassanese. 

Avventuriere francese (L*), Venezia, Bassaglia, 1782, Tom. l,in 8, 
di pag. 173. 

L'editore a chi legge dichiara che questo romanzo è tradotto dal francese. 
L'originale francese è L* aventurier francois, ou Mémoires de Gre- 
goire Merveil del Le Suirb, del quale uscirono la prima parte nel 
1782 e le altre due parti nei 1783-84. La traduzions italiana che si at- 
tribuisce a Gasparo Gozzi, è solo della prima parte. 

Avventuriere Inglese (L'), ossiano Memorie del Cav. Shroop. — 

Venezia, presso Leonardo e Giammaria fratelli Bassaglia, 1783, 

T. 2, in 8, con rame. 

È traduzione di una Histoire des passions ou aventures du Chevalier 
Shroop — Trad. de l'anglois, p. M. Toussaint — La Haye (Paris), 1751. 

Avventuriere Ollandese (L*) (sic), ovvero la vita e le avventure pia- 
cevoli e straordinarie di un ollandese — tradotte dal francese. — 
In Venezia, 1 748, presso Domenico Occhi, all' Unione, T. 2, in 8, 
di pagg. 252 e 292. 

È traduzione del romanzo < UAventurier hoUandois ou la Vie et les 
Aventures divertissantes et extraordinaires d'un HoUandois — par 
Nicolas Hbiksius > scritto orig^inariamente in olandese e poi pub- 
blicato in francese dall'autore stesso, col titolo suddetto, in Am- 
sterdam presso Uytwcrf nel 1729, e poi presso Harrevelt nel 1767. 
Lo stesso romanzo fu pubblicato anche nel 1801, col titolo di Vie et 
aventures surprenantes de Mirandor, Paris, Pigereau. 

Bacchetta prodigiosa (La), o sia Abizai — Storia trasportata dal- 
Tarabo. — Venezia, 1758, nella Stamperia di Girolamo Dorigoni, 
a spese di Agostino Savioli. 
È trad. dal francese. 

BaUerlna onorata (La), o sia memorie d'una figlia naturale del Duca 
N. V. scritte da lei medesima. — Venezia, presso Angelo Pa- 
8ÌneUi, 1754, Tom. 2, in 8. 

La stessa, < e poi accresciuta in questa seconda edizione, 

ia più luoghi di ciascun Tomo >. — Venezia, presso Angelo 



1 



— 380 — 

Pasinelli, in Merceria alla Scienza, 1757, T. 2, di p. 168 e 166, 

con rame. 

Altre edizioni: Napoli, Gius. Di Domenico e Vinc. Manfredi, 1755 — 
Parma, Carmignani, 1762 — Napoli, Manfredi, 1763 — Venezia, Rosa, 
1794 — Venezia, 1810. — Ne è autore l'abate Pijbtro Chia-RJ. 

Barlaam e Glosafatte, (v. Storia dei S. S. Barlaam e Giosafatte. 

Basilio, osaia il vero amore figliale — aneddoto francese del D'Ar- 
NAUD, T. 1, in 8. — Venezia, 1784. 

BatUde, ossia la Bella Schiava, novella del D'Arnaud. — Venezia, 
1787, T. 1, in 8. 

Bazlle, (romanzetto del D'Arnaud), Napoli, 1788. — V. Biblioteca 
piacevole^ T. XXII. 

Belicur, v. Avventure del cav. B,- 

Belisario, del signor Marmo ntel dell^ Accademia francese, traspor- 
tato in italiano. — Non minor si quando impoetum capii (Deus) 
spectandi magnos viros, colluclanles cum aliqua calamitate, Se- 
neca, De Prov. — In Milano, 1768. Per Federico Agnelli, Reggio ( 

— (con rame). i 
Questa è la prima traduzione del romanzo francese, fatta da Luig-i Parini. { 

Lo stesso, tradotto dal francese. — Venezia, Fratelli BassagUa, 1783. 

Traduzione attribuita a Gasparo Gozzi. 

Lo stesso, Venezia, Bassaglia^ 1784. 

Lo stesso, < nuova traduzione italiana che per la prima volta si dà 
intera >. | 

Costituisce il T. XIX della Biblioteca piacevole {v), Napoli, 1788. | 

Beila Francese (La), o sia Memorie ed avventure di Mad. Florangis ' 

— Venezia, nella Stamperia Graziosi, 1771, T. 2, in 8. 1 

Bella Pellesnrlna (La), o sia Memorie di una dama Moscovita scritte 

da lei medesima e pubblicate dall'abate Pietro Chiari. — Ve- i 

nezia, presso Domenico De Regni, 1759, T. 2. in 8. | 

Altre edizioni: Venezia, Pasinelli, 1761 — Parma, Carmigfnani, 1763 — 
Venezia, a cura del Vinaccia, Tip. di Gius. De Bitog^ao, 1773 -^ Ve- 
nezia, dalla Tip. Molinari, 1819, T. 2, di pgg. 252 e 251. ; 

Bella Prigioniera (La), ossiano Avventure di Alibecca, storia tradotta 
dall'olandese. — Venezia, presso Leonardo e Gianmaria Bassr- 
glia, 1783, un voi. in 8 di pag. 87. Precede un rame coi vers 



— 381 — 

« Cedere il ferro al vincUor consiglia \ onde non pera il padre, 
a*nor di figlia >. 

È attribuito ad Antonio Piazza. 

Bella Tartara (La), ossia Memorie ed Avventure del celebre f*rin- 
cipe Zingis^ condannato a perdere la sua preziosa vita sopra 
un patibolo. — Venezia, 1778. 

È attribuito al Chiari in un Catalogo dei libri a stampa vendibili 
presso la libreria di A. Locatelli in Bergamo, Berg^amo, 1780; ma 
non mi sembra assolutamente opera del Chiari. 

La stessa, Napoli, 1792, presso G. B. Mebande, negoziante di libri 
nella strada di S. Chiara. 

Costituisce PVm volume della Biblioteca di Villeggiatura, (v.) 

Bello (11), novella composta in tedesco dal Sig. Cav. De Nicolai, 
Segretario di gabinetto di S. A. I. il Granduca di tutte le Russie, 
e trasportato in Italiano dal Sig. Cav. Gatteschi, dietro alla ver- 
sione francese del Sig. De La Fermière. — In Venezia, presso 
Pietro Savioni, 1785, T. 1, in 8, di pag. 104. 

Bianca Capello, (v. Storia della vita e della tragica morte di B. C). 

Boyle, (v. Avventure del Cap, B,). 

Breve istoria della Vita di Caterina Virzani romana, che per 

otto anni vesti abito da uomo, in qualità di servitore, la quale, 

dopo vari casi, essendo infine restata uccisa^ fu trovata pulcella 

nella sezione del suo cadavere. — Siena, 1744. 

Il fatto narrato in questo libretto è storico ; ma la forma della narrazione 
è romanzesca. Ne è autore Giovanni Bianchi di Rimini, professore 
di anatomia a Siena, queg^li appunto che sezionò il cadavere della 
fanciulla. Del libro si discorre nelle Novelle letterarie di Firenze, 
1744, T. V, pgf. 693. 

Buffone in Italia (Un), o sia Viaggi del vagabondo Salciccia. — Ve- 
nezia {?). 

Burrasca che guida al porto (La), ovvero gli avvenimenti di Fi- 
lippo N. figlio naturale di Eugenia. — Venezia, 1772 (ì). 
La stessa^ Venezia, Graziosi, 1800, 1 voi. in 8, di pag. 51. 

Fa parte del III volume della Raccolta dei Romanzi del Piazza, promossa 
dal Graziosi. 

Candido o l'ottimismo del sig. Dott. Ralph, tradotto in italiano. — 

S. L. 1759, Parti 2, un voi. in 16. 

Ralph è pseudonimo del Voltaire; ed è questa la prima traduzione ita- 
liana del celebre romanzo. 



1 



— 382 — 

Lo stesso, del Signor di Voltaire — traduzione dal francese in 
ottave italiane. — Genova, nella stamperia francese e italiana 
(anno?), voi. 2. 

Cantatrlce fiamminga (La), v. La Virtuosa, 

Cantatrlce per disgrazia (La), o sia le Avventure della Marchesa 
N. N., scritte da lei medesima e pubblicate dall'abate Chiari. 

— Venezia, Pasinelli, 1754, T. 2, in 8. 

La stessa, < con nuove e copiose aggiunte dell'Autore > — Venezia. 
Pasinelli, 1754. 

Altre edizioni : Napoli, Francesco de Li^to, 1735 — Parma, CarinignaiM, 
1763 — Venezia, Pasinelli. in Merceria alla Scienza, 1762. T. 2 — 
Venezia, Pasinelli, 1763, T. 2, con rame — Napoli, presso Giuseppe 
Di Domenico, 1766 — Venezia, 1810. 

Questo romanzo ebbe due traduzioni francesi. L*una porta il titolo: 
Adrienne ou les aventures de la Marq. de N", N., traduit de Pitalien 
de l'abbé P. Chiari par M. D. L. G. (De la Grange), Paris, veuve 
David, 1768, 2 T. {La stessa, Londrcs, 1784, 2 T. in 16). L'altra porta 
il titolo: La cantatrice par infortirne ou Aventures de M.tne N. A'. 
— Paris, 1799, 3 T. in 12. 

Cappuccino Scozscese (II), Istoria compiuta e non più veduta in I- 
talia. — Brescia, presso G. B. Bonino, 1736, T. 1, in 12. 
Lo stesso, Brescia, 1740, in 12. 

Questa narrazione delle avventure del P. Ang-elo d*Alberdona in làcozia, 
scrisse il P. Timotbo Colpani di Brescia. Ma la narrazione delle 
stesse avventure avevano scritte e date alle stampe, prima di tutti, 
Mons. G. B. Rinuccini (Macerata, Grisei, 1644; Roma, T. Mavesini, 
1751), poi il P. Francesco Percault, in francese (Parigi, 1664), poi il 
P. Cristoforo Almeida, in portoghese (Lisbona, 1667). Il P. Colpani 
ebbe presente tutte tre le precedenti narrazioni, insieme le fuse e vi 
fece aggiunte. Non so se a lui pure si debba, e sia eguale alle edi- 
zioni bresciane, un'altra ediz. che uscì a Roma nel 1737 col titolo: // 
Cappuccino scozzese, aggiuntovi il compimento sino alla morte, rac- 
colto dalle notizie di scrittori francesi, scozzesi e portop^hesi. Opera 
curiosa, proficua e dilettevole. — Roma, Martini, 1757, in 12. 

Carlotta Summers, v. L'Orfanella inglese. 

Carta tope8:ralica deirisola del Maritags:io^ di Monsieur Le No- 
BLE, per la prima volta tradotta dal Francese in Italiano — {Ri- 
dendo dicere veruni quis vetatì), — In Cosmopoli, 1765, T. 1 di 
pag. 40 (con una grande carta incisa). 

Caterino Zeno, Storia curiosa delle sue avventure in Persia, tratta 
da un antico originale manoscritto, ed ora per la prima volta 
pubblicata da Vincenzo Formaleoni. — In Venezia, 1783, ap- 
presso l'autore, in 12, di pag. 118. 

Cavalieri erranti ed il Genio famigliare (1), opera di Madama D. 

— tradotta dal frane 3 se nel volgare italiano. — Venezia, C'^* 
letti, 1727. 



- 383 — 

Celianna, ovvero gli amanti sedotti dalle loro virtù. — Traduzione 

dal francese, accresciuta di alcune note del traduttore. — In 

Venezia, 1/71 — a spese di Giuseppe Zorzi. — Un voi. in 8 

di pag. 119. 

È trad. del romanzo francese Celiatine ou les amants séduits par leurs 
vertus par l'Auteur d'Elisabeth, Paris, Lecombe. 1766. — Ne è autrice 
Mme Bbnoist. Il traduttore italiano si firma colle iniziali P. A. Z. 

La stessa^ Venezia, 1785. 

Gelide, o sia la Storia della Marchesa di Bliville, tradotta dal fran- 
cese e dedicata a Sua Eccellenza il Sig. Girolamo Durazzi, Pa- 
trizio genovese. — (Cantando i casi della vita nostra I Pietà si 
merla e si dà nome altrui), — Genova, 1778, Stamperia Gesiniana, 
T. 2, in 8, di pag. 215 e 209. 

È trad. del romanzo francese Gèlide, ou histoire de la Marquise de Bli- 
ville par Mlle M..„ — Paris, Duschcsne, 1775, T. 2. — Ne è autrice 
Mao. Motts. Il traduttore italiano è Pier Jacopo Brìg^nardelli. 

Cesare cieco via^^s^iatore, v. Avventure di Cesare C. v. 

Clierea e Calliroe, v. Racconti amorosi di Chera e Calliroe, 

Cflinlcl, istoria cocincinese che può servire ancora ad altri paesi, 

1770, in 12. 

È la traduzione del romanzo satirico dell'Abate Francois Coyez : Chinki, 
histoire cochinchinoise, qui peuf servir à d'autres pays. — Lon- 
dre s, 1768. 

Cinese in Europa (La), ossia storia d*una Principessa Cinese del 
nostro secolo, scritta da lei medesima e pubblicata dall^abate 
Pietro Chiari, — Genova, per Giacomo Franchi, 1779, T. 2. 

La stessa, Genova, Franchi, 1783. 

La stessa, In Venezia, 1783, presso Leonardo e Gianmaria fratelli 
Bassaglia, T. 2, di pag. 216, 207, con rame. 

Ciro» V. / viaggi di Ciro, 

Clarissa Harlowe, v. Istoria di Miss Clarissa Harlowe. 

Clary, romanzetto del D'Arnaud, 1767. (Leggesi tradotto nel T. XXI 
della Biblioteca piacevole, (v), Napoli, 1788), 
Lo stesso, < istoria tradotta dairinglese >, Venezia, 1805. 

Clersi, traduzione dal francese. — Venezia, Biasion, 1779, T. 1, con rame. 
Non è traduzione ma opera originale di G. M. Poppa. 

Combabo, v. Socrate delirante. 



— 384 - 

Comico per forza (II), ovrero gli avrenimenti d*un Veronese di 

buona nascita; storiella piacevole. — Venezia, 1817. 

Ma ci deve essere un'edizione precedente. È un romanzo di Ant. Piazza. 

Commediante in fortuna (La), o sia memorie di Madama N. N., 

scritte da lei medesima e pubblicate dall^ab. Chiari. — Venezia, 

presso Angelo Pasinelli, in Mercanzia alla Scienza, 1755, T. 2. 

Altre edizioni: Napoli, per Domenico Lanciani, a spese di G. A. Vinaccia, 
1755 — Il Parma, presso Filippo Carmignani, 1763, T. 2, con rame. 

Confessioni di una cortigiana divenuta filosofa, traduzione dal 
francese. — Venezia, 1787, presso Domenico Pompeati. 

Congresso di Citerà (II) del Signor Algarotti. — Amsterdam, 1746. 

Quest'operetta fu poi più volte ripubblicata nelle varie edizioni che si 
fecero delle Opere varie o complete dell' Algarotti, Venezia, 1761 — 
Livorno, 1764-68 — Cremona, 17/8-84 — Venezia, 1792, ecc. Fu tradotta 
in francese, Amsterdam, 1749 e Paris, Dorez, 1777. 

Conseguenze di un primo errore (Le), ossia Tonorato inglese, sto- 
ria veridica. — Venezia, 1800, appresso Giovanni Zatta. 

Occupa tutto il III e metà del IV volume della raccolta pubblicata 
dal Zatta in cinque volumi, intitolata: Il quadro del cuore umamo (v;. 
Il romanzo è, con og^ni probabilità, tradotto dall'inglese. 

Contadina incivilita (La)^ traduzione dal francese. — Venezia, Te- 
venin, 1750. v. La contadina ingeniiliia. 

Contadina ingentilita (La), ossia Le Memorie della Signora Mar- 
chesa di L. V. pubblicate dal De Mouhy — Traduzione dal 
francese, T. 2, in 12. — Venezia, 1752. 

Questo romanzo, già apparso in italiano col titolo: La contadina inci^ 
vilita (vi, è traduzione de " La paysanne parvenue, oh les Mémoires 
de la Marquise de L. V. par le Chevalier de M. (De Mouhy), La 
Haye, Jean Neaulme, 1738. 

Contadino gentiluomo (II), ovvero le avventure del Signor Ransau, 

col di lui viaggio alle Isole Gemelle, Venezia, 1750. 

È la traduzione del romanzo Le Paysan geniilhommey on Aventures de 
Ransau avec san voyage aux Isles jemelles par M. Db Cataldb, La 
Haye, De Hondt, 1738. 

Contadino incivilito (11), ovvero Memorie del Sig..., opera di M. di 
Marivaux — Traduzione dal francese. — Venezia, 1750^ T. 2. 
È trad. del Paysan parvenu del Marivaux (1735-36). 

Conte di Vallebois (II), Milano, S. Ambrogio, 1785 — v. Raccolta 
di Romanzi^ T. VII — trad. dal francese. 



— 385 — 

Contessa del Nord (La)^ ovvero Memorie ed Avventure di Madama 
G. — Trad. dal tedeeco. — Venezia, 1762. in 8. 

In un catalogo del libraio torinese Reycend del 1786, qnesta traduzione 
è attribuita al Chiari. 

Contrattempo (II), ovvero II Matrimonio male assortito.— Storia, vera. 

Era vendibile presso il libraio Antonio Zatta di Venezia, secondo risulta 
da un suo catalogno del 1800. 

Corrispondenza tra Giulio ed Ovidio. 

Fu pubblicata la prima volta, in parte, nei primi 6 tometti della BibliO" 
teca piacevole del Graziosi. — Venezia, 1775. 

La stessa, seconda edizione.? 

» terza edizione, Cosmopoli, 1803, 2 volumetti in 16. 

Corsara francese (La). 

Questo romanzo è inserito nell'opera del Chiari: Trattenimenti dello 
spirito umano sopra le cose del mondo, passate, presenti e possibili 
ad avvenire. — Brescia, l780-il, T. 12 in 16; e ne occupa il }V volume. 

Cosi va 11 mondo ecc. (sic), ovvero Istorielle veridiche di diletto 

ed amenità. — In Londra, 1771. — Un tomo di pag. 128. 

Sono due lung^he novelle intitolate Istoria d'Ornival e La donna casta 
è un dono del cielOf evidentemente tradotte dal francese. Della prima 
è autore il D'Aritaud. 

Almanzi (D'), ossia la vittima degli errori d'una cieca e malvagia gio- 
ventù, del signor D*Arnaud. — Venezia, 1793. — v. Biblioteca 
sentimentale, T. III. 

Dafne e Cloe, v. Amori pastorali di Dafne e Cloe. 

Deliri deiPanlme amanti (I), o siano Gli avvenimenti d'Ermene- 
gilda ed Artinoro. — Venezia, 1773 (?). 
Gli stessi, Genova, 1773 (?). 

Gli stessi, < nuova edizione >. — In Venezia, Gianmaria Bassaglia, 
1782, un voi. in 8 di pag. 66. Nella prefazione, l'Editore ricorda 
€ le non poche edizioni del medesimo romanzo ch'ebbero un 
pronto smaltimento felice, non solo in questa città, ma in Ge- 
nova ancora, dove fu ristampato sotto il titolo : Gli amori sven- 
turati di Flaminia e d'Eusebio >. 

Gli stessi, < Venezia, presso G. Francesco Garbo, 1792 >. Questa è 
chiamata quarta edizione. 

Gli stessi, senza data (ma circa 1810), Milano, dalla stamperia Buc- 
cinelli, in 16. 



— 386 - 

Gli stessi, Treviglio, Da Francesco Messaggi, senza data (ma intorno 
al 1850), piccolo libretto in 16, ediz. popolare, prezzo cent. 60. 
Il romanzetto è di Antonio Piazza. 

Diavolo gobbo (II), spedito dietro al Diavolo zoppo — ricavato dal 

francese per opera dì Cesare Papisdrino. — Venezia, G. Mala- 

chin, 1721, T. 1, di pag. 21,5. 

Lo stesso^ Venezia, 1743. 

È trad. di quel Diable bossu, Nancy, Gaydon, 1708, che J. Char. Bruslì 
DB MoNTPLAiNCBAMP fece seguire al Diable boiteux del Le Sag;e. 

Diavolo storico (II) in lega col Diavolo zoppo contro il Diavolo 
gobbo. — Venezia ? 

Diavolo zoppo (II), opera spagnuola, portata in francese da N. X* 
e tradotta da Nicola Felletti. — Venezia, G. B. Recarti, 1/14. 
Lo stesso, 1716. 

Lo stessOy € o sia trattenimenti critici istorici e galanti sopra le 
azioni degli uomini. > Traduzione dal francese. — Venezia, 1/21. 
È trad. del Diable Boiteux del Le Sage, 1707. 

Diavolo Zoppo, Storico e Gobbo (II), Venezia (?), T. 3, in 12. 

Disgrazie di Donna Urania, ovvero Degli studi femminili. — Fi- 
renze, 1789. 

Donna casta è un dono del Cielo (La), v. Così va il mondo. 

Donna che non si trova (La), o sia le Avventure di Madama De- 

ling, scritte da lei medesima e pubblicate dall'ab. Pietro Chiari, 

Poeta di S. A. R. il sig. Duca di Modena. — Parma, presso 

Filippo Carmignani, 1762, T. 2, in 8. 

Ljì stessa, Venezia, presso Angelo Pasinelli, 1762, Tom. 2. 

Questo romanzo fu tradotto in francese col titolo: Aventures d'une 
salivare écrites par elle méme, traduit par J. B. Grainville. — Turin 
et Paris, Le Roy, T. 3, 1789. 

Donna saggia (La), ossia Memorie ed avventure della vedova d'O- 
rignè, sorella della vezzosa e bella Villiers. — Venezia, Gra- 
ziosi, 1799, Tom. 1, di pag. 160. 

Donne militari (Le), relazione d* un* Isola scoperta dì nuovo. — 1"^ 
Venezia, presso Bartolomeo Occhi, 1764, T. 1, in 8, di pag. 152, 
con rame. 



— 387 — 

Nella Prcf. TBditore dichiara che il romanzo fu tradotto dal francese « da 
chi per lui già tradusse le Novelle morali del Marmontel ». E costui 
fu Gasparo Gòzzi. 

Donneville, ossìa l'Uomo virtuoso nelle avversità. Aneddoto francese 
del D'Arnaud. — Venezia, 1785. 

Dorlval, v. // marito vendicato. 

Due {gemelle (Le), memorie scrìtte dall'una di loro e pubblicate dal- 
l'abate Chiari. — Genova, 1777, per Giovanni Franchi, T. 2, 

Duglas (Ippolito Co. di) — V. Storia d'Ippolito C. di Duglas. 

Ebrea (L'), istoria galante, scrìtta da lei medesima. — In Venezia, 1769 

(senza nome di stampatore, ma Vitto), un voi. in 12 di pag. 196, 

con rame. 

La stessa^ Venezia, Pietro Savioni, 1770. 

» Venezia, 1786, Fratelli Bassaglia. 

» In Venezia, 1813, Dai torchi di Giuseppe Molinari, 3 T. 

di pg. 84, 76, 90. 

Nella prefazione di questa edizione. A* leggitori benevoliy Antonio Piazza 
scrive : " Si riproduce alla stampa questa mia Operetta, sotto la mia 
revisione, emendata dagli errori moltissimi che ho ritrovati nell'edi- 
zione del Vitto, sulla quale sorge la presente. Dietro alla prima, 
fatta a mie spese, non poche altre ne successero, tutte senza il mio 
assenso e senza quella correzione che aver dovevano da una mano 
perita.... „. 

Ebreo (L'), ossia Viaggi ed avventure d' Isacco Stu.... — Venezia, 
dalla nuova stamperìa Biasion, 1779. 

Eccellentissimo Romani (L')^ nominato Giovanni di Parigi. — To- 
rino, 1728, T. 2, in 8. 

Enrichetta, ovvero La madre gelosa di sua figlia. Storia inglese. — 
Venezia, Occhi, 1762, T. 2. 

È trad. del romanzo Henriette trad. de l'ang^lois, parM..., Amsterdam, 1760. 

Enrichetta e Carlo, ossia gli Amanti fedeli, del D' Arnaud. — 
Venezia, 1791. — v. Biblioteca sentimentale, T. II. 

Erban, v. Memorie del Cav, Erban, 

Ermanzia, ossia lo specchio delle mogli, del D' Arnaud. — Venezia, 
1793, V. Biblioteca sentimentale, T. I. 

Ernestina, storia. 



— 388 - 

ii un romanzetto che. con questo semplice titolo, trovasi nel Tolume che 
contiene la seconda parte del romanzo Avventure di Riccardo 0- 
berthon (v), Milano. 1785, ma con la numerazione delle pag'ine a parte. 
Consta di 96 paghine. 

Eroina moschettlera (L'), v. Heroina m. 

Brostrato, v. la Vita di Erostrato, 

Cstelle, romanzo pastorale del Florian. — Napoli, 1792, presso G. 
P. Mebande, T. 2. — v. Biblioteca di Villeggiatura, T. II e III. 

Estratto de* Sogni di Francesco Quevedo, per Innocenzo Mara- 
naviti. — Venezia, 1709. — v. Visioni. 

Eufemia, v. Memorie d'Eufemia, 

Eugenia, ossia II momento fatale, avvenimenti interessanti ed affet- 
tuosi, scritti e pubblicati da Antonio PiAzza. — Venezia, 1784, 
presso Bernardo e Gianmaria Fratelli Bassaglia, 1 voi. in 8, di 
pg. LXXII. 
La stessa^ ovvero II momento fatale, memorie scritte e pubblicate 
da Antonio Piazza, nuova edizione. — In Venezia, 1800, nella 
stamperia Graziosi, a Sant'Apollinare, 1 voi. in 8, di pg. 54. 

A chi legge: ** Queste Memorie l'autore le scrisse a Milano e le diede in 
luce a Berg'amo colle stampe del Locatelli sotto il titolo delle Stra- 
vaganze del caso (v). Furono poi ristampate a Venezia sotto il pre- 
sente un'Eugenia, e tutte le edizioni delle medesime ebbero un esito 
pronto e felice.... „. 

Falso Rabbino (II), ossia le Avventure del Conte Vaxere, romanzo 
curioso tradotto dal francese. — Parma, Carmignani, 1760. 
Lo stesso, e storia galante tradotta dal francese >. — Venezia, 1763. 

Fanny, o sia la più leggiadra e la più stimabile di tutte Ifc donne. 
— Storia inglese, tradotta per la prima volta in italiano. — Ve- 
nezia, 1793. 

La stessa era già stata tradotta precedentemente nel 1788, nel T. XXVIII 
della Bibliotèca piacevole (v), — È un romanzetto del D*Arnaud. 

Fanny Splngler, v. Memorie di Fanny Spingler, 

Fantasima (La), aneddoti castigliani di una Dama di qualità, scritti 
da lei medesima e pubblicati dall'Abate Pietro Chiari. — In 
Genova, 1778^ per Giacomo Franchi, 1778, T. 2, di pagg. 222 e 230. 
La stessa, Venezia, 1778. 



1 



— 389 - 
La stessa^ Venezia, appresso Biasio Biasion, 1781. 

Farfalla (La), ossia la Commediante convertita, composta da M. R. P. 
Michel Angelo Marin dell'Ordine dei Minimi. — Venezia, 
1797, Tom. 1, in 12. 

Faraamone, ovvero storia galante delle follie romanzesche del mo- 
derno Don Chisciotte. — Venezia. Remondini, 1751, T. 2. 

È trad. del Pharsamon del Marivaux, pubblicato la prima volta nel 1732 
col nome di Don Quiehotte moderne; opera gfioranile di Carlo Gozzi. 
Scrive il Gozzi nelle Memorie inutili, Venezia, Stamp. Palese, 1797, 
T. I, pagf. 29: ** Al mio rimpatriare, dopo tre anni, non so per quale 
evento, vidi stampato il Farsamone del sigf. Marivò, prima traduzione 
dal francese, ch*io feci col solo aiuto della grammatica e del voca- 
bolario, a fine di esercitarmi per gl'i ungere a capire i libri di quellM- 
dioma. Scorsi quella traduzione colla lettura, la riconobbi, e conobbi 
e mi vergogi-nai d'averla fatta malissimo «. 

Figlia naturale (La), Venezia, Curtì, 1791. 

Filosofessa italiana (La), o sia le Avventure delia Marchesa N. N., 
scritte da lei medesima e pubblicate dall'abate Chiari. — Ve- 
nezia, Pasinelli, 1753, 2 T. 

Altre edizioni: " Con ag^g^iunte dell'Autore, » a Venezia, Bettinelli, 1753, 
T. 3 in 8 — Venezia, Pasinelli, 1756, altra 1588-60 — e con ag^gfiunte > 
Venezia, Bassag^iia, 1783, T. 4 — Parma, Carmignani, 1762 ~> Parma, 
Carmig^nani, 1765 — Carpi (?), 1775 — Venezia, Fenzo, 1782. — Li- 
vorno, nella Stamperia di Francesco Natali, 1830, T. 6. 

Notevole, oltre alle citate, è una edizione intitolata: La filosofante fte- 
lianay o sia le avventure della Marchesa N. N., scritte da Lei me- 
desima, Napoli, presso Alessio Pellecchia, 1735, T. 3, nella prefazione 
della quale lo stampatore falsamente asserisce che il romanzo ' fu 
scritto a Parigi ». 

Filosofessa dell'Alpi (La), Milano, Pulinì, 1787.— v. Scelta raccolta 
italiana di Romanzi, ecc., T. Vili e IX. 

Filosofia nata dalla necessità (La), Memorie curiose di una cor- 
tigiana. 

Era vendibile presso il libraio Ant. Zatta di Venezia, secondo risulta da 
un suo catalogo del 1800. 

Filosofo inglese (II), o sia la Storia di Cleveland, figliuolo naturale 
di Cronvello, scritta da lui medesimo. Traduzione dal francese. 
— Venezia, De Regni, 1755, T. 7. 

Lo stesso, Venezia, 1780, T. 7, ia 12. 

Lo stesso, € Edizione quarta corretta ed emendata >. In Venezia 

appresso Giuseppe Fiotto, 1790, T. 7. 

È la traduzione del famoso Philosophe anglais del PkÉvosT (1731-39). 
Poiché quella del 1790 è detta quarta edizione, un'altra precedente 
deve essere stata pubblicata, ma non mi fu dato trovarla. 



— 393 — 

Filosofo innamorato (li), ovvero Memorie del Conte di Mommejan. 

— Trad. dal francese. ~ Venezia, 1764, T. 2, in 8. 

È trad, del romanzo: Le Phìlosophe amoureux oules Mémoires duComte 
de Mommejan^ par le marq. d'Argsns, La Haye, 1737. 

Filosofo militare (li), ovvero Storia di Montoal, traduzione dal fran- 
cese. — Venezia, 1761, T. 4. 

È trad. del romanzo del Prévost: Campagnes philosophiques ou Mé- 
moires de M. de Montcal, 1741. Non si confonda col Militaire philo^ 
sophe ou difficultées sur la Religion, Londre s (Amsterdam) 1768, che 
non è un romanzo, ma un'opera filosofica di M. Maig^eon. 

Filosofo veneziano (II), o sia la Vita di Venanzio — Storia mo- 
derna, piacevole ed istruttiva scritta da lui medesimo. — Ve- 
nezia, 1770. 

Secondo il Cicogna, ne sarebbe autore Antoxio Bianchi, gondoliere. 

Filosofo vias:s:iatore (II), in un paese incognito alli abitanti della 
terra, scritto in francese e dall'autore trasportato in italiano con 
aggiunte e correzioni. — Selenopoli (Firenze), Stamperia Bon- 
ducciana, 1771, T. 1. 

Flavio Giuliano Imperatore, o sia viaggi nell'altro mondo, del 
Signor di Fielding. — Venezia, 1780. 

Floridoro (II), o vera historia del Conte di Racalmuto, del M. Ga- 
briele Marxiano, Libri 3 (Venezia), Giov. Volcher, 1703, in 8. 

Questa indicazione è data dal Catalogne des livres de la Valliere (1788) 
e dalla Bibliothèque des Romans, Amsterdam, 1734, Iir, 35. Nella 
Biblioth. des Romans del Paulmy invece (ag-osto. 1786) il titolo del 
romanzo è dato coUe parole Conte di Recalmonte anziché Conte di 
Recalmuto. 

Francese in Italia (La), o sia Memorie critiche di Madama N. N., 
scritte da lei medesima e pubblicate dall'abate P. Chiari. — 
Venezia, presso gli eredi del Pellecchia, a spese di G. A. Vi- 
naccia, 1759, T. 2, in 8. 

Altre edizioni: Venezia, Pasinelli, 1760 — Parma, Carmig^nani, 1763, 2 T, 
di pg. 223 e 224 — Venezia, 1806, T. 2 — Venezia, MoUnari. 1819, T. 2. 

Frate sfratato (II), traduz. dal francese (di Carlo Antonio Filati). 
— Colonia, 1769. 

Questa indicazione trovo nel Melzi. È romanzo ? 

Gabinetto delle fate (II), Bergamo, 1782, T. 3. 

Galanteria e Sincerità, ossia Terrore svelato — 'Lettere piacevoli 
ed istruttive. 



1 



- 391 — 

Era vendibile presso il libraio veneto Antonio Zatta, secondo risulta da 
un catalogno del 1800. 

Qalatea(La), romanzo pastorale del sig. Florian. — Napoli, 1792, 
presso P. G. Mebande, negoziante di libri nella strada di Santi 
Chiara, T. 1. — v. Biblioteca di villeggiatura, T. I. 

Generoso Inglese (II), o sia le Avventure di Sidney e Silly, deirau- 
tore della Fanny (Arnaud). — Venezia (?). 

Germenvll, o sia il Marito ravveduto, aneddoto del sig. D'Arnaud. 

— Venezia, 1785. 

Qll-Blas di Santillano, storia galante tratta dall'idioma francese 
neintaliano, dal Dott. D. Giulio Monti canonico bolognese, con 
La storia di un figlio di Gil-Blas. — Venezia, BortoU, 1728, 
T. 7, in 12. 
Lo stesso, Venezia, BortoU, 1737. 

» Venezia, Bortoli, 1746, (ediz. citata dal Quadrio, Stor. e 

rag, di ogni poesia, VII, 273). 
Lo stesso, Venezia, a spese di Giac. Vinaccia, 1751, T. 3. 

> Venezia, Bartoli (quinta edizione), 1755, T. 7. 

> Venezia, (sesta edizione)? 

> Venezia, (settima edizione). Frane. Andreola, 1803, T. 2. 

(Dal romanzo del Lb Saob uscirono i primi due volumi nel 1715, il terzo 
nel 1726 e il quarto nel 1739. Il Monti non tradusse che le prime due 
parti. Il famoso romanzo fu piti volte tradotto in altre lingue ed ebbe 
varie continuazioni. Lo tradusse in ispagnuolo e lo continuò il padre 
Isla, e un'altra continuazione, ovvero la Vita del figlio di Gii Bìas. 
scrisse Don Bernardo Maria de Calzada. Queste due continuazioni 
furono tradotte in francese, ma non so se anche siano state tra- 
dotte in italiano. Nel secolo XEX il romanzo del Le Sag^e ebbe in I- 
talia altre traduzioni; una uscì nel 1820, Venezia, Alvisopoli, compiuta 
da Quirico Viviani ; un'altra del Ciocchi usci a Milano presso V. Fer- 
rarlo nel 1833, T. 3, e tutte due ebbero poi parecchie ristampe). 

Giornale dell'accaduto nella torre del Tempio durante la pri- 
gionia di Luigi XVI di Francia, pubblicato in francese dal signor 
Clbry, di lui cameriere, e recato fedelmente in italiano da N. N. 

— Pavia, 1800, Stamperia Bolzani. 

Giorni di divertimento di Madama Qomez (I), tradotti dal fran- 
cese e pubblicati dall' Abate Pietro Chiari. — Venezia, De 
Regni, 1758. 
Gli stessi, Napoli, 1777, T. 3. 

Giulia, breve romanzetto del D' Arnaud. 



- 392 — 

È contenuto nel T. XXII della Bihliottca piacevole {y), Napoli, 1788. Non 
e da confondersi colle Memorie di Giulia (v). 

Qtvlietta» ovvero il seguito dell* Ifnpresaria in rovina, Venezia, Bas- 
aaglia, 1771. 
La stessa^ Venezia, dalla stamjjeria di Giov. Gatti, 1784, appresso 
li fratelli Bassagiia, in 8, di pag. 96. Precede un rame coi versi : 
Tra la Donna ed il Greco io non decido \ L'una mi fa timor ; 
delValiro io rido, 

(v, L.* Impresario in rovina). Il romanzetto è di A. Piazza. 

Giulietta Catesby. 

T. Veri caratteri dell'amore, 

Qiuocatrice di L/>tto (La), o aia Memorie di Madama Tolot, 

scritte da lei medesima, colle regole con cui fece al lotto una 

fortuna considerevole, pubblicate dall'Abate Pietro Chiari. — 

Venezia, Pasinelll, 1757, T. 1. — Altre edizioni: Parma, Car- 

mignani, 1764; Venezia appresso Gaetano Martini, 1810, 1 T. 

di 132 pag. con rame. 

Questo romanzo fu tradotto in francese col titolo: Le terne à la loterie 
ou le 4 Aventures d*une jenne Dame, écriies par elle mime, traduit 
par M. Lebrun, Paris, Tossut, 1800. 

Grandison. 

▼. Ntiove Lettere iiigUsi. 

Grandor, ossia VEroe d*Abissinia. Storia eroico-politlca. Traduzione 
dal francese. — Venezia, 1701, T. 4. 

È da Aggitmgcrc alla Biblioteca Etiopica del Fumag^alli. 

Qulliver. 

V. Viaggi del capitano Gnlliver. v. Il muovo Gulliver. 

Gustave Vasa, storia scozzese, tradotta dal francese, Venezia, 1704. 

Heraina moschettiera (L"^), historìa trasportata dal francese, Ve- 
nezia, 1713, 

impostore dei Paradiso di Maometto (L*), norella dì Cosimo 
Galeazzo Scotti, autore delle Giornate del BrembOy di cui essa 
forma il Novelliere secondo, intitolato aìVAecademia Borronfea, 
Cremona, Tip. Feraboli, T. 1, di pag. 333. 

Non ha data, ma deve essere stata stampata tra il 1801 e il 182t, perìodo 
di tempo durante il quale l'autore risse a Cremona. 

L*A. chiama il suo scritto novella, ma per l'ampiezza esso devesi consi- 
derare un romanzo. Forse per ciò il Passano non citò l' Impostar^ 
ne* suoi Novellieri. 



1 



— 393 — 

Impresario In rovina (L'), ovvero gli Intempestivi amori di Paia- 
giro. Storiella piacevole. — Venezia, 1770 (?). 
Lo stesso, Venezia, dalle stampe di Giovanni Gatti, 1784, in 8, di 
pag. 88. Precede un rame coi versi: Solo una vecchia è d'ac- 
cordar bastante | Una giovane afflitta e un tardo amante. 

Questo romanzetto è la prima parte di una trilogia romanzesca di Amt. 
Piazza, le altre due parti della quale si chiamano Giulietta e La 
pazza per amore, (v). Notevole è la seccante edizione: L Impresario 
in rovina^ storiella piacevole, coli' aggiunta della Pazza per amore, 
pubblicata dall'abate Pietro Chiari, Napoli, a spese del Vinaccia, Tip. 
Avelliana, 1774, dove è strana l'unione della prima colla terza parte, 
senza la seconda, ed è falsa l'attribuzione del romanzo al Chiari. 

lacas (Gr), ovvero la Distruzione dell'Impero del Perù^ opera scrìtta 

siili* idioma francese dal sig. Marmontbl storiografo di Francia, 

dell'Accademia dei Quaranta, e recata nell'Italiano da Lodovico 

Antonio Loschi, Tomi 2. — In Venezia, 1785, nella stamperia di 

Francesco Santini, a spese del negozio Remondini. 

È noto che quest'opera del Marmontel ha soggetto storico; ma la trat- 
tazione è romanzesca. 

Lo stesso, Milano, Costa, 1820, T. 3. 

Incognito (L'), ovvero II figlio de* suoi costumi; Avventure recate 
dalla francese ali* italiana favella. — Venezia, Savioni, 1769, 
T. 2, in 8. 
Altre edizioni : Venezia, fratelli Bassa glia, 1784 (?) — Venezia, 
presso Silvestro Gatti, 1794, T. 2, di pagg, 210 e 206. Costitui- 
scono il primo e il secondo volume della Raccolta di romanzi di 
Ant. Piazza^ iniziata dal Gatti. — In Napoli, presso Vincenzo 
Flauto, a spese di G. A. Vinaccia, 1770, T. 2. 
È evidentemente una traduzione. 

lustrata mossile (L^), novella galante, con T Istoria del Cavalier 
Odenard. — In Venezia, [fratelli Bassaglia], 1772, 1 voi. di pag. 83. 
Sembra traduz. dal francese. 

Innamorato (L'), ossia Memorie ed avventure del sig. S. D. celebre 
viaggiatore italiano, pubblicate da lui medesimo per diletto ed 
istruzione delle giovani persone alle quali giova assaissimo il 
saper regolare le loro passioni. — In Venezia, dalle stampe di 
Pietro Savioni, 1778, T. 2, in 8, di pag. 144 e 135, con rame. 
Ne è autore Giuseppa Maria Poppa. 

Innocente perseguitata (L'), ovvero Vita e avventure di Af. Vir- 
ginia De Rosis^ scritte da lei medesima, Venezia, Savioni, 1768, 

T. 1, in 8. 

a6 



— 394 — 

La stessa, coiragg.: < e pubblicate dalPab. Chiari >. — Napoli, 

Andrea Migliacco, 1778. 
La stessa, < seconda edizione corretta e migliorata >, presso G. M. 

Bassaglia, Venezia, 1782, T. 1, di pag. 142, in 8. 

La stessa, in Venezia, 1794, presso Silvestro Gatti, T. 1, di pag. 

136, in 8. Costituisce il V volume della Raccolta dei romanzi di 

Ant, Piazza, iniziata dal Gatti. 

Nella edizione uapoletaaa falsamente è attribuito al Chiari questo ro- 
manzo, che è invece di A. Piazza. 

Invisibile (L'), o siano alcune avventure galanti di Lord Samuel B. 
nella sua dimora e dopo il suo ritorno dall' Isola degli Invisi* 
bili, scritte da lui medesimo. Traduzione dal francese. — In Ve- 
nezia, appresso Giuseppe Zorzi, 1767* 

Irlanda (L')< ovvero l' Innocenza coronata, tradotta dal francese. 
— Bologna ?. 

Ismene e Ismenia. 

y. La serietà vinta. 

Isole della fortuna (W), o sia viaggi di Miss Jallngh, scritti da lei 
medesima e pubblicati dall'Abate P. Chiari. — Venezia, pressa 
lo Zarletti, 1774, T. 2. 

Le stesse, in Napoli, a spese di Giacinto Antonio Vinacci, 1776, T. 4. 

Le stesse, in Venezia, appresso Pietro Savioni, sopra il Ponte de' 
Baretteri all' Insegna della Nave, 1787, T. 2. 

Istoria.... 

Tutti i romanzi, l'intitolazione dei quali comincia colla parola Istoria^ 
pur conservando la parola, elenco nella lettera S, come se cominciasi 
sero con Storia, (v). 

Italiano fortunate (L'), ossia Memorie del sig. R. Z. scritte da lui 
medesimo e pubblicate da Antonio Piazza. Venezia, Pasinelli,^ 
1764, T. 2, in 8. 
Altre edizioni : Venezia, presso Pietro Savioni, 1768. — Napoli, 
1776, T. 3, in 8. — Venezia, fratelli Bassaglia, 1785 (?). — Ve- 
nezia, presso Silvestro Gatti, 1794, T. 2, di pag. 184 e 206, costi- 
tuenti il terzo e il quarto volume della Raccolta di Rom, di 
Ant, Piazza, 

Jenny (miss). 

V. Istoria di Miss Jenny. 

Kouli-ican (Tomas). 

V. Istoria di Tomas Kouli-kan, 



1 



— 395 — 

Latinista (II), o sia la sorte dei letterati, storia veridica ed elegante , 
Venezia, Zorzi ?, 1792. 
Trad. dal francese. 

Lerman e MoUy, novella inglese. 
V. Silvia, 

Lettere della Nobll Donna Silvia Belegno alla Nobil Donzella 
Laura Gussoni. — Venezia, per Modesto Fenzo (senz'anno). 
Partì 2, in 8. 

Ne è aatore Giacomo Casanova. 

Lettere di Aza Peruviano, ovvero conclusione delle Lettere di una 
Peruviana, recate dalla lingua francese nell' italiana. AlPAja (Ve- 
nezia), a spese di Domenico Deregni, libraio veneto, 1764. 

Sono trad. di un romanzo omonimo di LAMASCBaK-CouRnoirT, continua' 
zione delle Leitres d*un Péruvienne di Mad. Graffig^ny; tutte Imita- 
zioni delle Lettres persanes del Montesquiea, 1721. 

Lettere di due Mandarini della penisola di Corea e di due Bar- 
bassori dei Regni uniti del Giappone, concernenti la principessa 
De* Fangadi-Odessa, 3529 [anno cinese]. T. 1, in 8, di pag. 124. 

Lettere di Elisabetta Sofia di Vallère, Milano, S. Ambrogio, 1785. 

V. Raccolta di Romanzi, T. 4, 5. >-> È trad. del rom. omonimo della 
RiccoBOin, che fu pubblicato a Parigli nel 1772. # 

Le stesse, Napoli, 1788. 

V. Biblioteca piacevole, T. XXIII-XXVI. 

Lettere di MUady Giulietta Catesby. 

V. Veri caratteri delV amore. 

Lettere di un* amica, tratte dall'originale e scritte a penna cor- 
rente. — Costa e Comp., Guastalla, 1785, T. 2, in 12. 

Lettere di una Peruviana, tradotte dal francese. AirAja (Venezia), 

a spese di Domenico Deregni, libraio veneto, 1754. 

Sono trad. del romanzo omonimo composto da Mad. dk Graffigny, 
colla collaborazione, pare, dell'abate Peran, e pubblicato nel 1746. 
Dello stesso romanzo troro citata un'altra traduzione che sarebbe 
uscita col titolo: Lettere peruane o d* una peruana, non so dove, 
nfe quando. 

Lettere peruane, v. Lettere d'una Peruviana, 

Lettere solitarie date alla luce da Giambattista Michblbtti. — 
Aquila, 1801, nella Stamperia di Giuseppe Maria Grossi, per 
Emidio Mariani, T. 2, in 8. 



— 396 — 

lezioni dì Flamine Brlteo. al suo nipote Arìstone di Tracia ; e 
viaggi del medesimo. — Romanzo morale di Giambattista 
MicHBLBTTi. — Napoli, dai tipi della Biblioteca Cattolica, 1827, 
T. 2, in 8. 

Libman, ossia gli effetti funesti della gelosia, del D*Arnaud. — Ve- 
nezia, 1793. 

V. Biblioteca sentimentale, T. 1. 

Lucia, ossia il modello della più rara e della più sublime generosità, 

Venezia ?, 1794. 

Molto probabilmente è il racconto dell' Arnaud, g^ià prima del 94 tradotto 
in italiano, col nome di Luda e Melania, (y). (r. Biblioteca piace- 
vole, T. XX). 

Lucia e Melania, storia francese del sig. D' Arnaud. — Venezia, 1768. 
La stessa, novella galante, ristampata e corretta. — Firenze, nella 
Stamperia granducale, 1815, con rame. 
V. Lucia, 

Magia bianca (La), ovvero la mirabile e curiosa istoria di Riccardo 
Oberton, novella inglese. — Venezia, Bassaglia, 1770, T. 2, 

La stessa, Venezia, Bassaglia, 1785, T. 2, di pag. 100 e 118. 

È trad. di un romanzo omonimo ing^lese del Fassdown, già tradotto in 
frances* nel *68 a Parigi col nome di Lord impromptu. Lo stesso ro- 
manzo ebbe, nel 1785, anche un*altra trad. italiana, col titolo : Avven- 
ture di Riccardo Oberton, Milano, [senza nome di stampatore], 1785, 
T. 2, Parte I. pag. 168. Parte II, di pag. 78. Costituiscono i Tomi XIII 
e XIV della Raccolta di Romanzi, (v). La edizione veneta differisce 
dalla milanese in ciò, che è preceduta da una Lettera del sig, Par^ 
ruque blonde, 

Makin ed Biena, o sia I sposi fedeli. Aneddoto inglese del signor 
D'Arnaud. — Venezia, nella stamperia Graziosi, 1785, T.j,!, in 
12, di pag. 78. ^ 

Manon Lescaut. 

V. /storia et amori del Cav. De-Grieux, ecc. § 

Meravigliose avventure del Mandarino Pum-Hoam (Le), novelle 

cinesi, divise in XLVI sere, tradotte dalla lingua francese nel- 

1* italiana. — In Venezia, 1751, per Andrea Mercurio, T. 2, di 

pag. 204 e 190. 

Sono trad. di Les aventures merveilleuses du mandarin Pum^Hoam, par 
GuEULLKTTK (Parls), Petault, 1723. Non sono novelle distinte Pana 
dall'altra, si bene un vero romanzo, una narrazione continuata, divi 
soltanto formalmente in 46 capitoli detti sere. 



— 397 — 

Marchesa de los Vallentles (La), ovvero la donna cristiana. Tra- 
duzione dal francese, [del P. Michelangelo Marin]. — Verona, 
Moroni, 1780. 

Marianna, 

V. La vita di Marianna, 
Marito vendicato (II), o sia le Avventure di Dorival. — Venezia ?. 

Matrimonio per forza (il), o siano Memotie del Conte di Comminga, 
scritte da lui medesimo, con una lettera diretta a chi tradusse 
queste Memorie dall' Ab. Pietro Chiari. — Venezia, Zatta, 1734. 
Lo stesso^ Venezia, 1765. 

Probabilmente questo romanzo è trad. di quello che, collo stesso titolo, 
compose in francese Mad. Dm Trncin insieme con M. O^Argxhtal e 
con M. Db Pout db Vbylb; e la traduzione è probabilmente dello 
stesso Chiari. 

Memorie del Barone di Trenclc, comandante de Panduri, scrìtte 
da luì medesimo, e date in luce dall* abate Pietro Chiari. — 
Venezia, 1755, T. 2. 
Altre edizioni: Parma, Carmignani, 1764, — Venezia, appresso 

Vincenzo Radici, 1782, T. 1, di pag 208. 
Vita di Federico Barone di Trencky scritta da lui medesimo, Italia, 
1789, in 2 T., di pag. 196 e 169. 

Memorie del Barone di Trenck, tradotte dal tedesco e continuate 
fino alla sua morte da A. Courth. — Milano, Tip. Bortolotti 
di Gius. Prato, 1888, di pag. 437. 

Le stesse f furono ultimamente pubblicate nelle appendici del gior- 
nale di Milano, La Sera, dicembre-febbraio, 1901-1902. 

Queste Memorie, in parte storiche in parte romanzesche, furono scritte 
orig'inariamente in tedesco da quel famoso arrenturiere che fu il ba- 
rone di Trenck. (v. Devina, Prusse liitéraire, lU, 409-414); poi ampia- 
mente diffuse in francese ed in italiano. 

Memorie dei Cav. d'Erban, Venezia, fratelli Bassaglia, 1783. 

È trad. del rom. francese: Mémoires du Chevalier d* Erban, Paris, Du- 
chesne, 1735. 

Memorie del Conte di Vescovo titolare di Coloyne in Irlanda. 

— Venezia, Lovìsa, 1749, T. 4. 

Z-tf stesse Vescovo titolare di Coloyne, Capellano di Giacomo 

II Re d* Inghilterra e Decano di Killerine. — Milano, S. Am- 
brogio, 1786, T. 5. 

r. Raccolta di romanzi. Tomi XIX' e XXIV. 



- 398 - 

Memorie delPabate Montyon, tradotte dal francese. — Firenze, 
1753, T. 2, in 8. 

Il traduttore è il marchese Francesco Antonio Peroni. 

Memorie della Duchessa di Kingston, traduzione di Ant. Piazza. 
— Venezia, Gius. Molinari, 1814. 
Dev'essere tradazlone dal francese. 

Memorie della vita del Conte di Totleben» traduzione dal fran- 
cese. — In Firenze, a spese di Antonio Graziosi, libraio veneto, 
1766, T. 1, in 8, di pag. 175. 

Memorie dell'avventure d*un huomo di qualità, o dei march. 

Di.... tradotte dal francese in lingua italiana da D. Clemente 

Romani, nativo romano, attuale maestro della sua materna 

lingua, com*anche della spagnuola. — In Siena, a spese di Giov. 

Guglielmo Hartung, 1755. 

Sono trad. dalle famose Mimoires d'un homme de qualité del Prévost, 
1728-1731. Del medesimo rom. conosco anche queste altre traduzioni: 

Memorie ed avventure di un uomo di qualità che si è ritirato dal 
mondo, Venezia, Gius. Bettinelli, 1758, T. 4. 

Memorie ed avventure di un uomo di qualità che si è ritirato dal 
mondo, nuovamente recate nell'italiana favella dall'ultima edi- 
zione francese, a Venezia, 1786, presso Domenico Pompeati, T. 8. 

Memorie del Marchese d'Astergo pubblicate sopra un man. del 
signor Ds La Foix < Omme tulit punctum qui miscuit utile 
dulci >. — In Venezia, dalla nuova stamperia Biasion di Ant. 
Carcano, 1778, Tomi 2. 

Questo romanzo non è trad. ma opera orig^inale di Gxus.|Maria Foppa. 

Memorie del Sig. O. B., medico lombardo. 
Memorie del Signore di Montcal, Venezia?. 

È trad. del romanzo Campagnes philosophiques ou Mémoires de M. de 
Montcal, del Prévost, 1741. 

Memorie d* Eufemia, storia francese del sig. D* Arnaud. — Ge- 
nova, 1789. 

Memorie di Fanny Spingler, [traduzione dall'inglese]. — Milano, 
S. Ambrogio, 1785. 

V, Raccolta di Romanzi, T. IX. 



— 399 — 

Lt stesse, Napoli, 1788. 

V. Biblioteca piacevole, T. IX e X. Da non confondersi con Fanny (v). 

Memorie di Giulia, ovvero il matrimonio male assortito. — Ve« 

nezia, 1788. 

Sono trad. del romanzo di Dacibr : Mémoires pour servir à Phistoire de 
Vinfortunée Julie et à celle de bien d'autres, — Paris, Vente, 1769. 

Memorie di Giulia, d* Bmllia e d'Orebeval, ovvero le tre mogli 

infelici. — Venezia, Savioni, 1788. 

Non SD se questo sia, mutato il titolo, il medesimo romanzo qui sopra 
indicato. 

Memorie di una dama di qualità che si è ritirata dal mondo, 

trad. dal francese. — Venezia, Zatta, 1753, T. 2. 

È trad. del romanzo dell'abate Lambert: Mémoires et aventures d'une 
Dame de qualité qui s'est retirée du monde. La Haye, (Paris), 1739,^. 
Tomi 3, 

Memorie di una figlia di qualità, coli' istoria delle mozioni del di 

lei cuore. Trad. dal francese. — Venezia, 1754. 

È trad. del romanzo: Mémoires d*une fille de qualité par M. D. L. P. 
[M. Db La Placb]. Amsterdam, (Paris), 1742. 

Memorie d*un giovane nobile sventurato, che ritorna finalmente 
da una lunga schiavitù sofferta nell'America, per l'arti pessime 
d'un crudele suo zio. Trad. dall'inglese. — Venezia, Giov. Bet- 
tinelli, 1743, T. 1. 
Lo stesso, Venezia, 1758. 

Memorie d*un uomo oneste, trad. dal francese. — Venezia, 1756. 

Dev'essere trad. del romanzo del Prévost; Mémoires d'un honnéte 
homme, 1743. 

Memorie ed avventure d*uno sfortunato, ovvero Storia del sig. 
Rizzardo. — Per il Graziosi stampatore e libraio in Venezia, 
1768, T. 2. 

Memorie per servire alla storia di Mad. di Pompadour?? 

Memorie per servire alla vera storia di Mad. Poisson d^E- 
StioUeS, Londra, 1765. 

Merlotto spennacchiato (II), ossia la Storia piacevole del Conte Enea 

P. Friulano ; pubblicata dall' Ab. Chiari, Venezia, Savioni, 1767. 

Altre edizioni : In Napoli, nella Stamperia Avelliana, 1775, in 8, 

V. II. — Venezia, 1778. — Venezia, fratelli Bassaglia, 1784. In 

questa edizione falsamente il romanzo è attribuito al Piazza. 



— 400 — 

Metamorfosi d* amore (Le), storia galaate, tradotta dail* idioma 
russo in italiana favella da Giorgio Colafaccio. — Venezia, 1795, 
nella stamperìa Valvasens^, T. 1, in 8, di pag. 88. 

Metania Sellcourt, romanzo del D'Arnaud. 

▼. Biblioteca piacevole, Napoli, 1788, T. XX. 

Mia Istoria (La), ovvero Memorie del Sig» Tomasino, scrìtte da lui 
medesimo, opera narcotica del Dottor Pif-puf. Edizione proba- 
bilmente unica. — In Venezia, 1767, presso Gian Maria Bissa- 
glia. Un voi. di pag. 144. 
Ne fe autore Fraetck&co Gritti. 

Micromega e diversi aneddoti. Trad. dal francese. — Napoli, 1785, 
Meraude e Comp., T. 1. 
Micromega è del Voltaire. 

Mira» Nadir, o sia Memorie del Marchese di San T. Governatore 
della Provincia di Candakar, al servizio di Thomas Zoulikan Re 
di Persia. — Venezia, appresso Giorgio Fossati, architetto, 1753. 
Lo stesso, Venezia, fratelli Bassaglia, 1784, T. 2, in 8. 
È trad. del rom. Mirza Nadir del Db La MoLitcac, 1749. 

Miss Lony, Venezia, 1796, presso Giuseppe Rosa, T. 1, in 8, di 
pag. 190 (con un rame bellissimo). 
Pare traduzione dall' ing-lese^ 

Moglie ammazzata dal marito (La), ossia Avventure di una Dama 
inglese, Venezia, (senza data, ma circa 1769). Si trova da An- 
tonio Graziosi, nella Merceria di S. Salvatore all'insegna delle 
Tre Grazie, T. 1, in 8 piccolo, di pag. 128. 
La stessa, coli 'aggiunta < pubblicate dall'abate Pietro Chiari >, in 
Napoli, nella Stamperia Avelliana,^ed a spese di G. A. Vinaccia, 
1773, T. 2. 

Dev'essere traduzione dal francese. 

Moglie senza marito (La), ovvero Memorie di una Dama italiana^ 
scritte da lei medesima e pubblicate dall' abate Pibtro Chiari, . 
Poeta di S. A. il Duca di Modena. — Venezia, Bassaglia, 1766. 
La stessa, Venezia, Pasinelli, 1768. 
La slessa, Venezia, P. Savìoni, 1769, 

La stessa, in Napoli, a spese di Giov, Antonio Vinaccia, 1771. 
La slessa, Bassaglia, 1782. 



— 401 — 

Mondo morale (II), Conversazioni della Congrega dei Pellegrini, ro- 
manzo di Gasparo Gozzi. — Venezia, Colombanì, 1760. 

Questa prima volta fu pubblicato a dispense che uscivano og^ni lunedì* 
Poi fu ripubblicato in tutte le edizioni delle Opere complete del Gozzi* 
Venezia, 1784; Padova, 1818-20; Bergamo, 1825-29; Milano, 1832. 

Mondo teatrale (II). 

Un romanzo di questo nome fu promesso da Antonio Piazza nelle ultime 
paghine dell'altro suo romanzo II teatro (Venezia, Costantini, 1777). Ma 
non ne ho certa notizia, e temo non sia stato mai pubblicato. 

Montcal. 

V. Memorie del sig. di Montcal. 

Monte di Aretea (II), Opera dedicata a S. A. R. il Principe Ere- 
ditario delle Due Sicilie, da Giambattista Micheletti, patrizio 
aquilano. — Aquila, 1793, presso Giuseppe Maria Grossi, 1 T-, 
in 4, di pag. 205. 

Montyon. 

V. Memorie delVab. Montyon. 

Nancy, ovvéro le Sventure dell* imprudenza e della gelosia, del si- 
gnor D'Arnaud. ^ Venezia, 1770 ?. 
Fa pubblicato in francese nel 1767. 

Narcisa o la Virtit coronata dal premio, operetta tratta dall'inglese 
e pubblicata da Antonio Piazza. — Venezia, 1780, presso Gian 
Maria Bassaglia, T. 1, in 8. 

La slessa, Venezia, fratelli Bassaglia, 1784. 

La stessa, Venezia, 1814. 

Nascimento di Clinquant (II) e di Merope sua figliuola, novella 
allegorica. — In Venezia, appresso Antonio G:oppo, 1745, T. 1, 
in 8. 

Naufragio felice allo scoglio del disinganno (II), ossia La Storia 
comica morale istruttiva de* strepitosi avvenimenti di Alfonso de 
Rodrigues, scritta da lui medesimo e data in luce da G. D, M. 
(senza luogo né data, ma Venezia, Bassaglia, dopo U 1780, 
perchè nella Pref. si cita L'uomo volante che si pubblicò nel 
75 e la Narcisa che si pubblicò neir80), T. 1, in 12, di pag. 272. 
Lo stesso, < nuova edizione corretta sul manoscritto dell'autore >. 
— Milano, 1809, T. 1, in 12. 

Né amori né donne, ovvero La stalla ripulita, — Venezia, presso 
Modesto Fenzo, 1782, 1 voi., in 16, di pag. 184. 



- 402 - 

Ne è autore Giacomo Casanova. l'i questo romanzo si fece ub^edizioiae 
recenteioente, presso Long^hi e Mantovani, Venezia, 1889. 

-Nobile immaginarlo (II), storia che può istruire e piacere. — In 
Venezia, 1771. Si trova vendibile alla Libreria del Novelli. T. 1, 
in 8, di pag. Ili, con rame. 
Ne è autore A. Piazza. 

Notti romane (Le), al sepolcro degli Scipioni [di Albssa.ndro Verri], 

— Roma, presso Filippo Neri, 1792. 

Questa prima edizione contiene solo la prima parte, ovvero le prime 
Tre notti; e fu ristampata a Roma e a Torino e a Milano nel 1798. 
La seconda parte, unitamente alla prima, cioè Popera completa, uscì 
a Roma dalle stampe e a spese di Vincenzo Pogiriali, 1804, con rami. 
Per le successive edizioni, veg^gasi A. Vismara, Bihliograjia verriana. 
Archivio storico lombardo, 1884, pag^. 379 e sejf. Qui le cito sommaria- 
mente: Roma, 1807, 1839 — Piacenza.1804 — Parigi, 1807, 1820, »23, '24, 
'28, '29, '53 — Venezia, 1811, 1815 - Parma, 1813 — Ancona, 1813, 1818 
— Lucca, 1814, 1816 — Firenze, 1817, '25 '27, '32, '37, '38, '41, '43 — 
Livorno, 1818, '22 — Milano, 1818, '23, '24, '25 — Torino, 1820, '34, '47, 
'53, '35, '77 — Lione, 1823, '44 — Napoli. 1832, '35, '36, '46, '82 — Bru- 
xelles, 1837. A queste sono da aggiungere una di Roma, pel Kulgonx, 
1804, in 12, T. 6 — una di Milano, 1822 -^ una di Venezia, 1819 e una 
di Firenze, 1833. Le edizioni italiane sommerebbero così a 54. Ma il 
romanzo fu tradotto anche in francese, prima a Lousanne. 1796, non 
so da chi; poi dal Lestrade a Parigi, 1812, 1826 e Metz, 1830. Fu tra- 
dotto in olandese da G. F. Meyer, Amsterdam, 1813; in inglese, 
Edimburg, 1825. Le prime Tre notti furono tradotte in tedesco» 
Berlino, 1805 ; poi V intera opera da G. Gunther Forster, Ronneburg, 
Gera, 1833-35. 

Novella d'Acagio e di ZlrflUe, trad. dal francese.— Venezia (?), 1744. 

Novella vlniziana di Madama Rosbmberg. — Napoli, presso G. B. 
Mobande, 1792. • 

v. // trionfo dei Gondolieri. — v. Biblioteca di villeggiatura, T. IV. 

Novelle cinesL 

V. Le meravigliose avventure del mandarino Fnm-Hoam, 

Numa Pompilio, II re di Roma, trad. dal francese, di Antonio Ba- 
glionì. — Padova, Conzatti, 1787, V. 2. 

Florian. // Numa Pompilio dalla prosa francese ridotto in versi 
italiani da Cristoforo Bocella^ P. Lucchese. — Firenze, Cam- 
biagi, 1792. 

Lo stesso, Venezia, 1793. 

Lo stesso, romanzo storico. Traduzione libera di Michele Gam- 
bogi. — Milano, Angelo Bonfanti, 1834. 

Molte altre traduzioni furono pubblicate posteriormente. 

va contadina incivilita (La), o sia Memorie della Duchessa 



1 



— 403 — 

M. M., opera del sig. G. Db La Bataille. Traduzione dal 
francese. — Venezia, Tevernin, 1753, T. 2. 
V. La contadina ingentilita. 

Nuova Brnestina (La), storia francese, o siano Memorie scritte 
dal Conte della Rochelle, — Venezia, fratelli Bassaglia, 1778. 
La stessa, Venezia, 1782. 

Ne è autore M. Db La Rochells. t. Emestina. 

Nuova Luna (La), o sia Istoria di Pequilone, del sig. B. — Londra, 

1770, T. 2, pag, 137 e 179. 

È trad, del romanzo francese: La nouvelle Lune ou l'histoire de Paquilon, 
Amsterdam, 1770. 

Nuova Marianna (La), o sia Storia della Baronessa di N. Versione 

dal francese di D. Belzamini. — Venezia, Tip. Valvasense, 1752. 

È trad. del rom. La nouvelle Marianne par V abbé Lambert, La Haye, 
De Houdt, 1740. 

Nuove letture inglesi, ovvero Storia del Cavaliere Grandison. — 

Venezia, Valvasense, 1784, T. 4. 

È il famoso romanzo .SiV Charles Grandison di Samuklk Ricuardson, 
che uscì in inglese nel 1793 e fu tradotto in francese dal Prévost nel 
1755-56. La trad. italiana è fatta sulla francese. 

Nuovo GuUiver (II), o sia Viaggio di Giovanni Gulliver, figliuolo del 

capitano Gulliver, — Venezia, 1730 (?). 

È trad, del Nouveau Gulliver^ continuazione e imitazione dei Viaggi di 
Gulliver dello Swift composta dall'abate P. F. Guyot Dbsfontaiitss 
nel 1730. (v. Viaggi del Cap, Gulliver). 

Nuovo Telemaco (II), ovvero Viaggi e avventure del Conte di.... e 

di suo figlio. Versione dal francese. — Venezia, 1748. Voi. 6, in 8. 

Non mi è stato possibile raffrontarlo col Thélémaque travesti del Mari- 
VAUX, ("1736) ma credo sia la traduzione di questo romanzo; non certo 
delVEleve de Minerve ou Thélémaque travesti del Dr. Junquières, che 
usci nel 1752. 

Oberton Edoardo. 

V, Avventure di Ed, Oberton, 

Oberton Riccardo. 

V. La Magia bianca. 
Odenard (r Istoria del Cavalier). 
V. L'Ingrata moglie. 

Omicida irreprensibile (L'), ovvero le funeste avventure del si- 
gnor di T., scritte da lui medesimo, dedicate a Sua Eccellenza 
il Signor Gio. Battista Semenzi. Tomo 1. — In Venezia, 1762, 



— 404 — 

presso Antonio de Castro, in Merceria all' Insegna della Co- 
stanza, pag. 159, in 8. 

Lo stesso, Tomo II, 1763, pag. 267. 

Il primo Tomo reca, in principio, un finissimo rame, coi versi: Svigliati 
e Vlnnocenza al del sì cara, | Ingannatore, a rispettare impara. 

Lo stesso, Venezia, appresso Pietro Savioni, 1768. 
Lo stesso, Venezia, fratelli BassagUa, 1785 (?). 
Il romanzo b di Antonio Piazza. 

Orfanella Insrlese (L'), ovvero La storia di Carlotta Summers. — 
Milano, S. Ambrogio, 1785. 
V. Raccolta di romanzi, T. I-III, 

La stessa, Napoli, 1788. 

▼. Biblioteca piacevole, T. I-V. 

La stessa, Milano, presso Pietro Agnelli in S. Margherita, 1813, T. 3. 

Palmerino d'Inghilterra e Floriano suo fratello. Storia vera. 

Pamela, ossìa la Virtù premiata^ tradotta dall'inglese. — Venezia, 
Gius. Bettinelli, 1749, T. 4, in 12. 

La stessa, Venezia, Bettinelli, 1758, T. 4, in 12. 
La stessa, Venezia, Bettinelli, 1803. 

. È il famoso romanzo che il Richardson pubblicò nel 1740, Nel 1742 lo 
tradusse in francese il Prévost: Pamèla ou la vertu recompensée. La 
trad. francese fu subito nota in Italia, e su di essa probabil nente fa 
fatta la traduzione italiana. 

Paolo e Virginia, Milano, Pulini. 1778. 

V. Scelta Raccolta italiana di romanzi, ecc., T, X e XI. 

Pazza per amore (La), ovvero la conchiusione deir Impresario in 
rovina, e della Giulieita. — Venezia, 1771. 

La stessa, Venezia, dalla Stamperia di Giov. Gatti, appresso li 
fratelli Bassaglia, 1784, di pag. 87, in 8. 

Il romanzetto è del Piazza, (v. L' impresario in rovina). 

Pazzie fortunate in amore (Le), memorie di Miledi Dorvei, scritte 
da lei medesima Tanno passato e pubblicate dall' abate Chiari. 
— Venezia, presso Leonardo e Gian Maria fratelli Bassaglia, 
1783, T. 2, di pag. 127 e 129, in 8. 

Pazzo in convalescenza (11). romanzo. — Venezia, Novelli, 1772. 



— 405 — 

Persiana in Italia (La), ovvero Memorie di Fatima Schiras, scritte 
da lei medesima e date in luce da Antonio Piazza, Parte I. — 
Venezia, 1799, nella Stamperia Graziosi a Sant' Apollinare, di 
pag. 136. 
La stessa, Parte 11^ di pag. 200. 

Ad ogni parte precede un finissimo rame. È questo il primo romanzo 
della Collezione dei romanzi del Piazza che il Graziosi volle tentare. 
Nella prefazione /lUi suoi leggitori benevoli Antonio Piazza scrive: 
« L'esito fortunato ch'ebbero i miei primi romanzi, mi persuase a 
formare una raccolta che abbracci tutto quello di nuovo e di ristam- 
pato da me scritto in questo genere. Le do principio co' due tomi 
della Persiana, produzione la più recente della mia penna ora im- 
piegata alla composizione d^ìVAfricana in America che sarà il se- 
condo nuovo romanzo di questa Collezione > 

Platone In Italia, traduzione dal greco [di Vincenzo Coco]. — 
Milano, 1804-1806, Agnello Nobile e Giegler, Voi. 3, in 8. 

Lo stesso, Parma, Carmignani, 1820, T. 2. 
Lo stesso, Torino, Pomba, 1854, ecc., ecc. 

PoIssen-il'Bstiolles (mad.). 

V. Memorie per servire alla vera storia di Mad, 

Poeta (II), o sia le avventure di D, Oliviero de Vega, Poeta spa- 
gnuolo, scritte da lui medesimo e tradotte in italiano dall'abate 
Pietro Chiari, bresciano. Poeta di S. A. R. il sig. Duca di 
Modena. — Venezia, Pasinelli, 1756, V. 3. 
Altre edizioni: Parma, Carmignani, 1756 — Venezia, 1757. — Na- 
poli, 1758, T. 2, in 8. — Parma, Carmignani, 1763, T. 3, di 
pag. 239, 222, 230, con rame. 

Pompadour (Mad. de). 

v. Memorie per servire alla storia di Mad. de P. 

Principe d'Abissinia (II), novella tradotta dall'originale inglese in 

toscano, da Ceo Mimismo. — Padova, appresso G. Antonio 

Volpi, 1764. 

È trad. del romanzo di Samuklx Johnson, Rasselas, Prince of Abyssinia, 
che uscì in inglese nel 1759, e in francese, tradotto da Aiad. Bellot, 
nel 1760 e poi altre volte. Sotto lo pseudonimo di Ceo Mimismo, 
primo traduttore italiano, si nasconde Cosimo Mei fiorentino. Il ro- 
manzo apparve poi altre volte tradotto in italiano. Ricordo: Storia 
di Rasselas» principe d'Abissinia» di S. Johnson, tradotta dall'ing^lese, 
da,.., Livorno, G. B. Pozzolini, 1823; Rasselas, principe d'Abissiuia, 
Racconto tradotto dall' ing^lese di S. Johnson, da Gius. Armand >. Mi- 
lano, Stella, 1828. 

Lo stesso, Milano, 1852. 

v. Furaao^alli, Bibliografia etiopica, Milano, 1893, pag. 273, dove a quella 
del 1828 sono da agggiungere le altre traduzioni qui indicate. 



— 406 - 

Principe di Bretagna (II), ossìa i tristi effetti delle passioni doim- 
natiti, del D'Arnaxjd. — Venezia, 1793. 
T. Biblioteca sentimentale, T. IV. 

Principe l^cciiè (II), dedicato a Sua Eccellenza il Signor Co. Bor- 
tolo Martinengo. — Brescia, 1751. Dalle stampe di Marco Ven-^ 
dramino, T. 1, di pag. Xli e 130. 

Lo slesso, Brescia, 1755. 

Principe Tartaro (II), novella. — Milano, [senza nome di stam- 
patore], 1785, T. 1, in 8, di pag. 88. 

▼. Raccolta di romanzi» T. XV. (Pare ana traduzione dal francese). 

Prove del sentimento (Le), del signor D* Arnaud. — Venezia, 

1/80, T, 5, in 8. 

Sono trad. di Les epreuves du seniiment del D' Arnaud, edite tra il 1775 
e 1780. — Non sono un romanzo, ma una serie di Inng^he novelle o- 
aneddoti. In questa Bibliogprafia si citano per la grande efficacia che 
questi racconti del d' Arnaud esercitarono sullo svolgimento del no* 
stro romanzo. Altre trad. italiane apparsero : una col medesimo titolo, 
Firenze, 1797, T. 3; una col titolo: L,e traversie del sentimento, ver- 
sione dal francese per Andrea Metrà. Venezia, Curti, 1790. 

Rabbino (II) ì ?. 

Racconti amorosi di Cherea e Calliroe, — Roma, 1752. 

Sono trad. del romanzo greco di Caritoxb Afrodisxo, fatta da Mons. Mar- 
cantonio Giacomelli, sulla latina che Jacopo Reische pubblicò nel 1750^ 

Racconti amorosi di Cherea e Calliroe (Dei), libri 8. Trad. di L. Fa- 
vini. — Venezia, 1755. 

Gli stessi, tradotti dal greco, da Mons. Giacometti. — Parigi,. 
Tissot, 1781. 

Racconto di Boldrino Panari di Panicale, illustre guerriero — 
raccolto da diversi autori e da un breve ristretto delle sue glorie, 
dal P. F. Giuseppe Orsini, agostiniano, priore di S. Matteo di 
Roma. — Roma, Paolo Moneta, 1700. 

Rasselas. 

V. // Principe d* Abissinia. 

Re Dionisio (Del), di Andrsa Gbnutio, Principe deir Accademia 
degli Erranti. — Venezia, 1718, 2 voi., in 12. 

Relazione di una nuova generazione d'uomini scoperta dal 
capitano Radoteur. — Venezia, 1770. 



1 



- 407 - 

Religiosa (La), traduzione dal francese. — Milano, 1798. 
È trad. di La religieuse del Diderot, 1766. 

Rivali (Le), novella, trad. dal francese, 

V. Biblioteca piacevole, Napoli, 1788, T. XXIX. 

Robespierre. 

y. La vita e i delitti di Robespierre. 

Robinson Crusoè. 

V. Vita ed avventure di Robinson Crusoè. 

Romanzo comico, di Scarronb, trad. da Zanino Marsecco. — 
Venezia, Frane. Petteri, 1740. 
Lo stesso, Venezia, fratelli Bassaglia, 1782. 

Romito (li), ossia il Colpevole ravveduto, romanzo religioso. — Pa- 
dova, 1770, un voi., in 8. 

Altre edizioni : // Romito^ ossia il colpevole ravveduto, avventure 
piacevoli ed istruttive, Venezia, Savioni, 1770, 

Il Romito, o sia Celino ravveduto, in seguito degli Zingani, Ve- 
nezia, fratelli Bassaglia, della stamperia di Giov. Gatti, 1784, un 
voi., in 8, 

// Romito, ossia il Colpevole ravveduto, avventure piacevoli ed 
istruttive, Venezia, appresso Modesto Fenzo, 1810, un voi., in 8, 
di pag. 132, con rame. 

Lo stesso, ili Venezia, 1815, dalla Tipografia di Giuseppe Molinari, 
a spese di Gaetano Martini, un voi., in 8, di pag. 98. Precede un 
rame, coi versi: e Fra gii oggetti di morte e di terrore [ Così 
sente meschino il suo dolore. 
Il romanzo è di' Akt. Piazza. 

Rosalia, ossia la Fanciulla sedotta. Aneddoto del sig. D'Arnaud. — 
Venezia, 1785. 

Rossano (La), romanzo storico in cui si fanno conoscere di pas- 
saggio le vicende politiche che accaddero in Italia ed in Ger- 
mania sotto 1' Imperatore Federico I chiamato Barbarossa. — 
In Pisa, nella Tipografia Prosperi, 1791. 

Saggio amico {lì)??. 

Salisbury, o sia la Vedova sedotta del D'Arnaud. — Venezia, 1793i. 
v. la Biblioteca sentimentale, T. IH. 

Saffo. 

V. Avventure di Saffo. 



— 408 ~ 

Sars^nes, romanzo del D'Arnaud. — Napoli. 1788. 
▼. Biblioteca piacevole, T. XX t. 

Scherzi della fortuna (GU), trad. dal francese. — Firenze, 1784. 

Scoperta australe (La)^ fatta da un uomo volante, ovvero gli 
Antipodi, — Milano, Pulini, 1787. 

V. Scelta Raccolta italiana di Romanzi, T. Ili, IV, V, VI e VII. 

Senneval Conte di.... 
V. L'uomo. 

Serietà vinta (La), o sia gli amori di Ismene ed Ismenia. — Ve- 
nezia, PasinelU 1767. 

È il rom. greco attribuito da alcuni ad Eustagio, vescovo di Tessalonica, 
da altri a un tal Eumazio, egiziano. Fa tradotto in francese dal Bcaa<- 
champs nel 1729; e dal francese fu voltato in italiano, nella qui citata 
edizione, pare dall'abate Chiari. Piti tardi lo tradusse Lelio Carani 
per la Raccolta degli erotici greci. Crisopoli, Didot, 1814. 

Serraglio indiano (II). 

Questo romanzo h inserito nell'opera del Chiari: Trattenimenti dello 
spirito umano sopra le cose del mondo passate, presenti e possibili 
ad avvenire, Brescia, 1778-81, T, 12, in 16; e ne occupa il V volume. 

Se tosi. Storia ovvero Vita tratta da monumenti non pubblicati del- 
l' antico Egitto, tradotta da un manoscritto greco e traspor- 
tata dalla lingua francese nell* italiana da Selvaggio Canturani. 
— Venezia, 1734. 

Sfortunato napolitano (Lo), ovvero la Vita € U avventure del si- 
gnor Rosselli, contenenti la storia della sua nascita, e tutto ciò 
che gli è accaduto in Italia, Francia, Olanda, ecc., fino al giorno 
della sua morte, scritto da lui medesimo, trad, dal francese. — 
In Venezia, 1747, presso Domenico Occhi, all'Unione. Voi. 2, 
di pag. 215 ciascuno. 

Lo stesso, Venezia, 1758. 

È trad. de l' Infortuni Napolitain ou Les Mémoires de M, Rosselli [pai 
Olivier], Amsterdam, Desbordes, 1709. 

Sliroop, Cav. 

V. L'avventuriere inglese. 

Sidney e Volsan, romanzo del D'Arnaud. — Napoli, 1788. 
V. Biblioteca piacevole, T. XXVIII. 

Silvia, l'infelice, storia francese. — Milano, 1785. 



1 



- 409 - 

Un voi. di pag. 228, ma Silvia arriva sino alla pag". 183. Seg-uono: D' Ar- 
mancy, aneddoto, pag-.- 184-192, e Lerman e Molly, novella inglese, 
pag. 193-228. 

La stessa j Milano, S. Ambrogio, 1785. 
V. Raccolta di Romanzi, T. VI. 

Socrate delirante, o sia Dialoghi di Diogene di Sinope, da .un an- 
tico nnianoscritto : Insani sapiens, aequus ferat notnen iniqui, 
I Ultra quam saiis est virtutem si petat ipsam, — coir aggiunta di 
Combabo, novella. — In Colonia, 1/81. 

Tanto il romanzo quanto la novella sono trad. dal tedesco, opere del 

WlBLAND. 

Soldato francese (II), ovvero Memorie ed avventure del cav. di 
Brières di Parigi, pubblicate dall'abate Chiari. — Venezia, 
Graziosi, 1752, T. 2, in 8. 

Lo stesso, Venezia, 1776. 

Lo stesso, Napoli, 1776. 

Soldato ingentilito (11), ovvero Memorie ed avventure del signor di 
Vernai, denominato Bella Rosa, scritte in francese e tradotte in 
italiano dall'ab. Chiari. — Napoli, 1758, T. 2. 

Lo stesso, Parma, Carmignani, 1763. 

È trad. del romanzo: Le soldat parvenu ou Mémoires et avcntures de 
M. De Vernai, dit Belle-Rose (di M. Maurillon), Dresde, 1753, T. 4. 

Solitario nel suo ritiro (II), ovvero le Avventure di un giorno, 

scritte e date in luce da Antonio Piazza. — In Venezia, nella 

Stamperia Graziosi a Sant'Apollinare, 1800, di pag. 68, con* 

rame. 

Questo romanzetto fa parte del terzo volume daWs. Raccolta dei romanzi 
del PiAZ!.A iniziata dal Graziosi, insieme coWEugenia e La burrasca 
che guida al porto; ma i tre romanzetti hanno ciascuno le pagine nu- 
merate separatamente. 

Specchio degli amanti (Lo), o sia le celebri avventure di D, Fer- 
dinando, storia nuova e galante, tradotta dal francese e pub- 
blicata dall'abate Chiari. — Napoli, 1776, 1 . 2, in 8. 
Altra edizione : Venezia, Graziosi, 1787. 

Specchio delle Passioni e della Fortuna (Lo), o sia Avventure di 
Rosamidoro e di Teoglafira, Storia australe, 1732. 

Spettatrice (La), opera scritta in inglese e trad. dal francese. — 
In Venezia, 1752, presso Giovanni Tevernin, all'insegna della 
Provvidenza, T. 1, di pag. 406. 

27 



— 410 — 

Speziale di qualità (Lo), ossia il celebre lavativo. Storia galante, 
tradotta dal francese. -^ Venezia, per il Colombani, 1767. 
Si crede opera originale dell'abate Vxncknzo Rota, padovano. 

Sposi fortunati (Gli), o sìa avventure de' Consorti de La Bedoyère 
[trad. dal francese]. — Milano, S. Ambrogio, 1785. 
V. Raccolta di Romanzi, T. Vili. 

Storia del re^nl delle Scimle e del Cinocefali. 

V. Viaggi di Enrico Wanton. 

Storia del S. S. Barlaam e Qlosafatte, ridotta alla sua antica purità 

di favella, coll'aiuto degli antichi testi a penna. — Roma, 1734. 

Il rom. greco attribuito a S. Giovanni Damascsxo o ad un GioVAtnn Cli- 
MAGO del V secolo d. C, era già stato tradotto in latino e in italiano 
nel cinquecento. Questa del 1734 è trad. di G. Maria Salvini. 

Storia del Cavaliere di Ramsay. — Venezia (?), 1777. 

Storia del Consigliere di Rossals e di madamigella Dupuis. — 
Milano, S. Ambrogio, 1786. 
V. Raccolta di romanzi, T. XVIII. 

Storia cTel Conte d'Arpes (La). — Venezia, P. Salvini, 1/68. 

La stessa, coiraggiunta : < scritta da lui medesimo e pubblicata 
dall'abate Chiari >, Napoli, a cura del Vinaccia, Stamperìa 
Avelliana, 1773. 

La stessa, < nuova edizione riveduta e corretta dall'autore >, in 
Venezia, 1784. presso Leonardo e Gian Maria fratelli Bassaglia,. 
voi. 1, in 8, di pag. 176. Precede un rame, con sotto i versi : 
D'ogni empio avvezzo al sangue e alle rapine \ La vita è breve e 
sempre lieto il fine. 

Come si vede, neiredizione napoletana il romanzo è attribuito al Chiari, 
ma è invece, senza dubbio, di Ant. Piazza, e i Bassaglia lo pubbli- 
carono nella Collezione dei Romanzi del Piazza. 

Storia del Qrand*Ordlne della Patamargo, con le avventure di 
vari Eroi dell'Ordine medesimo. — Venezia, 1771. 

Storia [istoria] della Pastorella Valseslana. —Novara, per il Ca- 
valli, 1765. 

Ne è autore Sebastiano Rovida. 

Storia [istoria] della Sultana di Persia e de' Vlslrl, novelle turche 
composte in lingua turca da Cheè Zadè e tradotte dal frances 



1 



— 411 — 

nell'idioma italiano; nuova edizione migliorata e purgata da 
molti errori. — In Venezia, 1/85, presso Gian Maria Bassaglia^ 
in 8, T. 1, di pag. 216. 

La prima edizione non conosco. 

Storia [istoria] della virtuosa Portoghese, ovvero il modello delie 
donne, pubblicata dall'abate Pietro Chiari. — Napoli, 1786, 
T. 4, in 8. 

Storia della vita e tragica morte di Bianca Capello, gentil- 
donna veneziana e gran duchessa di Toscana, del Sig. di San- 
SBVERiNO, (Salvus amor /Vìrg, Ecl. Vili). — In Berlino, appresso 
Augusto Mjlius, 1776, 1 Tomo, in 8, di pag. XXX, 150, con rame. 

Il romanzetto fu tradotto in francese prima tra Les Vies des Hotnmes et 
des Femmes illustres' d' Italie depuis le redoublement des Sciences et 
des Beaux-Arts, Iverdun, 1778, Voi, 11, pag. 180 e seg. e, a parte, col 
titolo: < Histoire de la vie et de la mori tragique de B. C. e te. par 
M. de Sanseverino, ouvrage trad. de l'ital. Lausanne, Pott, 1779. 

Storia delle immaginazioni stravaganti, trad. dal francese. — 

I Lucca, G. B. Novelli, 1763. 

Più che romanzo, è narrazione di una serie di casi spiritistici, fenomeni 

di telepatia, ipnotismo, apparizione di morti, ecc. È trad. dell'opera: 

! L'histoire des ima0inaiions extravagantes de M. Oufle, causées 

I par la lecture des livres qui traitent de la magie, du g-rimoire, des dé- 

I moniaques, etc. (par Bordelon). Paris, Gontlin, I7l0. 



Storia del Signor Costanzo, primo ministro del Re del Siam, e 
dell'ultima rivoluzione di codesto regno. — Venezia, 1/58. 

Storia de* Severambi, popoli che abitano la terra australe. — 

Venezia ?. 

Dev*essere trad. di un romanzo francese, Histoire des Sévérambes d'ignoto 
autore, narrazione di un fantastico e avventuroso viaggio nelle terre 
australi, di cui un largo riassunto può leggersi nella Bibliothèque uni- 
ver selle des Romans del maggio 1787. 

Storia [istoria] di Agatone, trasportata dal tedesco nell' idioma 

italiano da M. A. — Brescia, dalla Tipografia Dipartimentale, 

Anno 1, 1802, T. 8. 

Il rom. è VAghaton del Wisland, e il traduttore è Michelangiolo Arcon- 
tini, il medesimo che nel 1809 tradusse dei Wieland anche VAristippo. 

Storia [istoria] di Deli, ossia avventure curiose di un Turco, pub- 
blicate da uno scrittore imparziale. — Venezia, 1775. 
Ne è autore Giam3ATtista V«rci di Bassano. 

Storia di Luigi Mandrino celebre contrabbandiere in Francia, e 



1 



- 412 — 

suo processo ultimamente seguito in Valenza. — Venezia, dalla 
Tipografia Fenziana, 1/57. 

La stessa, Venezia, Bettinelli. 1762. 

y Venezia, 1767. 

> Napoli, Tip. Manfredi, 1767. 
Venezia, 1778. 

> Venezia, 1785. 

È trad. di un romanzo francese di Terrieiì db Cleron, attribuita al 
Chiari. 

Storia di Miledy e GiulietU Catesby. 

V. Veri caratteri dell'amore. 

Storia [istoria] di miss Clarissa Harlove, lettere inglesi per la prima 

volta recate in italiano. — Venezia, Valvasense, 1783, T. 4. in 8. 

La famosa History of Clarissa Harlowe del Rzchardsok usci in ing^iese 
nel 1747-48; la tradusse in francese il Prévost nel 1751; e probabil- 
mente questa traduzione italiana fe fatta sulla francese. 

Storia [istoria] di miss Jenny, scritta e addirizzata dalla medesima 
a Miledy contessa di Roscomond, Ambasciatrice della Corte di 
Francia a quella di Danimarca, opera di Madama Riccoboni, 
celebre autrice francese. Traduzione arbitraria del sig. avvocato 
Carlo Goldoni. — In Venezia, 1793. Da Antonio Curti di Gia- 
como, T. 2. 

È trad. déiV Histoire de miss Jenny, trad. de 1' anglais par Mad. Ricco- 
boni, Paris, Brocas, 1764. 

La stessa, Milano, S. Ambrogio, 1785. 
V. Raccolta di Romanzi, T. XI-XII. 

Storia d'Ippolito Conte di Duglas, di Madama D'Aulnoy. tradotta 

dal francese in italiano, Venezia, Francesco Pitteri, 1735, T. 4, 

in 8. 

La stessa, Venszia, 1770. 

L.'Histoire d*Hyp C. De Duglas di raad. D*Ai'l.woy uscì a Parigli nel 1693, 
poi ad Amsterdam (Rouen) nel 1721. 

Storia di Rasselas. 

V. // Principe d* Abissinia. 

Storia [istoria] di Tiiomas Kouli-Kan, tradotta dal francese. » 
Londra (Venezia), a spese della Compagnia, 1740, T. 2. 
L'autore francese è M. Frassbs; il traduttore è G. B. Pasquali. 






— 413 — 

Storia di Tom Jones, opera di Fiblding, tradotta in lingua fran- 
cese da La Place, e da questo resa volgare. — Venezia, Pasi- 
nelli, 1758. 

La stessa, Venezia, Pasinelli, 1767. 

Il rom. inglese uscì nel 1749; la trad. francese nel 1750. Il traduttore ita- 
liano, secondo il Melzi, sarebbe Tab. Chiari. 

La stessa, « il trovatello >. Versione di Gaetano Barbieri. — Mi- 
lano, Truffi, 1833, T. 8. 

Storia [istoria] d'Ornival. 
V. Così va il mondo. 

Storia d'una donna d'un carattere particolare. — Venezia, 1768. 

Storia d'una fanciulla selvaggia ritrovata nei boschi, in età d'anni 
dieci. — Venezia ?. 

Storia [istoria] d' una greca moderna dell' abate Prévost. — 
Venezia, 1753. 

È trad. dQlVHistoire d'une Grécqtie moderne, 1740. 
Storia e le avventure di Giuseppe Andrews (La). — Dresda, 1783. 

È trad. del romanzo omonimo del Fielding. (v. Avventure di G. A,) 

Storia et amori del Cav. Des-Qrieux e di Manon Lescaut. — 

Siena, 1756, T. 1, in 12. 

Trad. del romanzo del Prévost. 

Storia [istoria] e vita di Crementina regina di Sanga nelle Indie oc- 
cidentali, di Mad. di Gomez, tradotta dal francese. — Venezia, 
1744, 2 voi. 

Storia galante di Giacinto» marchese di*** e di Eleonora***, tra- 
dotta dal francese. — Venezia, 1745. 

Stravaganze del caso (Le), ovvero alcuni avvenimenti della baro- 
nessa C, e del commendatore S., scritti e dati in luce da An- 
tonio Piazza, veneto. — In Bergamo, per Francesco Locatelli, 
1772, in 8, di pag. LXIX, con rame. 

Lo stesso romanzetto fu poi pubblicato col nome di Eugenia (v). 

Sventurata Castelli (La), ovvero lettere di Madama Contessa di 
Castelli a Madama Baronessa di Ferville ; del sig. Costante 
D'Orville, trad. dal francese. — In Venezia, 1770, presso 
Giuseppe Zorzi, T. 2, in 8, di pag. 126 e 103, con rame. 
La stessa, e ristampa », in Venezia, Gian Maria Bassaglia, 1784. 
Tomi 2. 



— 414 - 

Sventurata scozzeze (La). — Milano, S. Ambrogio, 1786. 
V. Raccolta di romanzi, T. XVII I. 

Sventurato Pilopo (Lo), o le memorie ed avventure del Sig.*** 
tradotte dal francese. — Venezia, 1736. 

Teatro (II), ovvero fatti di una Veneziana che lo fanno conoscere. 
— Venezia, per G. B. Costantini, T. 1, 1777. T. 2, 1778. 2 voi. 
in 8, di pag. 177 e 192. 

Lo sUsso, Venezia, Bassaglia, 1784. « Si ristampa con mutazioni, 
correzioni, aggiunte ed annotazioni ». 

Lo stesso, Venezia, 1794, T. 2. 

Autore del romanzo è Amt. Piazza. 

Telemaco. 

V. Avvenimenti di Telemaco. — v. // nuovo Telemaco. 

Tempio di Gnido (II), [del MoNTEsquiKu], tradotto dal francese. — 
Londra, 1766. 

Lo stesso, Parigi, 1767. 

Teodulo, o sia il fìgiio di benedizione, modello per la gioventù, del 
Rev. Padre Michelangelo Marin dell'ordine dei Minimi. Tra- 
duzione fatta da un sacerdote dello stesso ordine, — In Ve- 
nezia, 1789, appresso Simone Occhi, T. 1, in 8, di pag. 112. 

È traduzione dal latino. 

Tom Jones. 

V. storia di Tom Jones. 

Totleben. 

V. Memorie della vita del conte di Totleben. 

Trasformazioni delle donne in uomini e uomini in donne, tra- 
duzione dal francese. — Venezia, 1757- 

(Romanzo ?). 

Traversie del sentimento (Le). 

V. Le prove del sentimento. 

Trionfo de* Gondolieri (II), ovvero novella veneziana plebea, scritta 

in idioma francese e pubblicata dall' abate Ciliari, — Napoli, 

nella Stamperia Avelliana, 1786, in 8. 

Questa novella fu composta da Giustina Wynnb Contessa di Rosbmbbrg. 
Nello stesso anno uscirono due altre edizioni italiane, a Venezia. 
L'una porta il titolo: // trionfo de* Gondolieri, novella tradotta 



— 415 — 

dal francese, Venezia, Graziosi, 1786; l'altra: « // trionfo de^ GondO' 
lierij novella scritta nell'idioma francese da madama G, V. contessa 
di R. recata nell'italiano da L. A. L. >, della quale ultima traduzione 
sarebbe autore, secondo il Gamba, Lodovico, Antonio Loschi. — La 
novella fu pure ristampata col titolo: Novella vinixiana, io fondo al 
volume intitolato : Estella, romanzo pastorale del sig", di Florian. 
Napoli, Mebaud«, 1/92. <v. Biblioteca di villeggiatura, voi. II e III). 

Turca fedele (Li), [di Matteo Manin Cagnon]. — Venezia, 1740. 

Turca In cimento (La), ossia Is avventure di Zelmira, scritte da 
lei medesima. — Venezia, Pasinelli, 1765. T. 2, in 8. 

La stessa, Venezia, Fratelli Bassaglia, 1783, T. 2. 

> coll'aggiunta : < nuova edizione corretta e migliorata 

dall'autore », Milano, 1815, presso Pietro Agnelli, in S. Mar- 
gherita, T. 4, in 12, di pag. 129, 140, 115, 116. È opera di An- 
tonio Piazza. 

Ulisse il giovane (L'), dell'abate Lazzarini. — Venezia, 1746. 

Ultime lettere di Jacopo Ortis, Nalurae clamai ab ipso vox tumulo 
MDCCXCVIII. Anno VII, T. 1, di pag. 264. 

Questo è il titolo della prima edizione del famoso romanzo del Foscolo, 
intorno alla quale reggasi: G. Chiarini, L^edizione dell* Jacopo Ortis 
del 1798 in La vita italiana del 16 marzo 1897. La seconda edizione 
si chiamò invece : Vera storia \ di due | amanti infelici \ ossia \ ultime 
letigre | di | Jacopo Ortis | Naturae clamai ab ipso vox tumulo. \ Edi- 
zione corretta | con note \ MDCCIC. 

Com'è noto, in queste due e in altre edizioni, il romanzo è opera, più. che 
del Foscolo, di Angelo Sassoli. La prima vera edizione del romanzo 
del Foscolo, e dal Fo.«icolo curata, ha per titolo: Ultime lettere di 
Jacopo Ortis, Italia 1802. Dopo questa, infinite furono le edizioni del- 
VOrtis, e molte le traduzioni in tedesco, spagnuolo, francese e greco. 
Delle une e delle altre fu già da altri composta un'accurata Bibliografia 
che troppo lungo qui sarebbe ripetere; ed io rimando il lettore che 
voglia avere dettagliate notizie, oltre che al citato articolo del Chiarini, 
alla Nota Bibliografica che sta uaìta all'edizione critica delle Ultime 
lettere, pubblicata da G. A. Martinelli e Camillo Ancona Traversi, Sa- 
luzzo, 1887. Intorno a La prima traduzione dell'Ortis, v. A. Michieli, 
Spigolature foscoliane in Rassegna Bibliografica della letteratura 
italiana. Vili, 240-43. 

Umane vicende (Le). 

v. UUomo. 

Uomo (L*), ossia Memorie ed avventure del Conte di Senneualj scritte 

dal celebre abate Prbvost. Trad. dal francese del Sig. abate 

Marco Fossandoni. — In Venezia, 1768, T. 3, in 8. 

Ma erroneamente questo romanzo è attribuito al Prévost — Cfr. H. Har- 
risse, L'abbé Prévost, Paris, 1895. — Il Barbier ne fa autore un tale 
Paul Barret. L'errore peraltro si ripetè anche nella seguente tradu- 
zÌDne italiana, in cui il romanzo apparve con titolo diverso: Le 
umane vicende o sia Storia del Conte di Senaeval scritta dal celebre 
autore del Filosofo inglese. \'enezia, 1789, T. 3. 



1 



— 416 — 

Uomo amabile (L'), trad. dal francese. — Venezia, Bettinelli. 1753. 
T. 1, in 8. 

Uomo di <;ualità. 

V. Memorie delle avventure di un uomo di qualità. 

Uomo il'uii altro mondo (L'), o sia Memorie d'un solitario senza 
nome, scritte da lui medesimo in due linguaggi, chinese e rus- 
siano, e pubblicate nella nostra lingua dalPabate Pietro Chiari. 
— Parma, presso Filippo Carmignani, 1760, T. 2. 
Altre edizioni: Venezia, appresso Domenico Battifoco, T. 1, di 
pag. 239, con rame — Venezia, Pasinelli^ 1787. 

Uomo volante (L'), o le Avventure di Pietro Wilkis. — Venezia, 

1775, Fratelli Bassaglia. 

È trad. di Les hommes volans ou les avenlures de Pierre Wilkis — trad. 
de l'ang-Iois. — Paris, Brunet, 1763. 

Ussaro italiano (L'), cioè Avventure amorose e militari del conte V, 
di K., accadute nel presente secolo e scritte da lui medesimo 
in lingua italiana. — Venezia, Pasinelli, 1749, T. 2. 

Lo slessOf Venezia, Pasinelli, 1762. 
11 Melzi lo attribuisce al Chiari. 

Varbeck, novella storica del D'Arnaud. — Napoli, 1788. 
V. Biblioteca piacevole, T. XXVII. 
Lo stesso, ossia La fedeltà in amore, Venezia, 1793. 
V. Biblioteca sentimentale, T. V. 

Vedova di quattro mariti (La), ossia Memorie della Baronessa 
iV. N. scritte da lei medesima e pubblicate dall* abate Pietro 
Chiari. — Venezia, Battifuoco, 1771, T. 2, in 8. 

La stessa, Napoli, presso B. Rinaldi e D. Sangiacomo, 1777. 

* Venezia, Locatelli, 1785. 

> Venezia, Bassaglia, 1783. 

> Venezia, 1 788, appresso Antonio Zatta e Figli, T. 2, di 
pag. 150, 152, con rame. 

Vedile c'el Tasso (Le). 

Il libro ha per vero il seg-uente titolo francese : Les VeilUes du TassCy 
inanuscrit inédit, mis au jour par Compagnoni, et traduit de Tltalìen 
par J. F. Mirnaut. De T imprimerle de Crapelet, à Parijj, chcz Maradan, 
libraire, ruc Pavée Saint André dea Arts (senza data, ma 1800). Mr 
a fronte del testo francese sta quello italiano che, com' è noto, < 



— 417 - 

opera orig'inale del Compag-noni. TI romanzo, tradotto anche dal 
Ging-aené e dal Barrère, g^odè di una fama strepitosa. Fu tradottD in 
tedesco, in inglese, polacco, russo, fu posto in versi ed in musica 
(V. l'artìcDlo sul Compagnoni, scritto da G. Rambelli, nelle Biografie 
del Tipaldo II, 181-89). 

Vera storia di due amanti infelici. 

V. Ultime lettere di Jacopo Ortis. 

Veri caratteri dell'amore, o sìan lettere di Milady Giulietta Ca- 
tesby a Milady Enrìchetta Campley sua amica. Trad. dal fran- 
cese del C3. Bortolo Fietta, Sciambellano di S. A. E. di Ba- 
viera. — In Venezia, 1778. Dalla nuova stamperia Biasion, T. 1, 
di pag. 132. 

È trad. del romanzo Lettres de Milady Juliette Catesby a Milady Hen- 
riette Campley son amie, par mad, Riccoboni, Amsterdam '(Paris) 
1739. — Lo stesso romanzo fu poi altre volte tradotto in italiano coi 
seg:uenti titoli: 1) Storia di Milady Giulietta Catesbf, Milano, 1785, 
(senza nome di editore). È pubblicata in un volume che contiene 
anche // Principe Tartaro (v. Raccolta di Romanzi, T. XV). — 2) 
Lettere di Miledy Giulietta Catesby a Miledy Enrichetta Compley 
sua amica, tradotte dal francese, Venezia, 1786, presso Biasio Biasion. 
T. 1, di pag. 187. 1-a quale traduzione si noti che non è da confon- 
dersi con quella di B. Fietta, edita nel 1778. — 3) Lettere di Miledy 
Giulietta Catesby tra dotte dal fran:ese (nel T. XII delli Biblioteca 
piacevole (v). Napoli, 1788. 

Verità mascherata (La). 

V. Avventure d'un giovane cavaliere. 

Vero amore (II), ossia la Storia amorosa d'Irene e Filandro^ scritta 
e pubblicata dal sig. A NT. l'i azza. — Venezia, Bassaglia, 1784. 

Lo stesso, In Venezia, 1812, dai Torchi di Giuseppe Molinari, a 
spese di Gaetano Martini, in 12, di pag. 78. 

Viaggiatore francese (II), ossia Piacevoli avventure d' un cieco. — 
Presso Antonio Martechini, Venezia, 1792, di pag. 241, con 
rame. 

L'autore in una lettera dedicatoria si sottoscrive colle sigle F. R. 

Viaggiatrice (La), o sia le avventure di madamigella E. B. scritte 

da lei medesima in altrettante lettere all' abate Pietro Chiari 

e da lui pubblicate. — Venezia, Pasinelli, 1761, T. 2, in 8. 

Altre edizioni: Parma, Carmignani, 1762 — Parma, Carmignani, 1776 

— Venezia", presso Antonia Zatta e figli, 1786, T. 2, di pag. 224. 

Viaggi del capitano Quliiver, in diversi paesi lontani, traduzione 
dal francese, di Francesco Zannino Marsecco. — Venezia, ap- 
presso Giiseppe Corona, 1729, T. 2. 

I Trxvels into several remoted Nations of the World, in four parts by 
Samuel Gulliver dello Swikt, uscirono nel 1720-27. Subito furon tra- 



^ 



— 418 — 

dotti in francese: Voyage dn capitaine Samuel Gulliver en différentes 
pays éloignées, traduite de Tang^lais par V Abhé Desfontaines, La 
Haye (Paris), Guérin, 1727. E su questa traduzione francese del Des- 
fontaines, autore del Ni4ovo Gulliver (v). fu fatta l' italiana da Fran- 
cesco Marsecco, pseudoniino del veneziano Francesco Manzoni. 

Gli stessi, Veneziì, Colati, 1731. 

Del sscolo XVIII non conosco altre traduzioni. Molte invece apparvero 
nel secolo seguente. Milano, 1840, 1876, 1883, ecc. 

Viagjfl di Ciro (I), con un discorso sopra la mitologia, del signor 
Ramsay, trad. dal francese idioma, di Francesco Zannino Mar- 
secco. — Venezia, Coletti, 1729. 

fc trad. di Les voyages de Cyriis avec un Discoiirs sur la myiologie par 
Ramsay, Paris, Quillau, 172". Marsecco è pseudonimo del veneziano 
Francesco Manzoni. 

Gli stessi, tradotti dal francese da Annibal2 Antonini, Napoli, 1753. 

» tradotti dal veneziano Roberto Pappafa va, Padova, 1781. 

Viaggi di Enrico Wanton, alle terre incognite australi ed al paese 

delle Scimmie, trad. da un manoscritto inglese. -^ Venezia, 

presso Giov. Targìer, 1749, T. 2, in 8. 

Quest'opera none trad. dall'inglese, ma è opera originale del veneziano 
Zaccaria Sckriman: il quale andò via via ampliando il suo romanzo 
nelle sjg-uenti edizioni: 

Gli Stessi, Napoli, 1750, T. 2. 

» Berna (mi Treviso), sanza data (1764), T. 4. con nume- 

rose incisioni. 

È da notare che questa stessa edizione apparve anche col solo fronti- 
spizio mutato, e col titolo: « Storia dei regni delle Scimie e dei Ci- 
nocefali, ossia i viaggi straordinari di un inglese in vari paesi ignoti 
agli Europei adorna di figure in rame. > Berna, T. 4. 

Gli stessi, AlvisDp^li, 1824, voi. 6. 

Viaggio all' Isola d'Amore dedicato alle Dame e ai Cavalieri del 
nostro secolo per loro disinganno, trad, dal francese per un 
c'ttadino annoiato del mondo. Eremita volontario. — Parigi, 
Briassone, 1750, T. 1, in 12. 

L'autore ignoro. Traduttore è il C. Federico Borromeo. 

Viaggio di Anacarsi il giovane nella Grecia, verso la metà del 
quarto secolo avanti Pera volgare, trad. dal francese, — Ve- 
nezia, Zatta, 1791-93, voi. 12, 

Questa trad. del famoso romanzo del Barthélsmy, è di Vincenzo For- 
maleoni. 

Viaggio d' Anacarsi del sig. di Barthélemy, ridotto in compendio 

[da Monsignor Angelo Fabroni]. — Venezia ?, ?, Tomi 3. 



— 419 — 

Vias:gio meraviglioso del Principe Manfredino nella Romanzia, 

contenente molte osservazioni istoriche, geografiche, fisiche, ar- 
tistiche, morali. — Venezia, 1738. 

Viaggio nei luoghi più riflessibili dell* isola d'amore. Lettera 
scritta da Tirsi ad un suo amico e da questo esibita al Sesso 
gentile. — In Venezia, presso Bartolomeo Occhi, 1765, T. 1, in 
12, di pag. 64. 

Viaggio sentimentale del signor Sterne sotto il nome di Jorich. 

— Venezia, 1792, 

Lo stesso, Milano, De Stefani, 1812. 

Viaggio sentimentale lungo la Francia e V Italia^ trad. di Dìdimo 
Chierico [U. Foscolo], Pisa, 1813, tip. Molini. 

Lo stessOy Londra, 1817. — Seguirono poi altre edizioni. 

VlniZriana (La) di spirito, ossia le avventure di una Viniziana ben 
nota, scritte da lei medesima e ridotte in altrettante massime, 
le più giovevoli a formare una Dama di spirito, pubblicate dal- 
l'abate Pietro Chiari bresciano, posta di S. A. R. il Signor 
Duca di Modena. — Venezia e Parma, nella stamparla di Fi- 
lippo Carmignani, 1762, T. 2. 
Altre edizioni: In Venezia, presso Domenico De Regni, 1762. — In 
Napoli, presso Carlo Longobardo, a spese di G. A. Vinaccia, 1766. 

— Napoli, Vinaccia, 1776. — Venezia, Bassaglia, 1786. 

Virtù in cimento (La). Storia vera. 

Era vendibile presso il libraio Antonio Zatta di Venezia, secondo risulta 
da un suo catalogo del 1800. 

Virtuosa (La), ovvero la Cantatrice fiamminga. — Venezia, Savioni, 
1770, in 8. 

La stessa, Genova, 1770. 

> « nuova ediiione migliorata dall' autore a spese del- 

l'autore », Venezia, (ìatti, 1783, un voi. di pag. 84. 

Il Peroni, in Biblioteca Bresciana, Brescia, 1816, pag. 287, attribuisce 
questo romanzo al Chiari. Ma esso inv^ece è di Antonio Piazza. 

Vita del Barone di Trenck. 

V. Memorie del B. di T. 
Vita di BrostratO (La), trad. di un testo greco di Dinarco, citta- 



1 



— 420 — 

tlino di Epldauro [opera originale di Alessandro VerriJ. — 
Roma, 1815, nella stamperìa Da Romanis, T. l, in 16. 

Per le successive edizioni v, A. Vismara, Bibliografia verriana in Ar- 
chivio storico lombardo, 1884, pag. 380. Qui le cito sommariamente: 
Milano, 1815, 32 — Lucca, 1816 — Livorno, 1818 — Lyon, 1823 — Pa- 
rigli, 1824 — Torino, 1848. 

Il romanzetto fu anche tradotto in francese da L. F. Lestradb, Paris, 
Béchet, 1818 e da A. C. [Jacques Aug^uste Simon Collin], Paris, 1820. 

Vita di Marianna (La), ovvero le avventure della Contessa***, del 
signor Marivaux. Traduzione dal francese. — Venezia, 1746, 
Tomi 4. 
La stessa, Venezia, 1789. 

È traduzione della Vie de Marianne, 1728. 

Vita ed avventure di Robinson Crusoè, trad. dal francese. — 

Venezia, Domenico Occhi 1757, voi. 2. 

È il famosissimo romanzo del Db Poe, pubblicato in inglese nel 1719: 
tradotto in francese nel 1720, 1735, ecc., ecc. 

Vita e delitti di Robespierre (La). — Venezia, Zatta, 1800. 
V. // quadro del cuore umano, T. V. 

Vita e lettere di Abelardo e di Eloisa, trad. dal francese, di An- 
drea Metrà, divisa in due parti. — Venezia, presso G. B. 
Negri, 1774. 

La stessa, seconda edizione, anno ì, 

» terza edizione, anno ?. 

> accresciuta di una lettera scritta da Abelardo ad Eloisa 

prima di sua morte; quarta edizione, 1810. 

La stessa^ in Venezia, 1812, dalla stamperia Molinari, a spese di 
Gaetano Martini. 

In questa edizione, alla seconda parte segfue la nota < lettera di Eloisa ad 
Abelardo > scritta dal Pope, nel testo ing-Iese, poi, in versi italiani, 
tradotta dall'abate Antonio Conti, e poi in versi francesi, tradotta 
dal Colardeau. 

Le famose lettere di Abelardo e di Eloisa furono tradotte in francese la 
prima volta, in parte, nel 1695 dal conte di Bussi-Rabustin; poi, nel 
1758; e su questa versione furono fatte le italiane di Antonio Conti 
e di altri. La prima traduzione completa francese è del 1823. Le let- 
tere, credute da taluni invenzione romanzesca, ispirarono romanzi ed 
esercitarono certamente molta efficacia sullo svolgimento del ro- 
manzo del settecento; perciò in questa Bibliografia si citano. 

Vita e meravigliose avventure d' Arideo, fratello di Alessandro 

Magno, trad. dal francese. — Venezia, Domenico Occhi, 1757. 

Vita militare, politica e privata dsUa Sis^nora D' Eon (La), n i 



- 421 — 

in Sciampagna Tanno 1728, o sia Memorie interessanti delCav, 
D' Eon, dell'Ordine reale e militare di S. Luigi, Capitano vete- 
rano de' dragoni e dei volontari dell'armata, Aiutante di campo 
del maresciallo conte di Broglio, Dottore in lus civile e cano- 
nico. Avvocato nel parlamento di Parigi, Censore reale per l'I- 
storia e per le Belle Lettere, Ministro plenipotenziario alla corte 
di Londra, ecc., ecc.; scoperto femmina l'anno 1777, che vive 
ora in abito femminile in Francia. — In Venezia, 1779. Sì vende 
alla libreria del Colombani in Merceria di S. Salvatore, con rame. 
T. 1, di pag. 48. 

Qaesto romanzetto che narra la storia curiosa di un finto uomo, che pe- 
raltro pare realmente esistito, fu scritto in francese dal Da La For- 
telle. Prima della qui citata traduzione italiana, un'altra dev'essere 
stata pubblicata a Firenze, come dichiara lo stesso traduttore veneto, 
il quale poi ag>g^iunse un'' Appendice con nuovi documenti riferentisi 
ag-li ultimi anni dalla D' Bon. Il libretto andò a ruba ed ebbe a Fi- 
renze ed a Venezia molte altre ristampe, come appare dal titolo di 
quest'altra edizione: 

JLa vita militare e politica t privata della Nobil Zitella^ la Signora 
D'EoHy conosciuta fino all'anno 1777, sotto il nome del Cavalier 
D' Eon, scritta in francese dal Sig. De La Fortelle, e trasportata 
in italiano. « Terza edizione veneta », con aggiunte dopo le 
fiorentine. Oh quam te metnorem^ Virgo! Eneide, 1788. In Ve- 
nezia, nella stamperia Graziosi, a S. Apollinare. 

Werther, opera di sentimento del Dott. Goethe, celebre scrittore 
tedesco, tradotta da Gaetano Grassi, milanese, coU'aggiunta di 
un'apologia in favore dell'opera medesima. — In Poschiavo, per 
Gius. Ambrosioni (senza data, ma 1781). 

Verter (sic), opera originale tedesca del celebre signor Goethe, 
trasportata in italiano da D. M, S., Venezia presso Giuseppe 
Rosa, 1/88. 

Gli affanni del giovane Werther, dall'originale tedesco, tradotto in 
lingua toscana da Corrado Ludger, Londra, per T. Hokham, 
New Band Street, 1788. 

Verter, Venezia, Rosa, 1796. 

Werther, opera di sentimento del Dott. Goethe, tradotta da Gae- 
tano Grassi, Milano, Tip. Daneo, in Strada nova, 1800. 

Werther, traduit en fran9ois et en italien, Paris, Louis, 1803. 

Werther, traduzione dal tedesco, Parigi, 1803. 

Werther, traduzione del Grassi, Basilea, 1807. 



— 422 — 

Wertkert opera di sentimento ; nuova traduzione, Firenze, 1808, 
pres5o Guglielmo Piatti. 

Werther, opera di sentimento del Dott. Goethe, tradotta da Mi- 
chelangelo Arcontini, Padova, Bettoni, 1809. 
Molte altre traduzioni seg-uirono poi. 

Zadig, storia orientale di Monsieur Voltaire. — Venezia, Giu- 
seppe Bettinelli, 1758. 

La stessa, Venezia, Bassaglia, 1786. 
In francese apparve nel 1748. 

Zaida, storia spagnuola, con un trattato sulP origine dei romanzi, di 

Pietro Daniele Uezio. — Venezia, 1740. 

È la traduzione di un romanzo francese di Mad. de Lapatkttb che anche 
in Francia fu pubblicato la prima volta insieme col famoso discorso- 
le Vorigine des Romans deir Huet. 

Zenotemi, novella del signor D'Arnaud. — Venezia, dalle stampe 
di Giovanni Gatti, 1780 ?. 

Zlngana (La), memorie egiziane di Madama N. N. scritte in fran- 
cese da lei medesima e pubblicate dall'abate Pietro Chiari. 
— Venezia, Pasinelli, 1758, T. 2, in 8. 
La stessa, Parma, per Filippo Carmignani, 1762. 

Zingani (I), storiella piacevole, ovvero avvenimenti di Corradino e 
Celino. — Venezia, Savioni, 1769. 

Gli stessi, Venezia, 1773. 

Gli stessi, Venezia, 1/79. 

Un'altra edizione ha due frontispizi: il primo reca solo il titolo: / Zin^ 
galli, storiella p iacevole, un ra.me nel mezzo, e poi la data In Venezia, 
1769; il secondo frontispizio reca: Avvenimenti di Corradino e Celino ^ 
Dalle stampe di Giovanni Gatti, nuova edizione riveduta e corretta 
dall'autore, un volume in 8, pag. 107. La data di questa edizione è 
frutto di un evidente errore di stampa; infatti nell'interno, la licenza 
dei Riformatori di Padova reca la data 28 luglio 1783. Il volume fa 
parte della Raccolta dei Romanzi del Vi azza, edita dai fratelli Bas- 
saglia, colle stampe di Giov. Gatti. — Altra edizione, Venezia, 1810, 
Tipografia del Dal Fabro. 

Zingarella (La), o gli amori di Don Giovanni de Carcama e Donna 
Costanza D'Azevedo, nova historia, tradotta dall' originale spa- 
gnuolo, da Don Clemente Romani. — Lipsia, Federico Lan- 
chisch Eredi, 1751. 

Zoroastre, istoria tradotta dal caldeo in francese, e dall' ultimo in 
italiano, — Bologna, 1755. 



423 - 



§ II. — COLLEZIONI E RACCOLTE DI ROMANZI. 

Biblioteca di campagna (La), ovvero Trattenimenti dello spirito e 
del cuore. — Venezia, ?, T, 3. 

Biblioteca di villeggiatura. — Napoli, 1792, presso G. P. Mebande, 
negoziante di libri nella strada di S. Chiara, Tomi 8 (?). 
T. I. La Galatea, romanzo pastorale del sig. Florian. 

> II. Esielle^ > > » » > 

> III. > > > > > » 

» IV. Novella egiziana di Madama di Rosemberg. 

> V. Istorie piacevoli e galanti contenenti una raccolta di detti 
nobili ed eroici, de' bei motti, de' scelti concetti, e repliche 
ingegnose, ecc., ecc., coU'originale francese a fronte. 

» VI. Gli amori di Saffo e di Paone, tradotti dal greco. 

> VII. Le sei novelle : francese, tedesca, spagnuola, greca, porto- 
ghese, e pei'siana. 

> Vili. La bella Tartara, ossia memorie ed avventure del celebre 
principe Zingis, condannato a perdere la sua vita sopra un pa- 
tìbolo. 

Biblioteca galante (La), ossia Raccolta di leggiadri romanzi pub- 
blicati recentemente a Parigi. — Venezia, Tip. Graziosi, 1775, 
Tomi 6 (?). 

Biblioteca piacevole, ossia Raccolta de' più belli romanzi morali, 
tratti dalle opere de' migliori scrittori inglesi e francesi del pre- 
sente secolo. — Napoli, 1788, presso la nuova Società letteraria 
e tipografica. 

Questa Raccolta fu curata da G. Maria Galanti (1743-1800), autore di una 
Osservazione intorno ai romanzi, alla morale e a diversi generi di 
sentimento, Napoli, Mebande, 1780. Consta di 29 tomi, contenenti i 
segmenti romanzi: 

T. I-V. L'orfanella inglese, ovvero Storia di Carlotta (Summers. 
Traduzione dal francese. 

> Vl-VIII. Amalia, novella morale. Traduzione dal francese. 

> IX-X. Memorie di Fanny Spingler, 

> XI. Novelle morali di M. Diderot. Traduzione dal francese. 

> XII. Amari di Milord Bomslon, novella morale di Giangiacomo 
Rousseau. 



1 



— 424 - 

T. XII. Lettere di Milady Giulietta Calesby, tradotte dal francese 
[della Riccoboni]. 

> XIII. Novelle morali di M. di St. Lambert. 

> » Fàvole orientali di M. di St. Lambert. 

> XlV-XVI. Novelle morali di M. di Marmontel (La pastorella 
delle Alpi — Il divorzio felice — I matrimoni — Lauro e Lidia 

— // buon marito — // misantropo corretto — Le due sventurate 

— Solimano II — Tutto e nulla — La cattiva madre — La 
scuola dei padri), 

> XVII. Novelle morali di M. Marmontel (L'amicizia alla prova 

— La donna che ha poche simili — // seducente filosofo — L'Al- 
cibiade — Lo scrupolo), 

» XVIII. Novelle morali di M. di Marmontel (Per buona sorte — 
Lauretta — L* intelligente — Annetta e LubinoJ. 

» XIX. Il Belisario di Marmontel. Nuova traduzione italiana, che 
per la prima volta si dà intera. 

> XX. Lucia e Melania Selicourt^ romanzi del sig. D' Arnaud, 
» XXI. Sargines e Clary, romanzi del sig. D' Arnaud. 

> XXII. Giulia e Bazile, romanzi del sig. D'Arnaud. 

> XXIII-XXVI. Lettere di Elisabetta Sofia di Valiere, traduzione 
dal francese [della Riccoboni]. 

> XXVII. Varbeck, novella storica di M. D' Arnaud. 

> XXVI II. Fanny — Sidney e Volsan, romanzi del D' Arnaud 
(storie inglesi). 

> XXIX. Le rivaliy novella, traduzione dal francese. 

> » Aneddoti del sig. D'Arnaud (Stradella — Emilia — // 
misantropo degno di stima — // dolor materno — L'amor figliale). 

Biblioteca sentimentale, ossia produzioni scritte per sollievo del 
cuore, del sig. D*Arnaud. — Venezia, 1793, T. 5. 
T, I. Libman, ossia gli effetti funesti della gelosia. 

> I. Ermanzia, ossìa lo specchio delle mogli. 

» IT. Enrichetta e Carlo^ ossia gli amanti fedeli, 

> HI. Salisbury^ ossia la vedova non sedotta. 

> III. D'Almanzy, ossia la vittima degli errori di una cieca e 
malvagia gioventù. 

> IV. Il principe di Bretagna, ossia i tristi effetti delle passioni 
dominanti. 

> V. Varbeck, ossia la fedeltà in amore. 

Biblioteca universale di romanzi, opera periodica in cui si dà 
l'analisi ragionata dei romanzi antichi e moderni, con aneddoti 



— 425 — 

e notizie storiche e critiche, le quali riguardano gli autori e le 
loro opere, i costumi, gli usi, i tempi, le circostanze particolari 
e relative, e le persone conosciute, trasfigurate o emblematiche. 

— Milano, Galeazzi, 1790-91, voi. 12. 

Questa Biblioteca fa contemporaneamente dal Galeazzi stampata anche in 
francese, coi medesimo titolo e in egual numero di volumi. Intendeva 
con essa continuare la famosa Bibliothèque des Romans, che, inizia- 
tasi a Parigi nel 1775, era cessata nel 1789. 

Collezione completa dei romanzi dell' abate Chiari. — In Ve- 
nezia, dalla Tipografia Molinari, 1819. 

Cominciò coi due romanzi La francese in Italia e La bella pellegrina; 
ma poi, a quanto almeno io ne so, non ebbe sèguito. 

Collezione dei romanzi di Antonio Piazza. 

Tra il 1783 il 1785, in Venezia, dalle stampe di Giovanni Gatti, presso i 
fratelli Bassag-Iia, uscirono quasi tutti i romanzi del Piazza, in egiiale 
formato, coi medesimi caratteri, e con un rame ciascuno. L'editore 
non chiamò <]jùesta ristampa, Collezione dei romanzi di A, Piazza; 
ma per Pordine e la continuità colla quale essa procedette, si può 
considerare veramente una Collezione. 

Uscirono nel 1783: L'innocente perseguitata. L'amante disgraziato, La 
moglie senza marito (falsamente al Piazza attribuita, perchè è del 
Chiari), // merlotto spennacchiato (pure del Chiari), L'amico tradito, 

I Zingani, La virtuosa. Amor tra rarmi, I deliri dell'anime amanti, 

II vero amore. Il Teatro, La Narcisa, 

Nel 1784: La turca in cimento. La storia del conte d'Arpes, L'Impresario 
in rovina, Giulietta, La pazza per amore, Eugenia, L^Ebrea. 

Nel 1785: L'omicida irreprensibile, L* Italiano fortunato, L* amante di- 
sgraziato, L' incognito. 

Giornale delle donne. Raccolta di romanzetti, aneddoti e novelle. 

— Venezia, 1767. 

Nuova Raccolta di romanzi. — Milano, G. G. De Stefanis, 1809, 
Tomi 8. 
T. I-II. Goethe, Gli anni del noviziato di Alfredo Meister. 

> III-IV. [Goldsmith] Il curato di Wàkefield, 

> V. Mad. Cottin, Chiara d'Abbe. 

> VI. Il naufragio felice allo scoglio del disinganno, 
» VII. SchiUer, // Visionario. 

> Vili, Vamor criminoso di Ganzade sultana di Persia (dal te- 
desco), 

L' editore si proponeva con questa raccolta di pubblicare i e migfliori ro- 
manzi tratti dal tedesco, ed ultimamente usciti in Germania >; ma il 
Naufragio felice non è un romanzo tedesco. 

Quadro del cuore umano (II), ossia Raccolta di aneddoti e novelle 

istruttive e dilettevoli. — Venezia, 1800, appresso Giov. Zatta, 

libraio in Frezzeria all' Insegna della Provvidenza, Tomi 5. 

Taluno di questi racconti ha l' ampiezza di romanzo, come quello che 
occupa il Tomo V: La vita e i delitti di Robespierre, 

a8 



— 426 — 

Raccolta di romanzi di Antonio Piazza. — in Venezia, nella 
Stamperia Graziozi a Sant'Apollinare, 1799. 
Uscirono i seguenti volumi : 
Voi. I. La persiana in Italia, 
> II. Idem. 

» III. L'Eugenia^ La burrasca che guida al porto, Il solitario 
nel suo ritiro. 
Poi non uscirono altri volumi. 

Raccolta di Romanzi di due Qenl Adriatici. 

Come appare dalla Licenza dei Riformatori di Padova, nnita alV Italiano 
Fortunato del Piazza (Venezia, Gatti, 1794),' tale doveva essere il 
nome di una Raccolta di tutti i romanzi del Chiari e del Piazza, che 
lo stampatore Silvestro Gatti di Venezia intendeva pubblicare. L.a 
Raccolta infatti cominciò nel 1/94 coi segfuenti volumi: 

Voi. I. L' Incognito del Piazza. 

» IL Id, Id. 

» III. L' Italiano fortunato del Piazza. 

* IV. Id, Id. 

» V. L'Innocente perseguitata del Piazza. 
Poi non uscirono altri volumi. 

Raccolta di romanzetti scelti. — Venezia, G. Parolarì, 1816. 
Tomi 6, 
Contiene : 

Giulia di S, Lorenzo di Mad. Robinson (dall* inglese). 
La Silfide (dal francese). 
Vita di Stanislao Sacivizca (dal tedesco). 
Angiolina (dal francese). 
Le metamorfosi di Lorenzo Selva. 
Guido e Oliva, 
La bella vicina. 
Ida di Tokemburg (dal tedesco). 

Raccolta di Romanzi. — Milano, Tipografia di S. Ambrogio, 

1785-1786, Tomi 24. 
T. I-III. L'orfanella inglese^ ossia Storia di Carlotta Summer. 
» IV- V. Lettere di Elisabetta Sofia di Valliere, 
» VI. Silvia^ r infelice. 
» VII. Il Conte di Vallebois. 
* Vili. Gli sposi sfortunati, ossia avventure de' Consorti de la 

Bedoyere. 
•» IX. Memorie di Fanny Spingler. 



1 



— 427 — 

T. X. Novelle istoriche, 

» XI-XII. Storia di Miss Jenny (della Riccoboni). 

> XIII-XIV. Avventure di Ricardo Oberton. 

» XV. // Principe Tartaro e la Storia di Miledy Giulieila Calesby. 
» XVl-XVII. Amalia. 

» XVIII. Storia del Consigliere di Rossais e di Madamigella Du- 
ptiis — L'amante infelice — La sventurata Scozzese, 

> XIX-XXIV. Le Memorie del Conte di**^ vesc. titolare di Cloyne, 
Capellano di Giacomo II Re d' Inghilterra, e Decano di Killerinc. 

Raccolta di Storie galanti? ?^ 

Romanzi storici utili ed istruttivi (I), pei ogni ceto di persone. 

— Milano, presso Gaetano Motta, 18 10. 

Curioso titolo di una Raccolta di sole brevissime novellette e che non 
contiene neppure un romanzo. 

Scelta raccolta italiana di Romanzi, Novelle, Favole, Aneddoti, 
Lettere, Viaggi, Pezze fuggitive, tratte da' migliori scrittori. -— 
Milano, Pulini, 1787, Tomi 13, in 12. 

T. I. p. 1, La Clemenza d'Argele — p. 95, L'Azef, ovvero il di- 
sprezzo del sentimento — p. 139, Il Decano di Bada — p. 157, 
L'amor figliale — p. 170, Il viaggiatore sentimentale, ovvero la 
passeggiata a Jverdun. 

» II. p. 1, Continuazione del « Viaggiatore sentimentale » — 
p. 113, Caridemo, ovvero la buona indole trionfatrice dell'edu- 
cazione — p. 177, Le dieci giornate dell' Imperatore Seghed — 
p. 199, Il Paradiso di Scedal — p. 211, Il Testamento, aneddoto 

— p. 221, Hamet e Kaschid. 

» III. p. 1, La scoperta australe fatta da un uomo volante, ovvero 
gli antipodi: Romanzo — p. 15, La bontà poetica delle donne: 
Lettere filosofiche — p. 113, Ultime lettere del Romanzo della 
Giulia e della Nuova Eloisa — p. 133, Dialogo dei morti — 
Ultimi sentimenti dei più illustri personaggi condannati a morta. 

» IV. p. 1, Continuazione della Scoperta australe — p. 95, I due 
contadini ovvero l'amicizia alla prova — p. IH, Brevi riflessioni 
al bel sesso, sulla di lui sorte in Asia ed Europa — Continua- 
zione degli « Ultimi sentimenti >. 

» V. p. 1, Continuazione della Scoperta australe — p. 144, Con- 
tinuazione degli < Ultimi sentimenti... ». 

» VI, p. 1, Continuazione della Scoperta australe — p. 93, Let- 
tere di*** e d' Elisa — p. 183, Almamolino. 



— 428 — 

T. VII. Continuazione della Scoperta australe — p. 183, Smirca, 
ovvero la figlia della natura. 
Vili. La filosofessa dell'Alpi — Celestina — Novelle tartare — 
Maniera di risuscitare i morti. 

» IX. Continuazione della Filosofessa dell'Alpi — p. 101, Lo spi- 
rito folletto — p. 143, Il re Fenice — p. 207, La memoria del 
mio avo. 

♦ X. Paolo e Virginia, di Bernardin De Saint Pierre ^ p. 153, 
(ili effetti funesti della discordia. 

^ XI. Paolo e Virginia (parte seconda) — Della sovranità e della 
tirannide. 

f. XII. Le pot-pourri — p. 43, Mibridate, ossia Parte di distin- 
guere l'amico dall'adulatore — Storia della Baronessa Dalvìgny. 

>> XIII. Continuazione degli « Ultimi sentimenti..., ». 
[I titoli scritti in carattere corsivo sono di romanzi]. 

Trattenimenti dello spirito e del cuore, ovvero nuova scelta 
raccolta di Novelle, Racconti, Aneddoti, ed altro — interessante 
le anime sensibili e virtuose. Opera periodica, con rami. — Mi- 
lano, Gustavo Motta, 1793-1794, Tomi 5, in 8. 

La raccolta fu diretta da S. A. Robbia. 



429 - 



INDICE DEI ROMANZIERI. 



Addison, pag. 248. 
Alfieri, 33. 
Algarottì, 212, 384. 
Almeida, 222. 
Antonini, 31, 44. 
Arnaud (d'), v. D'Arnaud. 
Assarìno, 14. 

Baglioni, 43. 

Barbieri, 222, 378. 

Baretti, 22. 

Barret, 30. 

Barthélemy, 43, 418. 

Basso, 207, 379. 

Bellot, 22. 

Beauharnais, 371. 

Benoist, 38, 383. 

Bianchi, 67 n. 1, 207, 381, 390. 

Biondi, 14. 

Bocella, 43, 44. 

Bouschaud, 24. 

Brouslé, 27, 386. 

Camus, 14. 

Caracciolo, 33. 

Casanova, 85-88, 248-254, 230, 
375, 395, 402. 

Catalde, 29, 384. 

Chamberland, 67. 

Chersino, 374. 

Chiari, 15, 20, 45, 49-136, 143, 
148, 149, 168, 172, 205, 217, 
228, 372, 373, 380, 381, 382, 
383, 384, 385, 386, 388, 389, 
390, 391, 392, 394, 397, 399, 



400, 404, 405, 409, 410, 411, 

416, 417, 419, 422. 
Clery, 391. 
Coco, 270-73, 405. 
Colaf accio, 210. 
Colpani 222, 382. 
Compagnoni, 297 n., 416. 
Conventry, 25, 377. 
Coyez, 383. 

Dacier, 38, 399. 

D'Argens, 67, 39»). 

D'Arnaud, 41-43, 371, 375, 380. 
383. 385, 386, 387, 388, 391, 
396, 398, 400, 401, 406, 407. 

' 408, 416, 422. 

D'Aulnoy, 38. 412. 

D'Auvigny, 377. 

De Beaurien, 372. 

De Foe, 18, 53, 420. 

De Mouhy, 29, 253 n. 1, 384. 

Desfontaines, 17, 18, 403. 

D^Orville, 38, 413. 

£idous, 24. 

Fannucci, 282. 

Fassdown, 25, 396. 

Felletti, 27. 

Fénelon, 263, 376. 

Fielding, 21, 42, 94, 373, 377, 

390, 413. 
Fietta, 39, 44. 

Florian, 43, 264, 388, 391, 403. 
Fontanelle, 38. 
Foppa, 208, 383, 393, 398, 



— 430 — 



Formaleoni, 281, 382. 
Foscolo, 299-321, 415. 
Fossandoni, 30-44. 
Fossati, 44. 
Frasses, 412. 

Gambogi, 44. 

Godwin, 23. 

Goethe, 421. 

Goldoni, 20, 34, 35 n., 45. 

Goldsmith, 23. 

Goudar, .S3. 

Gozzi C, 45. 

Gozzi G., 17, 25, 35, 38, 39. 45, 

242-248, 379, 401. 
Graffigny, 33, 34, 55, 395. 
Grimani, 67 n., 237. 
Gritti, 218-222, 400. 
Heiiisius, 38, 379, 405. 
Johnson, 22, 255. 

La Bataille (De), 29, 403. • 

La Calprenède, 14. 

La Chausierges, 264, 378. 

Lafayet, 422. 

La Foix, 398. 

Lambert, 31, 38, 399, 403. 

La Marche (De) Curmont, 34, 395. 

La Morlier, 38, 400. 

La Motte (De), 38, 383. 

La Place (De), 31, 399. 

La Rochelle, 38, 403. 

Lazzarini, 415. 

Le Noble, 214, 382. 

Léonard, 374. 

Le Sage, 27, 28, 378. 386, 391. 

Le Suire, 38. 379. 

Longo, 374. 

Loredano, 14, 205. 

Loschi, 44. 

Mackenzie, 23. 



i 



Mei, 22. 

Manni, 210, 375. 

Manzoni F., 17, 45. 

Marana, 32, 33, 102. 

Marin, 223, 389, 414. 

Marini, 14, 205. 

Marivaux, 27-29, 32, 42, 53, 101. 

106, 264, 384, 389, 403. 420. 
Marmontel, 35, 45, 247, 262, 284. 

380, 393. 
Marsecco, 45. 
Martiano. 390. 
Maurillon, 29, 94, 409. 
Michelettì 261-270, 395, 396,401. 
Mirabeau, 33. 
Montegon, 375. 
Montesquieu, 31,32,55, 103. 212. 

218, 228, 414. 
Monti G., 27, 45. 
Mouhy, 106. 

Nicolai, 381. 

OUvier, 408. 
Orsini, 222, 406. 

Pappafava, 31, 44. 

Favini, 44. 

Percault, 222. 

Pezzi, 44. 

Piazza, 43, 45, 137-202, 205, 228, 

278, 372, 373, 374, 381, 384. 

386, 388, 392, 393, 394, 401, 

404, 405., 407, 409, 410, 413, 

414, 417, 419, 422. 
Filati, 44. 

Pindemonte, 254-261, 371. 
Prévost, 19, 20, 24, 29-31, 32, 34, 

42, 52, 55, 66, 67, 272, 389. 

390, 398, 399, 413, 415. 

Radcliffe, 23. 

Ramsay, 11, 31, 264, 418. 



431 - 



Reboiillet, 38, 378. 

Riccobonì, 11, 38-40, 45, 372, 395, 

412, 417. 
Richardson, 18, 20, 21, 29, 32, 34, 

42, 55, 403, 404, 412. 
Rieu, 24. 
Rinuccini, 222. 
Rome, 24. 

Rosemberg (Mad.), 402, 414. 
Rota, 207, 410. 

Rousseau, 18, 30, 35, 1 14. 372, 374. 
Rovida, 223, 410. 

Saint-Ange, 24. 
Saint-Flour, 33. 
Saint-Pierre (De), 44. 
Sanse verino, 178, 411. 
Sanvitale, 67 n., 207. 
Sartorio, 44. 
Scarron, 407. 
Sceriman, 229-242, 418. 



Scott, 23. 
Scotti 223, 392. 
Scudéry, 1.4, 375. 
Senofonte Efesio, 374. 
SmoUet, 21. 
Sterne, 22, 284, 419. 
Suire (Le), 67. 
Swift, 17, 53, 417. 

Tencin (Mad. De), 38, 71, 397, 420. 
Toussaint, 24, 25, 377. 

Verci, 207, 411. 

Verri A., 35, 283-89, 378, 402, 420. 
Vi vi ani, 45. 

Voltaire, 31, 34, 35. 55, 260, 372, 
381, 400, 422. 

Walpole, 23. 

Wieland, 283 n., 409, 411. 

Zanchi, 210. 377. 



ERRATA 



CORRIGE 



Pag. 270, riga 10: 

ma non si può ben dire 



ma che si può ben dire 



Pag. 317, riga 22: 
il Cesarotti 



al Cesarotti 



Pag. 322, riga 3 : 
secolo XVII 



secolo XVIII 



Altre sviste evidenti correggerà il benevolo e accorto lettore. 



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